Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Gay & Bisex > Crociera (1)
Gay & Bisex

Crociera (1)


di cazzovenoso
24.03.2026    |    7.373    |    11 9.7
"Ansimava, il petto che si alzava e abbassava freneticamente, mentre le mie mani, esperte e decise, liberavano entrambi dai vincoli dei vestiti; quando la mia pelle incontrò la sua senza più..."
Ero in crociera da qualche giorno, e non mi sentivo così bene da tanto tempo.
I mesi di allenamento costante in palestra avevano dato i loro frutti: 54 anni, la pelle tesa sui muscoli definiti, le spalle larghe, il passo sicuro di chi sa di avere una presenza fisica che non passa inosservata.
Indossavo solo un costume che, per quanto non attillato, lasciava poco spazio all'immaginazione evidenziando le mie forme in modo inequivocabile; sentivo gli sguardi addosso mentre camminavo verso il bar della piscina dove mi aspettava la mia fidanzata.
Tra un cocktail e l’altro, avevamo iniziato a fraternizzare con una coppia di cinquantenni di Roma, simpatici e gioviali; l’elemento di disturbo era il loro figlio, Mattia.
Avrà avuto vent’anni, un fisico asciutto e nervoso, e un’espressione di perenne disgusto stampata in volto.
Stava sempre un passo indietro, con le cuffie al collo, rispondendo ai genitori a monosillabi, rasentando la scortesia.
Tuttavia, c’era qualcosa che non tornava.
Ogni volta che mi muovevo, che mi alzavo per tuffarmi o che semplicemente mi sistemavo i capelli, sentivo i suoi occhi bruciarmi la pelle; se incrociavo il suo sguardo, lui non lo distoglieva subito, e lo faceva con una lentezza insolente, dopo avermi squadrato dalla testa ai piedi.
La sua "maleducazione" sembrava a tratti una sfida.
Mi passava vicino sfiorandomi con la spalla, mi guardava con un sorrisetto di traverso mentre parlavo col padre… e più lo osservavo, più quella sua aria da ribelle tormentato mi incuriosiva.
Era attraente in un modo inatteso: i capelli scuri spettinati dal vento, il labbro inferiore leggermente sporgente e quella giovinezza acerba che sembrava quasi confrontarsi con la mia maturità fisica.

Al terzo giorno, la tensione era percepibile: eravamo entrambi in palestra, un ambiente chiuso, impregnato di odore di metallo e fatica.
Io ero alla panca piana, lui si allenava poco distante, lo vedevo attraverso lo specchio.
Quando finii la serie, lui si avvicinò per prendere un manubrio proprio accanto a me; la distanza era minima, potevo sentire il calore del suo corpo.
“Ti piace metterti in mostra, eh?” mormorò, a voce così bassa che solo io potevo sentirlo, con una nota di provocazione.
Lo guardai dritto negli occhi, il mio respiro ancora accelerato dallo sforzo “E a te piace guardare, a quanto pare…”.
Lui non indietreggiò; al contrario, fece un passo avanti, invadendo il mio spazio vitale.
Il silenzio tra noi era carico di una strana elettricità: fu in quel momento, davanti a quella sua sfacciataggine, che sentii che le cose tra noi sarebbero cambiate; non era più una questione di educazione o di amicizia, era un richiamo a cui non potevo più rimanere indifferente, e tra noi la tensione era diventata un rumore bianco, assordante.
Me ne andai, conscio dl fatto che altrimenti avrei combinato un grosso casino.

La sera, dopo cena, i suoi genitori e la mia fidanzata erano al casinò.
Lui, Mattia, il ragazzo scontroso – vent’anni di muscoli nervosi, sguardo torvo e un’insolenza che era chiaramente uno scudo – era rimasto al ponte 12, appoggiato al parapetto.
Mi ero avvicinato con la scusa di un drink, ma non servivano parole.
“Tua madre ti cerca” dissi, sfidandolo.
Lui si voltò lentamente, e mi squadrò con una sfacciataggine che mi fece ribollire il sangue; il contrasto tra i miei anni, la mia sicurezza fisica, e la sua giovinezza acerba ma prepotente era elettrico.
“Non me ne frega niente” rispose sempre con quella sua voce bassa, lo sguardo fisso sul profilo del mio corpo sotto la camicia di lino. “…e nemmeno a te, credo”.
Il gioco di provocazioni degli ultimi giorni, gli sguardi rubati a colazione, gli sfioramenti "casuali" in piscina, esplose in quell'istante: non erano più semplici atti di richiamo, era fame.
Lo afferrai per un braccio, trascinandolo verso una zona d'ombra dietro le enormi scialuppe di salvataggio, dove il rumore dei motori copriva ogni sospiro; appena fummo al riparo, la sua espressione cambiò, la sfida lasciò il posto a un misto di nervosismo e attesa.
“Pensavi che non avrei reagito?” sussurrai, la mia voce bassa ma tesa, schiacciandolo con lo sguardo “ti piace giocare con il fuoco?”.
Non rispose subito.
I suoi occhi scuri indugiavano sui miei, un misto di paura e attrazione che rendeva l'aria ancora più densa; era chiaro che non si aspettava che la situazione precipitasse così velocemente.
L'eccitazione non era data solo dalla vicinanza, ma dal gioco che avevamo intrapreso, dalla consapevolezza che eravamo lì, nascosti, con la possibilità che qualcuno potesse scoprirci.
Sentivamo le risate dei passeggeri in lontananza, il cameriere che riordinava i lettini.
Ogni rumore ci faceva sobbalzare, ma invece di allontanarci, la tensione ci teneva immobili, legati da quella sfida silenziosa.
Deglutì, la sua maschera da ribelle non era più così solida; in quel nascondiglio di acciaio e salsedine, il ragazzo scontroso era intrappolato in un inatteso gioco, e io non avevo ancora deciso quale sarebbe stata la mossa successiva.

Lo tenevo ancora per il braccio, ma la mia presa si era fatta più lenta, trasformandosi in una carezza possessiva sul suo bicipite teso; lui non si scostò; anzi, fece un passo avanti, riducendo quei pochi centimetri che ci separavano fino a far sfiorare i nostri petti.
Il silenzio tra noi era rotto solo dal battito sordo dei motori in sottofondo e dal fruscio del vento; sotto la mia camicia di lino, sentivo il calore che emanava il suo corpo.
Mattia sollevò il mento, cercando di sostenere il mio sguardo, ma il suo respiro tradiva un’agitazione profonda “Non ho paura del fuoco”, mormorò, e la sua voce, di solito così arrogante, ora era ridotta a un soffio rauco.
Feci scivolare la mano libera lungo il suo fianco, sentendo la linea asciutta e tonica della sua vita.
La consapevolezza della mia maturità, della mia forza fisica rispetto alla sua, creava un contrasto che sembrava inebriarlo; quando la mia mano risalì verso il suo collo, le mie dita si intrecciarono tra i suoi capelli spettinati.
Sentii un brivido scuoterlo violentemente.
Non ci fu bisogno di altro.
Lo attirai a me con decisione e le nostre labbra si cercarono con una fame che avevamo represso per giorni; era un bacio che sapeva di vento, di proibito e di una tensione accumulata tra i lettini della piscina e gli sguardi rubati a cena.
La sua risposta fu immediata, quasi disperata: le sue mani cercarono le mie spalle, aggrappandosi a me come se fossi l'unica cosa solida in quel mondo che oscillava sul mare.
Le mie mani esplorarono con calma esperta la sua schiena, saggiando la reattività dei suoi muscoli sotto la maglietta leggera; ogni mio tocco era volto a fargli capire chi avesse il controllo, ma al tempo stesso a sciogliere quella sua corazza di sfrontatezza.
Lui rispondeva con un’energia acerba, premendosi contro di me, cercandomi con un’urgenza che mi lusingava e mi eccitava profondamente.
In quel cono d’ombra, tra l’acciaio delle scialuppe e l’infinito dell’oceano, il tempo si era fermato: eravamo due estranei legati da un segreto che bruciava più del sole del mattino.
Quando mi staccai appena per guardarlo, lo vidi smarrito, vulnerabile, i suoi occhi scuri finalmente lucidi di desiderio puro.
“Adesso sai cosa succede a sfidarmi”, sussurrai contro il suo orecchio, mentre la mia mano scendeva con intenzione verso il bordo dei suoi pantaloni; chiuse gli occhi, abbandonando la testa all'indietro contro la parete metallica, pronto a lasciarsi guidare ovunque avessi deciso di portarlo.
Il suo respiro si fece corto, un suono spezzato che si perdeva nel fragore metallico della nave; la sua spavalderia era svanita, sostituita da una resa totale che lo rendeva, ai miei occhi, ancora più magnetico.
Lo feci voltare con decisione, premendo il suo petto contro la paratia fredda mentre io rimanevo alle sue spalle; ogni mio tocco sembrava farlo fremere.
Mattia poggiò la fronte contro l'acciaio, emettendo un gemito soffocato.
Ogni mio gesto era una conferma della mia posizione: ero io a dettare il ritmo, ero io che decidevo come, e se, farlo sentire vivo.
Le mie mani non smettevano di esplorarlo, risalendo dai fianchi fino a stringergli le spalle, ancorandolo a me.
In quel momento, la sua sfrontatezza dei giorni precedenti si era trasformata in un bisogno quasi devoto di essere guidato.
Il mondo esterno (la mia fidanzata al casinò, i suoi genitori, la folla sui ponti inferiori) cessò di esistere.
C’era solo il calore dei nostri corpi, il ritmo cadenzato del mare e quella sensazione di dominio e abbandono che ci legava indissolubilmente; Mattia inarcò la schiena, cercando il contatto con ogni centimetro della mia pelle, abbandonandosi completamente al mio controllo con una fiducia che non avrei mai immaginato di trovare dietro quel suo sguardo scontroso.
Ogni suo respiro affannato era un riconoscimento della mia autorità su di lui.
In quella penombra rubata, Mattia non era più il ragazzino ribelle, ma un uomo che scopriva il piacere di lasciarsi andare nelle mani di chi sapeva esattamente come condurlo oltre il limite.
Il freddo del metallo contro il suo petto nudo contrastava violentemente con il calore che irradiava dalla mia pelle, premuta contro la sua schiena; gli bloccai i polsi sopra la testa con una sola mano, sentendo i suoi muscoli guizzare sotto la mia presa ferrea.
Nonostante la differenza d'età, o forse proprio per quella, la sua reazione era un misto di sottomissione istintiva e un'ultima, disperata scintilla di sfida.
Prima che l'acciaio della paratia diventasse l'unico confine del suo mondo, decisi di saggiarne la resistenza, di sgretolare l'ultima barriera di quella sua finta insolenza: lo tenni stretto a me, il mio respiro pesante sul suo collo, mentre la mia mano scendeva con una lentezza metodica, quasi crudele, per andare a scoprire quanto fosse reale la sua resa.
Feci scivolare la mano libera sotto l'elastico dei suoi pantaloni, saggiando la curva tonica dei suoi glutei, mentre con il corpo lo schiacciavo contro la paratia.
Gli misi l’altra mano sulla bocca, e spinsi il dito medio: la sua lingua lo avvolse, succhiandolo con avidità; inserii anche l’indice, e si divorò pure quello, conscio del fatto che stava preparando quelle dita ad esplorare il suo buco, tanto che
quando raggiunsero l’epicentro del suo culo, sentii Mattia sussultare, un brivido elettrico che gli percorse l'intera colonna vertebrale, come un gemito strozzato perdersi nel vento, un suono che non aveva nulla a che fare con il ragazzino scontroso dei giorni precedenti era una resa assoluta.
Non ci fu bisogno di forzare nulla: i miei polpastrelli incontrarono una pelle caldissima, già segnata da un’umidità traditrice che testimoniava quanto quel momento fosse stato desiderato, immaginato e infine subìto.
Iniziai a lavorarlo con una calma esperta, premendo con il pollice sul quel centro pulsante della sua eccitazione: Mattia emise un suono gutturale, a metà tra un sospiro e una supplica, mentre la mia prima dita affondava lentamente in lui. Era incredibilmente accogliente, le sue pareti interne già tese e vibranti, pronte a serrarsi attorno a me.
Ne aggiunsi una seconda, poi una terza, allargando con decisione quella soglia che sembrava fatta apposta per essere violata dalla mia volontà; il ritmo delle mie dita all’interno si fece serrato, quasi a simulare quello che sarebbe venuto dopo, e lui rispose inarcando il bacino contro la mia mano, cercando di colmare ogni millimetro di vuoto.
Era bagnato, cedevole, completamente soggiogato dal piacere che gli stavo impartendo; la sua spavalderia era annegata in quel fluido viscoso che rendeva ogni mio movimento fluido e inarrestabile.
Solo quando sentii che il suo corpo era diventato un'estensione del mio volere, quando lo percepii aprirsi totalmente, come un fiore che sbocciava nel buio di quella stiva, decisi che era il momento di smettere di giocare e di prendermi tutto quello che, per giorni, mi aveva promesso con gli sguardi.
Le mie dita esplorarono la sua pelle calda, scendendo con una lentezza calcolata, torturandolo con l'attesa.
Ogni centimetro che conquistavo lo faceva sussultare; la sua giovinezza era una promessa vibrante sotto i miei palmi esperti; e quando finalmente la mia mano avvolse il suo cazzo durissimo, duro e pulsante, Mattia inarcò la schiena, cercando un contatto più profondo, quasi implorante.
"Ti piace provocare gli uomini, vero?" mormorai, mordicchiandogli il lobo dell'orecchio mentre il ritmo della mia mano si faceva più serrato, deciso "ti piaceva guardarmi in palestra eh, quanto hai immagina questo momento...?".
Lui rispose con un lamento inarticolato, la fronte premuta contro l'acciaio, mentre le sue dita artigliavano il metallo; la tensione accumulata in quei tre giorni di sguardi rubati stava esplodendo in un gioco di potere dove la mia maturità dominava la sua urgenza acerba.
Lo sentivo cedere, sciogliersi sotto i miei tocchi, mentre il rumore sordo della nave diventava il battito cardiaco di quell'istante proibito.
Estrassi la mano per un istante, solo per farlo voltare di scatto.
I suoi occhi erano dilatati, lucidi, persi tra la paura di essere scoperto e la brama di non fermarsi; senza lasciargli il tempo di respirare, lo spinsi verso il basso, costringendolo a inginocchiarsi davanti a me, nel cuore di quell'ombra protettiva.
"Dimmi cosa vuoi, Mattia," ordinai, mentre la mia mano si intrecciava di nuovo tra i suoi capelli scuri, costringendolo a sollevare il viso verso il mio "dillo, che non vedevi l’ora di succhiarmelo e farti chiavare!".
Gli ficcai di prepotenza l’uccello in gola per una manciata di secondi, giusto un assaggio.
Poi lo feci voltare di nuovo con un movimento secco, bloccandogli il bacino contro la paratia fredda.
Ansimava, il petto che si alzava e abbassava freneticamente, mentre le mie mani, esperte e decise, liberavano entrambi dai vincoli dei vestiti; quando la mia pelle incontrò la sua senza più filtri, sentii un brivido attraversarlo dalla nuca ai talloni.
Senza troppi preamboli, lo presi dai fianchi e appoggiai senza troppa delicatezza la cappella a quel buchetto che chiedeva di essere stuprato ferocemente.
Quando finalmente entrai in lui, non ci fu spazio per la gentilezza: la prima spinta fu brutale, un’invasione necessaria che gli strappò un grido soffocato contro l’acciaio; lo sentii irrigidirsi per un istante mentre la mia nerchia affondava centimetro dopo centimetro senza trovare ostacoli.
Le sue dita cercavano disperatamente un appiglio sulla superficie liscia della nave, poi si sciolse: la sua resistenza si trasformò in una fame speculare alla mia.
Cominciai a dettare un ritmo implacabile infliggendogli colpi profondi che lo facevano sussultare a ogni impatto. Mattia era un corpo vibrante che accoglieva ogni mia spinta con gemiti rochi, la testa gettata all'indietro che sbatteva ritmicamente contro la mia spalla; godeva in modo quasi violento, una reazione viscerale a quella forza che lo dominava completamente.
"Ti piace... eh? Ti piace il mio cazzo che ti sbatte?" gli ruggii all'orecchio, mentre le mie mani gli artigliavano i fianchi, lasciando segni che avrebbe ricordato l'indomani.
Lui riuscì solo a emettere suoni sconnessi, un "sì" strozzato che si perdeva nel fragore dei motori.
Ogni volta che sembrava vicino al limite, rallentavo appena, solo per poi riprendere con più ferocia, portandolo oltre, facendolo impazzire di piacere e frustrazione; lo presi a più riprese, cambiando angolazione, costringendolo a sentire ogni centimetro della mia superiorità fisica.
La foga che avevo accumulato osservandolo in silenzio nei giorni precedenti esplose in una serie di spinte brute, profonde, che facevano rimbombare il metallo della paratia a ogni colpo del mio bacino contro il suo.
Mattia era un arco teso sotto di me: le sue mani, bloccate sopra la testa, artigliavano l'acciaio freddo cercando un baricentro che non esisteva più, se non nel punto in cui io lo stavo possedendo.
Ad ogni affondo deciso, un grido gli moriva in gola, trasformandosi in un gemito roco che si mescolava al sordo rumore dei motori della nave.
Lo scopavo con fame feroce, dettando un ritmo violento che non gli lasciava il tempo di respirare, obbligandolo a sentire ogni centimetro della mia carne che lo invadeva.
Lui non si limitava a subire, godeva in modo quasi osceno di quella sottomissione; sentivo le sue pareti interne serrarsi attorno a me con una forza disperata, cercandomi, implorando ancora più peso, ancora più forza.
La sua schiena si inarcava all'indietro a ogni spinta, cercando il contatto totale con il mio petto, mentre il suo respiro diventava un rantolo spezzato "Sì... così... ancora..." riuscì a soffocare tra i denti, mentre la testa gli ciondolava all'indietro, gli occhi persi nel vuoto di quel cono d'ombra.
La sua eccitazione era palpabile, una vibrazione che partiva dal punto in cui eravamo uniti e lo scuoteva interamente. Era completamente in balia del piacere che la mia foga gli stava procurando: quel ragazzino sfacciato era sparito, sostituito da un uomo che ansimava sotto i miei colpi, travolto da un'estasi che lo faceva tremare come una foglia: più io diventavo spietato nel ritmo, più lui sembrava sciogliersi, abbandonandosi a quella violenta carezza che lo stava portando oltre ogni limite che avesse mai conosciuto.
Ogni spinta era sottolineata dal suono cupo della carne sbattuta, un battito tribale che sanciva la sua resa.
Mi chinai su di lui, afferrandogli i capelli per costringerlo a piegare la testa all'indietro, esponendo la gola tesa nello sforzo di non gridare “Ti vedessi, Mattia” gli sussurrai, la voce ridotta a un soffio rauco che gli bruciava sull'orecchio “dov’è finita tutta quella sfrontatezza che avevi a tavola? Dov’è il ragazzino che pensava di potermi tenere testa con uno sguardo?”.
Rispose con un lamento strozzato, un suono che non aveva più nulla della sfida dei giorni passati “Ti prego...” ansimò, le dita che cercavano disperatamente un appiglio sull'acciaio scivoloso per il sudore “non... non fermarti... cazzo, scopami”.
“Vuoi che continui?” infierii, aumentando la violenza del ritmo, sentendo le sue pareti interne serrarsi attorno a me come in una morsa elettrica “dimmelo. Dimmi chi è che decide qui. Dimmi di chi sei veramente, mentre i tuoi genitori sono a pochi ponti da qui e non hanno idea di come stai godendo tra le mie mani.”.
Mattia inarcò la schiena, un brivido violento che lo scosse dai talloni alla nuca “Tuo... sono tuo... lo sai…” gemette, la fronte premuta contro il metallo freddo, mentre il suo respiro diventava un rantolo spezzato “fa’ di me quello che vuoi... distruggimi, ma non smettere.”.
In quel momento, ogni parola era un sigillo; non c’era più bisogno di provocazioni: la sua voce, ridotta a una supplica di puro piacere, era la conferma definitiva del mio dominio su di lui.

In quel cono d'ombra, lontano dal mondo patinato della crociera, Mattia si perse del tutto.
La sua eccitazione era palpabile, bagnava la paratia e le mie cosce.
Sentivo il suo interno farsi sempre più stretto, quasi frenetico, mentre il ritmo del mio bacino diventava insostenibile. Mattia era arrivato al limite: la sua schiena si inarcò in un’ultima, disperata tensione e un grido soffocato morì contro l'acciaio della nave mentre veniva, sporcando il metallo freddo davanti a sé senza nemmeno aver bisogno di toccarsi; un urlo lungo, soffocato contro il mio braccio, mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi incontrollabili.
Quella vista, unita al calore che mi avvolgeva, spezzò anche il mio controllo: con tre ultime spinte finali, brutali e cieche, riversai tutto me stesso dentro di lui, sentendo il suo corpo sussultare sotto i miei colpi mentre il mondo intorno a noi spariva nel fragore dei motori.
Rimanemmo così per lunghi istanti, i petti che battevano all'unisono, l'odore del sesso mescolato a quello del mare, legati da un segreto che nessuno, su quella nave, avrebbe mai potuto immaginare.
Restammo così per minuti, due ombre ansimanti contro il metallo, mentre il respiro di Mattia tornava lentamente regolare, ora privo di ogni traccia di sfrontatezza, finalmente in pace, mentre il silenzio tornava a regnare tra le scialuppe, lasciandoci addosso solo il peso di un segreto che ci avrebbe legati, forse, per sempre.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
9.7
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Crociera (1):

Altri Racconti Erotici in Gay & Bisex:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni