Gay & Bisex
Le occasioni perse
26.06.2026 |
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"Asad si ritrovava sempre più spesso a osservare il sorriso dell’altro, il lieve rossore che gli colorava le guance quando si sentiva in imbarazzo, i riflessi caldi che la luce del locale..."
Il silenzio fu la prima cosa che Asad notò.Un attimo prima era al matrimonio di sua sorella, immerso in quel caos familiare che conosceva da sempre: i bambini che correvano tra i tavoli, le risate troppo forti degli zii, il profumo delle spezie e della carne arrostita mescolato a quello dolce dei fiori. Aveva appena sorriso a una cugina che, per l’ennesima volta, gli chiedeva quando avrebbe trovato una moglie, quando il mondo sembrò ripiegarsi su sé stesso. Non ci fu alcun lampo né un rumore improvviso. Il matrimonio svanì con la naturalezza inquietante di un sogno interrotto e, quando riaprì gli occhi, si ritrovò seduto su uno sgabello di legno davanti a un lungo bancone lucidato a specchio.
L’aria era tiepida e sapeva di whisky, tabacco dolce e cera per mobili. Da qualche parte un sassofono accompagnava una melodia jazz lenta e malinconica. Asad rimase immobile per qualche istante, cercando un punto fermo in quella realtà che sembrava essersi sostituita alla precedente senza alcuna spiegazione.
Solo osservando meglio si rese conto che il locale era ancora più insolito di quanto fosse sembrato a un primo sguardo. I clienti appartenevano a epoche diverse: una donna con un elegante abito di seta e un’acconciatura da anni Venti sorseggiava vino accanto a un ragazzo con una felpa oversize e le cuffie appoggiate al collo; poco più in là un uomo dai baffi impeccabili, vestito con un gilet ottocentesco, rideva insieme a un giovane dai capelli blu e dagli anfibi consumati. Nessuno sembrava trovare quella convivenza fuori dal tempo degna di uno sguardo in più. Parlavano, brindavano e ridevano come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Anche tu hai l’impressione che ci sia qualcosa di strano?»
La voce proveniva dallo sgabello accanto al suo. Asad si voltò e riconobbe subito il fotografo del matrimonio. I capelli rosso ramato, la barba curata e quello sguardo gentile gli erano rimasti impressi fin dal primo momento in cui si erano incrociati durante la cerimonia. Più volte, nell’arco della giornata, avevano finito per cercarsi con gli occhi, salvo interrompere ogni volta quel contatto prima che diventasse troppo evidente.
«Mi ricordo di te.»
«Anch’io.»
L’altro lasciò uscire un respiro che sembrava trattenere da tempo.
«Per un momento ho pensato di essere impazzito.»
«Non escludo che sia ancora un’ipotesi plausibile.»
Risero entrambi e quella risata bastò a sciogliere parte della tensione.
Dietro il bancone il barista continuava a lucidare un bicchiere con una calma quasi irritante. Era un uomo robusto, con la testa rasata, le braccia ricoperte di tatuaggi, una montatura nera spessa e un gilet chiuso direttamente sulla pelle. Aveva l’aria di chi aveva assistito a eventi ben più insoliti.
«Dove siamo?»
Il barista alzò appena lo sguardo.
«Alle Occasioni Perse.»
«E tu sei?»
«G.»
Posò il bicchiere e fece scivolare davanti a loro due piccoli bicchieri colmi di un liquido ambrato.
«Offre la casa.»
Il liquore aveva il gusto del whisky, ma lasciava in bocca qualcosa di indefinibile, una nota che ricordava insieme nostalgia e rimpianto.
La conversazione nacque quasi senza accorgersene. Asad parlò del lavoro tra il traffico cittadino, della famiglia, delle aspettative che sembravano aver deciso il suo futuro prima ancora che lui potesse immaginarlo. Evitò accuratamente di parlare della parte più nascosta della propria vita, ma si rese conto che non era necessario farlo: il fotografo sembrava comprendere anche ciò che rimaneva taciuto.
In cambio raccontò della propria professione, dividendosi tra grafica pubblicitaria e fotografie agli eventi, e di una relazione conclusa pochi mesi prima dopo quasi dieci anni.
«Pensavo che sarebbe durata per sempre.»
Asad inclinò appena il capo.
«Lo pensavi davvero, o speravi soltanto che fosse così?»
L’uomo rimase qualche secondo in silenzio prima di sorridere con una punta di amarezza.
«Credo di aver sempre saputo la risposta.»
Asad ricambiò quel sorriso. Conosceva bene la distanza che separa ciò che si spera da ciò che si sa.
Il tempo sembrava essersi fermato. Al di là delle finestre non esistevano né il giorno né la notte, soltanto una luce indefinita che non cambiava mai. Intanto i loro discorsi passavano con naturalezza dai libri ai film, dai videogiochi ai viaggi che nessuno dei due aveva ancora trovato il coraggio o l’occasione di fare. Più parlavano, più diventava difficile ricordare che fino a poche ore prima erano due perfetti sconosciuti.
Solo quando le loro mani si sfiorarono sul bancone Asad si rese conto di essersi avvicinato molto più di quanto avesse immaginato. Nessuno dei due ritrasse le dita. Quel contatto leggero gli attraversò il corpo con una rapidità che lo colse impreparato e sentì il desiderio affiorare con un’intensità che gli fece abbassare lo sguardo per un istante.
Per tutta la vita aveva imparato a controllarsi, a nascondere ogni impulso dietro il dovere e il silenzio. Eppure, seduto in quel luogo impossibile, accanto a un uomo conosciuto da poche ore, si accorgeva che quella prudenza gli stava scivolando addosso senza alcuno sforzo.
Quando tornò a guardarlo, trovò gli stessi dubbi e la stessa speranza riflessi negli occhi dell’altro.
«Posso farti una domanda personale?»
«Dimmi.»
«Hai mai avuto la sensazione di vivere soltanto metà della tua vita?»
La domanda lo raggiunse con una precisione quasi dolorosa. Ripensò agli anni trascorsi a costruire un’esistenza irreprensibile, alle parole mai pronunciate, ai desideri trasformati in segreti.
«Sì.»
Fu una risposta semplice, ma bastò.
«Anch’io.»
Non servì aggiungere altro. Il silenzio che seguì non era imbarazzato; sembrava piuttosto il luogo in cui due persone smettevano finalmente di difendersi.
Continuarono a parlare ancora a lungo, scoprendo di condividere molto più di quanto fosse ragionevole aspettarsi. Asad si ritrovava sempre più spesso a osservare il sorriso dell’altro, il lieve rossore che gli colorava le guance quando si sentiva in imbarazzo, i riflessi caldi che la luce del locale accendeva nella barba ramata. Gli sembrava incredibilmente facile immaginare come sarebbe stato sfiorargli il volto.
Quando le loro dita tornarono a intrecciarsi, nessuno dei due finse che fosse stato un gesto casuale.
«Se continui a guardarmi così finirò per convincermi che ti piaccio.»
Asad lasciò sfuggire una risata.
«E se fosse proprio quello che sto cercando di farti capire?»
Il rossore che comparve sul volto dell’altro gli sembrò più eloquente di qualsiasi risposta.
Con un movimento lento gli sfiorò la guancia. Stefano chiuse gli occhi e si abbandonò a quella carezza con una fiducia che Asad non ricordava di aver mai ricevuto da nessuno. Quando finalmente le loro labbra si incontrarono, il bacio sembrò il naturale proseguimento di ogni parola scambiata fino a quel momento. All’inizio fu prudente, quasi esplorativo; poi ogni esitazione si sciolse. Le mani di Asad risalirono fino alla nuca di Stefano, attirandolo più vicino, mentre il respiro di entrambi si faceva più profondo. Per un istante non esistettero più il bancone, il jazz o gli altri clienti del locale. Esistevano soltanto il calore reciproco, il profumo del whisky sulle labbra e la sorprendente sensazione di essere finalmente nel posto giusto.
Fu allora che il mondo cambiò.
La luce perse consistenza, l’aria sembrò vibrare e perfino la musica iniziò a deformarsi, come se ogni nota venisse trascinata lontano. Stefano si staccò appena da quel bacio, senza allontanarsi davvero, ma prima che uno dei due riuscisse a parlare il pub cominciò lentamente a dissolversi intorno a loro.
Stefano si svegliò con una strana sensazione addosso, come se durante la notte avesse perso qualcosa di importante senza accorgersene. Rimase disteso a fissare il soffitto, aspettandosi che quel vuoto prendesse una forma, che un’immagine o una parola riuscissero a spiegargli l’inquietudine che gli stringeva il petto. Non arrivò nulla, soltanto la vaga impressione di aver vissuto qualcosa di straordinario e di averlo dimenticato un istante dopo, come accade con certi sogni che svaniscono proprio quando si tenta di trattenerli.
Con un sospiro si costrinse ad alzarsi. Sul computer lo aspettavano ancora le fotografie del matrimonio da selezionare e consegnare, e il lavoro aveva almeno il pregio di rimettere ordine nei pensieri. Passando davanti allo specchio rallentò appena il passo, osservò la morbida curva del ventre sotto la maglietta e la sfiorò con un gesto automatico, accompagnato da uno sbuffo rassegnato, prima di infilarsi una tuta.
Stava ancora sistemando i pantaloni quando il campanello suonò. Aggrottò la fronte: non aspettava nessuno. Aprì la porta con un’espressione interrogativa e si trovò davanti un corriere con un pacco tra le mani.
Era poco più alto di lui, con le spalle larghe e il fisico di chi trascorreva le giornate a sollevare pesi. I ricci scuri incorniciavano un volto dai lineamenti decisi, addolciti da una barba corta e da occhi scuri, profondi, sorprendentemente tranquilli. Stefano ebbe l’immediata sensazione di conoscerlo. Cercò di capire da dove, ma ogni tentativo sembrava sfuggirgli un istante prima di trasformarsi in un ricordo. Eppure quel volto gli provocava uno strano nodo allo stomaco, una nostalgia improvvisa per qualcosa che non riusciva a nominare.
Rimasero a guardarsi più a lungo di quanto due perfetti sconosciuti avrebbero dovuto fare. Poi, quasi fosse la conclusione inevitabile di quel silenzio, parlarono nello stesso momento.
«Tu.»
La parola rimase sospesa tra loro.
Per un istante nessuno dei due riuscì a muoversi. Nella mente di Stefano affiorarono immagini confuse: un bancone di legno lucidato a specchio, il profumo del whisky, una melodia jazz, il calore di una mano intrecciata alla sua. Erano ricordi sfocati, privi di un ordine preciso, eppure così vividi da fargli accelerare il battito del cuore.
Si rese conto di essersi appoggiato allo stipite della porta senza smettere di fissarlo.
«Vai di fretta?»
L’uomo abbassò per un momento lo sguardo sul pacco che stringeva tra le mani, come se si fosse ricordato solo allora del motivo per cui era lì, poi tornò a incrociare gli occhi di Stefano.
«No.»
Lo disse con naturalezza, anche se non era vero. Aveva ancora diverse consegne da fare, ma in quel momento sembravano improvvisamente prive di importanza.
Stefano sorrise, questa volta senza nemmeno accorgersene.
«Ti va un caffè?»
L’altro esitò appena, il tempo di un respiro, poi annuì ed entrò nell’appartamento con una familiarità che sembrò sorprendere entrambi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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