Gay & Bisex
Luca
13.03.2026 |
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"Esercitava quella giusta pressione, mi faceva giusto riprendere fiato e ricominciava a masturbarmi, il bastardo, ma con un ritmo diverso: più deciso, più profondo, senza più esitazioni..."
Tutto ebbe inizio con un messaggio diretto di Luca su un’app di incontri.La sua proposta era chiara, quasi sfrontata: voleva dedicarmi una sessione di edging estremo, alternando masturbazione e sesso orale.
Aveva visto le foto del mio "attrezzo" e sosteneva che fosse il soggetto perfetto per la sua tecnica.
Inizialmente ero scettico: per me stare online significava cercare una scopata vera e propria, non passare il pomeriggio a farmi fare una sega, per quanto "esperta" potesse essere.
Eppure, Luca possedeva un magnetismo verbale raro.
Spostammo la conversazione su Telegram, dove il gioco si fece pesante: video espliciti, primi piani ravvicinati e promesse sussurrate che iniziarono a scalfirmi; andammo avanti per mesi, un tira e molla fatto di provocazioni improvvise e silenzi carichi di tensione, finché lui non diede lo scossone finale: "Allora, hai davvero voglia di venire a provarmi o preferisci continuare a perdere tempo davanti a uno schermo?".
Quella sfida, in me, fece scattare qualcosa.
Il mattino dopo (un po' titubante) ero davanti alla sua porta.
Abitava a soli duecento metri da me, in un appartamento all'ultimo piano senza ascensore, caldo ed accogliente, che profumava di pulito e di attesa; nell’aria aleggiava la nota speziata di una candela appena accesa e le note di una musica a metà tra il lounge e la soft house si diffondevano in sottofondo, rendendo l'ambiente confortevole ed estremamente rilassante.
Luca era quel tipo di uomo che non aveva bisogno di gridare per farsi notare; gli bastava esserci.
Sulla quarantina, portava con sé quell'aria di chi sapeva esattamente cosa stava facendo; i suoi occhi scuri erano profondi e inquisitori, capaci di spogliarmi prima ancora di sfiorarmi.
I capelli castani sistemati con disordine studiato: era il contrario del classico belloccio, ma emanava quel magnetismo ruvido e quella sicurezza nei movimenti che lo rendevano quasi pericoloso.
Il pezzo forte era quel baffetto da pornodivo anni '80, curatissimo, che incorniciava un sorriso sornione, quasi di sfida, come a dire: "Sapevo fin da subito che saresti venuto qui".
Era più alto di me, corpo tonico e asciutto frutto di sicura disciplina; non il palestrato da copertina, ma con una fisicità nervosa e scattante tale da emanare una sorta di energia primordiale.
Si muoveva con la calma di chi aveva già pianificato ogni singola sensazione che avrebbe fatto provare a quella nerchia che attendeva impaziente nei miei pantaloni, mantenendo quel mix di ironia e lussuria che mi aveva tenuto incollato alla chat per quegli interminabili mesi.
Si scostò appena per farmi passare, ma lo fece in modo che le nostre braccia si sfiorassero, un contatto elettrico che mi fece mancare un battito.
Dopo un istante di imbarazzo, svanito non appena i nostri sguardi si incrociarono dal vivo, varcai quella soglia e piuttosto rapidamente mi sfilai i vestiti restando solo in t-shirt; ero già barzotto, eccitato da quell'atmosfera sospesa.
Lui non perse tempo, si mise all'opera con una calma serafica, quasi cerimoniale.
Il mio intento era puro edonismo: lasciarlo giocare con me, col mio uccello, senza l'ossessione del traguardo, perdendo la cognizione dei minuti, facendomi portare di volta in volta al limite senza però sborrare.
Concettualmente poteva essere anche una cosa interessante, ma, e c’era un ma, il mio timore era di cedere subito, di schizzare al primo tocco deciso; Luca, però, sembrava un maestro del controllo.
Armato di un lubrificante denso e profumato, iniziò a mappare ogni nervo del mio cazzo.
Le sue mani non si limitavano a scorrere: esercitavano la giusta pressione, rallentavano, vibravano.
Ogni volta che sentivo la scarica elettrica risalire i lombi e il fiato mozzarsi per l'orgasmo imminente, lui cambiava ritmo con una precisione chirurgica, riportandomi un millimetro sotto la soglia del non ritorno.
Un supplizio delizioso, un’agonia di piacere che mi teneva inchiodato al divano, con i muscoli tesi e la mente completamente svuotata di ogni pensiero che non fosse la punta del mio uccello tra le sue dita sapienti.
Dopo avermi portato a un millimetro dal precipizio, Luca allentava improvvisamente la presa.
Sentivo il sangue pulsare ancora furiosamente, ma lo stimolo elettrico si interrompeva: ed era qui che iniziava il gioco psicologico della frustrazione.
Mi guardava con una calma che contrastava brutalmente con il mio stato di agitazione.
Sentiva il mio corpo fremere, i miei fianchi che cercavano istintivamente di spingersi contro la sua mano ormai ferma per ritrovare quel contatto… ma lui mi bloccava, appoggiando una mano ferma petto o sulla coscia, obbligandomi all'immobilità.
Cazzo se ci sapeva fare: sussurrava qualcosa a bassa voce, godendosi il modo in cui i miei sensi erano ipersensibilizzati. Ogni suo tocco leggero sembrava una scossa elettrica.
Sapeva esattamente che in quel preciso momento lo odiavo e lo desideravo allo stesso tempo; usava questa tensione per svuotarmi la mente da tutto il resto.
Ed io ero costretto a respirare, a far scendere quel picco di adrenalina solo quel tanto che bastava per poter ricominciare da capo, in modo da poter rendere il successivo round ancora più intenso.
Non aveva bisogno che io glielo dicessi; lui mi leggeva come un libro aperto.
Mentre le sue mani lavoravano con quel ritmo calmo e metodico, i suoi occhi erano piantati sui piccoli dettagli, quelli che il mio cervello, annebbiato dal piacere, non riusciva più a controllare.
Tutto iniziava dal respiro.
Luca sentiva il mio petto smettere di seguire un ritmo regolare, l'aria si bloccava in gola per un istante di troppo o usciva in brevi sussulti: era il primo segnale che la tensione stava saturando i miei nervi.
La sua mano avvertiva il cambiamento; sotto la sua presa, sentiva la base dell’uccello che iniziava a dare dei piccoli colpi, come un cuore che batteva troppo forte: erano le prime contrazioni involontarie, il segnale che il mio corpo stava cercando di espellere il piacere accumulato.
Riusciva a “sentire” il mio glande farsi più turgido, quasi a sfidare la pelle, ed era in grado di notare quel rossore cupo che prendeva il sopravvento; con la coda dell'occhio osservava i miei testicoli che si stringevano e salivano, richiamati verso il corpo mentre mi preparavo alla scarica.
Ma il momento in cui Luca decideva di fermarsi, o di darmi il colpo di grazia, era quando vedeva la mia reazione muscolare totale: le mie cosce che si irrigidivano e c’era quel leggero inarcamento della schiena che mi spingeva contro la sua mano.
In quell'istante, lui percepiva il mio "punto di non ritorno".
Così mii guardava dritto negli occhi, le mie pupille dilatate e, con un sorriso complice e allo stesso tempo sornione, allentava la pressione proprio un secondo prima del disastro, godendosi il mio sospiro di frustrazione e sollievo; sapeva di avermi in pugno, esattamente come sapeva quanto poteva ancora spingersi oltre prima che io potessi esplodere.
E quando le sue mani si fermavano per lasciarmi respirare, Luca passava all’attacco con la bocca, e lì la sua maestria raggiungeva vette quasi crudeli; non era il solito sesso orale frettoloso: era un’esplorazione lenta, umida e metodica che sembrava progettata per scardinare ogni mio autocontrollo.
Iniziava dalla base, avvolgendola con il calore del palmo mentre la sua lingua tracciava linee di fuoco lungo le vene turgide, risalendo millimetro dopo millimetro.
Quando arrivava alla cappella, non la prendeva subito tutta: la stuzzicava con la punta della lingua, insistendo sul frenulo con piccoli tocchi elettrici che mi facevano inarcare la schiena.
Il momento più intenso arrivava quando decideva di andare a fondo: usava la saliva e il lubrificante per creare una morsa vellutata; sentivo il vuoto d’aria creato dalle sue guance che aspiravano con forza, una pressione ritmica che faceva pulsare il mio cazzo fin dentro la gola.
Proprio quando il piacere diventava insopportabile e i miei muscoli pelvici iniziavano a contrarsi in quei piccoli scatti che precedono l'esplosione, lui si fermava di colpo.
Sfilava la bocca con un suono umido e restava lì, a pochi millimetri dalla punta, lasciando che il contrasto tra l’aria fresca della stanza e il calore residuo della sua saliva mi facesse impazzire. Mi guardava negli occhi, godendosi il mio sguardo perso e il mio respiro spezzato, prima di ricominciare con una tecnica diversa: aspirazioni lente e profonde alternate a colpi di lingua rapidi sul glande.
Sapeva esattamente dove premere e come dosare la suzione per portarmi sull'orlo del baratro.
Sentivo il liquido prespermatico uscire a fiotti, ma lui lo usava per lubrificare ulteriormente la sua gola, continuando quel gioco di tira e molla che trasformava ogni fibra del mio corpo in un nervo scoperto.
Era un ciclo ritmato fatto di estasi e attesa, un controllo totale che mi rendeva completamente schiavo dei suoi movimenti.
Torturava con chirurgica precisione quel palo che si ritrovava tra le mani per un tempo che sembrava infinito, e il suo sguardo cambiava nel momento stesso in cui capiva che la diga stava per crollare e ogni volta sembrava che non avesse intenzione di mantenere gli argini.
Esercitava quella giusta pressione, mi faceva giusto riprendere fiato e ricominciava a masturbarmi, il bastardo, ma con un ritmo diverso: più deciso, più profondo, senza più esitazioni.
La mia pelle scottava sotto i suoi colpi decisi.
Quando arrivava sull’orlo del precipizio, Luca lo capiva dal modo in cui il mio corpo si irrigidiva completamente: i miei muscoli si bloccavano, il respiro si spezzava in un gemito strozzato e lui stringeva la presa proprio nel modo in cui serviva.
E mi portava all’estremo.
Ancora, e ancora.
Non aveva fretta.
Non volevo avere fretta.
Il suo sguardo era concentrato, quasi analitico, mentre le sue mani scivolavano con ritmi che non avevo mai sperimentato prima.
Usava il lubrificante non solo per far scorrere la presa, ma come uno strumento per mappare ogni millimetro di pelle.
E ogni volta che sentivo l’onda d’urto salire lungo la schiena e i muscoli delle gambe tendersi per l’imminente rilascio, lui rallentava di nuovo, cambiava pressione, passava dai polpastrelli al palmo intero, o si fermava un istante prima dell’apice, lasciandomi sospeso in un limbo di eccitazione pura.
Passò la prima mezz'ora, poi la prima ora.
Il tempo, in quella casa inondata di musica, sesso e umori sembrava essersi dilatato.
Ero completamente vulnerabile, disteso su quel divano, mentre lui lavorava instancabile.
E la cosa incredibile era la mia resistenza: sotto la sua guida, il mio corpo sembrava aver imparato un nuovo linguaggio. Non ero più "spazientito" o in cerca di una conclusione rapida; ero immerso in un benessere fisico che sfiorava il metafisico.
Quello che temevo potesse annoiarmi si era trasformato in una sorta di trance ipnotica.
Non c’era più la frenesia della ricerca del buco in cui infilare la mia cappella, per poi spingere il mio cazzo fino in fondo e sentire i coglioni che sbattevano sul culo ritmando la scopata furiosa, tipica dei miei soliti incontri; c’era solo il suono del respiro, l’odore del lubrificante e quella sensazione di controllo totale che lui esercitava sul mio piacere.
Alternava lunghe sessioni manuali a momenti in cui la sua bocca prendeva il comando, avvolgendomi con un calore umido che rendeva ancora più difficile mantenere la promessa di non venire.
Dopo quasi due ore di questo tira e molla estenuante e delizioso, ero in uno stato di totale abbandono.
Il contrasto tra il calore delle sue mani e la freschezza del lubrificante, che Luca continuava ad aggiungere non appena la pelle diventava troppo calda, o asciutta, era inebriante.
Ogni suo movimento era calcolato: non era una semplice stimolazione, ma una danza di pressioni alternate.
Sentivo il sangue pulsare con violenza, una vibrazione che partiva dalla base del cazzo e si irradiava fino alla punta delle dita dei piedi.
Il momento più intenso era ovviamente il "plateau": quella fase in cui il piacere è così alto da togliere il fiato, ma lui riusciva a mantenermi lì, sul cornicione, senza farmi cadere nel vuoto.
La mia mente svuotata di ogni pensiero logico; restava solo il ritmo del mio respiro che si spezzava ogni volta che la sua bocca avvolgeva la punta o le sue dita stringevano con più decisione.
Un mix di tormento e beatitudine, un'energia elettrica accumulata che rendeva ogni centimetro di pelle ipersensibile.
Poi, dopo l’ennesima tornata di incessante stimolazione alle terminazioni nervose e sensoriali della bestia che svettava da ore in mezzo alle mie gambe, senza alcun preavviso Luca si fermò, guardandomi con un sorriso complice, sussurrando che per il momento poteva bastare così, lasciandomi con quella tensione dolce e pulsante che non accennava a svanire.
Il silenzio della stanza inondata di musica fu rotto solo dai nostri respiri che tornavano regolari; Luca mi porse un asciugamano con un gesto naturale, quasi premuroso.
Mi rivestii con i movimenti lenti di chi aveva appena fatto un viaggio lontano.
"Allora? Ti è sembrata ancora una perdita di tempo?" mi chiese con un tono divertito, mentre si sistemava i capelli.
"Devo ammettere che avevi ragione tu," risposi io, ancora un po' stordito e con le gambe che sembravano fatte di gelatina. "non avrei mai pensato di poter resistere così tanto senza esplodere."
Lo so. "È una questione di testa, non solo di corpo," spiegò lui mentre mi accompagnava alla porta. "La prossima volta vedremo di spingerci un po' oltre, se ti va."
Ci scambiammo un ultimo sguardo intenso sull'uscio.
Non servivano troppi giri di parole: entrambi sapevamo che quella non sarebbe stata l'ultima volta che salivo quelle scale.
"Ci scriviamo su Telegram" gli dissi, e lui rispose solo con un cenno del capo e un sorriso che prometteva molto altro.
Uscendo dal portone e percorrendo quei pochi metri verso casa, mi resi conto di quanto mi fossi sbagliato, e di quanto avessi sottovalutato una “cosa” di quella portata: quella che avevo snobbato ed etichettato come una possibile "perdita di tempo" era stata l'esperienza più intensa degli ultimi mesi.
Mentre salivo le scale di casa mia, il mio unico pensiero era già oltre: volevo tornare in quella mansarda il prima possibile.
E il cazzo gocciolò.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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