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Sotto i tuoi piedi – Parte 3: La Resistenza
08.06.2026 |
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"La sollevò e la rovesciò sul piano, lasciando cadere una piccola linguetta di cuoio usata, la soletta consumata..."
Il pomeriggio avanzava lento. Le pareti della casa, avvolte in una luce morbida e opaca, sembravano più strette del solito. Il silenzio non era pace, era minaccia.Valeria sedeva al tavolo della cucina, rigida.
Indossava una canotta grigia, che si tendeva sui suoi pettorali scolpiti. Le vene spiccavano sulle braccia come serpenti d’acciaio, il trapezio alto, la mascella serrata. Si era appena allenata. Le gocce di sudore asciugato le incorniciavano le tempie come cicatrici.
Sembrava lei. Quella di prima. Ma dentro, era tempesta.
Giulia entrò in silenzio. Non disse nulla. A piedi nudi. Una t-shirt bianca, pantaloni larghi in lino. I piedi ampi, pallidi, la pelle chiara e leggermente arrossata dal camminare scalza tutto il giorno, piantarono su quel parquet un segno invisibile ma definitivo.
Valeria non si voltò.
Giulia la guardò per lunghi secondi. Poi:
«Ti sei svegliata militare oggi?»
Tono tagliente. Quasi divertito.
Valeria strinse i pugni. Non rispose.
«Hai rimesso su il mantello della leonessa, Vale? Ti piace? Ti sta stretto, ormai.»
Finalmente Valeria si alzò. La sedia fece un suono secco, violento. I muscoli delle gambe si contrassero, netti, poderosi. Si voltò verso Giulia, lo sguardo duro.
«Non voglio più stare sotto. Non sono tua. Tu mi stai… distruggendo.»
Giulia non si mosse. Lentamente portò il piede sinistro sopra la sedia più vicina e piegò la gamba, lasciando il piede nudo in evidenza.
«Dimostralo.»
Valeria sgranò gli occhi.
«Cosa?»
«Dimostra che sei ancora tua. Guardalo. E dimmi che non lo vuoi. Dimmi che non lo sogni. Dimmi che non vorresti… inginocchiarti e adorarlo fino a sparire.»
Valeria fece due passi indietro, quasi spaventata.
«Io non sono una schiava!»
Allora Giulia si mosse. Finalmente.
Con un gesto secco, la afferrò per la canotta e la spinse contro il muro. Non con forza brutale — Giulia era più piccola — ma con autorità totale. La pressione era psicologica più che fisica. Eppure Valeria si bloccò.
«No. Non sei una schiava. Sei molto di più. Sei una donna che implora ogni sera, con gli occhi. Che geme baciando la mia pianta sudata. Che si sveglia bagnata, perché in sogno le metto le dita in bocca. E tu le succhi come se ti servissero per respirare.»
Valeria provò a girarsi. A scappare.
Ma Giulia agì d’istinto.
Con uno scatto veloce, si abbassò e colpì la parte posteriore del ginocchio sinistro di Valeria col dorso del piede. La presa alla sprovvista.
Valeria crollò a terra, il corpo poderoso piegato in ginocchio come una statua sbilanciata.
Giulia le salì addosso con un ginocchio, le sedette quasi sul petto, le mani ferme sulle spalle. La dominava con calma glaciale.
«Guarda dove sei, Vale. In basso. Con il cuore che batte. Vuoi sollevarti? Fallo. Usami. Come si fa con un peso. Ma non ce la fai, eh?»
Valeria tentò una spinta. I tricipiti si contrassero.
Il fiato uscì. Non riusciva a sollevarla. Non perché Giulia fosse pesante, ma perché qualcosa dentro la frenava.
Una fame. Un bisogno.
Giulia si sollevò. Le tolse lentamente la canotta, lasciandola nuda sopra il parquet. Poi la calpestò.
Un piede sull’addome, poi sull’incavo tra i seni. Con lentezza.
Valeria gemette, non riuscendo ad ammettere che da tutta quella situazione ne usciva terrorizzata, ma anche piegata ed eccitata con mai nessuno aveva saputo fare con lei. Quella semplice ragazza era riuscita a penetrare la sua mente, scopando il suo cervello come mai nessun uomo era riuscito a entrare in lei.
«Sì, tu puoi spezzarmi le braccia, se vuoi. Ma non lo vuoi più. Perché ti piace stare ferma. Ti piace questa nuova lingua. La lingua del tallone. Del disprezzo sacro, del silenzio scandito dai miei piedi.»
Prese la felpa di Valeria, arrotolata lì vicino, e la usò come poggiapiedi.
Vi salì sopra con un piede solo, in equilibrio. L’altro restava sul petto di Valeria, che ansimava sotto di lei.
«I tuoi muscoli sono diventati il mio tappeto. Non è strano?»
Le immobilizzò il polso e la spinse ancor di più contro il pavimento freddo. Poi si abbassò, lentamente, senza staccarle lo sguardo, e fece scivolare il piede lungo la gamba di Valeria. Dal polpaccio salì fino all'interno coscia. La pelle nuda sfiorava i quadricipiti tesi, gli addominali scolpiti.
Il piede era caldo. Morbido. E reale.
L’odore era salmastro, dolce, vissuto. Un misto di pelle, tessuto, vita.
Valeria chiuse gli occhi, piangendo. Le labbra tremarono.
«No…» sussurrò. Ma il respiro le si spezzava.
«Io… posso dire di no…..??»
Giulia non rispose. Le infilò un piede tra le cosce. Premette piano sul suo clitoride, facendo poi scivolare l'alluce lungo le grandi labbra, senza entrare del tutto in lei. A quel punto Valeria era a terra; smise di colpo di piangere ed emise un gemito soffocato dal dolore ed eccitazione provocato da quel contatto, così delicato ma così forte all'interno della sua anima. Avvertiva delle scosse elettriche pervaderle ogni centimetro del suo corpo scolpito nella roccia, quasi come se la roccia adesso si fosse totalmente sgretolata e si stesse liquefacendo perdendone il controllo.
Poi Giulia si allontanò, lasciando Valeria per un attimo sola, libera, ma interdetta.
Camminò lentamente fino al tavolo. Prese una sneaker dal pavimento. La sollevò e la rovesciò sul piano, lasciando cadere una piccola linguetta di cuoio usata, la soletta consumata.
La posò.
«Baciala. Se lo fai, resti. Se no, me ne vado. Davvero.»
Valeria la fissò.
Aveva il cuore in gola. Ogni fibra diceva: non farlo. Ogni muscolo urlava: resta fiera.
Ma la gola si strinse. La mascella si rilassò. Le aveva sbloccato il controllo di un piacere intenso, antico, viscerale. Il suo distacco era stata una pugnalata, come se quel contatto le avesse in breve tempo creato un circuito di dipendenza.
Si avvicinò. Le dita tremavano. Avvicinò il capo, lentamente.
Le labbra si posarono sulla soletta. Poi la lingua. Una leccata lunga. Sapida. Bruciante.
La sua mente cedette: non pensò più a nulla, non pensò a piangere, nè a scappare. Non volle pensare a ciò che comportava tutto se avesse visto la scena dall'alto, come se non fosse lei quella che era a terra a baciare le scarpe di quella ragazzina indisponente.
In quel momento Giulia si avvicinò e la sfiorò con il piede sul mento.
«Non sei più una guerriera. Sei la mia prova vivente che il corpo più forte si piega… se incontra la giusta Dea.»
Quando Valeria alzò lo sguardo, vide Giulia con in mano un laccio da scarpa. Lo arrotolava tra le dita, lentamente.
«Sai cosa farò stanotte?», disse.
«Ti legherò i polsi dietro la schiena. Userò questo. Solo un laccio. Basterà. Tu che potresti spezzare acciaio con le cosce.
Ma non spezzerai questo. Perché non vuoi più essere libera.»
Valeria deglutì.
«Anzi… siediti a terra. Schiena dritta. Gambe larghe. E apri la bocca.»
La voce era neutra, quasi gentile.
Valeria esitò.
Giulia si avvicinò e le infilò lentamente le dita in bocca, una alla volta. Erano calde, con un sottile sapore di pelle vissuta.
«Succhiale. Fai qualcosa. Mostrami che sei ancora lì, dentro.»
Valeria iniziò a succhiare. Piano. Poi più forte. Un ritmo regolare. Le guance si incavavano.
Giulia le afferrò la mascella con la mano libera.
«Vedi? La tua lingua è l’unica parte ancora viva. Il resto è già mio. Ed è bellissimo così.»
Quella notte, Valeria cercò ancora di fuggire.
Scrisse un messaggio: “Non posso più fare questo. Non è sano. Vado via.”
Non lo inviò.
Uscì dalla stanza. Trovò Giulia seduta sul letto, con i piedi incrociati sopra un cuscino, la testa appoggiata al palmo.
«Scrivilo, Vale. Mandalo. Io non ti fermerò. Ma poi resterai da sola. Con i tuoi trofei. Con le tue vene. Con il tuo specchio.»
Giulia sollevò un piede.
Lo tese verso Valeria.
Il tallone ben visibile. Le dita rilassate, leggermente divaricate.
«Oppure annusa. E scegli.»
Valeria rimase ferma.
Poi si inginocchiò. Si chinò piano. Inspirò. L’odore era di pelle viva, di cammino, di calore e polvere. Il suo cuore si aprì.
Un bacio sul piede. Poi un altro. Poi leccò l’arco, con un gemito strozzato.
Come se ogni colpo di lingua fosse una confessione.
Giulia le accarezzò i capelli.
«Non sei debole. Sei completa. Sei… diventata reale.»
Quella notte, Valeria dormì ai piedi del letto, nuda, con il foulard al collo, mentre Giulia leggeva Nietzsche ad alta voce. Le appoggiò i piedi sul petto come se fossero due sigilli.
«Conta.»
Valeria sussultò.
«Cosa…?»
«Le spinte. Conta ogni volta che premo.»
E cominciò a premere, lentamente, prima col destro, poi col sinistro. Ogni affondo era una preghiera rovesciata.
«Uno… due… tre…»
La voce di Valeria era spezzata. Le gambe tese. Gli occhi lucidi.
Dopo il numero dieci, si fermò.
Giulia si sdraiò, coprendosi con il lenzuolo.
«Domani potrai ancora allenarti, Vale. Ma ti servirà a una cosa sola: rendere più confortevole il mio passo su di te.»
E quando la luce si spense, una voce tenue si udì:
«Domani puoi riprovare a scappare. Ma io sarò sempre un passo avanti. E tu… un passo dietro. Dove sei più bella.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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