tradimenti
Resurrezione di una madre - cap. 4
13.04.2026 |
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"Dopo un tempo che Fabiola non sapeva distinguere lui si staccò, la guardò dritta negli occhi mentre le mani alzavano la gonna ancora di più..."
Il buio dello sgabuzzino era avvolgente e soffocante quando Fabiola si svegliò con un sobbalzo, il corpo indolenzito dalla notte passata sulla sua brandina con il materasso duro come il marmo. L’aria era densa, quasi viscida, e le si appiccicava ai polmoni come catrame. Allungò una mano verso il piccolo sgabello di metallo che fungeva da comodino, le dita che sfioravano la vibrazione del cellulare, la sveglia che lampeggiava sulle 5:47 con una luce bluastra e ostile. Ancora. Ancora un giorno. Ancora una recita.Si sollevò a fatica, le ossa che scricchiolavano come legno secco, i muscoli contratti, i capelli, arruffati e con ancora i residui di sperma della della sera prima quando Marco, dopo averla presa nel culo, aveva deciso di scaricarsi sulla sua faccia "perché scopi così male che meriti solo la sborra in faccia. Si fece la solita doccia con acqua tiepida, quasi fredda perché "sei così inutile da non meritare certe comodità", lavò con cura i capelli e li asciugò, rimanendo quasi stupita nel vederli ancora così morbidi e setosi ma, come le ripetevano spesso "sei così stupida che il buon Dio ti ha fatto la grazia di rimanere sempre bella". Si vestì in silenzio, con il solito camice grigio da sguattera, andò a preparare la tavola per la colazione, annaffiò i vasi di fiori e preparò la colazione mentre non riusciva a pensare a null'altro che tra due settimane Alessandro, il suo dolce e gentile bambino, sarebbe partito per i collegio. Due settimane. Due maledette settimane e Alessandro sarebbe partito per quel collegio a Treviso, lontano da lei, lasciandola li, in quella vita miserabile, nella vita che meritava perché era solo una inutile stupida, una sgualdrina incapace, che aveva avuto la fortuna di dare alla luce l'erede dei Rossi. Come farò senza di lui? si ripeteva ossessivamente. Come avrebbe fatto a vivere sapendo che suo figlio era là fuori, in un mondo che lei non poteva nemmeno sfiorare, senza neppure il suo sorriso per sopportare quella prigione fatta di umiliazioni e di sperma da ingoiare?
La cucina era immersa nella grigia luce delle mattine di inverno mentre Fabiola scaldava il latte per Alessandro e il pane per il toast con il prosciutto, la sua nuova piccola mania per la colazione. Le mani le tremavano pensando che, tra poco, non avrebbe più avuto quei momenti di gioia che solo Alessandro le regalava ogni giorno.
Alessandro emerse dalla sua stanza con i capelli ancora spettinati dal sonno, gli occhi assonnati ma già luminosi, come se quella casa non fosse un posto marcio e soffocante. Era l’unica luce in quel buio, l’unica cosa che le impediva di affondare del tutto. "Mamma," le sorrise, e per un istante, tutto il resto scomparve. Il peso sul petto si alleggerì, solo per un secondo, solo il tempo di ricambiare quel sorriso, le dita che sfioravano il suo viso come per assicurarsi che fosse reale. "Hai dormito bene?" gli chiese, anche se sapeva già la risposta. Alessandro annuì, distratto, mentre si versava il latte, le dita che tamburellavano sul tavolo come se avesse già la musica in testa. "Oggi ho lezione di piano dopo scuola," disse, e Fabiola sentì il cuore stringersi in una morsa. Due settimane. Due maledette settimane e non avrebbe più sentito il suono della sua voce al mattino, non avrebbe più visto quel sorriso pigro mentre si svegliava, non avrebbe più potuto proteggerlo da niente.
Lo accompagnò a scuola, ascoltò il suo stupore nel vedere un merlo volare per qualche secondo vicino al finestrino, la sua risata che sembrava il canto di mille passerotti, guardava il suo giocare con le dita fingendo di suonare la chitarra, che aveva ricevuto per Natale. Davanti al cancello della scuola lo abbracciò, gli diede un bacio sulla fronte e gli disse semplicemente "Stai attento," quasi sussurrando con le labbra contro i suoi capelli, respirando a fondo l’odore di shampoo alla mela e bambino che ancora gli si attaccava addosso. Lui si voltò, le diede un bacio sulla guancia, e poi fu fuori, la portiera della Punto che si chiudeva dietro di lui, come un colpo di pistola. Fabiola rimase lì, la mano ancora sollevata come per trattenerlo, il respiro che le bruciava in gola. Dio, come farò senza di lui? Come avrebbe fatto a vivere in un mondo in cui lui non c’era più, in cui lei era solo un fantasma che si aggirava tra le stanze di una casa che non era mai stata sua?
Tornò a casa, si cambiò indossando il grembiule grigio che sembrava sempre più simile a una morsa per piegare il metallo. Salì le scale con la lentezza di chi sa che ogni gradino la porta più vicino all’inferno. La camera di Marco puzzava ancora del sesso della sera prima mentre i suoi vestiti erano sparsi un po' ovunque. Con il solito rituale lo svegliò, lo accompagnò in bagno, asciugò le ultime gocce della sua pisciata e poi gli svuotò le palle, ingoiando tutto. Ma qualcosa era cambiato in lei. Il disgusto si faceva più forte, la voglia di schiaffeggiarlo faceva capolino ogni momento, ma resisteva perché sapeva che avrebbe avuto la crema da corpo, quella nuova, quella che era stata acquistata per errore e che le donava una lucentezza della pelle tutta nuova. Quella crema era un balsamo per la sua vita perché, il primo giorno che poté usarla, Renato se ne accorse subito e le disse "Oggi brilli come il sole, principessa".
Renato, il suo piccolo rifugio, l'uomo che la trattava con una gentilezza che le faceva tremare qualcosa nel petto, e che aveva preparato nel retro della lavanderia un piccolo divano, logoro certo, ma per lei era un trono, perché "questo è qui solo per te, così quando vieni puoi sederti e aspettare in comodità". Era l'unico uomo che la baciava con una passione dolce, che sembrava non poter fare a meno delle sue labbra, come se ogni bacio fosse una carezza sull'anima, qualcosa che nessuno le aveva mai dato.
Renato le aveva mostrato cosa significasse essere desiderata, e Fabiola faticava ogni giorno di più a sopportare tutto il resto. Resisteva perché temeva che, se avesse ceduto, le avrebbero tolto anche quello.
Renato sembrava l'unica persona adulta davvero felice di vederla. E quelle sensazioni avevano scalfito, piano piano, la corazza che si era costruita attorno al cuore. Lui non mancava mai di dirle quanto era brava nel piegare le lenzuola, di come camminasse con eleganza, che le sue labbra sapevano di buono e che i suoi baci erano i migliori che avesse mai assaggiato. E lei gli credeva. Aveva disperatamente bisogno di credere di non essere così inutile da non saper dare piacere a un uomo, da non meritare attenzioni e gentilezza. Ogni sua parola era un seme che instillava in lei una speranza, anche se, forse, quell'uomo diceva tutte quelle cose, la trattava così bene, perché probabilmente lei era veramente bella, ma soprattutto molto più giovane di lui. Ma non le importava, aveva solo bisogno dei suoi baci e delle sue carezze. E quello era il giorno della lavanderia e Fabiola sentiva di poter dare, anzi di dover dare qualcosa di più a quell'uomo. Mise la gonna lunga, quella che quando la metteva lui diceva sempre "con questa sembri una diva del cinema, principessa", i tacchi alti, che per quanto sobri la slanciavano facendole andare il culetto all'indietro. Mise la camicia di seta bianca con il reggiseno di pizzo bianco così, prima di arrivare, avrebbe sganciato un paio di bottoni, permettendogli di vedere un po' di più.
Le strade di Padova erano un fiume di rumore, il traffico che rombava, i clacson che si mescolavano alle voci dei venditori ambulanti, l’odore di gas di scarico e frittelle fritte che entravano dal finestrino. Fabiola guidava con un'urgenza nuova, la borsa della spesa che si muoveva sul sedile quando curvava veloce. Il cielo era coperto, una minaccia di pioggia che si addiceva alla sua vita, ma sotto tutto quel grigio, c’era quel pensiero. Renato. Le sue mani grandi, la sua voce roca, il modo in cui la guardava come se fosse qualcosa di più di un cumulo di ossa e disperazione.
Quando entrò nella lavanderia, il campanello sopra la porta suonò con un tintinnio discreto e, per un istante, tutto il resto scomparve. L’odore di amido e detersivo la avvolse, familiare e rassicurante in un modo che non avrebbe mai pensato possibile. Renato era dietro il bancone, la camicia spiegazzata che si tendeva sulla sua pancia prominente, i tatuaggi che sbucavano dal colletto slacciato, con serpenti, rose appassite, nomi di donne che probabilmente aveva dimenticato. Quando la vide, i suoi occhi grigi si illuminarono, e come succedeva solo con lui, Fabiola si sentì vista. Non come una serva. Non come un oggetto. Come una donna.
"Fabiola, lo sai che con quella gonna e quei tacchi sembri una diva del cinema? " disse, la voce un ruggito basso che le fece vibrare la pelle, come se quelle due sillabe fossero una carezza. "Sei in anticipo oggi." Lei abbassò lo sguardo, le guance che si infiammavano, il calore che le saliva dal collo alla radice dei capelli. "Ho finito prima," mentì, perché in realtà aveva guidato più velocemente del solito, il cuore che le batteva all’impazzata al pensiero di lui, delle sue mani, della sua bocca. Renato si avvicinò, il suo odore di sigarette, sudore, dopobarba economico che non riusciva a coprire del tutto il tanfo di uomo vissuto, che le riempiva le narici, facendole girare la testa.
"Hai portato le solite lenzuola di quel porco?" chiese, e lei annuì, tirando fuori la busta di plastica con le lenzuola macchiate di sudore e sperma di Marco. Lui la prese, ma invece di girarsi, rimase lì, troppo vicino, il calore del suo corpo che le bruciava attraverso i vestiti. "Sei bellissima oggi," le sussurrò, e Fabiola sentì le ginocchia tremare. Non rispose. Non poteva. Le labbra le tremavano, e quando lui allungò una mano per sfiorarle la guancia, non si tirò indietro. La sua pelle era ruvida, callosa, le dita grandi che le accarezzavano la guancia come se fosse porcellana. "Renato…" iniziò, ma lui scosse la testa, un sorriso stanco che gli increspava le labbra. "Non parlare," disse. "Vieni con me."
La portò nel retro, dove le macchine per la stiratura ronzavano in sottofondo, il vapore che si sollevava nell’aria come una nebbia, avvolgendo tutto in un velo biancastro. C’era quel divanetto consunto in un angolo, quello che per lei sembrava un trono perché Renato diceva che era li solo per lei, coperto da un plaid a scacchi logoro, e Renato, tenendola per mano, la spinse dolcemente verso di esso. "Siediti," le ordinò con una gentilezza che nascondeva lussuria, e lei ubbidì, le gambe che si piegavano sotto di lei, il cuore che le martellava nelle costole come se volesse uscirne. Lui si inginocchiò davanti a lei, le mani grandi che le afferrarono le ginocchia, spalancandole con lentezza, come se aspettasse una protesta. Ma Fabiola non protestò, lo lasciò fare mentre sentiva il calore aumentare tra le cosce. "Oggi con questa gonna, questa camicetta, i tacchi … sei irresistibile," osservò, le dita che scivolavano lungo il tessuto leggero, sollevandolo appena per rivelare le sue cosce nude, la pelle olivastra luminosa e morbida. Fabiola trattenne il fiato, il cuore che le batteva così forte che era sicura lui potesse sentirlo. Lui si avvicinò e la baciò delicatamente, prima solo con le labbra, poi con più passione ma questa volta fu lei ad insinuare la lingua per prima, a prendergli la nuca per stringerlo a lei in un bacio passionale, caldo, lussurioso. Dopo un tempo che Fabiola non sapeva distinguere lui si staccò, la guardò dritta negli occhi mentre le mani alzavano la gonna ancora di più. "Posso?" chiese, e anche se era una domanda, sapeva che non era davvero una scelta. Ma per la prima volta, lei voleva dire di sì. Annuì, le labbra ancora umide del suo bacio, e lui non perse tempo. Le mani di Renato le sollevarono la gonna, rivelando il suo sesso nudo, non indossava le mutandine, perché sperava succedesse qualcosa. "Cazzo, Fabiola," gemette lui, la voce roca, gli occhi che si oscuravano mentre la fissavano. "Sei già bagnata … per me". Le sue dita scivolarono lungo le sue labbra, raccogliendo l’umidità che già le scorreva tra le gambe, il dito medio che si insinuava dentro di lei per poi tornare alla sua bocca "Sei così dolce," sussurrò, e poi la sua bocca fu su di lei. Il primo tocco della sua lingua fu come un fulmine. Fabiola sobbalzò, le dita che si aggrappavano alla coperta, le ginocchia che si chiudevano istintivamente intorno alla sua testa. Ma Renato non si fermò. La sua lingua era calda, ruvida, e si muoveva disegnando cerchi lenti e umidi intorno al suo clitoride, come se avesse tutto il tempo del mondo, come se non ci fosse nulla di più importante che assaporarla.
"Dio…" ansimò lei, la testa che ricadeva all’indietro, gli occhi che si chiudevano mentre il mondo intorno a lei si dissolveva in un turbine di sensazioni. Non era mai stata leccata così, anzi, forse non era mai stata leccata affatto, neppure lo ricordava. Marco la prendeva, la usava, la sbatteva come una bambola di pezza, ma non l’aveva mai adorata. E Renato stava facendo proprio questo. Le sue labbra si chiusero intorno al suo clitoride, succhiando con una pressione perfetta, la lingua che lo sfiorava in movimenti rapidi e precisi, come se sapesse esattamente dove toccarla, come farla impazzire. Fabiola gemette, i fianchi che si sollevavano dal divano, cercando di più, di tutto. "Sì, così, grazie, grazie, ti prego non fermarti…" supplicò, le parole che le uscivano dalle labbra senza che potesse fermarle, la voce rotta dal desiderio.
Le dita di Renato scivolarono dentro di lei, due, poi tre, allargandola, esplorandola, mentre la sua lingua continuava a torturarla. "Sei così gustosa," grugnì contro la sua carne, la voce vibrante che le faceva tremare le cosce. "Così calda." Fabiola sentì il suo corpo tendersi, i muscoli che si contraevano intorno alle sue dita, un qualcosa di potente e inarrestabile cresceva in lei, qualcosa di sconosciuto e inebriante. "Renato, per favore…" singhiozzò, le unghie che graffiavano la coperta, il corpo che tremava, sospeso sul baratro del piacere. Lui non rispose con parole. Lo fece aumentando il ritmo, le dita che si muovevano dentro di lei implacabili, la lingua che premeva più forte, più veloce, fino a quando Fabiola non sentì più nulla se non il calore che esplodeva dentro di lei. L’orgasmo la travolse come un’onda, violento e dolce allo stesso tempo, le gambe che si chiudevano intorno alla testa di Renato mentre urlava il suo nome, le lacrime che le scorrevano sulle guance, mescolandosi al sudore che le imperlava la fronte. "Oh Dio, sì, così, non smettere, per favore, Dio, sì!" Le parole si spezzarono in un grido strozzato, il corpo scosso da tremiti incontrollabili, le dita di Renato che continuavano a muoversi dentro di lei, prolungando l’orgasmo fino a quando non fu sicuro che avesse svuotato ogni goccia di piacere.
Quando finalmente si rilassò, il corpo ancora scosso da scariche elettriche, Renato si sollevò, le labbra lucide dei suoi succhi, gli occhi che bruciavano di desiderio represso. "Vedi?" le sussurrò, sfiorandole la guancia con il pollice, la pelle ancora umida delle sue lacrime. "Sei una regina. Meriti di essere trattata come tale." Fabiola lo guardò, il respiro ancora affannoso, il cuore che le batteva così forte che sembrava volesse uscirle dal petto. Per la prima volta in anni, si sentì umana. Non un oggetto. Non una serva. Una donna. E in quel momento, mentre il mondo fuori continuava a girare indifferente, capì che non poteva tornare indietro. Non dopo questo. Non dopo aver assaggiato, anche solo per un istante, cosa significava essere desiderata. "Renato…" iniziò, la voce tremante, le dita che si chiudevano attorno al suo polso, come se potesse trattenerlo lì per sempre. Lui le posò un dito sulle labbra, zittendola. "Non dire nulla," disse, la voce bassa, carica di promessa. "Lascia che ti ringrazi per la tua dolcezza, e per avermi permesso di darti un piccolo pezzettino del piacere che una principessa come te meriterebbe ogni giorno."
E per la prima volta, lei ci credette. Per la prima volta, permise a sé stessa di sperare. Perché se c’era una cosa che Renato le aveva appena dimostrato, era che meritava di più di quella vita di merda. Meritava di più di un uomo che la trattava come un cestino della spazzatura. Meritava di più di una vita passata in ginocchio, a leccare sperma e ingoiare umiliazioni.
Meritava di essere libera. E, per la prima volta, sentì che forse, solo forse, c'era una via d'uscita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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