Gay & Bisex
Crociera (2)
31.03.2026 |
6.279 |
7
"Le sue dita continuavano a stringere con forza, quasi a voler cercare un appiglio in un momento in cui sentiva mancare la terra sotto i piedi: non c'era spazio per il dubbio o per il rimpianto nei..."
Il mattino seguente il porto di scalo sembra quasi irreale mentre guardo Gaia, la mia fidanzata, allontanarsi sulla banchina con il suo trolley: mi ha baciato velocemente, scusandosi ancora per il fatto di dover abbandonare in fretta e furia la nave per un improvviso ed inderogabile impegno di lavoro.Non appena la nave riprende la rotta, il silenzio diventa assordante: avverto tutta l’adrenalina del mio segreto e il peso di una libertà piovutami addosso per caso, ripensando allo sconvolgimento che solo poche ore prima aveva travolto le scialuppe.
L’ufficiale di rotta che incrociai mi rivolse un cenno d’intesa e un sorriso sornione, lo sguardo tipico di chi crede di condividere con te un segreto cameratesco fatto di eccessi e conquiste "Dormito bene?", mi chiese, e la sua voce mi arrivò come un ronzio fastidioso; nella mia mente non c’era spazio per il riposo, ma solo per l’eco della resistenza di Mattia che si frantumava sotto di me, per il suono secco del suo respiro spezzato e per quella sensazione di onnipotenza che mi scaldava ancora il sangue.
A colazione sedevo al tavolo con i genitori di Mattia, immerso in una cordialità familiare che pareva quasi grottesca; sua madre, con un’espressione tra il premuroso e l'annoiato, mi spiegò che suo figlio non si sarebbe unito a noi: non si sentiva bene, diceva che il dondolio della nave lo aveva tormentato per tutta la notte.
Sorseggiai il caffè, sentendo il calore della tazza contro i palmi, mentre la osservavo con distaccata ironia; avrei voluto scrostare via quella sua banale apprensione con la verità cruda, avrei voluto dirle che non erano state le onde a ridurlo così, ma il peso del mio corpo che lo schiacciava contro il materasso… che il suo malessere non veniva dal mare, ma dalla violenza con cui lo avevo rivoltato e da quel silenzio brutale, più tagliente di un coltello, che avevo lasciato cadere dietro di me insieme al clic della serratura.
Sapevo che a tenerlo inchiodato al letto era il marchio della mia invasione, la consapevolezza di essere stato ridotto a un oggetto e la spaventosa, inconfessabile certezza di desiderarlo ancora.
Invece, mi limitai a un cenno di finta comprensione, sorridendo dietro una maschera di cortesia che nascondeva il sapore ferroso del mio trionfo.
Andai a cercare Mattia solo nel pomeriggio.
Non bussai, usai la tessera magnetica che gli avevo sottratto la sera prima e richiusi la porta alle mie spalle con un clic metallico che risuonò come uno sparo nella stanza in ombra.
Era steso a pancia in giù, le lenzuola tirate fin sopra le spalle nonostante il caldo; al rumore della porta, si irrigidì visibilmente. Non si voltò.
“Vattene” sussurrò, la voce ancora incrinata, soffocata dal cuscino.
Mi avvicinai al letto con calma, il rumore dei miei passi sul tappeto era l'unico suono oltre al suo respiro corto: mi sedetti sul bordo del materasso, sentendo il suo sussulto sotto le coperte “Tua madre è preoccupata” dissi, la voce bassa e gelida “pensa che tu soffra il mare. Non vogliamo che sospetti la verità, vero?”.
Afferrai il bordo del lenzuolo e lo scoprii con un gesto lento, rivelando la schiena nuda segnata dai miei morsi e dalle mie dita; si raggomitolò, cercando di nascondere il viso, ma lo afferrai per la mascella costringendolo a guardarmi.
I suoi occhi erano arrossati, gonfi di un pianto che aveva consumato da solo, nel buio “Guardami, Mattia. Ieri sera hai imparato qual è il tuo posto. Oggi imparerai a fingere.”.
Gli accarezzai la guancia con il pollice, un gesto che avrebbe potuto sembrare affettuoso se non fosse stato per la morsa ferrea con cui lo tenevo fermo, “Tra dieci minuti scenderai a pranzo con noi, sorriderai ai tuoi genitori, mangerai senza fare storie, e ogni volta che i nostri sguardi si incroceranno, ricorderai esattamente cosa si prova a essere scopati dal sottoscritto.”.
Lui tremava, un fremito sottile che non riusciva a controllare “Ti odio” sputò fuori, ma le sue dita, quasi tradendolo, sfiorarono il dorso della mia mano.
“Lo so,” risposi, alzandomi e sovrastandolo con tutta la mia altezza. “ed è proprio per questo che tornerai a cercarmi. Ancora, e ancora.”.
A pranzo, Mattia scelse la via del martirio: seduto di fronte a me e ai suoi genitori, evitava il mio sguardo con una ostinazione che rasentava l'insolenza; quando suo padre gli chiese come si sentisse, lui rispose con il solito sussurro sottomesso “Sto come se il mondo si approfittasse di me.”.
Sotto il tavolo, sentii la sua gamba tremare contro la mia: sorrisi appena, sorseggiando il vino bianco, mentre i suoi genitori ridevano scambiando le sue parole per fisime adolescenziali.
Appena finirono di mangiare, lo intercettai nel corridoio deserto che portava alle cabine, trascinandolo dentro la sua stanza prima che potesse anche solo dare fiato a un insulto.
Chiusi la porta a chiave e lo sbattei contro il legno, il rumore del colpo che gli mozzò il fiato.
Non ci fu spazio per i preliminari, né per la grazia: gli voltai le spalle con una forza bruta, premendogli il viso contro la porta chiusa; sentii le sue mani che cercavano di spingermi via, ma erano deboli contro la mia furia.
Gli calai i pantaloni con uno strattone secco, lasciandolo esposto e tremante nell'aria condizionata della cabina.
“Ti avevo detto di tacere e sorridere” sibilai, entrando in lui senza alcun avvertimento, una spinta secca e profonda che gli strappò un grido strozzato contro il legno della porta.
Lo scopai con una violenza metodica, spietata.
Ogni affondo era una punizione per quel barlume di orgoglio che aveva osato mostrare a tavola; la sua schiena si inarcava, le dita graffiavano la superficie liscia della porta cercando un appiglio che non esisteva.
Il ritmo era frenetico, animalesco; il suono della carne che sbatteva contro altra carne riempiva il cubicolo, scandito dai suoi gemiti che passavano dalla protesta al puro abbandono.
Volevo che sentisse ogni centimetro del mio dominio: gli afferrai i capelli, tirandogli indietro la testa finché non fu costretto a guardare il soffitto, con la gola esposta.
Lui riuscì solo a emettere un rantolo spezzato, le gambe che cedevano sotto il peso dei miei colpi spietati.
Lo tenevo su solo per la forza delle mie braccia, inchiodandolo alla porta mentre la mia eccitazione raggiungeva un picco insopportabile; quando sentii che stava per cedere del tutto, aumentai ancora la velocità, spingendo finché non sentii le sue pareti interne stringersi in un ultimo, disperato spasmo.
Venni dentro di lui con un ruggito, un’esplosione di calore che lo fece sussultare violentemente: lo tenni premuto contro il legno per lunghi secondi, lasciando che il mio peso lo schiacciasse, che sentisse fino in fondo il segno della mia vittoria.
“Sei mio più di quanto tu non voglia, stronzetto”.
Mi staccai con un gesto brusco, lui scivolò a terra, rannicchiato contro la porta; mi ricomposi con la solita precisione chirurgica, e chinandomi su di lui gli sussurrai all'orecchio: “Se così non fosse, se mi sto sbagliando -e so che non è così- devi solo dirlo… e questo uccello non lo vedrai mai più!”
Uscii senza aspettare risposta, lasciandolo lì, nel silenzio della cabina, a raccogliere le briciole della sua ribellione fallita.
La cena fu un capolavoro di ipocrisia e tensione elettrica: Mattia non cercava più di sfidarmi; ora, il suo sguardo era un laccio invisibile che mi seguiva ovunque.
Ogni volta che scherzavo con suo padre o sfioravo per sbaglio il braccio di sua madre, vedevo le sue nocche sbiancare attorno alle posate; non era più rabbia: era una gelosia carnale, il terrore di non essere l'unico oggetto delle mie attenzioni.
Appena gli adulti si allontanarono per il digestivo sul ponte, mi bastò un cenno del capo: lui scattò, seguendomi come un’ombra fedele; mi aveva seguito fin nei corridoi di servizio della stiva, un labirinto di metallo e vapore dove il rumore dei motori copriva ogni gemito.
Appena la porta tagliafuoco si chiuse, si mise in ginocchio sul pavimento freddo “Ti prego...” implorò, la voce ridotta a un gemito roco “puniscimi ancora… fa' quello che vuoi, ma non guardare più nessuno come hai fatto stasera con i miei; sono tuo… sono geloso, mi manca l’aria al pensiero che potrei non sentirti più dentro di me…”.
Lo afferrai per la nuca, obbligandolo ad alzare il viso: aveva le pupille dilatate, lo sguardo perso in un’adorazione che rasentava la follia; era diventato una cagna in calore, svuotato di ogni dignità, pronto a offrirsi come un sacrificio sull'altare del mio dominio.
“Sei un piccolo schiavo vizioso, Mattia” sibilai, godendomi il modo in cui il suo corpo sussultava a quell'insulto “ti piace essere trattato come carne da macello, vero?”.
Non aspettò un ordine: mi aprì i pantaloni con mani tremanti e frenetiche, tirando fuori il mio cazzo già turgido e pulsante: lo accolse in bocca con una voracità disperata, affondando fino alla gola, ignorando i conati pur di avermi tutto dentro.
Mi guardava dal basso, gli occhi sbarrati e lucidi di una devozione malata, mentre le sue dita artigliavano le mie cosce “Succhialo tutto, piccola cagna” sibilai, afferrandogli i capelli e dettando un ritmo brutale che gli faceva sbattere il naso contro il mio pube.
Estrassi il cazzo dalla bocca di Mattia con uno schiocco bagnato: lui rimase lì, con la bava che gli colava dal mento, lo sguardo implorante.
“Hai fame, eh?” gli ringhiai all'orecchio, sollevandogli il bacino.
Spinsi di nuovo la sua testa verso il basso, senza lasciargli il tempo di respirare: emise un verso strozzato, un misto tra un lamento e un rantolo di piacere, mentre le sue labbra si sigillavano di nuovo attorno alla mia carne.
Era uno spettacolo degradante e magnifico: i suoi occhi, arrossati e lucidi, non si staccavano dai miei, cercando in quel contatto visivo la conferma della sua totale sottomissione.
Mattia sembrava aver perso ogni contatto con la realtà circostante, concentrato esclusivamente sulla necessità di compiacere e di trovare un senso in quel momento di assoluta vulnerabilità; la pressione della mia mano tra i suoi capelli serviva a ricordargli la sua posizione, un vincolo fisico che rispecchiava quello psicologico che lo legava a quella situazione.
Le sue dita continuavano a stringere con forza, quasi a voler cercare un appiglio in un momento in cui sentiva mancare la terra sotto i piedi: non c'era spazio per il dubbio o per il rimpianto nei suoi occhi, solo una determinazione febbrile e una sottomissione che non ammetteva repliche; ogni suo movimento, ogni sussulto del suo corpo, era un tributo silenzioso a un'autorità che aveva accettato senza riserve.
La tensione si faceva quasi tangibile, un peso opprimente che sembrava schiacciare entrambi; in quel freddo spazio isolato dal resto del mondo, le dinamiche di potere si manifestavano in tutta la loro cruda intensità, lasciando Mattia in attesa di un segnale, di una parola o di un gesto che potesse finalmente placare il suo tormento interiore.
Il ritmo divenne insostenibile, un affondo dopo l’altro che lo costringeva a spalancare la gola, a diventare puro contenitore del mio piacere: sentivo i suoi muscoli contrarsi per lo sforzo, il calore della sua bocca che mi avvolgeva come una morsa disperata.
Quando il piacere esplose, non ebbi pietà: gli afferrai i capelli con una presa d’acciaio, tenendolo inchiodato contro di me mentre venivo con violenza; sbarrò gli occhi, un fremito percorse tutta la sua schiena mentre accoglieva il getto caldo e denso direttamente in gola.
Non cercò di staccarsi, non accennò a un rifiuto; al contrario, le sue mani si strinsero ancora più forti sulle mie natiche, spingendomi dentro per non perdere nemmeno una goccia: ingoiò tutto il mio sperma avidamente, il pomo d’Adamo che scattava in una sequenza di sorsate ritmiche e rumorose, mentre il sapore del mio possesso lo invadeva completamente.
Quando finalmente lo lasciai andare, la sua testa ricadde all’indietro, ma solo per un istante; con una devozione che metteva i brividi, si sporse di nuovo in avanti per ripulirmi con cura maniacale.
La sua lingua passò e ripassò su ogni centimetro, lenta e metodica, finché non rimase alcuna traccia del mio seme su di me; poi, alzò lo sguardo: aveva il mento ancora lucido e il respiro spezzato, ma negli occhi brillava una scintilla di malsana gratitudine “Grazie, padrone” sussurrò, leccandosi le labbra per assaporare l’ultimo resto di me, pronto a qualsiasi altro ordine avessi voluto impartirgli in quel corridoio gelato.
Quello che non sapevamo, però, era che dietro una grata di ventilazione a pochi metri di distanza, un giovane ufficiale della nave era rimasto pietrificato trovandoci in quella situazione; avrebbe dovuto controllare le valvole, ma la scena che gli si era presentata davanti lo aveva paralizzato.
La sua ombra si mosse appena, un fruscio quasi impercettibile nel buio: vedere uno degli ospiti ridotto a quel simulacro di sottomissione da parte di quell’uomo più grande e dannatamente sexy lo eccitò in modo violento.
L'ufficiale di bordo, dall'altra parte della grata, guardava la bocca di Mattia sussultare e ingoiare, vedeva le spinte feroci di quel toro che non ammettevano tregua.
Si sbottonò i pantaloni da lavoro, afferrandosi il sesso con forza e iniziando a masturbarsi freneticamente, il respiro mozzo che si confondeva con lo sferragliare delle macchine.
La sua mano si muoveva a una velocità folle, gli occhi fissi su quel groviglio di corpi e violenza.
Sborrò a litri, prima di dileguarsi nei corridoi.
Il segreto di quell’antro buio non era più soltanto loro.
La festa ai piani superiori continuava, ignara di quanto era accaduto nel ventre della nave, ma l'eco di quel momento sarebbe rimasta impressa nelle pareti di ferro e nella sua memoria, mentre percorreva i corridoi tecnici come un fantasma, il cuore che martellava contro le costole con una violenza tale da fargli quasi male.
Ogni passo era accompagnato dal riverbero visivo di quella scena: la gola del ragazzo spalancata, la sottomissione assoluta, e la potenza brutale di quell'uomo che lo dominava senza pietà.
Sentiva ancora il calore della propria sborra appiccicata alla mano e ai pantaloni, un marchio infamante e delizioso della sua eccitazione clandestina.
Appena varcata la soglia del suo alloggio, serrò la porta con un colpo secco, appoggiandosi contro per cercare di regolarizzare il respiro; il buio della cabina era squarciato solo dalla spia rossa del quadro elettrico, ma i suoi occhi vedevano ancora quel groviglio di carne e potere.
Era scosso da brividi che non avevano nulla a che fare con la temperatura del ventre della nave; era un incendio interno, una fame improvvisa e proibita scatenata dalla visione di quella "cagna" consenziente e del suo padrone.
Si sfilò la divisa con gesti frenetici, quasi volesse scorticarsi di dosso l'odore di grasso e di quel peccato osservato dal buio: entrò nel box doccia e aprì l'acqua al massimo; il getto lo colpì con una forza gelida, un tentativo disperato di spegnere il fuoco che gli bruciava nelle vene, ma la sensazione del metallo freddo e dell'acqua sulla pelle non faceva che ricordargli il pavimento su cui Mattia si era inginocchiato.
Chiuse gli occhi sotto lo scroscio, ma l'immagine non svaniva: vedeva la bava, la sottomissione, la voracità di quel ragazzo.
Era un'ossessione istantanea.
Mentre il vapore iniziava a saturare il piccolo spazio, si rese conto che quella doccia non avrebbe ripulito nulla; il segreto che portava con sé era diventato una droga, un veleno che lo avrebbe spinto, notte dopo notte, a cercare di nuovo quel corridoio, sperando di ritrovarli ancora lì, nel buio.
Ancora scosso dai brividi sotto il getto della doccia, non riusciva a darsi pace; il volto di quell'uomo, la sua forza brutale e il modo in cui aveva ridotto il ragazzo a un guscio vuoto di dignità, gli si erano piantati nel cervello come un chiodo fisso.
Doveva trovarlo.
Doveva capire chi fosse quel predatore capace di una tale ferocia erotica.
Passò la notte in bianco, scervellandosi tra i registri dei passeggeri e le mappe della nave, finché non riuscì a dare un nome a quel volto, ricordandosi di averlo già incontrato e di esserne già rimasto affascinato.
Il piano prese forma all'alba: un approccio diretto ma discreto, un amo lanciato nel buio.
Scrisse poche parole su un biglietto di carta intestata della compagnia: "Ti ho visto, ieri sera, nel buio, mentre riducevi quel ragazzino a un cumulo di carne tremante. Ho visto come lo hai usato, come hai preteso ogni briciolo della sua dignità, e ho sborrato guardandoti possedere la sua gola con quella furia cieca. Adesso voglio che quel cazzo meraviglioso e brutale finisca dentro di me. Quel moccioso è solo un passatempo, io sono l’uomo che può reggere il tuo urto senza spezzarsi. Stanotte, ponte tecnico 4, officina meccanica. Voglio che mi tratti con lo stesso disprezzo, che mi marchi come hai fatto con lui, finché non sarò io a implorarti di fermarti.
Vieni a prenderti quello che ti spetta."
L’indomani, salvo ripensamenti, gliel’avrebbe fatto recapitare in qualche modo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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