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Gay & Bisex

Meglio a lui che a me


di Membro VIP di Annunci69.it Noxen
07.06.2026    |    1.248    |    16 8.2
"Quando finalmente uscii dal laboratorio ci guardammo e ridemmo di quella nostra conoscenza nata per via di un orologio che stava meglio a lui che a me..."
Avevo fretta quella mattina.

Alcune commissioni da fare con il tempo contato, il centro affollato come sempre. Passai davanti a una vetrina e mi fermai un secondo senza volerlo — una nuova collezione di orologi, un marchio noto. Non sono il tipo che esibisce marchi, ma quel modello mi prese subito. Avevo già immaginato come abbinarlo, con cosa, in quale occasione.

Proseguii. Non era il momento.

Il giorno dopo ci ripassai. Mi fermai di nuovo, più a lungo. Questa volta il tempo ce l'avevo. Entrai.

Il negozio era grande, affollato di curiosi e potenziali acquirenti. Il tipo di folla che mi infastidisce quando ho qualcosa di preciso in testa.

«Ha bisogno di aiuto?»

Mi girai.

Ebbi bisogno di un secondo per riprendermi.

Voce bassa, calma, profonda. Quarantacinque anni, credo. Alto, fisico atletico, occhi verdi, viso molto maschile nonostante vestisse con cura e gusto senza esibire niente. Aveva personalità.

Mi ricomposi. Gli indicai il modello in vetrina.

Ci spostammo al bancone. Lo tirò fuori, me lo mostrò, me lo posò sul polso.

La prima cosa che notai furono le sue mani.

La seconda che quell'orologio stava molto meglio a lui che come lo avevo immaginato addosso a me.

Colpo basso.

Intuì la mia velata delusione. Mi guardò negli occhi. Sorrisi, dissi che lo prendevo lo stesso.

«Sicuro?»
«Non tanto», risposi.

Ridemmo entrambi. Spostò l'attenzione, mi illustrò con cosa avrei potuto portarlo, mi fece ragionare sull'abbinamento. Gli dissi che quel modello stava maledettamente meglio a lui che a me.

Ridemmo ancora.

Mi disse che potevo pensarci, ripassare quando volevo.

Lo salutai.

Nei giorni seguenti ripensai a lui più che all'orologio.

Uno così, mi dicevo, non poteva essere impegnato o sposato. Aveva troppo fascino, troppo carisma. Oppure sì, ma con un facile successo con le donne — quell'aspetto non lasciava dubbi sulla sua eterosessualità.

O almeno così sembrava.

La terza volta che mi capitò di passare in quella zona decisi di entrare.

In negozio c'era solo lui. Nessun altro commesso, nessun cliente.

Mi accolse con quel sorriso che conoscevo già e che continuava a devastarmi.

«Allora hai deciso?»
«No», dissi. «Ad essere sincero no.»

Scoppiammo a ridere. Mi propose un caffè al bar di fronte — tanto a quell'ora, disse, non veniva mai nessuno.

Accettai.

Al bar ci sorprendemmo entrambi a guardarci negli occhi in modo sempre più persistente, fra una battuta e l'altra. Uno di quei dialoghi che dicono tutto tranne quello che vogliono dire.

Quando finimmo il caffè il barista mi fece lo scontrino. Marco rise.

«Perché ridi?»
«È la prima volta che mi fa lo scontrino», disse. «Probabilmente pensava fossi un ufficiale in borghese.»

Risi anch'io. Tornammo in negozio.

Prese l'orologio, me lo mise al polso, disse di prenderlo — che stava bene anche a me. Quella volta mi lasciai convincere. Obiettai solo che il cinturino era scomodo, già a fine regolazione.

Disse che ci pensava lui. Si avviò verso il laboratorio in fondo al negozio.

Dal vetro mi guardava e sorrideva. Mi fece cenno di raggiungerlo.

Entrai.

Il cinturino era a posto. L'orologio calzava perfetto. Le sue mani però non si staccarono dal mio polso — anzi, prese anche l'altra mano, mi girò con le spalle al banco di lavoro e si accucciò sotto di me.

Non dicemmo una parola.

Le sue mani sganciarono i pantaloni e li abbassarono. Trovò un cazzo sulla via di un'erezione che lui completò prontamente con la mano, guardandomi negli occhi dal basso.

«Mi piaci», disse.
«Anche tu mi piaci. Pensavo fossi uno sciupafemmine. Mi dispiaceva.»
«Lo credono tutti. Anzi, tutte. Mi corteggiano spesso e sono in difficoltà a dire che sono gay senza ferirle. Non ci crede nessuno.»
«Lo capisco.»

Non parlammo più.

La sua bocca mi portò da qualche parte che non avevo parole per descrivere. Era straordinario. Preciso, lento, con una dedizione che non aveva niente di meccanico.

Ogni tanto uno dei due girava lo sguardo verso il negozio — controllava che non entrasse nessuno. Quel dettaglio di rischio sciupava il momento e allo stesso tempo lo caricava di qualcosa di diverso. Eravamo comunque al sicuro: la porta non poteva aprirsi dall'esterno senza che qualcuno la aprisse dall'interno.

Gli accarezzai la testa mentre continuava nel suo su e giù lento e preciso. Mi stringeva i glutei con le mani come se non volesse perdere un centimetro di distanza.

Sentii l'orgasmo crescere. Gli chiesi qualche secondo di tregua, una volta, poi un'altra. Dopo la terza volta alzò gli occhi e disse semplicemente: «Lasciati andare.»

Lo avvisai che non resistevo più.

Non si ritrasse. Al contrario, si dedicò a quel momento con ancora più attenzione, senza mollare la presa nemmeno durante l'orgasmo.

Si alzò. Ci abbracciammo e ci baciammo per un tempo che non seppi misurare.

Sentii il suo cazzo durissimo sotto i pantaloni. Sembrava davvero notevole. Gli strinsi i glutei con entrambe le mani.

Suonò il campanello.

Una cliente chiedeva di entrare.

Mi chiese di aspettare. Andò ad aprire, la accompagnò, attesi che uscisse. Quando finalmente uscii dal laboratorio ci guardammo e ridemmo di quella nostra conoscenza nata per via di un orologio che stava meglio a lui che a me.

Ci frequentammo per anni.

Non senza punte di sentimento reciproco, che nessuno dei due nominò mai del tutto.

Ma questa è un'altra storia.
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