Lui & Lei
Rinascita di una donna - 3 L'anniversario
YourBestItalianFrien
23.07.2026 |
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"Bella trentenne, piena di piercing — cosa che mi faceva letteralmente impazzire — e con un lungo vestito bianco, leggero e ricamato..."
Era l’anniversario del nostro matrimonio.Non eravamo sposati da moltissimi anni, eppure sembrava che la vita avesse già avuto il tempo di metterci alla prova in ogni modo possibile. Quello, soprattutto, era un periodo in cui non potevamo permetterci granché: niente regali sbrilluccicosi, niente ristoranti di lusso, niente fughe romantiche organizzate all’ultimo momento.
Le difficoltà economiche la facevano da padrone. Si infilavano dappertutto: nelle conversazioni, nei programmi, nel modo in cui ci guardavamo. Ogni scelta doveva essere pesata, ogni spesa valutata e ogni problema sembrava capace di mettere pressione su tutto il resto.
Anche su di noi.
Ero seduto alla scrivania dell’ufficio, intento ad aggiustare alcuni contenuti digitali, ma la mia testa era altrove.
Viaggiava.
E viaggiava di brutto.
A un certo punto, il telefono vibrò.
Un messaggio.
Era mia cognata, che si sarebbe sposata la settimana successiva.
Lessi:
— Buon anniversario, cognato! ♥️
La ringraziai e le chiesi, quasi per gioco, se si stesse già facendo bella per il matrimonio.
E lei che fece?
Mi mandò una fotografia.
Un primo piano del viso, senza trucco, senza filtri particolari. Apparentemente, una foto innocente.
Sei sexy anche così, pensai.
Mia cognata.
Sì, proprio lei.
Una donna con un curriculum che non poteva certo essere sottovalutato. Beccata ad avere una tresca sessuale con il suo fratellastro, nonostante fosse fidanzata da oltre quindici anni.
E, ogni volta che ci pensavo, la prima domanda che mi veniva in mente era sempre la stessa:
Come cazzo ha fatto a scoparsi quel bidone del suo fratellastro?
Centocinquanta chili per un metro e una Vigorsol morsicata. Pelliccia full body quattro stagioni, perennemente unto di sudore. Una specie di peluche vivente, ma lasciato sotto la pioggia e poi dimenticato in un garage umido.
Una schifezza abominevole.
Non lo so.
Forse aveva il gusto dell’orrido.
O forse proprio quell’assurdità mi impediva di smettere di pensarci. Perché, se era riuscita a scoparsi lui, allora cosa avrebbe potuto fare davanti a un uomo che le piaceva davvero?
Capitava che io e mia cognata ci scambiassimo battute più o meno piccanti. Le mie erano quasi sempre dirette, pesanti, con pochissimo spazio lasciato all’immaginazione.
Lei, invece, era più sottile.
Non diceva apertamente.
Suggeriva.
Lasciava piccoli segnali e poi si comportava come se non fosse successo nulla.
Ogni tanto mi dava uno schiaffo sul culo. Altre volte me lo palpava apertamente, ridendo. Succedeva soprattutto nel periodo in cui aveva quella tresca con il peluche vivente, come se in quei mesi avesse addosso una corrente diversa, una spavalderia che non riusciva — o non voleva — controllare.
Quando ci salutavamo con i due bacini di rito, prendeva spesso l’angolo delle mie labbra.
A volte con il secondo bacio.
A volte con entrambi.
Che ci fossero altre persone sembrava importarle poco. Si avvicinava, girava appena il viso e lasciava che le nostre bocche si sfiorassero in quel punto ambiguo, troppo vicino alle labbra per essere davvero innocente.
E quella roba mi eccitava.
Mi eccitava perché non sapevo se fosse un errore, una provocazione o semplicemente il suo modo di farmi capire che aveva notato qualcosa anche lei.
Continuavo a fissare la fotografia.
E l’omino perverso dentro il mio cervello aveva già cominciato a impartire ordini.
Alza l’asticella.
Mandale il tuo gran cazzo in tiro.
Vedrai come si bagna.
Quell’omino non conosceva prudenza, matrimonio, conseguenze o legami familiari. Ragionava soltanto per impulsi. Vedeva una porta socchiusa e voleva sfondarla a calci.
Io, invece, ricambiai con una mia fotografia in primo piano e una battuta, nel tentativo di continuare il giochino senza scoprirlo del tutto.
Volevo capire fino a dove sarebbe arrivata.
E, soprattutto, fino a dove sarei riuscito ad arrivare io.
Fin da ragazzo avevo sempre avuto un enorme timore del rifiuto femminile. Nonostante fossi stato, grazie a Dio, un bel ragazzo, ero quasi sempre quello che concludeva meno degli altri.
Mi mancava lo spirito d’iniziativa.
Quella furba malizia capace di leggere il momento, spingersi appena oltre e accendere una donna senza bruciare tutto.
E forse proprio per questo non avevo mai provato davvero con mia cognata.
Avevo fantasticato, certo.
Quello sì.
Mi domandavo che cosa avrebbe fatto se, in un momento in cui fossimo rimasti soli, le avessi preso il viso e avessi infilato la lingua nella sua bocca come un fulmine a ciel sereno.
Se avesse ricambiato.
Se, sentendo che anche lei lo desiderava, l’avessi spinta contro il mobile della cucina, chiudendo la distanza tra i nostri corpi e afferrandole quel meraviglioso culone sodo che si ritrovava.
L’immagine mi attraversò così chiaramente da sembrare quasi un ricordo.
Ecco.
Mi era tornato duro soltanto pensandoci.
I messaggi continuarono per buona parte della giornata.
Niente di apertamente compromettente, almeno in apparenza. Battute, fotografie del viso, doppi sensi e quelle piccole aperture che potevano sempre essere negate in seguito.
Ma sotto c’era altro.
O forse ero io a volerlo vedere.
Arrivò la sera e, con moglie e prole al seguito, andammo sul mare per fare un aperitivo.
Era pur sempre il nostro anniversario.
Avrei voluto che mia moglie si mettesse un po’ in tiro. Niente di esagerato: un vestito carino, i capelli sistemati, qualcosa che trasformasse, almeno per una sera, la madre delle mie figlie nella donna con cui avevo scelto di condividere la vita.
Ma avevamo finito tardi di lavorare e arrivammo vestiti praticamente come ci trovavamo.
La serata, però, era magnifica.
Un venticello dolce arrivava dal mare e faceva quasi dimenticare il caldo soffocante dei giorni precedenti. Il cielo conservava ancora alcune strisce rosate vicino all’orizzonte e l’acqua rifletteva le ultime luci della sera.
Ordinammo uno Spritz per la signora e un Negroni per me.
Le bambine avevano già mangiato e non volevano nulla.
Cominciammo a chiacchierare.
Del più.
Del meno.
Del per.
Di cose serie, di lavoro, di soldi, di famiglia e di tutto ciò che, inevitabilmente, finiva sempre per occupare lo spazio tra noi.
La mia mente, però, comandava la vista.
L’omino perverso continuava a ordinarmi di guardarmi intorno, di cercare una situazione qualsiasi, uno sguardo, un uomo interessante, una donna provocante, qualcosa da usare per stuzzicare mia moglie.
Volevo farle provare un’emozione.
Gelosia.
Curiosità.
Imbarazzo.
Qualsiasi cosa fosse diversa dalla solita calma piatta.
Ma intorno a noi non accadeva nulla.
Nessuna situazione interessante.
Nessun gioco di sguardi.
Nessun uomo che sembrasse notarla.
Nessuna donna che potessi usare per provocare una sua reazione.
Così, quasi alla fine dell’aperitivo, la buttai lì:
— Peccato che stasera non ti sia messa tutta in ghingheri…
Lei mi rispose che non avevamo avuto tempo, come se già non lo sapessi.
Era una frase retorica.
Mirava ad altro.
— Ti potevi mettere quel vestitino così sexy che avevi ieri in casa.
Lei mi guardò quasi scandalizzata.
— Cosa dici? Quello straccio tutto slabbrato?
— Straccio? Non immagini come ti guardava quell’amico di famiglia.
Lei sorrise, intuendo già dove volessi andare a parare.
— Si era messo sul dondolo proprio per avere una vista migliore, sai?
— Ma stai zitto!
Lo disse ridendo.
Quella risata mi incoraggiò.
— Ho visto i suoi occhi uscire dalle orbite appena ti sei piegata e ti ha visto i seni. E, se posso permettermi, ho notato pure uno strano rigonfiamento nei suoi pantaloncini. Ha cercato di coprirlo con le mani, tutto impacciato. Non te ne sei accorta?
— Dai, che schifo!
Non ebbi neppure il tempo di continuare.
— Che schifo!
Lo ripeté con ancora maggiore decisione.
Quel «che schifo» mi lasciò perplesso.
Le spiegai che, in fondo, anche lui era un uomo. Avrebbe avuto le proprie pulsioni, i propri desideri e le proprie reazioni fisiche. Non aveva fatto nulla. Aveva semplicemente guardato una bella donna e il corpo aveva risposto.
Niente.
Schifo era.
Schifo rimase.
Eppure, dopo averlo detto, i suoi occhi si fermarono nel vuoto per qualche secondo di troppo.
Non guardava me.
Non guardava le bambine.
Non osservava il mare.
Era come se la sua mente fosse tornata su quella veranda.
Come se stesse ricostruendo la scena che le avevo appena raccontato: lei che si piegava con il vestito aperto, l’amico di famiglia seduto sul dondolo e quel rigonfiamento che lui aveva cercato goffamente di nascondere.
Forse non provava eccitazione.
Forse davvero le faceva schifo.
Ma per qualche secondo aveva visualizzato tutto.
E questo, per me, era già qualcosa.
Che zoccola, pensai.
Bene, bene. Così.
Non avevo altre situazioni da usare per stuzzicarla e avevo apparentemente preso picche con la storia del durello dell’amico di famiglia.
Dovevo inventarmi altro.
Mi alzai per andare a pagare.
Dopo aver saldato il conto, mi avvicinai alla proprietaria del locale per salutarla.
Antonella.
Bella trentenne, piena di piercing — cosa che mi faceva letteralmente impazzire — e con un lungo vestito bianco, leggero e ricamato.
Il tessuto sembrava coprirla, ma in controluce lasciava intuire praticamente tutto.
Soprattutto il perizoma, insinuato morbosamente tra due glutei grandi, tondi e sodi.
E così come quel perizoma si insinuava tra le sue chiappe, anche i miei occhi si infilavano inevitabilmente in quella direzione ogni volta che vedevo un culo di quella fattezza.
Ci salutammo con i bacetti di rito.
Poi le lasciai una carezza sul braccio, appena più lenta del necessario.
Sembrò gradire.
O almeno, non si ritrasse.
Mentre tornavamo a casa, mia moglie iniziò quasi immediatamente con le battute di gelosia.
Aveva visto tutto.
Mi chiese:
— Che cosa significava quella carezza sul braccio?
— Quale carezza?
— Quella che hai dato ad Antonella.
— L’ho soltanto salutata.
— Per salutarla dovevi anche accarezzarla?
— Era una carezza sul braccio, non l’ho mica chiesta in moglie.
Lei mi guardò di traverso.
— E tutta quella confidenza da dove viene?
Missione compiuta, pensai.
L’avevo fatta ingelosire.
Poco, forse.
Ma le avevo fatto provare qualcosa.
E sogghignai furbescamente, soddisfatto di avere smosso almeno un granello in quella superficie diventata troppo immobile.
Arrivati a casa, mia moglie andò a letto con la prole.
Io rimasi in giardino a fumare una sigaretta.
Era l’una e mezza di notte.
Ed ero eccitato.
Molto eccitato.
Il Negroni, il vento del mare, la gelosia di mia moglie, il vestito di Antonella e, soprattutto, quella fotografia ricevuta al mattino avevano creato dentro di me una miscela difficile da controllare.
Presi il telefono.
Riaprii la chat con mia cognata.
Guardai nuovamente la fotografia del suo viso.
Poi entrai nella galleria e iniziai a scorrere alcune immagini del mio album privato.
Ne scelsi una.
Ero completamente nudo, fotografato in penombra. Il corpo appariva quasi come un’ombra, ma le forme erano chiarissime: l’addome scolpito, il torace, le gambe e quell’erezione fuori dal comune che dominava la scena.
Il pollice rimase per qualche secondo sospeso sullo schermo.
L’omino perverso urlava:
Invia.
E io premetti.
Invia.
Soltanto cinque minuti dopo rinsavii.
Guardai la chat e sentii il cuore accelerare.
— Ma che cazzo le ho mandato?
Cancellai immediatamente la fotografia.
Per fortuna non risultava ancora visualizzata.
Meno male che non l’ha vista, pensai.
Ma non era completamente vero.
Una parte di me avrebbe voluto che l’avesse vista.
Avrebbe voluto immaginarla mentre apriva la fotografia, la ingrandiva con due dita e rimaneva qualche secondo in silenzio davanti al mio corpo.
Pensai a un’altra occasione.
Quel giorno in cui avevo fatto volutamente la doccia con la porta aperta e lei, invece di allontanarsi, si era sistemata in salotto a chiacchierare, scegliendo una posizione dalla quale avrebbe potuto vedere tutta la scena.
Magari era stato casuale.
Magari no.
Ma il dubbio bastò.
Ero di nuovo duro.
Di nuovo, cazzo.
Mi spogliai nel buio del giardino.
L’erba fresca del prato inglese mi sfiorava i piedi. Intorno a me, la casa era silenziosa e le luci quasi tutte spente. Sapevo che mia moglie dormiva a pochi metri di distanza, insieme alle nostre figlie.
Io, invece, ero lì fuori.
Nudo.
Con il telefono in una mano e il cazzo nell’altra.
Chiusi gli occhi.
Pensai a mia cognata.
Alle sue labbra che sfioravano l’angolo delle mie.
Alla mano sul mio culo.
Al modo in cui si era seduta in salotto mentre io facevo la doccia con la porta aperta.
Immaginai il suo sguardo sulla fotografia che avevo appena cancellato.
Il desiderio esplose con una velocità quasi violenta.
Forse furono i Negroni.
Forse la frustrazione.
Forse tutto ciò che avevo accumulato durante quella giornata.
In meno di sessanta secondi sentii il corpo irrigidirsi.
Mi inarcai all’indietro.
L’orgasmo partì dalla testa e attraversò la schiena, lo stomaco e le gambe, fino alla punta dei piedi.
Il primo schizzo mi colpì il petto.
Gli altri salirono più in alto, finendomi addosso mentre continuavo a pulsare, incapace per qualche istante di controllare il respiro.
Era stato rapido.
Brutale.
Liberatorio.
Ero troppo eccitato pensandola.
Poi, come sempre accade, il raptus passò.
Rimase il silenzio.
La casa davanti a me.
Il telefono appoggiato sull’erba.
E quella strana sensazione di aver inseguito qualcosa per tutta la giornata senza essere davvero riuscito a raggiungerlo.
Mi infilai sotto la doccia fredda.
Lasciai che l’acqua cancellasse il sudore, l’eccitazione e le tracce di ciò che avevo appena fatto.
Poi entrai in camera.
Mia moglie dormiva già, girata su un fianco.
Mi sdraiai accanto a lei.
— Buonanotte, amore — sussurrai, anche se non poteva sentirmi.
Come al solito, le strinsi una chiappa.
Lei si mosse appena nel sonno, senza svegliarsi.
Chiusi gli occhi.
Nel giorno del nostro anniversario avevo desiderato mia moglie, provocato la sua gelosia, fantasticato su mia cognata, rischiato di mandarle una fotografia del mio corpo nudo e concluso la notte da solo, nel buio del giardino.
Eppure, mentre il sonno cominciava a prendermi, la donna che stringevo continuava a essere lei.
Mia moglie.
La donna che desideravo risvegliare.
Anche se, forse, prima di riuscire a farlo, avrei dovuto capire che cosa si fosse addormentato dentro di me.Io
Continua…
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