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Il vichingo e la padrona


di fetishnapoli
07.07.2026    |    94    |    2 9.0
"Lei sorride, contenta perché avevo finalmente capito, lascia il collare e mi accarezza i capelli per una coccola di cui avevo un disperato bisogno ma che, purtroppo, dura il tempo di un istante..."
E’ passato poco più di un anno dal primo incontro con E. e da allora quei momenti saltuari di gioco fra due playpartner vogliosi di esplorare il loro lato oscuro nel mondo bdsm sono diventati un appuntamento fisso tra due complici, amici, amanti che oltre a giocare con frustini, strapon e manette, si raccontano le loro vite, i loro problemi e si vogliono innanzitutto un gran bene.

Ma oggi è diverso. L’atmosfera rilassata dell’hotel a 4 stelle, abituale teatro dei nostri giochi e delle nostre mattinate intime ha lasciato il posto a una squallida stanza di un alberghetto di periferia, con uno strano odore tra l’umido e lo stantio ed il ronzio di un condizionatore che fa più casino che aria fredda. Ma la differenza più grande è che quella intimità, la nostra intimità, è violata dalla presenza di un terzo incomodo, il vichingo palestrato che dietro di me armeggia con profilattico e lubrificante e che da quando è entrato nella stanza non ha smesso un solo minuto di palpare il mio culo con le mani rudi di chi passa più tempo in palestra che a relazionarsi col resto del mondo.

Lei è lì, di fronte a me, mi guarda con lo sguardo da brava ragazza che ti fotte il cervello prima del culo e siede nuda sul letto, con le spalle appoggiate alla testiera e le gambe stese coi piedi accavallati. Tra le gambe le spunta lo strapon nero da 20x5 con cui fino a pochi minuti fa si è divertita penetrarmi e che ancora è bagnato di gel lubrificante e dio sa cos’altro è uscito dal mio sfintere violato. Con una mano di tanto in tanto lo accarezza, come farebbe la più navigata attrice trans di un film porno, mentre con l’altra mano giochicchia col frustino lungo con cui tante volte mi ha segnato il culo e la schiena, posato tra le lenzuola sgualcite e sudate.

Io sono di fronte a lei, sul bordo del letto, nudo, con addosso solo il suo collare di pelle rosa da cane, l’harness borchiato da torace e la fredda gabbia di castità in acciaio che mi impedisce ogni erezione, stringendo i miei testicoli in una morsa dolorosa. Mi ha messo così lei, a 4 zampe o “a pecora” come le piace dire sempre, le mani ammanettate dietro la schiena ed il viso schiacciato per forza di cose sul materasso all’altezza dei suoi piedi. Il mio culo resta esposto fuori dal letto, alla mercè del suo amico vichingo, in piedi alle mie spalle, il cui compito oggi è solo quello di appagare la sua voglia perversa di vedermi scopato da un cazzo vero e di proporzioni tutt’altro che normali, essendo almeno 22 cm e largo come una lattina di coca cola.

Un brivido freddo mi ghiaccia la schiena, quando sento che una dose generosa di lubrificante mi viene fatta scendere nel solco fra le chiappe fino ad entrare nel buco già abbastanza violato dallo strapon della padrona e due dita grosse mi affondano dentro senza troppi complimenti.

«Sei pronto cucciolo? Perché adesso il mio amico ti sfonderà come una troia», mi dice lei con il suo abituale tono sbarazzino.

Alzo gli occhi e le faccio un cenno di assenso con la testa, mentre lei sorride e mi affonda brutalmente uno dei suoi piedi in bocca, dando uno strattone al guinzaglio perché non possa muovermi, impresa di per sé non facile, tra manette, guinzaglio e le forti mani del vichingo che mi tengono per fianchi mentre la cappella coperta di lattice preme sul mio buco pulsante.

Quasi come un segnale concordato, mentre il piede della padrona mi affonda in gola il vichingo comincia a spingere avanzando, lentamente ma inesorabilmente, centimetro dopo centimetro nel mio retto.

Sento le pareti del mio sfintere tendersi e rompersi, mentre un dolore lancinante si propaga dall’ano alla spina dorsale e un grido disumano mi esce da dentro, soffocato a stento dal piede della padrona.

«Dai cucciolo, non urlare troppo sennò ci cacciano. Vedi che ce la puoi fare, prima ti ho preparato bene, questo è solo un pochino più grande e poi tu vuoi farmi felice, vero?».

Sento il cazzo del mio carnefice superare il punto di non ritorno e, neanche il tempo di rilassarmi alla sadica intrusione, con un colpo secco mi viene spinto dentro fino alla base. A differenza delle altre volte non c’è piacere, solo un dolore sordo e lancinante, dovuto forse alle dimensioni eccessive dell’arnese che mi sta violando o forse al fatto che per la prima volta non è la mia padrona a prendersi la mia intimità. Per fortuna però, una volta raggiunto il fondo, il vichingo ha la compassione di fermarsi, lasciandomi i fianchi ed appoggiandosi con tutto il suo peso sulla mia schiena, quasi a sincerarsi di essere entrato dentro di me fino in fondo.

Ed a questo punto succede la cosa forse più sconvolgente dell’intera sessione. La padrona mi sfila il suo piede di bocca, si avvicina a me e, afferrandomi saldamente per il collare, mi alza la testa guardandomi fissa negli occhi.

«Dimmelo, cucciolo», mi dice.

Ancora sconvolto e troppo dolorante non capisco e la guardo confuso.

«Dimmelo», ripete. Ed il vichingo, uscendo di poco mi da un’altra botta che mi fa tremare tutto.

«DIMMELO», mi ordina con voce ferma. Ed un terzo colpo mi sconquassa le viscere quasi come se il mio non desiderato amante volesse entrarmi dentro con tutte le palle, che sbattono sulle mie, già violacee per la gabbia d’acciaio che me le strizza ormai da diverse ore.

Allora finalmente capisco e, quasi come una rivelazione, dalla mia bocca escono le parole che la mia padrona voleva sentire e che fino ad oggi non avevo mai avuto il coraggio di rivelarle.

«Ti amo», sussurro con quel poco di voce che mi resta dopo lo stupro anale.

Lei sorride, contenta perché avevo finalmente capito, lascia il collare e mi accarezza i capelli per una coccola di cui avevo un disperato bisogno ma che, purtroppo, dura il tempo di un istante.

La carezza diventa infatti una presa salda per i capelli che mi spinge la bocca sul suo strapon che ancora svetta tra le sue gambe e mi viene infilato in gola senza troppi complimenti.

Sorpreso, faccio appena in tempo ad alzare lo sguardo che vedo il sorrisetto sadico della padrona ed un cenno del suo capo al mio inculatore che, nonostante l’immobilità, non si è minimamente smollato. Senza farselo ripetere un attimo, lui mi afferra per l’harness di cuoio e comincia un forsennato vai e vieni dal mio culo in fiamme mentre il cazzo nero mi soffoca e mi toglie ancor di più il respiro.

Il tempo resta sospeso e non ho idea di quanto ne passi mentre resto lì, ammanettato, abusato e spremuto in tutti i miei buchi da due cazzi enormi che non mi lasciano tregua, tra conati di vomito e affondi secchi e fastidiosi sulla mia prostata che viene spremuta dall’interno e fa scendere un rivolo di liquido prespermatico dalla gabbia d’acciaio che costringe il mio cazzo.

Ad un certo punto sento che il vichingo cambia posizione e, sempre tenendomi saldo dall’harness, poggia un piede sul letto per entrarmi ancor più dentro, ove fosse mai possibile. I suoi coglioni sbattono sui miei con un rumore sordo e i suoi colpi si fanno sempre più veloci e duri mentre la padrona mi tiene con entrambe le mani la testa ferma sul suo strapon, incurante dei fiumi di saliva e succhi gastrici che colano sulle lenzuola.

Poi dopo un grugnito del vichingo, sento il suo cazzo pulsare fortemente e, nonostante il profilattico, capisco che una generosa dose di sperma viene rilasciata dentro di me.

Mentre lui si sfila da dentro, finalmente meno duro, anche la padrona mi libera la testa e mi consente di accasciarmi, stremato, sul materasso fradicio di sudore.

Con gesti amorevoli mi libera le mani dalle manette, si sfila lo strapon e si stende accanto a me, mentre il terzo incomodo, finalmente appagato, va in bagno a lavarsi.

Rimasti finalmente soli le sue mani accarezzano il mio corpo dolorante, ancora scosso da brividi e mi scostano i capelli sudati dalla faccia. La sua bocca si avvicina al mio orecchio e, in un sussurro un po’ imbarazzato che sentiamo solo io e lei mi dice: «Ti amo, anche io cucciolo»; mentre mi accarezza le sue dita mi asciugano una lacrima, non so se di dolore o di gioia, ma poco importa.
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