Lui & Lei
Resurrezione di una madre - cap. 6
13.04.2026 |
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""Sono la tua puttana! La tua troia! Solo tua!"
Lui emise un ruggito, poi prese le gambe e le alzò sulle sue spalle, rendendo i suoi affondi ancori più intensi..."
Quel mattino aveva un sapore completamente diverso. Non era l'odore di umiliazione che, ogni santa mattina, quello sgabuzzino adibito a camera le sputava in faccia da anni. Non era nemmeno il lezzo di sperma che le restò appiccicato addosso dopo aver dovuto guardare, per l'ennesima volta, il marito scoparsi una prostituta in quello che avrebbe dovuto essere il loro letto matrimoniale. Fu la consapevolezza struggente che quel giorno lei voleva che Renato prendesse tutto di lei. Non le importava del rischio che, dopo quel giorno, lui potesse scartarla come una bambola rotta. Sapeva che con tutta probabilità la sua gentilezza era solo una strategia per arrivare al suo corpo, al suo sesso. Forse voleva solo scopare una giovane donna bella e ben fatta, ma non le importava. Ebbe solo l'urgenza disperata di provare, almeno per una volta, la sensazione di unire il suo corpo a qualcuno che la desiderasse davvero, che volesse prendere e dare piacere. Ormai sentiva di non avere diritto a qualcosa di meglio. Lei era solo una nullità, e la sua vita, fino a quel momento, ne era la diretta conseguenza. Ma Renato le aveva offerto una piccola speranza, un sottile raggio di luce nel buio che promise di regalarle, anche solo per una volta, l'idea che per qualcuno non fosse solo una sgualdrina, una sguattera da usare per pulire, servire e svuotare le palle di un uomo troppo debole per provare qualcosa.Si sollevò in silenzio, il lenzuolo che scivolava via dal suo corpo, scoprendo la pelle olivastra, morbida e setosa che, tutti quegli anni di incessante lavoro come sguattera della suocera e sgualdrina del marito, non erano riusciti a intaccare. Entrò in bagno e l'acqua quasi fredda della solita doccia non riuscì a spegnere quella fiammella di speranza che le ardeva nel petto. Eseguì ogni gesto come un rituale, preparando il tavolo per la colazione con la solita maniacale precisione, annaffiando i fiori, spolverando la cucina e il salotto, mentre tutta la casa ancora dormiva. Poi servì la colazione alla Signora Rossi che, dopo la morte del marito pochi mesi prima, era ancora più arcigna nei suoi confronti. Quella mattina, quasi fiutasse che in Fabiola ci fosse qualcosa di nuovo, qualcosa di pericoloso, non perse occasione per ricordarle la sua incapacità e la sua inutilità. Solo una frase la colpì, non per la durezza ma perché inaspettata: "Mi domando perché mio figlio tenga ancora in questa casa una inutile sguattera come te. Forse gli farai comodo perché sei una sgualdrina, ma prima o poi finirà." Non la ferì, ormai non ne aveva più la capacità, ma le accese dentro una consapevolezza nuova: per lei, lì dentro, il tempo stava finendo. Alessandro era lontano, lo sentiva ogni due settimane, perché non le consentivano di più e lui, forse, si stava già dimenticando della sua inutile e stupida mamma. Marco, per quanto potesse essere debole, era consapevole che avere una sgualdrina personale era motivo di vanto, ma prima o poi avrebbe perso interesse per il suo corpo, e nulla gli avrebbe impedito di allontanarla, di cacciarla di casa e metterla letteralmente in mezzo a una strada. Ma invece di abbattersi, invece di lasciarsi andare alla disperazione e alla paura, sentì dentro di sé una forza nuova, quasi ribelle. "Sarò una stupida, sarò inutile, ma forse Renato vede in me qualcosa di più e da oggi gli mostrerò che sono pronta per lui."
Passò nella camera del marito, lo svegliò con il solito rituale, lo accompagnò al bagno, glielo prese in mano e lasciò che il suo liquido giallo e puzzolente fuoriuscisse. Ma quella mattina non si inginocchiò per raccogliere le ultime gocce come al solito. Si piegò in avanti, lo portò alle labbra e lo succhiò con una voracità che non aveva mai osato mostrare. Marco se ne accorse subito e le rifilò una sonora sculacciata, il suono rimbombò nel silenzio della stanza. "Ti piace succhiare il piscio, quindi. L'ho sempre detto che sei una latrina." Fabiola si scostò solo per un attimo, lo fissò con una luce negli occhi che per un istante lo lasciò interdetto. "Sono la tua latrina, la tua sgualdrina e la tua sguattera. È questo che hai sempre voluto, ma forse sto sbagliando come sempre." Riuscì a nascondere la sua sfida con il tono da serva che aveva imparato a usare, che sentì adatto a se stessa, e lui, dimostrando tutta la sua debolezza, non fece nulla se non dire: "E allora vediamo cosa hai imparato."
Fabiola afferrò il suo cazzo, ormai turgido per il gioco inaspettato, e lo trascinò sul letto. Il suo sguardo ebete la fece sentire, per la prima volta, in controllo. Lo spinse sul materasso e gli saltò sopra, lo baciò delicatamente sulle labbra, poi sul collo, lasciandogli una scia di umido piacere sul petto e sui capezzoli, per poi arrivare al suo cazzo che era già duro e lucido di desiderio. Lo leccò dalla base alla punta, assaporando il sapore salmastro della sua eccitazione, per poi infilarselo in gola fino a sentirlo toccare il fondo mentre con le mani stringeva i testicoli, sentendoli pulsare tra le dita. Tornò a leccare fino ad arrivare alla base, con la lingua che tracciava una linea di lussurioso godimento fino ai testicoli e poi ancora più sotto, verso quella zona che non aveva mai osato sfiorare se non obbligata da lui. Marco alzò le gambe e lei, capendo che era un invito, leccò il suo culo glabro, sentendo i muscoli contrarsi sotto la sua lingua. Quella novità smosse Marco che, per la prima volta, invece di inveire per la sua incapacità la incitò: "Dai troia, leccami il culo, così." Lei continuò, con foga e ardore mentre con la mano lo masturbava, sentendo il cazzo pulsare nel suo pugno, fino a quando appoggiò il dito al suo buco raggrinzito. Marco emise un gemito di piacere che le fece accelerare il cuore, mentre pensava che quello potesse essere Renato, e poi si succhiò il dito per lubrificarlo e, mentre riaccoglieva tra le labbra il cazzo, entrò lentamente con il dito, sentendo la stretta calda avvolgerla. Marco gemette di nuovo, senza protestare, anzi, spinse la sua testa più in giù e, per la prima volta, lei gli sentì dire: "Sì così, brava cagna". Alle sue offese era abituata, ma "brava" non l'aveva mai detto, non aveva mai fatto trasparire un piacere vagamente superiore al semplice svuotarsi, e questo la esaltava, non per il fatto di dargli piacere, ma perché sapeva che, entro due ore, sarebbe riuscita a dare vero piacere a Renato. Fabiola continuò a penetrare il culo di Marco e a succhiarlo come se fosse Renato, come se dovesse convincerlo che lei era la donna per lui, fino a quando lo sentì esplodere tra le sue labbra in un modo così potente che quasi la sorprese, con gli schizzi che le colmarono la gola. Ingoiò tutto il possibile e poi, quando gli spasmi finirono, raccolse con la lingua quelle poche gocce uscite fuori, assaporando la vittoria. Marco rimase in silenzio per qualche secondo, mentre lei ancora lo leccava, fino a quando alzò la testa, la guardò senza il solito disprezzo e disse: "Dopo aver visto tante troie, finalmente qualcosa hai imparato". Pensava di ferirla, di umiliarla come al solito, ma Fabiola sorrise compiaciuta, consapevole che non era per lui, ma per se stessa che si era adoperata così tanto.
"Vai a lavarti e mettiti un bel vestito, che ho voglia di scoparti." Fabiola rabbrividì, non al pensiero che lui la scopasse, come era successo già tante volte, ma perché non voleva rischiare di tardare al suo appuntamento con Renato. Era convinta che lui fosse la ad aspettarla e lei voleva essere sua, senza che potesse percepire di essere appena stata scopata. "E se questa sera fossi io la troia che viene in camera tua? Magari potrei stupirti ancora di più. E poi avremmo molto più tempo, visto che devo andare alla lavanderia e al supermercato. Non voglio deludere tua madre più di quanto già faccio di solito." Fabiola riuscì a mantenere quel tono servile che tutti pretendevano da lei, lasciando un fondo di lussuria e, incredibilmente, Marco sembrò soddisfatto "Si, stasera voglio provare una troia economica, magari mi stupisci." Fabiola sorrise di nuovo, fingendo innocenza e gratitudine "posso usare la crema? così sarò liscia e morbida per il mio unico e solo cliente." Negli occhi di Marco tornò il disprezzo, ma con un velo di compiacimento nuovo "Si, almeno che ti resti la bellezza." Poi prese il portafogli, tirò fuori duecento euro e li lanciò per terra, vicino a Fabiola "E mentre torni dalla lavanderia, vai dai cinesi e comprati tacchi e vestiti da puttana, magari stasera ti pago pure".
Fabiola si inginocchiò, raccolse i soldi e, senza neppure rendersene conto, ringraziò il marito. Non sapeva neppure lei, in quel momento, il perché, ma si sentiva realmente grata. Andò in bagno, si spalmò la crema con una attenzione maniacale, cospargendo e massaggiando ogni centimetro di pelle e poi, mentre usciva dalla stanza, osservò il marito per un ultimo istante, poi raccolse il suo camice grigio e logoro mentre il corpo nudo era illuminato dalla luce del mattino di primavera che filtrava attraverso le tende. Si passò le mani sui seni, sui fianchi, come per cancellare ogni traccia di lui. Oggi sarà diverso, si promise. Oggi sarà la prima volta che farò l’amore. Non si sarebbe trattato di un cazzo infilato in una figa, non sarebbe stato un atto meccanico, svuotato di ogni emozione. No. Oggi sarebbe stato sacro.
Fabiola era già rientrata nello sgabuzzino, nella sua camera da serva che contrastava con gli abiti che poteva indossare per uscire, quelli belli per non far sfigurare il nome della Famiglia Rossi. Si avvicinò allo scaffale in metallo che fungeva da armadio e, mentre guardava i vestiti pensò che quel giorno non avrebbe indossato nulla di casuale "Oggi voleva essere perfetta". Passò gli abiti con cura, finché le dita non si posarono su una gonna nera, aderente, che le arrivava appena sopra il ginocchio. La tirò fuori, la tenne contro il corpo, osservando il proprio riflesso nello specchio. Era stretta, modellava i fianchi, faceva risaltare il culetto sodo, tondo, che Renato non smetteva mai di guardare quando pensava che lei non se ne accorgesse. Sorrise. Poi scelse una camicetta azzurra, leggera, ma che non lasciava intravedere nulla, neppure il reggiseno bianco di pizzo. Infine, i tacchi. Alti, neri, con la punta aperta. Li allacciò attorno alle caviglie, ammirando come allungassero le gambe, come facessero sporgere ancora di più il sedere. Per lui.
Si truccò con attenzione: ombra scura sulle palpebre, eyeliner che allungava gli occhi azzurri, rossetto rosso acceso, lo stesso che Renato le aveva detto di adorare. "Sei bellissima con quel rosso," le aveva sussurrato l’ultima volta, mentre lei gli leccava il cazzo come se fosse l’ultima cosa che avrebbe fatto nella vita. Si passò le dita tra i capelli, sistemando le ciocche ribelli nere e lucide, poi si spruzzò una nuvola di profumo tra i seni, dietro le orecchie, sui polsi. Pronta.
***
La lavanderia di Renato era a dieci minuti di auto, ma Fabiola ci mise la metà del tempo, senza curarsi di assaporare l’aria fresca del mattino e il sole che iniziava a scaldare l’asfalto. Ogni curva, ogni semaforo preso con l'arancione, erano una dichiarazione: sto andando da lui. Sto scegliendo me.
Quando arrivò, la saracinesca era abbassata a metà, la luce interna filtrata dal vetro sporco, appannato dal vapore delle asciugatrici. Fabiola esitò un istante, si guardò nel riflesso vedendo un donna piccola, ben fatta, forse anche bella, che così vestita sembrava più una manager che una sguattera. Il cuore le martellava nel petto così forte che temeva potesse scoppiare quando spinse la porta e sentì il campanello tintinnare sopra la sua testa, un suono squillante che le sembrò un presagio.
L’odore la avvolse immediatamente: detersivo a buon mercato, ammorbidente chimico, il vapore caldo delle macchine in funzione. E sotto tutto, lui. Il profumo muschiato di Renato, quello di sigarette e sudore maschio, di dopobarba economico e pelle vissuta. Lo vide subito, di spalle, chino su una lavatrice, il telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla, la voce bassa, roca.
"Sì, Max, te lo giuro… quella piccola troietta è nata per succhiare cazzi. L’altra volta mi ha fatto un pompino da pornostar, cazzo, lo hai visto. E oggi… oggi me la scoperò finalmente. È innamorata, quel cazzo di puttanella. Presto me la porterò a casa, così avrò sempre una troia pronta e vogliosa quando mi gira."
Fabiola sentì un brivido percorrerle la schiena, un misto di eccitazione e qualcosa di più profondo, quasi doloroso. Non lo sentiva parlare, ma le bastò la sua espressione quando la vide. Si appoggiò al bancone, incrociando le gambe, facendo in modo che la gonna si sollevasse appena, scoprendo un pezzo di coscia mentre Renato, a bocca aperta e gli occhi grigi che si illuminavano, fece cadere Il telefono, mentre la fissava da capo a piedi, gli occhi che si fermavano sui seni pressati dalla camicetta, sulle gambe scoperte, sulle labbra rosse. "Porca puttana," sussurrò, la voce rotta. "Sei…" Non riuscì a finire la frase. Si passò una mano tra i capelli radi, il respiro che si faceva sempre più affannoso.
Fabiola sorrise, un sorriso lento, sensuale, che non aveva mai osato rivolgere a nessun altro. "Hai chiuso per me?" chiese, la voce dolce, quasi timida, anche se dentro di sé sentiva un fuoco che minacciava di consumarla.
Renato annuì, la gola che si muoveva mentre deglutiva. "Solo per te, principessa. Solo per te." La sua voce era roca, carica di una promessa che le fece contrarre la figa.
Renato si affrettò a chiudere a chiave la porta e ad abbassare del tutto la saracinesca elettrica, isolandoli nel vapore denso della lavanderia. Si avvicinò a lei con passo lento, gli occhi grigi che le bruciavano sulla pelle come dita invisibili, percorrendo le curve del suo corpo con un'ammirazione così intensa da sembrare quasi fame. Fabiola sentì il proprio respiro accelerare, il calore che le si insinuava tra i fianchi: era esattamente questo che desiderava, la sensazione di essere il frutto più maturo, quello che faceva venire l'acquolina in bocca solo a guardarlo.
"Sei... sei incredibile, Fabiola. Sei troppo per me" balbettò Renato con voce roca, quella modestia finta che non riusciva a mascherare il desiderio animalesco che gli dilatava le pupille. Fabiola si avvicinò, le sue labbra sfiorarono le sue in un bacio leggero come una promessa, poi si fermò a pochi centimetri, gli occhi azzurri che lo inchiodavano: "Se sono qui è perché tu sei ciò che voglio, e mi basta sapere che anche tu mi vuoi". Le mani enormi di Renato le afferrarono il viso con una delicatezza sorprendente, la bocca che si schiacciava sulla sua con una passione che le toglieva il respiro. Poi, come se una molla si fosse spezzata dentro di lui, le mani scivolarono sotto la gonna, la sollevarono fino a lasciare scoperti i fianchi, e la alzò senza sforzo, come se pesasse quanto una piuma. Fabiola avvinghiò le gambe attorno alla sua vita, sentendo la pancia prominente che premeva contro di lei, e per un istante fu di nuovo quindicenne, quella che sognava la prima volta in cui avrebbe fatto l'amore, il cuore che le batteva così forte da sentirlo nelle tempie.
Il retro della lavanderia era molto più illuminato del solito, come se Renato volesse assicurarsi di poterla ammirare meglio, grazie alla luce più intensa di una lampadina appesa al soffitto, che oscillava leggermente, proiettando ombre danzanti sulle pareti scrostate. Renato aveva sistemato un materasso nel centro della stanza, coperto da lenzuola ingiallite ma che profumavano di bucato e per Fabiola fu una sorpresa talmente grande che quasi raggiunse l'orgasmo. Quell'uomo rude, che avrebbe potuto essere suo padre, aveva preparato per lei un giaciglio. Solo per lei e questo la faceva sentire veramente come una principessa. Da quel momento nulla aveva importanza, tranne le mani di lui che le stringevano il culo mentre la sua lingua era un uragano tra le sue labbra.
Solo quando furono entrambi coricati sul morbido materasso Renato le chiese "Sei sicura?" con la voce come un raschio nel silenzio. Le dita le accarezzavano il viso, seguendo la linea della mascella, poi scendendo lungo il collo, fino a fermarsi sulla scollatura della camicetta. Fabiola chiuse gli occhi, annuendo. "Sì. Voglio te. Solo te."
Renato emise un verso gutturale, quasi un ringhio, si portò sopra di lei e la bocca che si abbatté sulla sua con una fame asfissiante. Non era un bacio dolce. Non era tenero. Era possesso. Era bisogno. Le labbra di lui erano ruvide, la lingua invadente, e Fabiola rispose con la stessa intensità, i denti che si scontravano, le mani che si aggrappavano alle sue spalle, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia spiegazzata. "Dio, quanto ho sognato tutto questo," gemette lui, staccandosi appena per respirare. Le mani scesero lungo il suo corpo, afferrandole i seni attraverso la stoffa sottile della camicetta. " Queste cazzo di tette… sono perfette." Le dita trovarono i capezzoli, già duri, e li pizzicarono, strappandole un gemito. Fabiola inarcò la schiena, spingendo il seno contro il suo palmo, la figa che era già un lago, pulsate, che chiedeva attenzione. Fabiola era disperatamente leggera. Qualcuno per la prima volta aveva sognato lei, il suo corpo, come se fosse qualcosa di prezioso, qualcosa da ammirare e possedere. Mai nella vita aveva neppure immaginato potesse succedere. Lei che da sempre era considerata un'incapace, una nullità, solo sufficentemente carina da poter essere usata per soddisfare il bisogno di svuotare le palle di un uomo. Alcune lacrime iniziarono a scendere sul suo viso, ma erano di pura gioia.
Renato non perse tempo. Con un movimento deliberatamente lento slacciò la camicetta rivelando il reggiseno. "Cazzo, sì…" ringhiò, poi affondò il viso tra i suoi seni, la lingua che tracciava un percorso bagnato sulla pelle olivastra. Fabiola gemette, le dita intrecciate nei suoi capelli radi, tenendolo vicino, mentre lui le mordeva i capezzoli attraverso il pizzo, succhiando forte, lasciandoli così duri da far male. "Ti piace, principessa?" le chiese, la voce soffocata contro la sua pelle. "Ti piace quando ti trattano come meriti?"
"Sì…" ansimò lei, la testa che cadeva all’indietro contro il muro. "Sì, mi piace…"
Lui rise, un suono basso che le vibrò nelle viscere, poi si inginocchiò davanti a lei con movimenti lenti, quasi cerimoniali. Le sue mani risalirono lungo le cosce, callose e insistenti, sollevando la gonna con una deliberata lentezza che le mozzò il respiro. «Allora vediamo quanto ti piace prendere quello che ti do.» Le dita sfiorarono l'orlo delle mutandine, giocarono un istante con l'elastico umido di desiderio, poi tirarono con forza decisa. Il tessuto si lacerò con un sordo strappo, lasciandola completamente esposta, la figa gonfia e luccicante sotto la luce tremolante. «Porca troia...» La voce di Renato si fece rauca, quasi reverente mentre la osservava spalancata davanti a lui. «Guarda com'è bella. Guarda com'è perfetta.» Le sue dita le allargarono le labbra, le aprirono completamente, rivelando il rosa scuro e palpitante all'interno, il profumo intenso della sua eccitazione che inebriò l'aria. Fabiola tremò incontrollabilmente, le gambe che si spalancarono più larghe di quanto oserebbe ammettere, mentre lui si chinò con lentezza assoluta, la lingua che emerse rosa e vogliosa, e la percorse dalla fessura all'ano in un solo movimento lunghissimo, bagnato, che le annientò la volontà.
«Ah! Dio sì!» Fabiola sobbalzò violentemente, le dita che si aggrapparono disperatamente alle lenzuola, le unghie che affondarono nella stoffa consumata. La lingua di Renato era calda, ruvida, implacabile. Continuò a leccarla senza tregua, affondando tra ogni piega con precisione crudele, succhiando il clitoride gonfio fino a farla gridare, poi risalì per infilarle la punta affilata nella figa, penetrandola con colpi brevi e veloci che le scomposero il respiro. «Cazzo quanto sei buona, e stretta...» gemette lui contro la sua carne umida, le vibrazioni che le propagarono scosse elettriche. «E così bagnata. Sei la mia principessa, Fabiola. La mia principessa.»
Le parole la colpirono dritto al basso ventre, scatenando ondate di calore liquido che le invasero l'intero corpo. «Sì...» ansimò, le dita che si strinsero con possesso nei suoi capelli radi. «Sono la tua principessa.» Ma nella mente di Fabiola balenò un'ombra familiare, una paura antica che si confuse col desiderio, la necessità ossessiva di dimostrare, di offrirsi completamente. «Ma voglio anche essere la tua troia, la tua principessa puttana.»
Renato ringhiò, si slacciò i pantaloni, il cazzo che saltò fuori, grosso e violaceo, la punta già bagnata di piacere, una goccia trasparente che colava lungo l’asta. Fabiola lo guardò, gli occhi sgranati. Non era bello. né particolarmente lungo. Non era perfetto ma era grosso, spesso, con le vene che pulsavano sotto la pelle, la punta larga e umida, circondata da peli grigi e ricci. Era suo.
"Lo vuoi, vero?" le chiese, prendendo il cazzo in mano, strofinando la punta contro le sue labbra bagnate, facendola sobbalzare. "Vuoi che te lo metta dentro, piccola troia?"
"Sì…" sussurrò lei, le mani che si aggrappavano alle lenzuola , le unghie che affondavano nel tessuto logoro. "Per favore…"
Renato non aspettò altro. Con una spinta decisa, affondò dentro di lei, riempiendola tutta in un colpo solo. Fabiola gridò, la schiena che si inarcava, le unghie che strappavano la stoffa. Era invadente, più di quanto si aspettasse, e la stava allargando, riempiendo ogni centimetro della sua figa stretta, che si contraeva attorno a lui, cercando di adattarsi a quella invasione che le sembrava nuova perché per la prima volta sentiva che era dettata dal piacere e non dal bisogno. "Cazzo, sì…" ringhiò lui, fermandosi per un istante, lasciandola abituare al suo cazzo. "Cazzo! Sei così stretta… sembri una verginella." Poi iniziò a muoversi, tirandosi indietro finché solo la punta rimase dentro, per poi affondare di nuovo, colpendola in profondità, facendola gemere ad ogni spinta.
Fabiola non riusciva a pensare. Non riusciva a fare altro che sentire quel cazzo grosso che la riempiva, le parole sporche che le stimolavano la mente, le mani di lui che le afferravano i fianchi, "Sei la mia puttana," le sussurrò all’orecchio, i denti che le mordevano il lobo, strappandole un altro gemito. "Solo mia. Nessun altro ti toccherà mai più."
E in quel momento, Fabiola ci credette.
Le lacrime le scesero lungo le guance, ma non erano di dolore. Erano di gioia. Di sollievo. Di una felicità così intensa che le bruciava dentro, come un fuoco che divampava dopo anni di ghiaccio. "Sì…" singhiozzò, le braccia che si avvolgevano attorno al suo collo, le gambe che si stringevano attorno ai suoi fianchi. "Sono la tua puttana. Solo tua."
Renato accelerò il ritmo, i colpi che diventavano più duri, più profondi, il materasso che si muoveva sotto di loro, "Dimmelo," le ordinò, la voce un ringhio. "Dimmi che sei mia."
"Sono tua!" gridò lei, la voce rotta dai singhiozzi, dalle urla, dai gemiti. "Sono la tua puttana! La tua troia! Solo tua!"
Lui emise un ruggito, poi prese le gambe e le alzò sulle sue spalle, rendendo i suoi affondi ancori più intensi. Ai piedi Fabiola aveva ancora i tacchi e, quando si rese conto che la lingua di Renato le leccava il dorso del piede, i tacchi, le scarpe, come se assaporasse il più dolce dei frutti, perse il controllo e un orgasmo esplose dentro di lei. I gemiti e le grida di piacere, si mescolavano al rumore umido del cazzo di Renato che sguazzava nei suoi succhi. "Si godi principessa, godi come una puttana." Si chinò su di lei, il cazzo che continuava a fotterla, e la baciò, la leccò con una furia che lasciò Fabiola senza fiato, ormai inerme. Poi si alzò e, con il bacino che continuava a muoversi, più lentamente ma inesorabile, la fissò "Guarda," le disse, la voce roca, gli occhi che bruciavano nei suoi. "Guarda quanto sei bella quando prendi il mio cazzo."
Fabiola alzò la testa, si appoggiò sui gomiti e abbassò lo sguardo, osservando il cazzo grosso che spariva dentro di lei, le labbra della figa che si allargavano per accoglierlo, il liquido lucido che colava fuori ad ogni spinta, bagnandole il culo, le cosce, il lenzuolo. Era osceno. Era perfetto.
"Ti amo, e voglio portarti via con me" le sussurrò Renato e, in quel momento, Fabiola ci credette.
Poi lui affondò di nuovo, e il mondo esplose in luce bianca.
Il piacere la travolse di nuovo come un’onda, il corpo scosso da spasmi incontrollabili, la figa che si stringeva attorno al cazzo di Renato, strizzandolo, mungendolo, mentre lui continuava a fotterla senza pietà, i fianchi che sbattevano contro i suoi, la pelle che sbatteva contro la pelle, il sudore che li ricopriva entrambi. "Sì, così… così cazzo, sei la troia perfetta…" gemette lui, le dita che le affondavano nei fianchi, possessivi e appassionati.
Fabiola piangeva, le lacrime che le solcavano il viso, mescolandosi al sudore, al rossetto sbavato, alle lacrime di gioia che non riusciva a fermare. Non aveva mai provato nulla del genere perché credeva non fosse solo sesso. Credeva fosse amore. Credeva fosse libertà
"Cazzo, non resisto, sto per venire" ringhiò Renato e, solo per un attimo, il terrore portò un briciolo di lucidità in Fabiola "No, ti prego, non lì". Renato si fermò di colpo, con un velo di rabbia che balenò nei suoi occhi grigi. Fabiola sapeva, sapeva che non gli sarebbe bastato succhiarlo fino a portarlo al piacere, perché lui le aveva donato attimi di pura gioia. "Ti prego, non posso rischiare di rimanere incinta" poi si mosse, si girò esponendo il suo culo in alto e guardando languida Renato "ma lì dietro puoi venire quanto vuoi, mio re". Renato rimase quasi interdetto ma la lussuria, la possibilità inaspettata di sfondare quel culetto così sodo, liscio e perfetto come mai gli era successo, prese il sopravvento. "Cazzo sì, adesso ti sfondo il tuo culo da puttana". Renato appoggiò la punta del cazzo al suo buchetto iniziando a spingere. Gli umori di Fabiola, che avevano inondato il suo cazzo e il buco del culo, fecero da lubrificante, mentre l'abitudine ad essere inculata di Fabiola fece il resto. Dopo una prima, labile resistenza, Renato riuscì ad entrare mentre Fabiola gemette di piacere, quasi incredula perché mai, prima d'ora, sentirsi sfondare il culo le aveva donato piacere. Renato iniziò a stantuffarla con forza, quasi con rabbia. Si alzò per penetrarla meglio dopo averla costretta ad appoggiare il viso sul materasso. Fabiola sentì il peso del suo corpo sui fianchi mentre spingeva il suo grosso cazzo dentro e fuori dal suo culo, con le palle che sbattevano contro la sua figa fradicia ma. Quando sentì la mano di Renato stringerle e stimolarle il clitoride, tutto il resto svanì "Sì amore sì, scopa il culo della tua troia, riempimi con la tua sborra" e quando sentì quel liquido caldo inondarle le viscere, mentre Renato imprecava per il piacere, un nuovo orgasmo deflagrò dentro di lei. Sentì la sua figa spruzzare piacere mentre il culo si contraeva attorno al cazzo che la sfondava fino a quando le sue gambe cedettero sotto il peso di Renato. Rimasero immobili, ansimanti, e Fabiola, sentendo la sborra che sbordava mescolandosi con gli umori che colavano dalla sua figa, si sentì leggera come una nuvola che guardava tutti dall'alto.
Renato, accasciato sopra di lei, con il respiro affannoso e il sudore che gli colava sulla fronte, gocciolando sul suo collo e sulle sue labbra, la guardò dritto negli occhi "Sei mia," le ripeté, le labbra contro il suo collo, i denti che le mordevano dolcemente la pelle. "Ora sei davvero mia."
Fabiola chiuse gli occhi, le braccia che lo stringevano forte, come se avesse paura che potesse scomparire, che potesse essere tutto un sogno. "Sì," sussurrò, la voce rotta, le lacrime che continuavano a scenderle lungo le tempie. "Tua. Per sempre."
E per la prima volta nella sua vita, Fabiola si sentì una donna.
Renato si alzò e, guardando l'orologio appeso alla parete, sobbalzò. "Principessa, vorrei tenerti qui per sempre, ma temo che per te sia tardi." Fabiola si accorse che erano già trascorse quasi due ore. Con un sorriso appena accennato sulle labbra, si rivestì il più rapidamente possibile, diede una rapida sistemata al trucco e poi, vedendo Renato in piedi che la osservava, con il cazzo ancora semi-eretto e una goccia di sperma che colava, sentì una nuova ondata di calore tra le cosce. Si abbassò, succhiò quell'ultima goccia e poi, guardando Renato negli occhi, gli disse semplicemente: "Grazie." Renato ricambiò con un bacio che a Fabiola sembrò carico di qualcosa di più profondo. "Se mi vorrai ancora, lunedì sarò qui di nuovo." Renato rimase in silenzio abbastanza a lungo da far temere a Fabiola di essere stata scartata, come tante volte le era successo. "Io ti voglio da sempre, principessa. Io voglio portarti via con me"." Fabiola corse via, temendo di scoppiare a piangere, mentre Renato rimase lì ad osservarla e, appena vide la porta chiudersi, afferrò il telefono. "Ehi, Max! Meglio del previsto. Non solo si è fatta scopare come una cagna, ma è stata lei a volermi dare il culo, per non farsi sborrare in figa. Vedrai, sarà uno spettacolo."
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