tradimenti
Resurrezione di una madre - cap. 3
13.04.2026 |
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"Renato gemette contro la sua bocca, la lingua che le esplorava le labbra, chiedendo accesso con gentilezza, e Fabiola glielo concesse, aprendosi a lui, lasciando che la invadesse, che la..."
Il buio ancora brancolava nella stanza quando Fabiola spalancò le palpebre. Il suo corpo indolenzito affondava nel materasso di seta fredda che pareva inghiottirla: troppo vasto, troppo opulento per una come lei. Un misto di sperma e profumo femminile fluttuava nell'aria, con la nota dolciastra e sintetica di Chantal, la trans che Marco ogni tanto trascinava a letto e che, nel sonno, le accarezzava i capelli come una sorella minore. Fabiola non osò muovere un muscolo, nemmeno per far entrare ossigeno nei polmoni: la mascella le martellava come se le avessero strappato i denti a mani nude. Il gusto amaro e salato di lui, di loro, le aderiva alla gola, denso, indelebile; e più giù, tra le natiche, le pulsava la memoria di quella sfilata di carne che l'aveva usata a turno: prima il cazzo mostruoso e lucido di Chantal, poi la violenza rapida e sbrigativa di Marco, mentre la stringevano come un fodero troppo stretto per due spade. Non piangeva neanche più, da anni non le scendeva neppure una lacrima: le avevano insegnato che il pianto era un lusso che non meritava di concedersi. Ogni volta che Marco o la suocera la chiamavano, conosceva già la scena: lei immobile, loro che la scrutano come un oggetto da impiegare finché non si rompe. Era diventata la valvola di sfogo di una famiglia che aveva deciso di tollerarla solo a patto di poterla utilizzare a piacimento. Nella sua testa si era cristallizzata l'idea che il destino l'avesse selezionata per un solo scopo: partorire l'erede dei Rossi e continuare a pagare quel debito continuamente. Non riusciva più a distinguere se quella convinzione le fosse stata insinuata a forza nella mente, o se l'avesse scolpita da sola, ma ormai il risultato era il medesimo: lei sapeva di meritare tutte quelle umiliazioni perché era un'inutile incapace.Si sollevò piano, centimetro dopo centimetro, il pavimento era gelido sotto i suoi piedi nudi, e il marmo bianco le ricordava ogni volta quanto fosse fuori posto in quella casa, in quella vita, in quel letto. Prese il suo camice grigio da sguattera e andò nel piccolo bagno di servizio che le era concesso. Si sciacquò la bocca con l’acqua fredda del rubinetto, sputando in silenzio, come se potesse lavare via anche l’umiliazione. Si fece una doccia lavando via lo sperma che le si era seccato addosso, colando dal suo culo dilatato, e la saliva che le era colata fino al petto per il continuo succhiare. Poi si vestì in fretta, i movimenti meccanici, automatici: il reggiseno di cotone bianco, la camicetta di seta, la gonna di morbida lana, un filo di trucco per essere presentabile fuori da quella casa "perché almeno fuori devi sembrare degna della famiglia Rossi" le ripeteva sempre la suocera, ogni giorno.
Uscì dalla camera senza fare rumore, chiudendo piano la porta dietro di sé. La villa era immersa in un silenzio ovattato, rotto solo dal ticchettio dell’orologio a pendolo nel corridoio, quel suono che le martellava nelle tempie come un promemoria: il tempo passa, e tu sei ancora qui. Si diresse verso la cucina. Il buio era ancora troppo fitto per vedere chiaramente, ma conosceva ogni angolo di quella prigione dorata. Accese la luce solo quando fu sicura che nessuno l’avrebbe sentita.
Come ogni mattina preparò la tavola per la colazione, con la tovaglia di lino egiziano, le posate d'argento, i piattini del burro e le tazze per il tè o per il caffè, tutto disposto alla perfezione, esattamente come ordinava la Signora Rossi. Come sempre, mentre preparava, pensò ad Alessandro. Era l’unica cosa che la teneva in piedi, l’unica ragione per cui si costringeva ad alzarsi ogni mattina, a sopportare le mani di Marco, le parole della Signora Rossi, il dover guardare il marito che scopava con altre sul letto matrimoniale dove sapeva che lei non poteva dormire perché "una sgualdrina inutile come te non è degna di mio figlio". Il suo piccolo Alessandro era la sua ancora, la sua salvezza, anche se sapeva che non sarebbe durato. Non poteva durare. Prima o poi anche lui l’avrebbe abbandonata, come tutti gli altri, perché in fondo sapeva di non essere all'altezza.
Un suono di passi la fece sobbalzare. Si voltò di scatto, il cuore in gola, ma era solo Alessandro, i capelli scarmigliati, gli occhi ancora assonnati, i pantaloni del pigiama troppo corti per le gambe che erano cresciute troppo in fretta. Otto anni, pensò Fabiola, otto anni che vivo in questa casa, otto anni in cui lui è la sua unica luce, l'unica cosa che sa di aver fatto bene nella sua vita.
«Mamma?» la chiamò, la voce roca di sonno.
Fabiola sentì qualcosa dentro di sé spezzarsi e ricomporsi allo stesso tempo. Sorrise, anche se le faceva male, anche se sapeva che quel sorriso era una bugia.
«Buongiorno, amore mio», sussurrò, aprendo le braccia.
Lui si avvicinò, lasciandosi stringere, e per un attimo, solo per un attimo, Fabiola dimenticò tutto il resto. Dimenticò il sapore dello sperma in gola, il peso delle mani di Marco, il cazzo di Chantal che, per quanta delicatezza provasse ad usare, le aveva devastato il culo. Esisteva solo lui, il calore del suo corpo, il profumo del suo shampoo alla mela, la sensazione delle sue braccia intorno alla vita.
«Forza piccolo mio, fai colazione che poi ti porto a scuola» disse, accarezzandogli i capelli.
Fabiola gli preparò un toast con la marmellata, come piaceva a lui, e un tazza di latte e cioccolato. Lo guardò mangiare, memorizzando ogni lineamento del suo viso, ogni espressione, come se potesse portarselo via con sé, conservarlo in un posto sicuro dove nessuno avrebbe potuto toccarlo.
«Oggi a scuola ti danno i risultati dell’esame?» chiese, anche se lo sapeva già.
Lui annuì, ingoiando un boccone. «Sì. Ma non mi preoccupo, mamma. Sono sicuro che è andata bene.»
Fabiola sorrise di nuovo, ma questa volta era un sorriso vero, anche se amaro. «Lo so, tesoro. Sei bravissimo.»
Non aggiunse altro. Non gli disse che se fosse stato ammesso, in quella scuola privata ed esclusiva, se fosse andato via, lei sarebbe rimasta sola. Che senza di lui, non avrebbe avuto più nulla. Nessuna ragione per resistere. Nessuna ragione per non lasciarsi affondare.
La scuola era un edificio del novecento, austero ed elegante persino alle otto del mattino, già affollato di genitori che accompagnavano i figli, di ragazzi che schiamazzavano, di professori con le borse piene di compiti da correggere. Fabiola parcheggiò la vecchia Punto bianca, l’unica macchina che le era permesso guidare, e scese, sentendo il freddo pungente dell’autunno padovano penetrarle le ossa. Alessandro camminava accanto a lei, le mani in tasca, lo zaino che gli ballava sulle spalle.
«Aspetto qui mentre entri, va bene?» disse Fabiola, fermandosi davanti al cancello.
Lui la guardò, esitante. «Non vuoi venire con me?»
«No, tesoro. È meglio di no. Io… io ho delle cose da fare per la nonna.»
Non era vero. Non aveva niente da fare, a parte tornare a casa e prepararsi per un’altra giornata di umiliazioni. Ma non voleva che la vedesse così. Non voleva che sapesse quanto era debole, quanto era inutile, quanto aveva bisogno di lui.
Alessandro annuì, anche se lei vide la delusione nei suoi occhi. «Va bene. Ti chiamo appena so qualcosa.»
«Promesso.»
Lo guardò entrare, il cuore che le batteva così forte da farle male. Poi si appoggiò alla macchina, le mani che tremavano, e aspettò prima di ripartire per andare a casa.
Il telefono vibrò nella sua borsa dopo meno di dieci minuti. Lo tirò fuori con dita malferme, il display illuminato da un messaggio di Alessandro:
“Mamma. Sono stato ammesso.”
Fabiola chiuse gli occhi. Sentì le lacrime pungerle le palpebre, ma non le lasciò scendere. Non ancora.
Rientrò in macchina, le mani sul volante, le unghie conficcate nei palmi. Treviso. Era a un’ora da Padova. Un’ora era troppo. Troppo lontano per poterlo vedere ogni giorno, troppo lontano per poterlo proteggere, troppo lontano per poterlo stringere quando la notte diventava troppo buia.
Accese il motore, ma non partì subito. Rimase lì, a fissare il vuoto, a cercare di respirare nonostante il peso sul petto.
Poi il telefono vibrò di nuovo.
Era un altro messaggio, questa volta vocale. Premette play, portandosi il cellulare all’orecchio.
«Mamma…» La voce di Alessandro era tremante, eccitata, felice. «È una scuola incredibile, mamma. Hanno detto che posso iniziare già da gennaio. È… è tutto pagato, non devi preoccuparti. La nonna ha detto che si occuperà di tutto. Mamma, potrò andare subito in quinta. Con i grandi, così diventerò grande presto.»
Fabiola serrò gli occhi. La nonna. Ovviamente. La Signora Rossi aveva già deciso tutto. Come sempre.
«Sono così felice per te, tesoro», riuscì a scrivere. «Sei stato bravissimo.»
«Grazie, mamma. Ti voglio bene.»
«Anche io, amore mio. Anche io.»
Poi appoggiò la fronte sul volante e finalmente lasciò che le lacrime scendessero, silenziose e inarrestabili.
Tornò a casa come in trance. La villa era ancora addormentata e lei, come ogni santo giorno, si affrettò a cambiarsi, a riporre con maniacale attenzione quei vestiti per tornare ad indossare ciò di cui era veramente degna, quel camicie grigio, logoro e grossolano. Poi andò dal marito per quello che era ormai un rito, una sorta di obbligo morale. Entrò piano, vide che Chantal se ne era andata, si inginocchiò a bordo letto e con un sussurrò svegliò Marco. Lo accompagnò in bagno, prese in mano il suo cazzo flaccido perché il suo fluido giallo e puzzolente entrasse nel W.C., asciugò le gocce di urina con la lingua e poi, con lui sul bordo della vasca che si riempiva di acqua calda, lo succhiò fino a ricevere ed ingoiare tutto il suo sperma. Alla fine, come sempre dopo averlo lavato, si dava la crema corpo profumata mentre Marco le diceva "almeno che ti rimanga la bellezza per non farmi schifo del tutto". Tornava poi in cucina dove la suocera, arcigna, fredda calcolatrice, le dava gli ordini per la giornata e la rimproverava per la sua incapacità.
Ma quella mattina la Signora Rossi era più sorridente del solito, ma non un sorriso benevolo, quello che le si stampava in faccia quando sapeva che avrebbe potuto sferrare uno dei tanti colpi moralmente devastanti per Fabiola.
«Ah, eccoti», disse la Signora Rossi, senza nemmeno guardarla. «Alessandro ti ha chiamata?»
Fabiola annuì, le mani strette a pugno lungo i fianchi. «Sì. È stato ammesso.»
«Bene.» La suocera finalmente sollevò lo sguardo, e nei suoi occhi grigi come l’acciaio Fabiola vide solo trionfo. «Allora è tutto sistemato. Partirà a gennaio. La scuola ha già mandato il programma. È una delle migliori del nord, sai? Finalmente potrà imparare davvero e tutti vedranno che è un genio, e non uno stupido incapace come la madre. Lui è un autentico Rossi.»
Fabiola sentì le ginocchia cedere. Si aggrappò allo schienale di una sedia per non cadere ma non per l'umiliazione «A… gennaio?»
«Sì.» La Signora Rossi sorseggiò il suo tè, lenta, metodica. «È un collegio. Vivrà lì. Tornerà solo per le vacanze.»
«No!» La parola le sfuggì dalle labbra prima che potesse fermarla. «No, non può andare. È troppo lontano, è troppo piccolo. Ha bisogno di me.»
La Signora Rossi alzò un sopracciglio, e in quel gesto c’era tutto il suo disprezzo, tutta la sua superbia. «Ha bisogno di un’istruzione, ha bisogno di stimoli, ha bisogno di stare con chi è alla sua altezza. Non di te. Tu lo renderesti solo un mediocre, come la stirpe da cui vieni.»
Marco, arrivato un attimo prima, rise, una risata grassa, untuosa. «Mamma ha ragione, tesoro. Alessandro non ha più bisogno della sua mammina, soprattutto di una mamma come te.»
Fabiola li guardò, uno dopo l’altro, sentendo il sangue pulsarle nelle tempie. Voleva urlare. Voleva graffiare, mordere, distruggere. Ma non poteva. Non aveva il diritto. Lei era inutile e suo figlio meritava di meglio.
«Avete ragione», mormorò, abbassando gli occhi.
«Bene.» La Signora Rossi si alzò, lisciandosi la gonna nera immacolata. «Stasera faremo una piccola festa. Solo famiglia. Ci saranno persone importanti, così potranno vedere come i Rossi sono superiori. Tu, Fabiola, ti occuperai del catering. Niente di eccessivo. Solo qualcosa di decente e, soprattutto, rimani in silenzio e non umiliarci con la tua stupidità.»
«Certo», rispose Fabiola, automatica.
La suocera uscì dalla cucina senza aggiungere altro, i tacchi che battevano sul marmo come martelli.
Marco rimase. La guardò con un sorrisetto compiaciuto sulle labbra. «E ricordati di cambiarmi le lenzuola, puzzano ancora di te.»
Fabiola non rispose. Si voltò verso il lavandino, cominciò a lavare le tazze sporche, le mani che tremavano così forte che l’acqua schizzava fuori.
Lui si avvicinò alle sue spalle, premendo il suo corpo contro il suo, le mani che le afferrarono i fianchi con possessività. «Non abituarti a dormire nel mio letto, stanotte eri solo una puttana in più.» Fabiola rimase in silenzio, consapevole che quello fosse il suo ruolo, serva e puttana, ciò che la sua stupidità e la sua incapacità meritavano.
Il giorno dopo, la festa era finita. Alessandro era euforico, i nonni avevano promesso regali, la Signora Rossi aveva bevuto il suo tè con aria compiaciuta, Marco si era preoccupato di mostrarsi amorevole con lei come al solito, per le apparenze, toccandola quando nessuno guardava, ricordandole a ogni occasione che era una stupida, un'incapace come moglie e come madre, e che non avrebbe mai avuto nulla di meglio. Fabiola aveva sorriso. Aveva servito. Aveva pulito. E ora, finalmente, era libera. Libera di scappare, anche solo per un’ora.
La lavanderia di Renato era un posto umile, con le pareti colorate in maniera incerta e le macchine che rombavano senza sosta, il vapore che appannava i vetri, l’odore di detersivo e ammorbidente che le riempiva i polmoni ogni volta che varcava la soglia. Era un odore pulito. Un odore che le ricordava che esisteva un mondo fuori da quella villa, fuori da quelle umiliazioni. Per Fabiola la lavanderia era diventato il porto sicuro, il solo momento in cui non si sentiva una stupida ed inutile donna senza capacità. Era il luogo dove Renato, con i suoi modi gentili, più da affabulatore che da uomo galante, le dava attenzioni, le dava un minimo di calore umano. Aveva il doppio dei suoi anni, era grasso, disordinato e spesso puzzava di sudore, ma era l'unico uomo con cui avesse a che fare che non la trattasse come una puttana da scopare e poi scartare come immondizia.
Quando Renato la vide entrare, il suo volto si aprì in un ampio sorriso, e per un istante, solo per un istante, Fabiola si sentì veramente vista, come se una luce calda avesse finalmente varcato le porte del suo cuore.
«Fabiola!» la chiamò, la voce un miele avvolgente che le scivolò addosso come una coperta. «Che gioia vederti! Erano giorni che non portavi un po' di luce.»
Lei sorrise, le guance che ardevano sotto lo sguardo di lui, incapace di trattenere quel rossore improvviso. «Ciao, Renato. Ho portato le lenzuola, ma se non hai tempo faccio da sola.»
Lui prese il sacco, le dita che sfiorarono le sue in un tocco leggero, quasi un segreto, e Fabiola sentì un brivido dolce corrergli lungo il braccio. «Sei sempre così gentile», mormorò, gli occhi brillanti. «Sei una donna speciale, lo sai?»
No. Non lo sapeva. Nessuno glielo aveva mai detto con tanta gentilezza. Renato posò il sacco su un tavolo e si avvicinò, abbastanza da farle sentire il calore del suo corpo, l’odore pulito del sapone e del suo respiro. «Sei stanca», le sussurrò, la voce più bassa, più intima, come una carezza. Fabiola abbassò lo sguardo, il cuore che batteva forte. «È stato… un periodo difficile.»
«Lo so, ma mi sembra che sia sempre un periodo difficile», disse lui, sollevandole il mento con un dito, costringendola a incrociare i suoi occhi grigi. «Ma tu sei meravigliosa, Fabiola. Meriti periodi felici.»
Le mancò il respiro. Nessuno le aveva mai parlato così. Nessuno l’aveva mai guardata come se fosse un tesoro. Sentì un tremito nel profondo, come un’onda che dal ventre le saliva fino alla nuca, inondandola. Era desiderio? O era la scoperta di valere qualcosa, almeno per una persona al mondo? Quella sensazione, così nuova, la fece sentire in colpa, immeritevole, eppure non riuscì a resistere a quell’emozione che la travolgeva.
«Renato, io…»
«Non dire nulla», sussurrò lui, avvicinandosi ancora, fino a quando le loro labbra furono a un soffio di distanza. «Sei una principessa.»
E poi la baciò. Era un bacio gentile, un bacio timido. Ma nascondeva una fame, una passione che Fabiola non aveva mai conosciuto e rimase immobile per un attimo, gli occhi spalancati, increduli, come quelli di un bambino che vede Babbo Natale. Le sue mani le afferrarono i fianchi, tirandola contro di sé, e lei sentì il suo corpo rispondere, tradendola, il calore che le si diffondeva tra le gambe, il cuore che le martellava nel petto. Renato gemette contro la sua bocca, la lingua che le esplorava le labbra, chiedendo accesso con gentilezza, e Fabiola glielo concesse, aprendosi a lui, lasciando che la invadesse, che la reclamasse. Era sbagliato. Era pericoloso. Ma in quel momento, non le importava. Non le importava nulla, tranne il modo in cui le sue mani la stringevano, il modo in cui la sua bocca la divorava, il modo in cui, forse per la prima volta nella sua misera vita, si sentiva desiderata.
«Dio, Fabiola», ansimò lui, staccandosi appena per guardarla, gli occhi grigi, carici di lussuria. «Perdonami ma sei così dannatamente perfetta.»
Lei non rispose. Non poteva. Le parole erano intrappolate in gola, soffocate dal desiderio, dalla paura, dalla vergogna.
Renato la baciò di nuovo, questa volta più lento, più profondo, le mani che le accarezzavano la schiena, delicate, per poi scendere lentamente verso i fianchi, come se volesse creare una mappa del suo corpo. Fabiola gemette nella sua bocca, le dite aggrappate alla sua camicia, il corpo che si inarcava verso di lui, disperato.
Ma poi, improvvisamente, lui si fermò. Si staccò da lei, respirando affannosamente, le labbra gonfie, gli occhi lucidi. «No», disse, la voce rotta. «No, non posso.»
Fabiola lo guardò, confusa, il corpo che ancora bruciava per lui. «C-cosa?» Renato scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli radi. «Non così. Non qui. Non ora.»
«Ma… io pensavo che tu…»
«Shh.» Le posò un dito sulle labbra, zittendola delicatamente. «Non fraintendermi, Fabiola. Ti desidero. Dio, quanto ti desidero.» Le accarezzò la guancia, il pollice che le sfiorava il labbro inferiore, gonfio per i suoi baci. «Ma tu… tu meriti di più … meriti di più di questo, meriti di più di un bacio rubato, ma io non ho molto, ho solo questo posto, mentre tu meriti di più, Meriti di essere adorata. Meriti di essere trattata come una regina.»
Fabiola sentì le lacrime pungerle gli occhi. Nessuno le aveva mai detto cose del genere. Nessuno.
«Non immagini a cosa sono abituata Renato. A me basta che non mi fai male» chiese, la voce tremante. Renato sorrise, un sorriso lento, pericoloso. «Non ti farei mai del male principessa. Spero che presto tu possa darmi un po' di fiducia, Fabiola. Solo quello. Per ora.» Si chinò, sfiorandole le labbra con un altro bacio, così leggero da farle male. «Le tue labbra sono già troppo per me. Non ho bisogno di altro.» Lei lo guardò, il cuore che le batteva così forte da farle male. Era vero? O era solo una dannata trappola? Un gioco di prestigio per usarla come hanno sempre fatto tutti? Ma in quel momento non le importava. Aveva solo bisogno di un assaporare ancora per un po' quella sensazione così nuova e travolgente. Voleva sentirsi ancora per un po' qualcosa di prezioso, qualcuno che meriti delicatezza e gentilezza.
Perché in quel momento c'era qualcuno che la faceva sentire una persona che valeva qualcosa, e non l'inutile, squallida, incapace sgualdrina che aveva dato alla luce l'erede dei Rossi.
E per Fabiola, era già troppo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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