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Barista sottomessa 2: Sara e il Plug Remoto


di MarquisDeLaPhoenix
03.06.2026    |    793    |    0 9.4
"Il plug ora pulsava forte, in onde regolari che le facevano contrarre il culo intorno al silicone..."
La sera dopo, Sara arrivò al lavoro con un leggero ritardo e le guance ancora arrossate dal ricordo della notte precedente. Ogni volta che si muoveva sentiva ancora un leggero indolenzimento al culo, un promemoria costante di come lui l’aveva sfondata senza pietà.
Poco prima della chiusura, lui tornò. Stesso sguardo deciso, stessa sicurezza brutale. Si sedette al bancone, ordinò il solito whisky doppio e, quando il locale si svuotò quasi del tutto, le fece cenno di avvicinarsi.
Dal taschino della giacca tirò fuori una scatolina nera elegante, legata con un nastro sottile. La posò sul tavolino in fondo al locale, quello più appartato.
«Un regalo per te,» disse con voce bassa. «Lo userai domani, mentre lavori. Tutto il turno.»
Sara aprì la scatola. Dentro c’era un plug anale di silicone nero, medio-grande, con una base piatta ma abbastanza larga da essere visibile sotto i jeans stretti se si guardava con attenzione. Era chiaramente un modello vibrante: sul fondo c’era un piccolo led Bluetooth e un’app collegata.
«Devi metterlo prima di iniziare il turno,» continuò lui. «E lo terrai dentro finché non te lo dico io. Capito?»
Sara annuì, mordendosi il labbro inferiore. Sentiva già la figa pulsare.
«Domani sera ti controllerò io. E tu dovrai continuare a servire i clienti come se niente fosse.»
La baciò con possessione, una mano stretta sulla sua nuca, poi se ne andò.

Il pomeriggio seguente Sara era nervosa ed eccitata allo stesso tempo. Nel bagno del personale, prima di iniziare il turno, si abbassò i jeans e le mutandine. Si lubrificò bene il plug e, con un respiro profondo, lo spinse dentro di sé. Il silicone scivolò dentro con una pressione deliziosa, allargandola. Quando la base più larga passò l’anello muscolare, Sara soffocò un gemito. Era grosso. Si sentiva piena, violata, e la base sporgente premeva contro le sue natiche in modo evidente sotto i jeans neri attillati.
Si guardò allo specchio. Si vedeva. Un leggero rigonfiamento sotto la stoffa, soprattutto quando camminava. Chiunque l’avesse guardata attentamente avrebbe potuto notare qualcosa di strano.
Il turno iniziò normalmente. Sara serviva ai tavoli con il solito sorriso ribelle, ma ogni passo le ricordava il plug conficcato nel culo. Era costante, pesante, la teneva aperta.
Poi, verso le nove di sera, il telefono vibrò.
Messaggio da numero sconosciuto:
Sono dentro di te. Inizia a lavorare.
Un secondo dopo il plug cominciò a vibrare, piano ma con insistenza. Sara si aggrappò al bancone per un istante, stringendo le cosce. La vibrazione era profonda, diretta sul punto più sensibile dentro di lei.
Un cliente la chiamò per ordinare. Sara si avvicinò al tavolo cercando di mantenere un’espressione normale.
«Cosa vi porto?» chiese, la voce leggermente più rauca del solito.
Le vibrazioni aumentarono. Lui stava giocando con l’intensità dall’altra parte della città. Il plug ora pulsava forte, in onde regolari che le facevano contrarre il culo intorno al silicone. Sara sentiva la figa bagnarsi copiosamente, le mutandine fradice.
Mentre prendeva l’ordine, dovette mordere forte il labbro inferiore per non gemere. Le gambe le tremavano leggermente. Una goccia di eccitazione le scivolò lungo la coscia interna.
«Tutto bene, Sara?» chiese un cliente abituale, notando le sue guance arrossate.
«S-sì… solo un po’ caldo stasera,» riuscì a rispondere lei, sorridendo a fatica.
Tornò dietro al bancone. Le vibrazioni diventarono più intense, quasi rabbiose. Il plug martellava dentro di lei, stimolandole il punto G anale senza sosta. Sara si chinò per prendere una bottiglia da sotto il bancone e per poco non venne sul colpo. Strinse le ginocchia, mordendosi il labbro così forte da sentire il sapore del sangue.
«Cazzo…» sussurrò tra i denti.
Stava per raggiungere il limite. Il culo le pulsava violentemente intorno al giocattolo, la figa contraeva a vuoto, bagnata in modo imbarazzante. Servì due birre con le mani che tremavano, il respiro corto, gli occhi lucidi di piacere.
Poi lui spinse l’intensità al massimo.
Sara si bloccò di colpo dietro al bancone, fingendo di pulire un bicchiere. Il plug vibrava forsennatamente dentro di lei. Venne. Fortissimo. Un orgasmo anale profondo, devastante, che le fece piegare leggermente le ginocchia. Strinse la mascella, mordendosi il labbro inferiore fino a farlo diventare bianco, cercando con tutta se stessa di non urlare. Un piccolo gemito soffocato le sfuggì comunque, che mascherò con un colpo di tosse.
Le contrazioni erano così potenti che sentiva lo sperma della sera prima ancora dentro di lei mescolarsi al suo piacere. Le gambe le tremavano visibilmente. Una piccola macchia umida si formò sulla stoffa dei jeans proprio all’altezza della figa.
Il plug rallentò gradualmente, lasciandola ansimante, sudata, con lo sguardo perso.
Un nuovo messaggio arrivò:
Brava puttanella. Domani lo terrai dentro ancora più a lungo. E stavolta voglio che vieni mentre parli con un cliente.
Sara, ancora scossa dall’orgasmo, rispose con dita tremanti:
Sì, Padrone.
E mentre riprendeva a lavorare, con il plug ancora fermo ma ben piantato dentro di lei, già sapeva che avrebbe passato tutto il giorno seguente ad aspettare quel momento.
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