Lui & Lei
Lezioni private
22.09.2023 |
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"Lei abbassò la testa e improvvisamente avvertii la pressione più forte sulla mia asta data da un torrenziale orgasmo che le stava sconvolgendo le membra..."
Non la rivedevo dai tempi delle ripetizioni di latino.Aveva ancora gli stessi capelli, folti, ricci, un po’ biondastri, con quel colore un po’ spento, né carne né pesce, un oro sbiadito, tendente al castano. E gli occhi non avevano cambiato aspetto con quel castano un po’ anonimo, tanto comune da essere quasi banale, un luogo comune. Poi il naso pronunciato, la bocca dalle labbra sottili e timide. Il fisico però era molto più sviluppato rispetto a una decina di anni prima. Ai tempi frequentava una scuola di danza presso un grande teatro stabile. Aveva bisogno di supporto per le materie delle superiori: con il poco tempo che le restava non aveva sempre la possibilità di approfondire troppo, se per caso non capiva qualcosa era un problema recuperare.
Anna restava a galla perché era una ragazza diligente, intelligente, un vero soldatino. Timida e seriosa, seguiva le lezioni con attenzione, senza lamentarsi mai anche quando, palesemente, la spiegazione si protraeva troppo e la stanchezza e la deconcentrazione diventavano evidenti. Avevamo sempre avuto rapporti molto formali, io per primo avevo mantenuto una certa distanza. Era ampiamente minorenne e io nel mio ruolo di insegnante non ero disposto a creare confusione, o ambiguità di sorta. Da allora erano passati anni le nostre vite avevano voltato diverse pagine.
Io ero entrato di ruolo in un liceo scientifico in città, avevo avuto tempo a veder naufragare la relazione che avrebbe dovuto sfociare, di lì a un anno, nel matrimonio. Avevo qualche capello bianco e qualche disillusione in più in testa. Lei era ormai prossima alla laurea magistrale, stava preparando la tesi, intanto guadagnava qualche soldo lavoricchiando in un ufficio: sistemava scartoffie e riempiva moduli vari al computer. La sua famiglia era ampiamente benestante, non avrebbe avuto alcuna necessità di quel lavoretto tedioso, ma non aveva, ancora una volta, voluto smentire la sua vocazione ad un senso ferreo della responsabilità. Mi aveva ricontattato perché aveva bisogno di qualche libro per la tesi. Così ci siamo rivisti nel mio appartamento, ormai vuoto e anche un po’ disordinato.
Rivederla è stata una curiosa emozione, che non mi aspettavo. Avevo accolto la telefonata quasi con noncuranza, riascoltato la sua voce senza troppi crucci. All’ora stabilita, il suono del campanello, la porta che si è aperta, l’apparire della sua sagoma familiare però mi avevano colpito particolarmente, con uno strano brivido che lì per lì non avevo nemmeno saputo identificare. Ci siamo raccontati un po’ di cose sulle rispettive carriere. Lei aveva lasciato il mondo della danza, aveva capito che non sarebbe stata la sua strada. Aveva proseguito sul percorso scientifico, superando il test d’ingresso per la facoltà di medicina: sarebbe diventata medico, forse in ortopedia, mettendo a frutto le sue competenze sul mondo della danza. Non aveva smesso però, di curare il fisico, lo notai mentre proseguiva nel racconto. La maglietta aderente metteva in risalto i fianchi asciutti e sinuosi, quando camminava i muscoli scattavano e guizzavano nervosi sotto i vestiti. Era davvero molto attraente, con la consapevolezza e la maturità di una donna adulta che le mancava quando era ragazzina. Fu in quei momenti di colloquio, nelle occasionali parentesi di silenzio che scendevano, ogni tanto tra di noi, che mi resi conto che doveva esserci altro, un qualcosa di non detto, in tutti quegli anni.
Alla fine, dopo qualche secondo di silenzio (i tratti d’imbarazzo che si instaurano sempre tra due persone che si scoprono sostanzialmente estranee, dopo tanto tempo) si era congedata, ringraziandomi, e portando con sé il volume. Me lo avrebbe riportato non appena finito di consultarlo. La porta si chiuse dietro di lei, lasciandomi alle prese con uno stato d’animo indecifrabile.
Fu nei giorni successivi che cominciai a tornare con il pensiero a quell’incontro inaspettato, senza sapere bene perché. Era evidente che il mio cervello non sapeva incasellarlo nella numerosa serie dei vuoti incontri quotidiani che facevano parte della mia professione. Sempre lecito fantasticare su questi momenti, ma come un passatempo, senza alcun reale fondamento. Anna però aveva scatenato in me un’energia diversa, una vibrazione profonda, e ne ero profondamente imbarazzato. Non sapevo confessarmelo. Temevo il momento in cui sarebbe tornata a restituire il libro. Fui tentato di scriverle di tenerselo, che glielo regalavo, ne facesse buon uso per la tesi e per il futuro. Un mio piccolo ultimo omaggio, ora che sicuramente non avrebbe avuto più bisogno di ripetizioni.
Lei si fece viva una quindicina di giorni dopo. Suonò al mio citofono verso le 18 di sera, era un pomeriggio piovoso. Salì, lasciò il tomo e scomparve con un sorriso. Tirai un sospiro di sollievo, per quel disinvolto commiato dalla mia vita di un volto che sicuramente non avrei più avuto occasione di rivedere. Forse nel più segreto del mio intimo ero anche un po’ deluso, immusonito, ma nell’eterno conflitto tra le due metà della mia testa la parte razionale, ancora una volta, aveva esercitato il suo potere dittatoriale, nel scacciare quella figura femminile dalla mia consolidata posizione borghese come una minaccia alla mia reputazione.
Piccola dolce Anna. Me la ricordavo in quel pomeriggio in cui non era riuscita a evitare il tre di latino, per via di un Tacito particolarmente malmostoso. Le copiose lacrime che scendevano dal suo orgoglio ferito si assorbivano nel tweed della mia giacca, mentre la abbracciavo per consolarla. Così innocente quell’abbraccio. Cos’era cambiato? Com’era possibile oggi che fosse diverso? Come potevo essere così irresponsabile, così perverso da guardare in quel modo una donna che era stata sotto la mia tutela educativa, anche se oggi era adulta, matura e si era lasciata alle spalle l’acerba adolescenza?
Non ci pensai più, non volli pensarci più, scoprendomi, talvolta, nei giorni successivi a tornare al mio pensiero dominante e castigandomi con rabbia. Trascorsero altre settimane, tra lezioni e vita vissuta. Qualche appuntamento rimediato su siti d’incontri, tanta insoddisfazione. Un chiodo fisso sopito.
Timidamente, la cercai sui social. Spiai qualche foto, qualche immagine che si trovava pubblica. Erano poche, non aveva perso la naturale riservatezza. Qualcuna in costume da bagno solleticò ancora una volta la mia perversione. Chiusi con rassegnazione, e con un pizzico di vergogna.
****
«Ciao, senti dovrei chiederti qualche informazione. Ci sono dei testi di Galeno che devo consultare, e non sono più sicuro di essere in grado di tradurli correttamente. Avresti tempo per darmi udienza in questi giorni?»
Fu un colpo risentire la sua voce allegra al telefono, dopo quelle settimane, e l’emozione mi artigliò la gola.
«Sì certo, quando vuoi – me ne uscii tentando di non balbettare – io generalmente nel tardo pomeriggio non ho problemi».
Venne tre giorni dopo, con il suo zainetto sulle spalle. Aveva una giacchetta di jeans, i capelli raccolti, il solito sorriso. Si accomodò sul divano e andai ad armeggiare in cucina con la macchinetta.
«Allora mi dicevi che sei in difficoltà con dei testi antichi?».
«Sì, sto facendo uno studio sulla letteratura scientifica di una malattia e ci sono dei pezzi che devo tradurre da Galeno, ci sto capendo abbastanza poco».
«Beh ci credo, Galeno scriveva in greco, non in latino».
«Ah».
La sua reazione fu sorprendente. Impercettibilmente il suo viso perse colore, guardò altrove, imbarazzata.
«Comunque se vuoi farmi vedere questi passaggi vedo cosa posso fare, io…»
È difficile descrivere quello che accadde a quel punto, perché avvertii qualcosa spostarsi dentro di me, ma non fu una cosa fisica, né mentale. Era qualcosa di più profondo, di ancestrale, qualcosa che avevo sepolto nel profondo del mio essere umano e quindi, in qualche modo, animale. Fu un istinto, una vibrazione profonda che fece nascere in me un sentimento forte, mai sperimentato prima in quei termini. Non so cosa accadde, ma so che in quel momento lei alzò lo sguardo, e in quegli occhi lessi la verità. Si era inventata tutto. Io e lei stavamo vibrando all’unisono.
Si alzò per raggiungermi, cercò la mia bocca, appoggiò le labbra sulle mie, con dolcezza. La sua lingua guizzò a schiudermi le labbra. Fu un bacio profondo, torrido, avvampai come una torcia. Strinsi le mani intorno alle sue braccia, la accarezzai. Lei si scostò, mi trafisse con uno sguardo tanto pieno di desiderio da apparire quasi supplichevole. Mi infilò le dita sotto la maglietta, accarezzando gli addominali. Me la tolsi immediatamente, mi baciò i pettorali, soffermandosi sul capezzolo per qualche istante, prima di scendere verso il basso e cominciare ad armeggiare con la cintura. Poche mosse sicure e i miei pantaloni cedettero, scivolando verso il basso. Accarezzò con la guancia il formidabile rigonfiamento che si era formato nei miei boxer scuri. Mi guardò, e nei suoi occhi stavolta c’era qualcosa di animale, qualcosa di feroce. Un desiderio che andava al di là di qualsiasi razionalità.
Estrasse il mio pene, stringendolo nelle mani, iniziò a frizionarlo, su e giù, irrorandolo abbondantemente di saliva, che lasciava colare sulla cappella. Iniziò con delicati soffi e colpi di lingua sul frenulo, che mi diedero scosse irresistibili di piacere, poi vidi l’intera asta scomparire nella sua bocca calda e umida. La mano intanto non cessava di muoversi, nel più succulento pompino che avessi mai ricevuto fino a quel momento. Gemevo senza quasi riuscire a trattenermi. Le accarezzai i capelli, avvolgendomi le dita nei riccioli. La testa rovesciata all’indietro. Estrasse il pene dalla sua bocca, percorrendolo in tutta la lunghezza, mi prese i testicoli nella bocca calda, facendo scorrere la lingua sulla grinzosa pelle dello scroto, poi tornò a lavorarmi il pene, ancora più profondamente, mentre proseguiva a massaggiare i testicoli con una mano. Quando con l’altra iniziò a frizionarmi il perineo persi completamente la testa. Venni inaspettatamente, in un modo fluviale che la sorprese. Due fiotti di sperma le schizzarono giù dal naso, rimase a guardarmi un po’ stordita.
La baciai con forza, le infilai quasi la lingua in gola. Filamenti di seme rimasero appiccicati alla mia barba, mentre per un lungo istante ci guardammo. Scesi tra le sue cosce, le tolsi i pantaloni, e le mutande, mentre lei si toglieva la maglietta. Tutto era bagnato fradicio. Immersi il volto in quel caldissimo torrente di umori, immersi la lingua nella sua vulva calda e umida. Lei iniziò a sospirare, gemette con violenza quando iniziai a lavorare il clitoride. Iniziai a succhiarlo prepotentemente facendola quasi urlare. Si inarcò come una gatta stendendo le braccia, buttando la testa all’indietro, con tutti i suoi riccioli che tremavano come campanelli. Il viso rosso e stravolto, mi guardò. Ero fradicio dei suoi umori. Si lanciò su di me e mi baciò ancora, selvaggiamente. Si staccò, lasciò colare la saliva sulla mia lingua. Le sputai in faccia, spargendo la saliva sul volto con le dita. Sorrise. Si voltò offrendomi il panorama del suo fiore dischiuso, grondante, Appoggiò la testa sul cuscino, ansimando, gemendo di piacere. La penetrai prima con dolcezza, poi con sempre più forza. Mentre aumentavo il ritmo mi concentrai sul suo ano, tentando di ritardare il più possibile l’esplosione del mio orgasmo. Vedevo pulsare e contrarsi quella piccola stella scura, che sembrava così morbida, così calda. Sputai, dopodichè infilai tutto il dito medio in quella stretta apertura. Lei emise un mugolio che non aveva nulla di umano. Non era dolore, era il ruggito di una creatura persa nel desiderio. La stimolai, sentivo il mio stesso pene pulsare dall’altra parte della stretta parete. Lei abbassò la testa e improvvisamente avvertii la pressione più forte sulla mia asta data da un torrenziale orgasmo che le stava sconvolgendo le membra. Iniziò a tremare, le sue dita si contrassero fin quasi a rompersi.
Dopodichè si abbandonò sul materasso, i muscoli ancora guizzavano. Sollevai un suo piede, lo baciai, lo percorsi con la lingua. Un velo di sudore copriva la pianta liscia e morbida, che emanava un afrore eccitantissimo. I miei sensi esplosero. La penetrai ancora, dopodichè lei si girò sul letto, inclinò la testa e mi offrì la sua gola. Scopai la sua testa, penetrando fin quasi alla base del pene. Dalla sua gola provenivano solo gorgoglii, avvertii il pizzicore di un rigurgitino sulla cappella. Strano a dirsi mi eccitò ancora di più. Finalmente venni anch’io, conficcandole il pene in gola in tutta la sua profondità. Ebbe due o tre conati di vomito, riprese fiato a fatica, ansimando con violenza. Mi abbandonai definitivamente. Sdraiati, su posizioni opposte, ci guardavamo senza parlare, tirando fiato. Mi sollevai lentamente, iniziai a penetrarla con un dito, poi con due. Lei ricominciò a gemere. La sditalinai con dolcezza per qualche minuto, inserendo piano altre dita. Lei godeva sempre di più, mi prese la mano. Con mio orrore, iniziò a spingere. Tentai di fermarmi, ma lei mi rassicurò con lo sguardo, vidi la mia mano immergersi completamente nella sua vagina, fino al polso. Fu un momento e una sensazione indescrivibile. Non ero mai arrivato a essere una cosa sola con una donna fino a quel punto. Muovendomi con dolcezza, la baciai ancora una volta, appassionatamente, a lungo.
Trascorso quel pomeriggio non la vidi più, non provai nemmeno a cercarla. Era chiaro che era stata una parentesi che aveva concluso un conto in sospeso tra di noi, forse più consapevolmente da parte sua, più inconsciamente da parte mia. Eppure per molti anni ripensai a quel giorno. Non mi è più capitato di sentirmi così profondamente maschio, così inevitabilmente, insopprimibilmente, animale.
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