Lui & Lei
Resurrezione di una madre - cap. 5
13.04.2026 |
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"Iniziò ad avvicinare le labbra al suo cazzo ormai turgido e a passare la lingua sulla punta, lenta, come per assaggiare un gelato che stava per sciogliersi..."
La lavanderia era immersa in un silenzio ovattato, rotto solo dal ronzio del ventilatore appeso al soffitto che muoveva l’aria calda e umida di quella primavera anticipata, che li dentro sembrava già estate. Renato si era appoggiato al bancone, il telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla, mentre con una mano sfogliava distrattamente una rivista porno logora, le pagine appiccicose di sudore e detersivo. Dall’altra parte del filo, la voce di Max, il suo amico toscano, risuonava roboante, carica di quell’accento che sembrava sempre sul punto di ridere, anche quando parlava di affari seri. O presunti tali.«Ma dai, Reni’, non mi dire che te la sei fatta già codesta troia!» esclamò Max, la risata grassoccia che si propagava attraverso il ricevitore. «Che culo hai, porca puttana! Una con quel culo e quelle tette, e pure con la storia della povera moglie maltrattata… Ma che, te la sei scopata in lavanderia mentre piegavi le lenzuola dei clienti?» La sua voce si interruppe in una nuova risata, come se l’idea stessa lo divertisse più del fatto in sé.
Renato sorrise, passandosi una mano sulla pancia prominente, sentendo il sudore che gli incollava la camicia alla pelle. «Non ancora, cazzo. Ma è questione di giorni, fidati. È una che ha bisogno di un uomo vero, non di quel coglione di marito che la tratta come una serva.» Fece una pausa, abbassando la voce come se qualcuno potesse sentirlo, anche se in quel momento la lavanderia era deserta, a parte il rumore sordo delle lavatrici in funzione. «È bellissima, Max. Ha ventisei anni, corpo perfetto, occhi blu che sembrano due laghi. E il culo… cazzo, non immagini che culo che ho avuto. È stretto, sodo, sembra fatto apposta per essere afferrato mentre la scopo da dietro.»
Dall’altro capo, Max fischiò. «E che ti dice? Si lascia già palpeggiare o devi ancora romperti il cazzo con le chiacchiere da principe azzurro?»
Renato si aggiustò i pantaloni, sentendo il peso del proprio eccitamento che cresceva a ogni parola. «No, no, quella è già mezza convinta. Il figlio è via, il marito è un pezzo di merda, e lei ha solo bisogno di qualcuno che le dica che è una dea. E io glielo sto dicendo, eccome.» Si leccò le labbra, immaginando il corpo di Fabiola, il modo in cui si era inarcata sotto le sue dita solo il giorno prima, i gemiti soffocati, gli occhi lucidi di una gratitudine che rasentava la devozione. «Intanto è già un bel po' che si lascia leccare la figa, e che figa. Basta che la sfioro ed è già un lago, e quando gode sembra una verginella. Vedrai che presto me la scopo e poi … vedrai che la convinco a scappare con me. Così avrò una figa bellissima da scopare ogni giorno, senza dovermi rompere le palle a pagare troie per una sveltina.»
Max rise di nuovo, ma questa volta c’era una nota di ammirazione nella sua voce. «Bravo, Reni. Sempre il solito cacciatore. Ma attento, eh? Quelle là, quando si innamorano, poi ti rompono il cazzo con le storie. Mica tutte sono fatte per essere solo troie da pagare con un bicchiere d'acqua e un colpo di cazzo.»
Renato scrollò le spalle, anche se Max non poteva vederlo. «Questa è diversa. È una che ha già toccato il fondo. Sa che se non si attacca a qualcuno come me, affoga. E poi…» Un sorrisetto gli incurvò le labbra, «…ho già in mente come tenerla a bada. Una come lei, con quel passato, ha bisogno di sentirsi guidata. E io sono l’uomo giusto per farlo.»
Stava per aggiungere altro quando il campanello sopra la porta tintinnò, annunciano l’arrivo di qualcuno. Renato si voltò di scatto, il cuore che gli balzava in gola. E lì, sulla soglia, con la luce del pomeriggio che le disegnava un alone dorato intorno ai capelli scuri, c’era Fabiola. Indossava una gonna lunga, nera, che le aderiva stretta ai fianchi prima di allargarsi intorno alle caviglie, e un paio di tacchi alti che facevano oscillare il suo culetto in modo ipnotico. La camicia bianca, sbottonata abbastanza da lasciar intravedere il solco tra i seni e il pizzo nero del reggiseno, era un invito più eloquente di qualsiasi parola. Le labbra, dipinte di un rosso acceso, sembravano gonfie, come se le avesse appena morsicate, e gli occhi azzurri brillavano di un misto di determinazione e qualcosa di più oscuro, qualcosa che Renato riconobbe immediatamente: la fame.
«Devo andare, Max. Ti richiamo dopo.» Chiuse la chiamata senza aspettare risposta, gli occhi incollati su Fabiola mentre lei avanzava verso di lui con una grazia felina, i tacchi che cliccavano sul linoleum consumato. «Ciao Renato» disse, la voce bassa, quasi un sussurro, ma carica di una promessa che gli fece serrare le dita intorno al telefono.
Lui si schiarì la gola, cercando di mantenere un’aria di indifferenza, anche se il sangue gli pulsava già nelle vene. «Principessa. Che sorpresa.» Le diede una occhiata rapida, da capo a piedi, lasciando che lo sguardo si soffermasse un secondo di troppo sul decolleté. «Sei… molto elegante oggi.»
Lei sorrise, mentre la sua anima era un tumulto. Ormai Alessandro era partito, era lontano, troppo occupato ad imparare, a bruciare le tappe, ad essere già pronto a sostenere gli esami per entrare in prima media già a otto anni. Non poteva comprendere quanto lei fosse persa senza di lui. Le sue giornate, ormai, erano solo l'intervallo tra un giorno della lavanderia e l'altro. Renato le donava un piacere immenso, la baciava dolcemente, si nutriva dei suoi umori del piacere, e non chiedeva mai nulla. Neppure una volta, in quei due mesi, aveva cercato di avere qualcosa in cambio. Ma quel giorno Fabiola si sentiva pronta. Non le importava più delle conseguenze, sapeva che Renato meritava un po' di lei e, guardando la sua espressione stupita nel vederla così audace, nel riconoscere l'eccitazione che velava i suoi occhi, sentì la pelle d'oca precedere una scarica di eccitazione tra le gambe. «Grazie. Oggi mi sentivo… particolare.» Fece un passo avanti, abbastanza vicino da fargli sentire il profumo alla lavanda. «Oggi vorrei farti un regalo ch sperò ti piacerà.»
Renato inarcò un sopracciglio, sentendo il peso dello sguardo di lei su di lui, come una carezza che già lo spogliava. «Un regalo?»
Fabiola annuì, lentamente. Poi, senza aggiungere altro, si voltò e si diresse verso il retro della lavanderia, dove la porta semiaperta lasciava intravedere l’ombra del divanetto consunto. Non doveva dirgli di seguirla. Lo sapeva. E infatti Renato si mosse dietro di lei, il respiro già affannoso, le mani che gli prudevano per il desiderio di afferrarla.
La stanza sul retro era buia, illuminata solo dalla luce fioca di una lampadina appesa a un filo elettrico scoperto. Il divanetto, senza il plaid a scacchi, sembrava ancora più malconcio in quella penombra, con le molle che sporgevano da una cucitura strappata. Fabiola si fermò davanti a esso, poi si voltò verso Renato, gli occhi che luccicavano come schegge di ghiaccio. «Siediti» gli ordinò, la voce ferma, senza spazio per obiezioni.
Lui ubbidì, improvvisamente goffo, le gambe che tremavano leggermente mentre si lasciava cadere sul divano. Il cuoio screpolato scricchiolò sotto il suo peso, e per un attimo Fabiola si chiese se sarebbe riuscita a dargli il piacere che meritava. Cercò di non dargli tempo di pensare e si inginocchiò davanti a lui, le mani che già si muovevano verso la cintola dei suoi pantaloni, gli occhi fissi nei suoi, come se volesse ipnotizzarlo.
«Oggi voglio dimostrarti una cosa» mormorò, le dita che slacciavano lentamente la cintura, il metallo che sibilava uscendo dalle asole. «Voglio provare a ridarti il piacere che mi hai regalato tu.»
Renato deglutì, sentendo la gola secca. «Ma io non l'ho fatto per questo principessa?» disse, cercando di mantenere un tono di gentile, anche se la voce gli uscì più roca di quanto volesse, carica di lussuria.
Fabiola gli diede un bacio, appassionato, umido, mentre gli abbassava i pantaloni e i boxer in un unico movimento fluido, liberando il suo cazzo già semi eretto, che si drizzò immediatamente sotto il suo sguardo. Lo afferrò alla base, le dita fredde contro la pelle rovente, e Renato sobbalzò, un gemito strozzato che gli sfuggì dalle labbra. «Questo» disse lei mentre si staccava dalle sue labbra, "è solo per te". Iniziò ad avvicinare le labbra al suo cazzo ormai turgido e a passare la lingua sulla punta, lenta, come per assaggiare un gelato che stava per sciogliersi.
Il contatto fu elettrico. Renato si inarcò all’indietro, le mani che si aggrappavano ai braccioli del divano, le nocche bianche per la forza. «Cazzo…» ansimò, ma la parola si perse in un sospiro quando Fabiola aprì la bocca e lo inghiottì fino a metà, le labbra serrate intorno all’asta, la lingua che si muoveva in cerchi perfetti sulla parte inferiore.
Non era un pompino. Era una dichiarazione di guerra.
Fabiola lavorava con una precisione chirurgica, alternando colpi di lingua che partivano dalla base, umida e salata di sudore, per risalire lungo tutta la lunghezza fino alla punta, dove si fermava a leccare la fessura come se volesse estrarne ogni goccia di piacere. Poi, senza preavviso, lo ingoiò tutto, la gola che si apriva per accoglierlo fino in fondo, le labbra che sfioravano la base del suo cazzo, il naso premuto contro il pube ispido. Renato gemette, le dita che si intrecciavano nei suoi capelli, ma lei scosse la testa, liberandosi dalla sua presa con un movimento secco. «Non ancora» mormorò, la voce vibrante intorno al suo membro. «Lascia che ti dimostri quanto posso essere brava.»
E lui non poteva fare altro che obbedire.
Fabiola riprese il controllo, le mani che gli accarezzavano l’interno cosce, le unghie che graffiavano leggermente la pelle, lasciando solchi rossi che bruciavano come fuoco. Ogni volta che risaliva con la bocca, lo guardava dritto negli occhi, come se volesse che lui capisse esattamente quanto anche lei era eccitata in quel momento. Perché lei era un fiume di piacere. Sentire quell'uomo gemere per i suoi baci, per le sue labbra, le diede quasi la sensazione di poter raggiungere l'orgasmo senza neppure sfiorarsi.
«Ti piace come la tua principessa succhia il cazzo?» chiese, tirandosi indietro appena abbastanza da fargli sentire l’aria fredda sulla pelle bagnata. Non aspettò una risposta. Si tuffò di nuovo giù, questa volta con ancora più forza, la gola che si contraeva intorno a lui, senza lacrime, senza sforzo, senza conati perché, ormai, aveva imparato come ingoiare completamente un cazzo senza difficoltà. Renato ansimò, le dita che si serravano sui braccioli, le unghie che affondavano nel cuoio logoro. «Porca puttana, Fabiola…»
Lei rise, o almeno, emise un suono che somigliava a una risata, anche con la bocca piena. Poi si ritirò di nuovo, lasciando sfuggire uno schiocco umido, la saliva che collegava le sue labbra alla punta del suo cazzo, lucido e pulsante, come aveva visto fare a tante delle prostitute che il marito si portava in casa. «Dimmi che ti piace almeno un po' Renato» sussurrò, passandogli la lingua sulla fessura, raccogliendo il liquido trasparente che vi si era formato. «Dimmi che non sono un'incapace» sussurrò Fabiola, quasi implorando.
Renato non poteva mentire. Non in quel momento. «Sei… cazzo, sei perfetta» ansimò, la voce rotta. «Nessuna… nessuna mi ha mai fatto sentire così.»
Fabiola sorrise, un sorrisetto felice, soddisfatto, prima di riprendere a succhiare con rinnovato vigore. Questa volta, però, non si limitò a succhiare. Usò anche le mani, una che gli massaggiava le palle, pesanti e gonfie, l’altra che gli accarezzava l’interno coscia, vicina, troppo vicina al suo ano, senza mai toccarlo, solo sfiorandolo abbastanza da fargli venire la pelle d’oca. La sua bocca era una fornace umida, la lingua un serpente che si avvolgeva intorno a lui, strofinando, leccando, succhiando, mentre la gola si apriva ogni volta di più, come se volesse ingoiarlo intero.
Renato sentiva il piacere montare, un’onda rovente che gli saliva dalla base della spina dorsale, minacciando di travolgerlo, e non seppe più trattenersi. Le sue mani scattarono quasi istintivamente, una che affondava nei capelli di Fabiola, sulla nuca, spingendola giù, sempre più giù, mentre con indice e pollice dell'altra le chiudeva le narici, costringendola ad aprire ancora di più la bocca, a respirare attraverso la bocca a causa del naso ostruito, a lasciarsi penetrare senza resistenza. « Così… cazzo, così » ringhiò, sentendo il suo cazzo colpire il fondo della sua gola, il corpo di lei che non si ribellava, anzi sembrava completamente abbandonarsi, come se lei stessa provasse vero piacere.
E Fabiola provava reale piacere. Anzi, sembrò eccitarsi ancora di più mentre i suoi gemiti soffocati vibravano lungo la sua asta, le mani che gli afferravano i fianchi, le unghie che si conficcavano nella carne, come se volesse ancorarsi a lui mentre lui la usava e la faceva sua, cedendogli il comando.
Ma era una menzogna.
Perché quando Renato allentò la presa, permettendole di respirare, Fabiola si ritirò solo per un istante, il tempo di riprendere fiato, prima di riprendere il comando. «Non fermarti» ansimò, la voce rauca, gli occhi che brillavano di una luce febbrile. «Voglio che mi riempi la bocca. Voglio sentire che me lo ficchi in gola, che mi dimostri quanto mi vuoi, mentre lo ingoio tutto.» E senza aspettare risposta, si gettò di nuovo su di lui, la bocca aperta, la lingua che si avvolgeva intorno alla corona, i denti che sfioravano appena la pelle sensibile, abbastanza da fargli sentire un pizzico di dolore che si mescolava al piacere, rendendo tutto ancora più intenso.
Renato non poteva resistere. Non voleva. Le sue mani tornarono a stringerle la testa, guidandola su e giù, sempre più veloce, sempre più forte, mentre i suoi fianchi si sollevavano dal divano, spingendo il suo cazzo sempre più a fondo nella sua gola. «Sto per venire» ansimò, la voce un ringhio animalesco. «Sto per riempirti quella bocca di sborra, principessa.»
Fabiola sorrise, questa volta un sorriso vero, che le illuminava gli occhi. Si alzò in piedi, sistemandosi la gonna con un gesto lento, calcolato, prima di sedersi accanto a lui sul divano, così vicina che poteva sentire il calore del suo corpo, il profumo del suo sudore mescolato al suo. «Bene» mormorò, passandogli un dito sul petto, seguendo il contorno di un tatuaggio sbiadito per tornare a sfiorargli il cazzo che perdeva vigore. «Perché tra due giorni, se la lavanderia sarà chiusa…» Si chinò, le labbra che sfioravano il suo orecchio, il fiato caldo che gli faceva venire la pelle d’oca. «…ti farò un regalo ancora più grande.»
Renato si voltò verso di lei, gli occhi che si restringevano, la mente che già correva a immaginare cosa potesse significare. «Un regalo più grande di questo principessa?»
Fabiola si ritirò appena, abbastanza per guardarlo negli occhi, per fargli vedere la serietà nel suo sguardo. «Spero proprio di si!» rispose, semplice. Fece una pausa, le dita che gli accarezzavano la guancia, la voce che si abbassava, quasi timorosa. «Voglio dimostrarti quanto ti sono riconoscente per la tua gentilezza e per avermi mostrato che non sono solo una inutile sguattera.»
Renato sentì il suo cazzo, ancora sensibile, dare un guizzo. Il pensiero che una donna come Fabiola, volesse essere completamente sua lo esaltava, perché sentiva che, finalmente, aveva trovato una gran figa da usare a proprio piacimento, dovendo "pagare" con solo un po' di gentilezza. Lei era ormai pronta e sapeva di averla in pugno, ma voleva aspettare il momento giusto, doveva essere certo che lei si fidasse completamente di lui. "Principessa, tra due giorni ti aspetterò ma ti prego, non giocare con me, perché … per la prima volta il mio cuore potrebbe spezzarsi se mi dovessi prendere in giro". Si sforzò di avere l'espressione più gentile e sincera possibile, anche se un mezzo ghigno inquietante fece capolino per un attimo sul suo volto. Fabiola, che mai si era sentita come qualcuno che potesse decidere della felicità di qualcun altro, si sciolse e, con gli occhi umidi di commozione, si alzò in piedi e sorrise, un sorrisetto che era metà sfida, metà supplica. «Farò di tutto per non deluderti Renato. Spero solo di essere alla tua altezza, spero di essere il tipo di donna che vorresti con te …»
E con questo si voltò e uscì dalla stanza, senza il coraggio di guardare la sua espressione, sperando che almeno lui non l'avrebbe disprezzata. Lui rimase li, con il sapore delle sua labbra ancora in bocca, il seme che gli si seccava sulla pelle, e la certezza che aveva trovato la sua puttanella personale. Si alzò in piedi, prese il telefono che, senza che Fabiola se ne accorgesse aveva lasciato in video chiamata con Max "Allora, cosa ti sembra la mia puttanella?". Ci fu un attimo di silenzio, l'immagine che dal faccione di Max passò sul suo cazzo ancora sporco di sperma, per poi tornare a mostrarsi a Renato "Reni, questa fa dei pompini da fare invidia a tante che fanno i pornazzi. Questa me la devi prestare". Renato rise sonoramente, una risata grassa, animalesca "Tempo al tempo amico mio. Prima me la lasci scopare per bene. Vedrai che la addestro quel tanto che poi diventerà una troia da combattimento".
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