Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Lui & Lei > Ultima corsa
Lui & Lei

Ultima corsa


di Voglioeccitarmi1
23.05.2025    |    655    |    11 9.9
"Appena sentì la punta della sua lingua spingere nel mio buco, una mano si spinse nei suoi capelli cercando di tirarlo ancora di più verso di me..."

Era sera.

L’ultima luce del tramonto si spegneva dietro le colline. Una delle mie ore preferite, quando il cielo inizia a diventare blu. Dal finestrino del treno, il mondo scorreva lento e liquido, riflesso nei vetri come in un sogno troppo vivido per essere vero. L’interno del vagone era semivuoto, immerso in una penombra dorata, tagliata solo dalle luci intermittenti delle stazioni che scivolavano via come spettri.

Mi ero seduta da sola, in fondo, con la giacca abbandonata accanto e un libro aperto solo per fingere distrazione. Ma non leggevo. Non riuscivo. C’era qualcosa nell’aria. Una tensione sottile, come prima di un temporale. E non sapevo da dove venisse… finché lo vidi.

Entrò nel vagone senza fretta, come se sapesse già dove guardare. Il capotreno. Alto, spalle larghe sotto la camicia della divisa sbottonata sul collo. I capelli scuri, leggermente spettinati, sembravano messi in ordine solo per essere subito rovinati dal vento. Un tatuaggio nero gli saliva dal polso sinistro fino a scomparire sotto la manica arrotolata. Ne intravedevo solo pezzi, linee spezzate, simboli che sembravano muoversi con lui.

Quando mi vide, rallentò. Aspettavo mi chiedesse il biglietto, ma continuava a scrutarmi senza proferire parola. Era qualcos’altro. Un attimo sospeso.

“Serata lunga?” mi chiese, la voce bassa, roca in un modo che non si finge. Sorrisi appena. “Più lenta che lunga.” Lui si avvicinò, poggiando una mano sullo schienale del mio sedile e una sul corrimano accanto al mio posto. Le vene sporgevano leggermente sotto la pelle. “Questo è il mio turno preferito. L’ultimo. I vagoni si svuotano, le persone abbassano le difese.” “E tu cosa fai, le osservi?” “Solo chi vuole essere guardato.”

Si creò un silenzio strano, ma non scomodo. Il treno sobbalzò leggermente e lui si sporse un po’ di più, il ginocchio sfiorò il mio. Io non mi mossi. “Allora potrei farmi trovare qui anche domani, alla stessa ora”, dissi senza pensarci troppo. Lui rise piano, un suono profondo, quasi intimo. “Domani è lontano.”

Appoggiò un bigliettino accanto al mio libro. Nessun nome, solo un numero e un orario. Poi si allontanò, senza voltarsi. E io rimasi lì, col cuore che batteva più forte del treno.

Dopo averlo visto entrare nell'altra cabina, dopo un paio di minuti forse, abbassai lo sguardo su quel pezzo di carta.

"3, 22:30".

Controllai l'ora sul mio telefono, erano le 22:15. Un quarto d'ora.

Un quarto d'ora per capire se fossi davvero così impulsiva, così incline a seguire un desiderio sconosciuto. I pensieri iniziarono ad affiorarmi nella testa, un turbine di possibilità e avvertimenti. Il mio corpo si muoveva irrequieto. Mi alzavo e mi risedevo, mi alzavo e mi risedevo, mi rigiravo nel mio posto, sentendo lo stomaco stringersi e rilasciarsi. Cosa stavo facendo? Chi era quell'uomo? Ma la curiosità, quel brivido di ignoto, era più forte della paura.

All'improvviso presi tutte le mie cose e mi incamminai verso la carrozza numero 3. Controllai di nuovo l'ora... Erano già le 22:30. Un sussulto. Il mio passo si affrettò, l'ansia di mancare quell'appuntamento, di perdere l'occasione di... cosa? Non lo sapevo ancora.

Mi bloccai davanti alle porte, la mano sospesa sul pulsante. Un respiro profondo. Era lì. Era ancora lì, ad aspettarmi, appoggiato ad uno dei sedili, un'ombra scura nel crepuscolo del vagone. Un sorriso soddisfatto si fece strada sulle sue labbra, un sorriso che sembrava sapere tutto di me. Schiacciai il pulsante per aprire le porte, affannata e sorridente, sentendomi allo stesso tempo folle e incredibilmente viva.

“Vieni,” disse. Non era una domanda. Mi prese la mano e mi tirò dietro di lui. Attraversammo due vagoni vuoti. Il suono dei nostri passi sul metallo era l’unico rumore, un battito secco e ritmico. Passammo tra sedili deserti, luci soffuse, porte che si aprivano con uno sbuffo sordo. Mi condusse in uno spazio tra due carrozze, dove il rumore dei binari era più forte, quasi ipnotico. Il vetro dietro di lui mostrava il mondo che fuggiva, e io lì, ferma.

“Qui nessuno viene mai,” disse. “A meno che non voglia scomparire un attimo dal mondo.” Si avvicinò. Lo sentii prima nel respiro, poi nel calore del corpo. Lo spazio tra noi era una linea sottilissima, carica di elettricità. La sua mano sfiorò la mia, con calma, come se mi stesse leggendo sotto pelle. Nessuna fretta. Ma lo sguardo… era fame trattenuta.

“Tatuaggio?” chiesi, senza fiato, accennando con lo sguardo al disegno che si arrampicava sul suo braccio. “Vuoi scoprirlo?” rispose, e lasciò che la manica scivolasse più su, mostrando curve nere. Una bellissima fenice ruotava sul suo braccio, talmente vivida da sembrare reale.

Mi guardò. Davvero, questa volta. “Se resti,” disse, “il treno può anche non fermarsi più.” Avevo sempre avuto un debole per gli sconosciuti con segreti e stazioni mancate.

Così, mi alzai sulle punte e chiusi quello spazio fra le nostre labbra. Un sospiro mi abbandonò mentre prendeva il mio viso fra le sue mani. La sua bocca sulla mia era un invito, un assaggio di qualcosa di più profondo. Non era un bacio timido, esplorativo. Era una presa di possesso, una promessa di abbandono. Le sue labbra premevano, mordevano leggermente, e la mia lingua rispondeva con un’avidità che mi sorprese.

Il suo respiro caldo si mescolava al mio. Le sue mani scesero lungo la mia schiena, delineando la curva dei miei fianchi, attirandomi ancora più vicino. Sentivo il suo corpo premere contro il mio, la durezza della sua erezione contro il mio ventre. Un fremito mi scosse dalla testa ai piedi.

Il bacio si fece più intenso, disperato. Le sue mani si infilarono sotto la mia camicetta, sfiorando la mia pelle e tirandola via. Sentii un brivido di piacere puro quando le sue dita raggiunsero il gancio del reggiseno. Un click silenzioso, e il tessuto cadde, liberando il mio seno.

Non si fermò. La sua bocca scese lungo il mio collo, lasciando una scia di baci umidi e mordaci. Gemetti, incapace di trattenere il suono che mi sfuggì dalle labbra. Il sapore della sua pelle era salato, selvaggio, irresistibile.

Con una mossa rapida, mi sollevò, sedendomi sul ripiano sotto il finestrino. Le mie gambe si aprirono automaticamente, avvolgendolo attorno alla sua vita. Ora eravamo ancora più vicini, la sua erezione pulsante contro di me. Si allontanò leggermente, gli occhi scuri incendiati dal desiderio. Mi guardò, come se volesse imprimere ogni dettaglio del mio viso nella sua memoria. Poi abbassò lo sguardo sul mio seno, e un sorriso predatore gli curvò le labbra.

Con una lentezza deliberata, abbassò la testa e prese un capezzolo tra le labbra. Lo succhiò, lo morse, lo torturò con una precisione che mi fece gemere di piacere. Le mie mani affondarono nei suoi capelli, stringendo forte mentre il piacere si faceva quasi insopportabile. “Ancora,” sussurrai, la voce rotta dall’eccitazione. “Ancora…” Sollevò lo sguardo, e nei suoi occhi lessi una promessa di tormento e beatitudine. “Il treno può anche non fermarsi più,” ripeté, la voce roca. “Ma tu, ti fermerai con me.”

Mi baciò di nuovo, con una foga ancora maggiore. La sua mano scese lungo la mia coscia, sollevando l'orlo della mia gonna. Le sue dita trovarono la mia intimità, umida e pulsante di desiderio. Mi torturava facendo scivolare le dita sulla mia fessura, ma quando iniziai a dimenarmi per avere di più, infilò due dita dentro velocemente.

Il mondo intorno a noi svanì. C’eravamo solo noi, in quello spazio ristretto tra due carrozze. Il rumore dei binari divenne una sinfonia di piacere, un ritmo che scandiva i nostri respiri affannosi.

E mentre le sue dita mi tormentavano, sentii il mio corpo contrarsi, stringersi, esplodere in un orgasmo incontrollabile. Un urlo di piacere mi sfuggì dalle labbra. Fra i miei occhi soffusi vedevo la sua espressione fiera.

Quando le tirò fuori erano coperte dei miei umori e quando le avvicinò alla mia bocca presi la sua mano e sorridendo astutamente la rivolsi alla sua di bocca.

Alzò un sopracciglio al mio gesto ma fu più che contento di assaggiarmi. Le dita scorrevano avidamente sulle sue labbra e la sua lingua non tralasciò neanche un punto.

Si fiondò sulla mia figa, facendomi sospirare e saltare per il movimento improvviso. Si era inginocchiato e teneva le mie gambe nell'incavo delle ginocchia. Feci giusto in tempo ad appoggiare le mani sul bordo del vetro prima che alzasse i miei fianchi e li portasse verso la sua bocca.

Sembrava un affamato: leccava, succhiava, mordeva. Si stava gustando il suo pasto. Appena sentì la punta della sua lingua spingere nel mio buco, una mano si spinse nei suoi capelli cercando di tirarlo ancora di più verso di me. La mia foga, unita al tremolio che quella pratica causò al mio corpo, quasi mi fecero perdere l'equilibrio e cadere.

Visto lo stato in cui ero, si sedette a terra fra le mie gambe con la schiena appoggiata e mi spostò sulla sua bocca per riprendere quella danza. Non facevo che tremare e cercare di contenere i gemiti. Eravamo da soli, ma non ero certa fossero scesi tutti dal treno.

Le mie gambe tremavano incontrollabilmente a quel punto, mentre lui continuava a divorarmi, la sua lingua esperta un vortice di piacere che mi risucchiava sempre più a fondo. Ogni leccata, ogni succhiata era un colpo allo stomaco, un sussulto che mi percorreva interamente. Non riuscivo a fare altro che aggrapparmi alle sue spalle, stringendo la stoffa della sua giacca, abbandonandomi completamente a quella tempesta di sensazioni.

E quando sentii la sua lingua farsi strada anche nell'altro buco, un grido strozzato mi sfuggì dalle labbra. Era un dolore piacevole, un'invasione inaspettata che mi scosse nel profondo. La sua lingua si muoveva con sicurezza, esplorando ogni angolo, ogni piega, e io mi abbandonai a quella sensazione proibita, spingendo istintivamente il bacino contro la sua bocca.

Poi, improvvisamente, si sollevò. Mi guardò negli occhi, il suo sguardo intenso, predatore. "Sei pronta?" sussurrò, la voce roca di desiderio. Non risposi, mi limitai ad annuire, incapace di proferire parola.

Mi prese in braccio, come se fossi una bambola di pezza, e mi portò verso un piccolo scompartimento di servizio, nascosto tra le carrozze. Era angusto, spoglio, illuminato da una fioca luce. Mi appoggiò delicatamente a una parete e si inginocchiò di fronte a me.

Con delicatezza, mi sfilò le mutandine, le sue dita che sfioravano la mia pelle con una dolcezza che contrastava con la ferocia di pochi istanti prima. Le gettò a terra e poi, con un gesto lento e deliberato, estrasse il suo cazzo.

Era enorme, pulsante, grondante del mio desiderio. Lo vidi, e un'ondata di eccitazione mi travolse. Lo volevo dentro di me, subito. Ma lui si prese il suo tempo e continuò quel suo rituale. Lo faceva scivolare fra le mie gambe, lentamente, fra i miei umori, mentre mi baciava e mi tirava i capezzoli. Il mio sapore mi pervase la bocca e quando provavo a staccarmi per prendere aria lui intensificava ancora di più. Ad un certo punto, iniziai a sentirmi sospesa fra le nuvole, la mia testa aveva bisogno di supporto e cadeva all'indietro ogni volta che mi tirava i capezzoli. La sensazione della sua cappella sul mio clitoride mi stava facendo impazzire.

"Ti prego..." dissi supplicando fra i gemiti.

Mi afferrò per i fianchi e mi guidò verso di lui. Sentii la punta del suo cazzo premere contro la mia entrata, umida e impaziente. Un gemito mi sfuggì dalle labbra. Poi, con una spinta decisa, entrò. Un dolore acuto, lancinante, mi attraversò, facendomi gridare. Ma era un dolore buono, un dolore che si mescolava al piacere, un dolore che mi faceva sentire viva, potente, desiderata. Si fermò un istante, lasciandomi abituare alla sua presenza. Poi, lentamente, iniziò a muoversi.

Ogni spinta era un'esplosione di piacere, una scarica elettrica che mi percorreva dalla testa ai piedi. Il suo cazzo mi riempiva completamente, stirando le mie pareti, facendomi sentire piena, appagata. Mi aggrappai alle sue spalle, graffiandogli la schiena, urlando un nome che non conoscevo. Il piacere era troppo intenso, troppo travolgente. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a fare altro che sentire.

E quando sentii che stavo per arrivare, lo sentii spingere ancora più forte, ancora più a fondo. Un'ondata di calore mi invase, il mio corpo si contrasse in spasmi incontrollabili, e urlai, urlai di piacere, urlai di liberazione.

Appena mi calmai, non mi diede tempo di riprendermi che mi girò velocemente verso la parete, spingendovi il mio viso contro e tirò i miei fianchi dietro verso di lui.

Appoggiò di nuovo la cappella al mio ingresso, ma quella volta fui io a spingermi contro di lui in una sola volta. Ero talmente bagnata che la frizione era velocissima. Sentivo che stava per venire, ma uscì da dentro di me e spostò tutti i miei umori sul buco del culo. Si posizionò e mi entrò dentro dolcemente, lento.

Mi sentivo una troia a volere ancora di più, mi abbandonai alla parete e mi lasciai dominare fino in fondo. Il suo respiro si fece ancora più affannato, poi i sospiri e poi finalmente i gemiti. Uscì velocemente da dentro di me, facendomi sentire vuota e si liberò sul mio culo, accasciandosi sulla mia schiena e baciandomi il collo da dietro.

Poi, il silenzio.

Il suo corpo contro il mio, il suo respiro affannoso che si mescolava al mio. Ero esausta, svuotata, ma allo stesso tempo incredibilmente soddisfatta. Restammo così, abbracciati, per un tempo indefinito. Poi, lentamente, si sollevò. Mi guardò negli occhi, un sorriso dolce sulle labbra. "Sei stata fantastica," sussurrò. Arrossii, incapace di sostenere il suo sguardo.

Mi aiutò a rivestirmi e poi mi riaccompagnò nel vagone. Prima di lasciarmi, mi baciò di nuovo, un bacio lungo, intenso, intimo, che mi fece tremare le gambe. "Ci vediamo domani?" chiesi, con un filo di voce. Lui sorrise. "Domani e tutti i giorni a venire."

Poi si allontanò, lasciandomi lì, con il cuore che batteva all'impazzata e il corpo ancora vibrante di piacere. Il treno continuava a correre, sfrecciando nella notte, e io sapevo che la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa. Il resto del viaggio lo passai pensando a lui, alle sue mani, alla sua bocca, al suo cazzo. Pensando al piacere che mi aveva dato, e al desiderio che avevo di riviverlo ancora e ancora. E quando il treno si fermò alla mia stazione, scesi con un sorriso sulle labbra, sapendo che una nuova, eccitante avventura mi attendeva.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.9
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Ultima corsa:

Altri Racconti Erotici in Lui & Lei:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni