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Resurrezione di una madre - cap. 2


di Lauretta_Stefano
13.04.2026    |    73    |    0 8.0
"“Non posso… “, iniziò a dire, ma lui le posò un dito sulle labbra, zittendola..."
L'alba non arrivava mai come un sollievo in quella casa. Si insinuava, piuttosto, come un ladro, rubando gli ultimi brandelli di oscurità che ancora avvolgevano i corpi stanchi, i respiri pesanti, i segreti sepolti sotto le lenzuola candide. Fabiola lo sapeva. Sapeva che quando la luce grigia e viscida si infilava tra le fessure delle persiane, portandosi dietro l'odore di smog misto al profumo di pane dal forno vicino a casa, non portava con sé alcuna promessa di salvezza. Portava solo l'inizio di un altro giorno di umiliazioni, di prevaricazioni silenziose, del suo corpo usato con disprezzo. Il materasso sotto di lei era rigido, duro come la pietra, come a ricordarle che lei, inutile e incapace, non meritava nulla di più.

Quella mattina Fabiola sentì ancora l'impronta di Marco accanto a sé, il calore residuale del suo corpo flaccido, il puzzo acido del suo sudore misto a quello, più pungente, delle puttane che lui si portava a letto mentre la obbligava a guardare "così impari qualcosa". Ormai non lo sentiva più come un'offesa, lo percepiva come giusto per una moglie inutile ed incapace come lei.
Si sollevò sulle braccia tremanti, la schiena indolenzita, e si guardò attorno nella penombra. La camera era un sepolcro: le tende bianche sbiadite, la brandina su cui giaceva, un piccolo comodino e gli scaffali che fungevano da armadio. Del resto era solo un ripostiglio che, da quando suo figlio Alessandro aveva compiuto sei anni, era diventato la sua stanza, come meritavano le serve inutili, che potevano rimanere in quella villa meravigliosa solo perché aveva messo al mondo l'erede dei Rossi.

Si alzò in silenzio, i piedi nudi che affondarono nel tappeto logoro, e si diresse verso il bagno per prepararsi a un nuovo giorno. Si sciacquò il viso con acqua gelida, le dita che tremavano mentre si strofinava gli occhi, come se avesse potuto cancellare le immagini della notte: Marco che rideva mentre una puttana gli cavalcava il cazzo, le tette flosce che ballonzolavano sopra di lui, le sue mani che le affondavano nei fianchi, marcandola come territorio. Fabiola era stata lì, in ginocchio ai bordi del letto come sempre, le mani in grembo, gli occhi bassi. Guarda, troia, le aveva detto Marco, impara come si fa a dare piacere a un uomo. E lei aveva obbedito. Aveva guardato. Aveva memorizzato ogni gemito, ogni schiaffo sul culo della puttana, ogni goccia di sudore che colava giù per la schiena di lui. Aveva imparato.
Si guardò davanti allo specchio e vide la sua bellezza che, nonostante tutto, non sfioriva, senza neppure un accenno di rughe o di tutte le ore di sonno perse, di tutti i pianti, di tutte le umiliazioni. Si truccò e si vestì, con abiti semplici ma belli, fatti con stoffe pregiate, come le venne concesso solo da quando Alessandro aveva iniziato la scuola, visto che la segretaria personale della Signora Rossi si era licenziata e non poteva farlo nessun altro. Quello era l'unico momento in cui Fabiola si sentiva felice perché poteva stare qualche momento da sola con il figlio, sentire i suoi racconti della scuola, di quanto gli piacesse imparare, di come "mi piace tanto che mi porti tu a scuola". E poi poteva guidare, poteva sentire i profumi della città, osservare le persone che la guardavano con normale indifferenza, senza il disprezzo che sentiva di meritare perché era una inutile incapace. Come ogni mattina, appena Andrea entrò a scuola dopo averla salutata con la sua manina e il suo sorriso innocente, tornò immediatamente a casa, indossò il camice grigio, quello da sguattera, "perché non sei neppure all'altezza di essere una cameriera", e andò nella camera di Marco, suo marito. Alzò appena le persiane per far filtrare solo un filo di luce e poi lo svegliò, in ginocchio ai lati del letto, sussurrando dolcemente il suo nome.
Marco la fissò con il solito disprezzo, disteso sul letto come un rospo, le braccia dietro la nuca, il torace glabro esposto, il ventre flaccido che si sollevava e si abbassava con un respiro rauco. Il lenzuolo era tirato giù fino ai fianchi, e il suo cazzo, ancora molle, sporgeva come un verme biancastro tra le cosce depilate. Non si era lavato. Non lo faceva mai. Era compito di Fabiola pulirlo, come se fosse un bambino, come se non fosse capace di badare a sé stesso. Come se volesse che fosse lei a occuparsi di ogni sua schifezza.

“Fabiola”, la voce di Marco fu un ringhio, un suono che le grattò la pelle come carta vetrata. Non era una chiamata. Era un ordine. Era il richiamo del padrone al suo cane. Lei si avvicinò, le ginocchia che già sapevano cosa le aspettava, il corpo che si preparò all'umiliazione con la stessa rassegnazione con cui un condannato si avvia al patibolo certo che è ciò che merita. Si inginocchiò accanto al letto, le mani che tremarono mentre sollevò il lenzuolo, rivelando il corpo di lui: la pelle bianca, completamente senza peli, le unghie dei piedi curate dall'estetista da cui andava regolarmente per mantenere la sua convinzione di essere bello. Il suo cazzo era ancora addormentato, raggomitolato tra le cosce come un animale in letargo, con ancora i segni del sesso della sera precedente, il rossetto di quella prostituta, e la sperma rinsecchito. Fabiola lo seguì in bagno per poi inginocchiarsi al suo fianco, prenderlo tra le dita e indirizzare il suo liquido giallastro e puzzolente. Come sempre, appena finì, Marco si girò verso la sua bocca e Fabiola, come se quella fosse la cosa giusta, leccò e succhiò le ultime gocce. Non provò nulla. Non disgusto, non eccitazione, non rabbia. Solo una rassegnazione così profonda che somigliò alla morte.

“Dai, puttana, sveglialo”, borbottò Marco. Da più di un anno l'aveva obbligata a dedicarsi al suo cazzo ogni mattina. Lei obbedì, abbassando la testa, la lingua che sfiorò la punta del glande, assaggiando il sapore salmastro della sua pelle, del sudore accumulato durante la notte, degli umori della puttana che si era scopato davanti a lei, delle gocce trasparenti del piacere che già affioravano, viscose e amare. Lo prese in bocca, lentamente, come se quella fosse la cosa più giusta e normale per una inutile sguattera come lei, quasi con gratitudine perché almeno non doveva farlo davanti alla suocera che, crudele e perversa, la scherniva rabbiosa. Lo leccava, lo assaggiava, come fosse un frutto gustoso ma che sapeva già le avrebbe fatto male. Le labbra si chiudevano attorno all'asta, le guance che si incavano mentre iniziava a muoversi su e giù, la gola che si contraeva ogni volta che lui spingeva un po' troppo in profondità. Non era mai gentile. Non le accarezzava i capelli, non le diceva una parola che non fosse un insulto o un comando. Le sue dita si intrecciavano tra i suoi capelli neri, li tiravano appena abbastanza da farle male, da ricordarle chi comandava, chi possedeva, chi poteva distruggerla.
“Più giù, troia. Voglio sentirti soffocare”, disse Marco, e Fabiola obbedì. Lo prese fino in fondo, la punta che le sfiorò la gola, e poi oltre, fino a quando non sentì il conato, il corpo che si ribellava, la bile che le saliva in gola. Lui grugnì di piacere, le anche si sollevarono dal bordo della vasca, spingendo il suo cazzo sempre più a fondo, come se avesse voluto che lei lo ingoiasse tutto, che lo digerisse, che lo facesse diventare parte di sé. Le lacrime le scesero dagli occhi, le colarono sulle guance, ma non si fermò. Non poteva. Sapeva che se si fosse tirata indietro, se avesse osato respingere anche solo un colpo, lui avrebbe detto a sua madre che non andava bene neppure per scopare e lei avrebbe passato giorni a lavare i pavimenti in ginocchio, a pulire i water con la lingua.
Le mani di Marco le strinsero la testa, le unghie che le graffiarono il cuoio capelluto mentre iniziò a muoversi con più forza, i fianchi che si sollevarono in scatti irregolari, il respiro che divenne un ansito animalesco. “Così, sì, cazzo. Sei brava almeno in questo. A ingoiare la sborra come la troia che sei.” Le parole la colpirono come schiaffi, ma Fabiola non reagì. Aveva imparato tanto tempo prima che reagire significava peggiorare le cose. Così restò lì, in ginocchio, la bocca piena di cazzo, la gola che bruciava, le lacrime che le solcarono il viso, mentre lui la usava come un giocattolo, come un buco caldo, come nulla. Sentì il suo cazzo gonfiarsi, pulsare contro la lingua, e seppe che stava per venire. Lo percepì nei muscoli tesi delle cosce, nel modo in cui le dita le si strinsero nei capelli come artigli, nel modo in cui il suo respiro divenne un rantolo. Poi arrivò il primo sparo di sperma, caldo e denso, che le colpì la gola, e lei deglutì automaticamente, come aveva imparato a fare, come un uccello che beveva da una pozzanghera avvelenata. Lui continuò a venire, a riempirle la bocca, e lei ingoiò tutto, ogni goccia, ogni umiliazione, ogni promessa non mantenuta. Il sapore era amaro, metallico, come sangue rancido. Le venne da vomitare, ma sapeva che se l'avesse fatto, avrebbe dovuto leccare anche quello e, come aveva imparato, non lasciò sfuggire neppure una singola goccia.

Quando finalmente si tirò indietro, il cazzo di Marco era ancora semi-eretto, lucido di saliva e sperma, la punta rossa e irritata. Lui si alzò, entrò nella vasca dove l'acqua era già calda e pronta, come se nulla fosse successo, come se denigrare, umiliare la madre di suo figlio fosse stata l'unica cosa giusta. E anche Fabiola, ormai, lo pensava, lo credeva, lo sentiva giusto e ineluttabile.
“Ora lavami”, disse, e Fabiola annuì, prendendo la spugna morbida, passando ogni centimetro del suo corpo con il bagno schiuma profumato. Gli passò la spugna tra le gambe, gli sollevò i testicoli, pulendo anche lì, dove la pelle era raggrinzita e sudaticcia, e infine gli pulì il cazzo, strofinando con cura la punta ancora sensibile. Marco sospirò, soddisfatto. Come succedeva negli ultimi mesi, quando ebbe finito di lavarlo ed asciugarlo, le passò una crema per il corpo, delicata e profumata, e le permise di spalmarsela su tutto il corpo.
“Almeno resti appena quel po' decente da non farmi del tutto schifo”, le ripeteva in continuazione. E lei lo percepiva come un vero dono, come un gesto di attenzione, come l'unico premio che meritasse.
“Oggi è il giorno della lavanderia”, disse all’improvviso Marco, e Fabiola si fermò, il cuore che le balzava in gola. “Non dimenticartelo. E porta anche le lenzuola. Puzzano di puttana.”
Lei annuì, senza rispondere. Sapeva che se avesse aperto bocca, se avesse osato anche solo sussurrare un "sì", lui avrebbe trovato un modo per punirla. Così si alzò in silenzio, raccolse la biancheria sporca , e si diresse verso la cucina. La casa era ancora immersa in quella quiete sinistra che precedeva il risveglio della Signora Rossi. Fabiola sapeva che era solo una tregua. La vecchia era come un ragno, sempre in agguato, sempre pronta a tendere le sue trappole. Preparò la colazione per Marco e la suocera: latte tiepido, fette biscottate con la marmellata, un cucchiaino di miele per addolcire l'amaro della giornata. Quando la Signora Rossi arrivò, Fabiola stava già uscendo, e la porta che si chiuse dietro di lei suonò come una liberazione. Fuori l'aria era fresca, quasi fredda, e Fabiola inspirò a pieni polmoni, come se avesse potuto lavare via l'odore della casa, l'odore di sé stessa. Con la vecchia Punto bianca, che un tempo usava la segretaria della Signora Rossi, viaggiò verso la lavanderia, non più di dieci minuti di strada fatta con calma, assaporando quel sentore di libertà. Quando scese si osservò riflessa nella vetrina, le scarpe con il tacco da 8 centimetri, una gonna sportiva ma elegante perché "quando esci non si deve vedere che sei una inutile sguattera, la gente deve vedere la moglie di Marco Rossi", le ripeteva sempre la suocera. Sentirla svolazzare discreta, con il suo tessuto morbido e di pregio che le sfiorava le gambe, le diede una gioia da far battere il cuore. La lavanderia di Renato era già aperta, le luci al neon ronzavano sopra le macchine, il vapore usciva dalle asciugatrici come un respiro affannoso. Renato era dietro il bancone, intento a contare qualche spicciolo, la pancia premeva contro il legno consunto. Alzò lo sguardo quando sentì il campanello sopra la porta, e il suo viso si illuminò in un sorriso che era troppo largo, troppo bianco, troppo falso per essere sincero. Ma a Fabiola non importava. Non le importava se era una menzogna, se era solo un gioco per lui. Perché quel sorriso, per quanto viscido, era pur sempre un sorriso. E in quella vita, lei non ne riceveva molti.
“Fabiola! La mia principessa!” La voce di Renato era un miele avvelenato, dolce e appiccicoso. “Che bello vederti. Pensavo non saresti venuta oggi.” Lei abbassò lo sguardo, le guance che le si colorarono di rosa, come ogni volta. “Sono qui”, sussurrò, posando la borsa sul bancone. “Devo lavare queste.” Renato allungò una mano, le dita grosse e callose che sfiorarono le sue, e Fabiola non si tirò indietro. Non come avrebbe fatto con Marco. Non come avrebbe fatto con la Signora Rossi. Perché lì, in quel posto che odorava di detersivo e sudore, si sentiva quasi umana. “Dai, lascia fare a me”, disse lui, prendendo la borsa e pesandola tra le mani. “Sei troppo magra per portare questi pesi. Una donna come te dovrebbe essere viziata e coccolata.” Le parole le scivolarono addosso come carezze, e Fabiola sentì qualcosa dentro di sé che si sciolse, qualcosa che somigliava alla speranza, o forse solo alla fame. Una fame che non aveva nulla a che fare con il cibo. “Grazie”, mormorò, e lui le sorrise di nuovo, gli occhi grigi che la scrutarono come se avessero potuto vedere attraverso la sua pelle, attraverso le sue bugie, attraverso tutto il marcio che si portava dentro. “Vieni, ti aiuto a caricare”, disse Renato, e lei lo seguì, i passi leggeri, quasi timorosi. Le macchine erano tutte libere, tranne una, dove una donna anziana stava caricando un cumulo di asciugamani macchiati di rosso. Fabiola evitò di guardarla. Non voleva vedere la pietà negli occhi degli altri. Non voleva vedere il giudizio.
Renato aprì la macchina, versò il detersivo con gesti esperti, e poi iniziò a caricare le lenzuola, una dopo l'altra, i muscoli delle braccia che si tesero sotto la maglietta sgualcita. Fabiola lo osservò, ipnotizzata dal modo in cui si muoveva, così diverso da Marco, così sicuro. Lui si voltò all'improvviso, e lei distolse lo sguardo, come se fosse stata colta in fallo. “Sai”, disse Renato, la voce più bassa, quasi intima, “ogni volta che vieni qui, mi chiedo come sia possibile che una donna così bella sia finita con un tipo come tuo marito.” Fabiola sentì il cuore fermarsi. Poi riprese a battere, così forte che le sembrò di soffocare. “Non… non so di cosa parli”, balbettò, ma lui rise, una risata grassoccia, piena di sottintesi. “Dai, Fabiola. Lo conoscono tutti. E' un poveraccio con la fortuna della famiglia ricca. Senza i soldi del padre sarebbe solo uno sfigato morto di fame. E poi l'ex segretaria della vecchia non era proprio una tomba. Ha raccontato di come ti trattano. Soprattutto la vecchia.” Le si avvicinò, troppo vicino, e lei indietreggiò, ma solo di un passo, solo quanto bastò per non sembrare troppo facile. “Tu meriti di più. Meriti un uomo che ti tratti come una regina.”
Le parole le bruciarono nelle orecchie, le scesero giù per la gola come whisky puro. Meriti di più. Nessuno gliel'aveva mai detto. Nemmeno Alessandro, perché anche lui, in fondo, la vedeva solo come una madre, come una vittima. Ma Renato… Renato la vedeva come una donna. E questo, in quel momento, era più pericoloso di qualsiasi minaccia.
“Non posso… “, iniziò a dire, ma lui le posò un dito sulle labbra, zittendola.
“Non devi dire nulla”, sussurrò. “Solo ascoltare.” E Fabiola ascoltò. Perché in quel momento, con le mani di Renato che le sfioravano il braccio, con il suo respiro caldo sul collo, con le promesse che le bisbigliava all'orecchio come preghiere, lei volle credere a ogni singola parola. Anche se sapeva che era una bugia. Anche se sapeva che, alla fine, lei non meritava nulla. Ma per quel giorno, solo per quel giorno, si concesse di sognare. Renato si avvicinò ancora, il suo corpo massiccio che le bloccava ogni via di fuga, non che lei ne cercasse una. Le sue mani, ruvide e calde, le scivolarono lungo le braccia, fino ai polsi, dove si fermarono, come se volesse sentirle il battito. “Sai”, continuò, la voce un sussurro roco, “se fossi mia moglie ti guarderei diversamente. Ti tratterei diversamente. Magari non avresti la ricchezza, ma di sicuro saresti la mia regina.” Fabiola chiuse gli occhi. Sentì il calore del suo corpo, l'odore di sudore e tabacco che emanava, mescolato a qualcosa di più dolce, qualcosa che somigliava a desiderio. Era così vicino che avrebbe potuto baciarla. Avrebbe potuto farle qualsiasi cosa. E lei, in quel momento, non si sarebbe opposta. Anzi. “Ti farei capire quanto sei bella”, disse Renato, e le sue labbra sfiorarono il lobo dell'orecchio di Fabiola, mandandole un brivido lungo la schiena. “Ti farei sentire desiderata.” Lei trattenne il fiato. Non era abituata a quelle parole. Non era abituata a essere toccata con gentilezza, anche se sapeva che era solo un'illusione, un gioco per arrivare a qualcosa di più carnale, di più sporco. Ma in quel momento, non le importò. Aveva bisogno di quella finzione. Aveva bisogno di credere che qualcuno, da qualche parte, potesse volerla per qualcosa di più che un buco dove svuotarsi.
Renato le prese il mento tra le dita, costringendola a guardarlo. I suoi occhi grigi erano intensi, pieni di una promessa che Fabiola non avrebbe mai osato pretendere. “Un giorno”, disse, “ti porterò via da qui.” Le parole le esplosero nel petto come una bomba. Portarmi via. Era un sogno. Era una menzogna. Era la cosa più pericolosa che qualcuno potesse dirle. Perché ora, anche se sarebbe tornata a casa, anche se si sarebbe inginocchiata di nuovo davanti a Marco, anche se avrebbe ingoiato ancora il suo sperma e le sue umiliazioni, avrebbe saputo che esisteva un'alternativa. E quella consapevolezza l'avrebbe distrutta. Renato si allontanò, finalmente, lasciandola tremante e confusa. “Ora vai”, disse, indicando le macchine. “Torna tra un'ora. Avrò finito tutto.” Fabiola annuì, incapace di parlare. Si sedette in auto e andò verso il supermercato con le mani che tremavano mentre guidava, ma in realtà aspettava. Aspettava che le lenzuola si lavassero, che lo sporco venisse via, che la sua vita, anche solo per un momento, sembrasse meno sporca di quanto non fosse. Ma sapeva già che non era così. Sapeva già che, non appena avesse varcato di nuovo la soglia di casa Rossi, sarebbe tornata a essere ciò che era sempre stata: una madre incapace, una serva inutile, una troia incapace di dare piacere da usare. Eppure, per la prima volta dopo anni, sentì qualcosa che somigliava a una fiammella di ribellione accendersi dentro di sé. Era debole, tremula, quasi impercettibile. Ma c'era.

E questo, per quel giorno, era abbastanza.
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