tradimenti
Resurrezione di una madre - Cap. 1
13.04.2026 |
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""Guarda come si succhia un cazzo, troia, " ringhiò Marco, salendo sul letto con un movimento agile..."
Questa storia non l’ho inventata io. È qualcosa che ho vissuto sulla mia pelle, attraverso le parole di chi l’ha vissuta davvero. Persone a noi vicine, che dopo aver letto alcuni dei miei racconti, hanno accettato di lasciarmi raccontare la loro verità. Ascoltarla non è stato semplice, né per loro né per me. Scriverla è stato ancora più difficile.Luoghi, nomi, date: tutto stravolto dalla mia fantasia perché, come scoprirete, ci sono prove vere di questa storia, ancora oggi disseminate su siti che non si cancellano. Prove che bruciano, che urlano, che non lasciano scampo.
Spero che almeno un po’ questa narrazione vi scaldi dentro, vi faccia sentire l’angoscia di lei, la rabbia, il sollievo. Che vi faccia capire come, nonostante tutto, sia riuscita a trovare la sua pace. E a vivere, finalmente, senza più quella dannata ombra alle spalle.
Buona lettura. E se vorrete commentare, per elogiarmi o criticarmi, fatelo pure. Mi aiuterà a capire dove andare avanti e dove, invece, migliorare. Baci … L.
Il grigio dell’alba su Padova non era mai stato così pesante. Non era solo la nebbia che avvolgeva le strade deserte, né il freddo umido che si insinuava nelle ossa come un veleno lento. Era qualcosa di più viscerale, una sensazione di oppressione che sembrava filtrarsi attraverso le mura della villa dei Rossi, una dimora imponente e silente, dove ogni pietra, ogni tendaggio, ogni mobile antico respirava disprezzo. Fabiola lo sentiva quel peso, lo portava addosso come una seconda pelle, più stretta e soffocante del grembiule grigio che le pendeva dalle spalle, macchiato di sudore, di lacrime asciutte, di tracciati di umiliazioni costanti. Il tessuto ruvido le sfregava contro la pelle già irritata, un promemoria costante del suo ruolo: non era una moglie, non era una madre. Era meno di una serva. Era un nulla.
Le dita le tremavano mentre strizzava il panno nel secchio d’acqua sporca, le nocche arrossate e screpolate, la pelle che si lacerava ad ogni movimento. L’acqua era fredda, quasi gelida, ma lei non osava chiedere di riscaldarla. Sa che anche una richiesta così minima sarebbe stata interpretata come un’affronto, un segno della sua ingratitudine. La Signora Rossi non tollerava debolezze, né bisogni. Esigeva solo obbedienza. E Fabiola aveva imparato, nel corso degli anni di matrimonio, a obbedire senza fiatare, a piegarsi fino a spezzarsi pur di evitare l’ira di quella donna che la guardava come si guarda un insetto schiacciato sotto la suola di una scarpa.
Il pianto di Alessandro, il suo bambino, le arrivava attutito dalla stanza attigua, un lamento flebile e spezzato che le trafiggeva il cuore come una lama arrugginita. Avrebbe voluto correre da lui, stringerlo al petto, sussurrargli che tutto sarebbe andato bene, che la mamma era lì, che non l’avrebbe mai abbandonato. Ma non osava. Sapeva che la Signora Rossi le avrebbe rimproverato di trascurare i suoi doveri, che Marco l’avrebbe accusata di essere una madre incapace, che anche quel piccolo gesto di amore sarebbe stato distorto, trasformato in un’altra prova della sua inettitudine. Così rimase lì, in ginocchio sul pavimento di marmo lucido, le mani immerse nell’acqua sudicia, il corpo curvo in una posizione di sottomissione che ormai le veniva naturale come respirare.
La cucina era un'oasi di profumi freschi e pulizia impeccabile, un contrasto stridente con la misera esistenza che Fabiola era costretta a sopportare. L'aria era satura del dolce aroma di fiori freschi che ogni giorno erano stati sostituiti, mescolandosi con il profumo di bucato appena stirato. Il tavolo di legno scuro, lucido come seta, era stato apparecchiato con una precisione maniacale: le posate d'argento, lucenti come specchi, erano state allineate lungo il bordo dei piatti di porcellana fine, decorati con delicate rose blu. I tovaglioli di lino, piegati in triangoli così perfetti da sembrare tagliati con un coltello, avevano profumo di bucato fresco. La tazza della Signora Rossi, sempre la stessa, decorata con un motivo floreale dorato, era stata posizionata esattamente a tre dita dal bordo del tavolo, come un trofeo di cristallo in una vetrina. Un errore, anche minimo, sarebbe stato motivo di umiliazione. Fabiola lo sapeva. Lo sapeva fin troppo bene. Mentre le sue mani, ruvide e callose, si erano mosse con precisione meccanica, il contrasto tra la sua condizione di serva e l'opulenza che la circondava era diventato quasi insopportabile.
Le aveva provate tutte, all’inizio. Aveva cercato di compiacere, di anticipare ogni desiderio, ogni capriccio. Aveva pulito fino a far sanguinare le dita, cucinato piatti che poi venivano gettati nella spazzatura con un gesto di disgusto, stirato le camicie di Marco fino a che i bottoni non scintillavano, solo per sentirsi dire che erano ancora stazzonate. Aveva imparato, a sue spese, che nulla sarebbe mai stato abbastanza, che per la Signora Rossi lei sarebbe sempre stata la troia di strada che aveva osato insinuarsi in una famiglia nobile, la puttana senza educazione che aveva sedotto suo figlio con le gambe aperte e la morale lasca. Sapeva che per Marco sarebbe sempre stata un buco da riempire quando non aveva di meglio, un corpo da usare e umiliare, un oggetto da calpestare per ricordare a se stesso di essere un uomo.
E così, aveva smesso di provare. Aveva smesso di sperare. Si limitava a sopravvivere, un giorno dopo l’altro, un’umiliazione dopo l’altra, in attesa che qualcosa, o qualcuno, la salvasse da quell' inferno. Ma sentiva, nel profondo, che la salvezza non sarebbe arrivata. Non per lei.
Il rumore dei passi della Signora Rossi risuonò nel corridoio come un presagio di tempesta. Fabiola sentì il corpo irrigidirsi, le spalle curve sotto il peso di uno sguardo che non aveva ancora posato su di lei. La suocera entrava sempre così, come se il mondo dovesse fermarsi al suo passaggio, come se l’aria stessa dovesse trattenere il respiro in segno di rispetto. Oggi non faceva eccezione. La porta si aprì con un cigolio sinistro, e lì, sulla soglia, apparve la sagoma scura della Signora Rossi, avvolta in un abito nero che sembrava risucchiare ogni barlume di luce dalla stanza. I capelli grigi, tirati indietro in una crocchia così stretta da sembrare dolorosa, non avevano un filo fuori posto. Le labbra sottili, dipinte di un rosso scuro che ricordava il sangue secco, erano piegate in una smorfia che non era un sorriso, ma una dichiarazione di guerra.
"Il caffè" disse la Signora Rossi. Non era una domanda. Era un ordine.
Fabiola si alzò in fretta, le ginocchia che scricchiolavano, le mani che tremavano mentre versava il liquido nero nella tazza di porcellana. Un goccio schizzò sul piattino, macchiando la superficie bianca come una ferita aperta. La Signora Rossi sbuffò, un suono che sembrò riempire la cucina, soffocante come fumo. "Patetica" mormorò, quasi tra sé e sé, come se stesse semplicemente constatando un fatto incontrovertibile. "Non sai fare nemmeno questo. Marco avrebbe dovuto sposare una donna di famiglia, non una sgualdrina affamata."
Fabiola serrò i denti, le unghie conficcate nei palmi delle mani fino a farle male. Non rispose. Sapeva che qualsiasi parola sarebbe stata usata contro di lei, distorta, trasformata in un’altra prova della sua arroganza, della sua ingratitudine. Sapeva che la Signora Rossi viveva per quelle piccole vittorie, per quei momenti in cui poteva ricordarle, e ricordare a se stessa, chi fosse veramente la padrona di quella casa.
Marco entrò poco dopo, trascinando i piedi come se il peso del mondo gli gravasse sulle spalle. I capelli castani, spettinati e unti, gli cadevano sulla fronte in ciocche disordinate, gli occhi marroni annebbiati da una noia che sembrava congenita. Non salutò. Non guardò nemmeno sua moglie. Si lasciò cadere sulla sedia con un gemito, allungando le gambe sotto il tavolo come se il mondo gli dovesse spazio per esistere. La camicia, stropicciata e macchiata di chissà cosa, lasciava intravedere il petto magro e pallido, una distesa di pelle flaccida che Fabiola aveva imparato a disprezzare quasi quanto disprezzava se stessa per avergli concesso se stessa.
Lui afferrò il giornale aperto sul tavolo, sfogliandolo con noncuranza, mentre la madre gli versava il caffè con gesti misurati, quasi rituali. Nessuno dei due degnò Fabiola di uno sguardo. Era l’aria che respiravano, l’ombra che non meritava attenzione. Era meno di un mobile. Meno che un cane.
"Hai visto, tesoro?" La voce della Signora Rossi era tagliente, affilata per infliggere il massimo dolore con il minimo sforzo. "Tua moglie ha rovesciato il caffè. Ancora." Il tono era una lama, che affondava senza pietà.
Marco sollevò appena gli occhi dal giornale, lo sguardo annebbiato dalla nottata di bagordi. «Non mi sorprende» disse, con una risata secca e priva di allegria. "È buona solo a spalmarsi le gambe." Rise di nuovo, un suono che risuonò nella cucina come un colpo di frusta, mentre si aggiustava i pantaloni con un gesto lento, deliberato. Fabiola sentì il sangue defluirle dal viso, ma rimase immobile. Sapeva che qualsiasi reazione, pianto, rabbia, anche solo un tremito, sarebbe stata interpretata come debolezza. E la debolezza, in quella casa, era carne da macello.
Il pianto di Alessandro si fece più insistente, un suono straziato che sembrò finalmente penetrare la corazza di indifferenza dei due. La Signora Rossi si voltò verso la porta della camera, le labbra piegate in una smorfia di disgusto. "Non riesci a farlo smettere?" chiese, anche se sapeva già la risposta. "È da ieri sera che strilla. Se non sai badare neppure a un bambino, a che servi?" Non attese risposta. Si alzò, il movimento fluido e minaccioso come quello di un predatore, e si diresse verso la camera. Fabiola istintivamente fece un passo avanti, ma la mano di Marco le serrò il polso con una forza che le fece male.
"Dove credi di andare, troia?" La voce era bassa, carica di una violenza che non aveva bisogno di urlare per farsi sentire.
"Lasciami… voglio vedere se sta bene" balbettò lei, sentendo il cuore martellarle nel petto come un animale in gabbia.
Marco rise di nuovo, una risata che le gelò il sangue. "Sta bene. Sta solo piangendo perché ha una madre incapace." Strinse più forte, le dita affondando nella carne fino a lasciarle lividi a forma di mezza luna. "Tu stai qui. E fai quello che ti dico." Con l’altra mano, si aggiustò il cavallo dei pantaloni, dove già si intravedeva il rigonfiamento osceno del suo desiderio. Fabiola chiuse gli occhi per un istante, sapendo cosa sarebbe seguito. Sapeva che resistere sarebbe stato peggio. Sapeva che, in quel momento, non era una donna. Era un buco. Un oggetto. Qualcosa da usare e gettare via.
Non attese. Con un movimento brusco, la spinse in ginocchio. Il pavimento freddo le penetrò attraverso il sottile cotone della gonna, mandando una scossa di dolore lungo le ginocchia già escoriate. "Apri quella bocca da puttana" ordinò, la voce roca di eccitazione. Non c’era amore in quel comando. Non c’era nemmeno odio. C’era solo il bisogno di dimostrare il suo potere, di ricordarle, e ricordare a se stesso, chi comandava.
Fabiola obbedì. Le labbra le tremavano, ma si aprirono lo stesso, accogliendo il membro già duro e umido di eccitazione che Marco le spinse tra i denti. Il sapore amaro del suo sudore, di preservativo che evidentemente aveva usato la notte prima, le invase la lingua, mescolandosi alla bile che le risaliva in gola. Lui afferrò una ciocca dei suoi capelli, tirandola indietro con abbastanza forza da farle lacrimare gli occhi. "Succhia, puttana. Fammelo venire duro." Non era una richiesta. Era un ordine. E lei, come sempre, eseguì.
Le guance le si infossarono mentre cercava di accomodare la sua bocca attorno a quella massa di carne pulsante, le labbra strette intorno all’asta mentre la saliva le colava dagli angoli, bagnandole il mento, il collo, macchiando ulteriormente il grembiule già sudicio. Marco gemette, un suono gutturale che era metà piacere, metà disprezzo. "Muovi quella bocca. Prendilo tutto, cagna." Spinse più a fondo, il glande che le sfiorava la gola, provocandole un conato. Lei tossì, le lacrime che le solcavano le guance, ma non si ritirò. Non osava. Sapeva che se avesse vomitato, lui l’avrebbe costretta a leccare anche quello.
"Guarda che schifo" commentò la Signora Rossi, tornata in cucina come uno spettro silenzioso. Si era fermata sulla soglia, le braccia conserte, gli occhi grigi che brillavano di un sadismo freddo e calcolato. "Non sai fare niente, Fabiola. Nemmeno un pompino decente." Si avvicinò, il tacco delle scarpe nere che batteva sul pavimento come un metronomo del suo disprezzo. Si chinò, afferrando il collo di Fabiola tra le dita ossute, costringendola ad ingoiare il membro del marito fino in fondo. "Guarda quanto sei patetica. In ginocchio per un uomo che ha gettato il suo seme in una vacca inutile."
Fabiola voleva chiudere gli occhi. Voleva sparire. Ma non poteva. Era intrappolata lì, con la bocca piena di carne, le narici invase dall’odore di sudore e dominazione, mentre la suocera le parlava come se fosse un animale da addestrare. "Dovresti ringraziarlo, sai? Lui è l’unico motivo per cui sei ancora qui. Senza di lui, saresti in mezzo a una strada, con quel bastardo tra le gambe." Le dita della Signora Rossi le strinsero il collo con ancora più forza. "Ma anche così, non vali nulla. Sei solo un grembo che ha partorito mio nipote. Nient’altro."
Marco ansimava ora, i fianchi che si muovevano in scatti sempre più violenti, le dita intrecciate nei capelli di Fabiola come briglie, del tutto indifferente alla presenza della madre. "Sto per venire, troia. Ingoia tutto, altrimenti la pagherai." Lei annuì quanto poteva, gli occhi sbarrati dal terrore e dall’umiliazione. Era consapevole che non era una minaccia vuota. Sapeva che, se avesse osato sputare, lui l’avrebbe picchiata. O peggio. L’avrebbe costretta a leccare il pavimento dove il suo seme sarebbe colato, umiliandola davanti alla suocera, davanti a se stessa.
Il primo fiotto di sperma le esplose in gola, caldo e denso, con una violenza che le tolse il respiro. Fabiola deglutì convulsamente, cercando di mandare giù ogni goccia, ma era troppo. Il liquido le colò dalle labbra, scivolando sul mento, sul collo, macchiando il grembiule grigio che già puzzava di sudore e sottomissione. Marco gemette, un suono animale, mentre si svuotava dentro di lei, le dita che le tenevano la testa ferma, costringendola a prendere fino all'ultima stilla del suo disprezzo.
Quando finalmente si ritirò, il membro ancora semi-eretto che le sfiorava la guancia, Fabiola rimase lì, in ginocchio, tremante. Il sapore del suo sperma le riempiva la bocca, mescolato al gusto dell'umiliazione. La Signora Rossi si raddrizzò, soddisfatta, come se avesse appena assistito a uno spettacolo particolarmente gratificante. "Patetica" ripeté, prima di voltarsi verso il figlio. "Marco, hai lasciato metà del tuo caffè. Vuoi che questa cosa te lo riscaldi?"
Marco rise, sistemandosi i pantaloni con un gesto lento, deliberato. "No, madre. Ma magari più tardi mi farò leccare anche il culo. Tanto è già abituata." Rise di nuovo, mentre Fabiola sentiva le lacrime bruciarle gli occhi. Non per il dolore fisico. Non per l’umiliazione. Ma per la consapevolezza che, in quel momento, non era nulla. Peggio di nulla. Era solo un corpo. Un recipiente vuoto, buono solo per essere riempito aa piacimento.
La Signora Rossi annuì, come se quella fosse la risposta più naturale del mondo. "Bene. Allora, Fabiola, visto che sei così brava a pulire, perché non cominci dal pavimento? Con la lingua." Indicò una macchia scura vicino ai piedi di Marco, dove qualche goccia di sperma era colata. "Non vorrai mica lasciare che si asciughi, vero?"
Fabiola esitò solo un istante, consapevole che resistere sarebbe stato inutile perché in quella casa, la sua volontà, non contava nulla. Si chinò, le labbra che tremavano, la lingua che si allungava per leccare il pavimento freddo, raccogliendo i resti del seme di Marco, il sapore salato e amaro che le riempiva la bocca di nuovo. Mentre lo faceva, sentì lo sguardo della Signora Rossi su di lei, pesante come una condanna. E quello di Marco, che rideva, soddisfatto, mentre si versava un altro caffè.
"Brava ragazzetta" disse lui, con un tono che era una carezza e uno schiaffo allo stesso tempo. "Vedi, madre? Sa fare qualcosa, alla fine."
La Signora Rossi non rispose. Si limitò a sorseggiare il suo caffè, gli occhi fissi su Fabiola, come se stesse memorizzando ogni istante di quella scena per poterla rievocare ogni volta che avesse avuto bisogno di ricordare a se stessa che era lei la padrona, anche della moglie del figlio.
E Fabiola, in ginocchio, con la bocca piena del sapore della sua stessa umiliazione, i capelli che le cadevano sul viso, sapeva che non c’era via d’uscita. Non poteva scappare, non poteva abbandonare il suo piccolo bambino, l'unica cosa che la teneva in vita.
Gli anni scorrevano, monotoni e oppressivi, sotto il giogo della suocera e l'indifferenza del marito, spezzati solo da rare serate mondane a cui Marco la trascinava per salvare le apparenze. In quelle occasioni, Fabiola aveva il premesso di godere della vasca padronale, dei servizi della parrucchiera e degli abiti eleganti che la facevano sentire, per una volta, una donna e non una schiava. Quei momenti erano come boccate d'aria fresca, brevi istanti in cui gli sguardi degli altri la riconoscevano come un essere umano e non come una bestia da soma. Marco, in quelle serate, la trattava con una gentilezza che sapeva di finzione, ma Fabiola recitava la sua parte alla perfezione, determinata a non dare ulteriori motivi di umiliazione alla famiglia. Al ritorno, però, la realtà la travolgeva. Marco la portava nella sua stanza, quella che avrebbero dovuto condividere come marito e moglie, e la possedeva a lungo, trovando sempre nuovi modi per umiliarla. Le ordinava di ballare e di spogliarsi come una puttana. Altre volte la obbligava a vestirsi come una prostituta di strada e ad inginocchiarsi davanti a lui dandole cinque euro, perché quello valevano i suoi pompini. All'inizio, l'umiliazione era insopportabile, ma con il tempo, la mente di Fabiola si piegò, accettando quella vita come degna della sua inutilità. Ormai riteneva normale tenere in mano il membro del marito urinava per poi asciugare le ultime gocce la bocca, oppure leccare il suo culo mentre lo masturbava. Ormai anche lei riteneva giusto essere penetrata solo analmente, almeno così non avrebbe rischiato di "sfornare un altro figlio di puttana".
Fabiola si era abituata alla sua condizione, ma quella sera qualcosa di diverso accadde. Mentre dormiva sulla sua brandina nella stanza di Alessandro, sentì Marco entrare. Con uno schiocco delle dita la chiamò a sé ordinandole di seguirlo. Quando entrò nella camera da letto, vide una donna bellissima, con tratti tipici dell'Europa dell'Est: lunghi capelli biondi, occhi chiari, gambe interminabili e un seno generoso. Indossava una minigonna inguinale, stivali bianchi che le arrivavano alle cosce e un top che a malapena conteneva il suo seno. Il trucco pesante, esaltava i suoi zigomi alti e gli occhi a mandorla, tipici delle popolazioni siberiane. "Ecco una professionista," disse Marco con un ghigno. "Guarda come si dà piacere a un uomo, almeno imparerai a essere utile per qualcosa. "Fabiola osservò mentre Marco le porgeva due banconote da cinquecento euro, costringendola a inginocchiarsi ai piedi del letto. "Guarda, guarda come si succhia un cazzo," ordinò, mentre la donna iniziò a leccare e succhiare con maestria. Fabiola guardò, convinta che fosse giusto, come riteneva giusto che perfino quella prostituta la guardasse con disprezzo. Rimase li, per più di un'ora ad osservare un amplesso fatto di finti orgasmi della donna che sembravano autentici, pompini dove alternava succhiate profonde a leccate piene di maestria, sperando un giorno di poter essere così brava.
Per Marco, portare prostitute in casa divenne una routine, e Fabiola sentì che il suo posto era lì, a osservare, ad apprendere, a cercare finalmente di diventare utile. La notte del suo ventitreesimo compleanno, Marco la chiamò. Quando entrò nella stanza, rimase senza fiato. Una donna alta, con la pelle ambrata che brillava sotto la luce soffusa, gambe che sembravano non finire mai, un seno perfetto, chiaramente opera di un chirurgo, come le labbra carnose e gli zigomi scolpiti. Fabiola la guardò, sentendo un brivido strano. E non si sbagliò. Quando la donna si tolse la minigonna, Fabiola vide chiaramente che era una transessuale. "Questo è il tuo regalo, mogliettina. Stasera ci divertiremo con te. Sei contenta?" Fabiola esitò, ma Marco l'afferrò per i capelli, trascinandola in ginocchio davanti a Chantal, così si faceva chiamare la transessuale. Con un ringhio rabbioso Marco chiese nuovamente, "Sei contenta, lurida ingrata?" Fabiola annuì, prima timidamente, poi con più convinzione. "Sì, marito mio, grazie."
Fabiola era lì, in ginocchio, con l'enorme membro di Chantal che le dominava la visuale. Anche flaccido, era una visione intimidatoria, una promessa di piacere e dolore. "Avanti, mogliettina, fallo diventare duro per Chantal," ordinò Chantal con il suo accento portoghese, e Fabiola obbedì, la lingua che danzava sulla pelle vellutata, ricordando le notti in cui aveva visto altre donne fare lo stesso per Marco. Lo sentì crescere tra le sue labbra, un'erezione che si gonfiava, sempre più possente, sempre più invadente. Chantal muoveva i fianchi con un ritmo ipnotico, gemiti di piacere che le sfuggivano dalle labbra mentre guidava la testa di Fabiola, a volte per farle leccare i testicoli tesi, altre per spingere quel membro enorme fino in gola, provocandole conati che le bruciavano la gola.
"Allora, come ti sembra la mia mogliettina, Chantal?" chiese Marco, la voce intrisa di scherno. "La sua bocca è brava, ma non abbastanza." Marco afferrò la testa di Fabiola, spingendola con forza sul membro di Chantal, ormai duro come il marmo. "Hai sentito, inutile cagna? Anche Chantal dice che sei un'incapace." Fabiola si scusò, la voce tremante, davvero dispiaciuta per la sua presunta incapacità.
"Guarda come si succhia un cazzo, troia," ringhiò Marco, salendo sul letto con un movimento agile. Fabiola, mentre continuava a leccare quel membro enorme, alzò lo sguardo e vide Chantal che succhiava il membro di Marco con una maestria che la fece arrossire di vergogna. Chantal lo prendeva in bocca con una precisione ipnotica, le sue labbra carnose avvolgevano la base del membro di Marco, mentre la lingua guizzava lungo la lunghezza, tracciando linee di piacere che lo facevano fremere. Le sue guance si incavavano ritmicamente, creando un vuoto perfetto che risucchiava ogni goccia di piacere. Alternava affondi profondi, facendolo scivolare fino in gola con una facilità che lasciava Fabiola senza fiato, a succhiate lente e sensuali che facevano impazzire Marco. Le sue mani si muovevano in sincronia, accarezzando i testicoli con delicatezza, mentre le dita si stringevano intorno alla base del membro, aumentando la pressione e il piacere. Ogni movimento era studiato per portare Marco al limite, ogni leccata, ogni succhiata, ogni affondo era un atto di perfezione erotica che lasciava Fabiola a guardare con un misto di invidia e desiderio.
Fabiola si impegnava con tutta se stessa, cercando di replicare quei movimenti, ma le dimensioni del membro di Chantal erano tali da renderle impossibile ingoiarlo tutto. Nonostante ciò, Chantal sembrava apprezzare, soprattutto quando, con la bocca piena fino alla gola, Fabiola tirò fuori la lingua per stuzzicare la base del cazzo che stava succhiando. "Uhh, tua mogliettina inizia a imparare," dice Chantal, e subito Marco esclamò, "Dai, cagna, alzati che voglio vedervi succhiarmi il cazzo assieme!"
Fabiola, senza esitazione, quasi felice perché per la prima volta le era stato detto che "inizia ad imparare," si alzò di scatto e prese subito in bocca il membro del marito, ficcandoselo tutto in gola, con il naso che affondava sulla pelle glabra, mentre con la lingua sfiorava i suoi testicoli duri e pieni. Chantal, che si dimostrò molto più dolce del marito, si alternava con lei, accarezzandola con delicatezza, porgendole il cazzo verso la bocca, oppure dandole baci profondi tra una succhiata e l'altra.
Fabiola, per la prima volta, si sentì quasi esaltata, percepì quella situazione come un attimo di felicità ed iniziò, per la prima volta dopo anni, a percepire vera eccitazione, con la sua figa bagnata di piacere. Ma Marco, quasi temendo il suo piacere, la scacciò con una pedata. "Lascia fare a una professionista, lurida incapace," ringhiò con disprezzo.
Fabiola sentì le lacrime pronte a cadere, ma fu Chantal a salvarla dalla disperazione. "Tu troppo cattivo. Lei già diventata brava," disse con fermezza, proponendo di cambiare. Prese in mano tutta la situazione, impedendo a Marco di umiliare ancora la moglie. Lui, che con i deboli era un leone, appena incontrava qualcuno più deciso diventava un agnellino, e la assecondò senza fiatare.
Chantal fece sdraiare Marco a pancia in su, poi si posizionò sopra di lui, accogliendo il suo membro eretto dentro di sé con un movimento fluido. "Vieni, piccola, vieni a godere un po'," sussurrò con voce suadente, gli occhi carichi di promesse peccaminose. Fabiola si avvicinò, il cuore che batteva all'impazzata, convinta di dover accogliere quell'erezione che la intimoriva nel suo culetto. Ma Chantal la guidò con delicatezza, posizionandola sopra di sé in modo che, lentamente, Fabiola potesse accogliere il membro dentro la sua figa, stretta e fremente dopo anni di abbandono, così serrata da sembrare quasi vergine. Fabiola sentiva il membro di Chantal premere contro le sue labbra intime, un dolore acuto che le strappava un gemito soffocato. Le pareti della sua figa, così strette e inesperte, si opponevano a quell'invasione, ma Chantal la incoraggiava con sussurri dolci, guidandola con mani esperte. Fabiola si abbassava lentamente, sentendo ogni centimetro di quella carne dura penetrarla, allargarla, riempirla in un modo che non aveva mai provato. Il dolore iniziale era intenso, quasi insopportabile, ma a ogni movimento, a ogni respiro profondo, qualcosa cambiava. La sua figa, inizialmente rigida e resistente, iniziava a cedere, ad adattarsi, a lasciarsi conquistare. Le sue pareti interne si rilassavano, si bagnavano, accogliendo quel cazzo enorme con una lentezza che le permetteva di sentire ogni pulsazione, ogni vena, ogni dettaglio di quella penetrazione. Il dolore si trasformava, si mescolava con una sensazione nuova, un calore che si diffondeva dal suo sesso fino al ventre, un piacere che cresceva con ogni affondo. Fabiola sentiva il suo corpo rispondere, la sua figa bagnarsi sempre di più, i suoi muscoli contrarsi e rilassarsi in un ritmo che diventava sempre più naturale. Per la prima volta, si sentiva una donna completa, una donna che meritava quel piacere, che meritava di essere riempita, di essere desiderata. Fabiola sentiva il piacere sempre più intenso, ma cercava di trattenersi, non si sentiva degna di provare piacere, e temeva che, quando tutto sarebbe finito, Marco l'avrebbe punita per il suo piacere. Solo i baci di Chantal le davano un po' di calore.
Ma Marco, che percepì il piacere di Fabiola, come sempre volle umiliarla "Adesso voglio proprio vedere il tuo enorme cazzo nel culo della mia cagna inutile". Chantal, che con il suo lavoro aveva già vissuto situazioni del genere, fece alzare lentamente Fabiola mentre anche lei si alzava. Fabiola, che negli ultimi quattro anni aveva subito solo penetrazioni anali, si sistemò sul letto, con la faccia appoggiata al materasso, rivolta verso lo specchio e il culo in aria, cercando di rilassarsi, di non pensare che il suo culetto non era abituato a dimensioni così enormi. Chantal cercò di aiutarla, leccandola e lubrificandola il più possibile fino a quando, su insistenza di Marco che voleva vedere la moglie soffrire, appoggiò la sua enorme cappella al culo di Fabiola.
Fabiola era trafitta da un dolore acuto che le mozzava il fiato, ma non urlò, non gemette, strinse solo le lenzuola tra le dita, chiudendo gli occhi mentre Chantal entrava lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a riempirla completamente. Le lacrime le rigavano il viso, ma non poteva fare a meno di guardare nello specchio davanti a lei. Vedeva Chantal, con il suo corpo snello e muscoloso, che la penetrava con una lentezza esasperante, cercando di attenuare i colpi di Marco, dietro di lei, che la inculava con affondi decisi e potenti. Fabiola sentì un'ondata di calore tra le gambe, un piacere dimenticato che la travolgeva. Ma sapeva che era sbagliato perché il merito non era suo, ma solo di Chantal, perché lei, in fondo, si sentiva una nullità.
Chantal si chinò su di lei, le sue labbra vicine all'orecchio di Fabiola. "Che bello culo che hai, mogliettina," sussurrò, e Fabiola sentì un brivido percorrerle la schiena. Quelle parole, così intime, così personali, la fecero sentire desiderata, apprezzata. Per una volta, non era solo un oggetto da usare e gettare via. Per una volta, qualcuno la vedeva, la apprezzava, la desiderava.
Fabiola guardava ossessivamente quella scena nello specchio, lo sguardo famelico di Marco, quello sereno e un po' distaccato di Chantal, e sentì un'ondata di gratitudine verso Marco. Lui le aveva concesso questo momento, le aveva permesso di essere apprezzata, anche se solo per un attimo. Era un piccolo gesto, ma per Fabiola era enorme. "Ecco il tuo regalo" aveva detto Marco, e lei pensò che era molto più di ciò che una inutile incapace come lei meritasse.
Il bruciore nel suo ano era persistente, ma Fabiola lo accolse come parte integrante del suo piacere. Le sue dita affondavano nelle lenzuola, mentre il suo corpo si inarcava, cercando di assorbire ogni ondata di sensazioni contrastanti. Era un vortice di dolore e piacere, umiliazione e gratificazione, un mix inebriante che la faceva sentire viva. Ogni respiro era un gemito soffocato, ogni movimento un tentativo di assaporare quella deliziosa tortura. Era suo, questo momento era suo, e lo sta vivendo con ogni fibra del suo essere, senza riserve, senza rimpianti.
Chantal, con un ultimo affondo, raggiunse l'orgasmo, inondando il culo di Fabiola con un calore liquido e pulsante. Fabiola lo sentì, denso e caldo colare lungo le sue cosce, mescolandosi al sudore che le imperlava la pelle. Il piacere di Chantal era così intenso che Fabiola poté quasi sentirlo, come un'eco lontana del proprio desiderio.
Ma Fabiola trattenne il suo orgasmo, sentendosi indegna di provare un tale piacere. Le sue dita si strinsero ancora più forte nelle lenzuola, le unghie che graffiavano il tessuto mentre cercava di resistere all'ondata di sensazioni che minacciava di travolgerla. Non si sentiva degna di godere, perché lei era un'inutile incapace. Lei sentiva di dover semplicemente dimostrare gratitudine, per suo marito che le aveva permesso di essere li ad imparare.
E così, mentre Chantal si abbandonava completamente al suo orgasmo, Fabiola rimase immobile, trattenendo il suo piacere, soffocando il suo desiderio, offrendo se stessa come un sacrificio silenzioso sull'altare della gratitudine.
Anche Marco raggiunse l'orgasmo con grugniti rabbiosi e animaleschi, quasi si fosse sentito solo uno spettatore, e questo non poteva accettarlo. "E adesso succhia la mia sborra dal suo culo cagna che non sei altro", e Fabiola, senza un solo fiato, obbedì, leccando il culo di Chantal, sentendo il gusto acre e salato della sborra di Marco, cercando di succhiarla tutta, ingoiandone ogni goccia, sperando che, almeno in quello, il marito potesse apprezzarla.
Ovviamente, la realtà si rivelò ben diversa. Mentre Chantal si rivestiva frettolosamente, intascando i cinquecento euro che Marco aveva lasciato con disprezzo sul comodino, Fabiola si chinò tra le gambe del marito, obbedendo al suo ordine sprezzante. La sua lingua danzava intorno al membro ancora semi-eretto, pulendo ogni traccia di Chantal con una devozione che rasentava la disperazione. Appena Chantal uscì dalla stanza, Marco afferrò Fabiola per i capelli, tirandola verso di sé con uno strattone brutale. "Ti è piaciuto il regalo, lurida cagna?" ringhiò con gli occhi infuocati da una rabbia che sembrava non avere fine. Fabiola alzò lo sguardo, incontrando quello del marito, e vide solo disprezzo e furia. "Sì," rispose con la voce tremante ma sincera. "Grazie." Ma Marco, come se temesse che per un attimo la moglie potesse sentirsi utile, potesse pensare di meritare qualcosa di più delle continue umiliazioni, la trascinò brutalmente in bagno, determinato a ricordarle il suo posto. La costrinse a inginocchiarsi nella vasca da bagno, le ordinò di aprire la bocca e, con gli occhi infuocati da una rabbia incontrollabile, riversò il suo liquido giallo e acre sul viso, sul corpo e nella bocca di Fabiola. Lei rimase immobile, senza opporre resistenza, mentre il liquido le scivola sulla pelle, bruciandola come un acido. Marco la obbligò ad ingoiarla ridendo nel vederla combattere contro i conati "Ecco, questo è l'unico ruolo che ti riesce bene. Essere quello che sei sempre stata, una latrina, un cesso, a cui per errore ho donato il mio seme. E adesso vattene, mi fai schifo."
Fabiola, ancora avvolta nel silenzio opprimente, gli occhi bassi e il cuore pesante, si affrettò a ritirarsi, il corpo ancora umido e impregnato di un odore acre e ributtante. Raccolse i suoi stracci, cercando rifugio nel piccolo bagno di servizio. Sotto il getto d'acqua tiepida della doccia, cercò di lavarsi via non solo lo sporco, ma anche il dolore che le lacrime, nascoste dal rumore dell'acqua, non riuscivano a cancellare. Ancora una volta, si sentì inadeguata, incapace di meritarsi anche solo un briciolo di rispetto. "Me lo sono meritata," si ripeté, martellando quelle parole nella sua mente fino a sentirle come una verità innegabile.
Quando si rivestì, un piccolo cartoncino giallo e verde cadde a terra. Lo raccolse, notando il nome "Chantal" e un numero di telefono scritti sopra. Senza sapere perché, non lo gettò via. Lo nascose accuratamente, in un posto dove nessuno avrebbe mai potuto trovarlo. Poi, osservando il figlio che dormiva serenamente, si lasciò trasportare in un sonno senza sogni, un breve rifugio dalla sua realtà dolorosa.
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