Gay & Bisex
Crociera (3)
07.04.2026 |
4.743 |
7
"Chi sarebbe stato una volta sceso da quella nave?
E poi, soprattutto, cosa sarebbe successo ora?
Il pensiero di quegli sguardi rubati, carichi del segreto di quella carneficina dei sensi, lo..."
Il mattino seguente Lorenzo, l'ufficiale, non riuscì a pensare ad altro; il biglietto pesava nella tasca della sua divisa come un pezzo di carbone ardente.Aspettò il momento in cui il sole era più alto, quando la zona piscina si riempì del brusio vacuo dei passeggeri, per mettere in atto il suo piano.
Individuò un giovane cameriere interinale, uno di quelli che passano inosservati tra i lettini, e gli allungò una banconota da venti euro insieme al foglio ripiegato "Consegnalo a quell'uomo con i capelli scuri e il pantaloncino verde a strisce azzurre. Ma fallo con discrezione, mi raccomando" ordinò con voce ferma, nonostante il cuore gli rimbombasse nelle orecchie.
Dall'ombra di un pilastro del ponte superiore osservò la scena; vide il cameriere avvicinarsi al lettino dove l'uomo sedeva con una posa dominante, quasi regale.
Accanto a lui, quell’insignificante ragazzino appariva come un’ombra sbiadita, gli occhi bassi, segnato visibilmente dalla notte precedente ma incapace di staccarsi dal fianco del suo padrone.
Quando l'uomo prese il biglietto e lo aprì, un silenzio gelido sembrò calare su quel piccolo angolo di paradiso artificiale. Lesse le parole con una lentezza esasperante, un mezzo sorriso crudele che gli increspava appena le labbra.
"Ti ho visto, ieri sera, nel buio, mentre riducevi quel ragazzino a un cumulo di carne tremante.
Ho visto come lo hai usato, come hai preteso ogni briciolo della sua dignità, e ho sborrato guardandoti possedere la sua gola con quella furia cieca.
Adesso voglio che quel cazzo meraviglioso e brutale finisca dentro di me.
Quel moccioso è solo un passatempo, io sono l’uomo che può reggere il tuo urto senza spezzarsi.
Stanotte, ponte tecnico 4, officina meccanica.
Voglio che mi tratti con lo stesso disprezzo, che mi marchi come hai fatto con lui, finché non sarò io a implorarti di fermarti.
Vieni a prenderti quello che ti spetta."
Non dissi una parola.
Ripiegai il biglietto con cura metodica e lo infilai nella tasca dei pantaloncini, poi voltai lentamente la testa, assaporando il modo in cui Mattia tremava sotto il mio sguardo, terrorizzato dall'idea che qualcun altro avesse osato reclamare l'attenzione del suo padrone.
"Che cos'è?" chiese con un filo di voce, la gelosia che già iniziava a mordergli lo stomaco.
Non risposi, ma un mezzo sorriso crudele mi increspava le labbra mentre lo fissavo, godendomi il suo improvviso stato di agitazione.
Poi alzai gli occhi e lo vidi.
Era appoggiato a una colonna vicino all'uscita delle cucine: sui trentacinque anni, una barba incolta che gli incorniciava il volto scolpito e un fisico tonico che la divisa da lavoro faticava a contenere.
Mi rivolse un sorriso smagliante, predatorio, e si toccò con noncuranza il cavallo dei pantaloni prima di sparire nel corridoio.
Il mio sangue riprese a bollire.
Rilessi il biglietto, poi incrociai di nuovo lo sguardo di Mattia: era pallido, aveva capito che stava succedendo qualcosa che non lo riguardava.
Quella sfida lanciata dal buio mi era entrata sotto la pelle.
Il biglietto sembrava bruciare, un promemoria costante che qualcuno, un uomo vero e non un ragazzino fragile, mi aveva visto agire e, invece di inorridire, ne era rimasto folgorato.
La cosa mi eccitava in modo quasi doloroso: l'idea di essere stato spiato mentre possedevo Mattia aggiungeva un livello di perversione che non avevo previsto.
Passai il resto del pomeriggio a bordo vasca, ma la mia mente era già al Ponte 4.
Ignorai deliberatamente le domande sussurrate di Mattia, che mi ronzava intorno come un insetto impaurito, cercando di riconquistare la mia attenzione con sguardi languidi e piccoli tocchi servili; ogni suo tentativo di contatto mi irritava: lo vedevo improvvisamente troppo facile, troppo scontato.
I miei occhi tornavano continuamente verso il corridoio dove l'ufficiale era sparito, rievocando quel gesto arrogante con cui si era toccato il pacco davanti a me.
Sentivo un'ansia sottile mescolarsi al desiderio: non era paura, ma l'adrenalina di chi stava per misurarsi con un predatore della sua stessa specie.
Mi immaginavo l'odore di grasso e metallo dell'officina, il rumore dei motori che avrebbe coperto ogni suono, e quel corpo solido pronto a ricevere la mia violenza; il pensiero di quanto potesse essere diverso dominare un uomo che mi guardava negli occhi, che sfidava la mia forza invece di implorare pietà, mi faceva tendere i muscoli sotto il sole, e l’uccello mi faceva male tanto che era di marmo
Mattia, dal canto suo, era ormai sull'orlo di una crisi di nervi: la sua gelosia era diventata palpabile, un'energia elettrica che lo faceva tremare ogni volta che il mio sguardo si perdeva nel vuoto; godevo del suo tormento, ma la mia fame era altrove.
Quando il sole iniziò a calare, tingendo il mare di un rosso cupo, realizzai che l'attesa era quasi finita.
La cena fu un supplizio di formalità e chiacchiere vacue; i genitori di Mattia, tronfi della loro posizione, continuavano a riempire i calici e a tessere lodi sulla "splendida amicizia" che si era creata tra noi; non avevano la minima idea di cosa facessi al loro prezioso ragazzo non appena le porte si chiudevano.
Dal canto suo Mattia, seduto di fronte a me, non toccò cibo: era pallido, le dita che tormentavano il tovagliolo sotto il tavolo, gli occhi fissi sui miei nel tentativo disperato di decifrare il mio silenzio.
Il biglietto nel taschino della giacca sembrava emettere calore, un richiamo magnetico verso il Ponte 4.
Sapevo, o perlomeno speravo, che il sexy ufficiale mi stava aspettando tra le ombre dell'officina, con la sua divisa da sporcare e quella sfida silenziosa nello sguardo.
"Scusatemi," esordii infine, interrompendo un aneddoto noioso che stavo facendo finta di ascoltare e, sfoderando il mio miglior sorriso da predatore sociale "il capitano mi ha accennato a una questione tecnica riguardante l’ennesima noiosa questione lavorativa, devo assolutamente sbrigare una chiamata riservata sul ponte radio; questioni di affari, temo che mi porteranno via un po' di tempo.".
I genitori abbozzarono un cenno comprensivo, quasi ammirati dalla mia dedizione al lavoro anche in vacanza.
Mattia, invece, sussultò.
Mi alzai, sentendo il suo sguardo bruciarmi la schiena mentre mi allontanavo verso l'ascensore di servizio.
Mentre mi allontanavo sentii la sedia di Mattia scricchiolare: sapevo che mi avrebbe seguito, incapace di stare lontano dal suo padrone, ignaro che stavolta avrebbe dovuto guardare qualcun altro sottomettersi al mio volere.
Appena le porte si chiusero, la maschera di cortesia cadde: mi sbottonai i primi bottoni della camicia, sentendo l'adrenalina scorrermi nelle vene come veleno.
Ero diretto nel ventre della nave, dove l'acciaio era caldo e le regole non esistevano.
Arrivai all'officina; l'odore di olio e metallo era eccitante.
L'ufficiale di bordo era lì, seduto su un banco da lavoro, le gambe divaricate e la camicia già sbottonata.
“Sei venuto davvero,” mormorò con voce profonda, roca “non so quanto sarei riuscito a resistere ancora…”.
In quel momento, la porta si socchiuse appena: l'ombra di Mattia era lì, ferma nel buio, a spiare con il cuore in gola.
Non perse tempo in chiacchiere: non appena gli fui vicino, mi afferrò con una forza ruvida, quasi selvaggia; le sue mani grandi e callose da lavoratore mi strapparono letteralmente la camicia, facendo saltare un paio di bottoni che rimbalzarono sul pavimento di metallo.
Si avventò sul mio petto con una fame arretrata, attaccandosi ai miei capezzoli e succhiandoli con una foga tale da lasciarmi i segni, mentre la sua barba incolta mi graffiava la pelle, accendendo un fuoco che dalla schiena scendeva dritto al bacino.
Scese rapidamente all'ombelico, le sue dita abili che già armeggiavano con la mia cintura, e quando sbottonò i pantaloni ed estrasse il mio uccello già durissimo e pulsante, emise un gemito soffocato di ammirazione.
Iniziò un pompino fantastico, una tecnica esperta, profonda, alternando la pressione della lingua a una suzione ritmica che mi fece quasi mancare il respiro; era evidente che sapeva esattamente cosa stava facendo: un bocchino magistrale, profondo, ritmico, che mi fece serrare i denti per non urlare.
Poi, con un movimento fluido e deciso, si staccò.
Si abbassò i pantaloni da lavoro in un colpo solo, rivelando glutei sodi e marmorei, e si mise a pecora appoggiandosi a una grossa tubatura che correva lungo la parete.
“Ti prego...” implorò, voltando la testa per guardarmi con quegli occhi chiari e quel sorriso smagliante che ora era una smorfia di desiderio puro “chiavami a bestia, non avere pietà… voglio sentirmi spaccare tutto.”.
Non me lo feci ripetere; lo afferrai per i fianchi e lo penetrai con un affondo secco e brutale; lanciò un urlo vibrante che si mescolò al sibilo del vapore.
Iniziai a stantuffarlo con un ritmo spietato, godendomi la resistenza di quel corpo tonico, così diverso dalla fragilità di Mattia.
Mentre lo sbattevo contro la tubatura, il rumore dei miei colpi ritmici ed eccessivi riempiva l'officina; fu proprio in quel momento, mentre la sua testa ciondolava per il piacere, che l'ufficiale mise a fuoco l'ombra dietro la porta.
Vidi i suoi occhi brillare di una luce maliziosa “Cristo...” ansimò, mentre io continuavo a spingere con foga dentro di lui “Il tuo ragazzino è lì fuori che ci guarda. Guarda...”; si voltò ancora di più, tendendo i muscoli del collo “vieni qui” gli gridò con voce roca e provocatoria “vieni a vedere come mi faccio fottere dal tuo uomo!”.
Il panico iniziale fu solo un lampo, subito soffocato da un’ondata di adrenalina ancora più scura; avevo esagerato, ero stato imprudente, ma vedere Mattia lì, pietrificato sulla soglia con gli occhi sbarrati, rinfocolò il mio senso di dominio.
Lui rimase immobile sulla soglia, il respiro corto e gli occhi sgranati, intrappolato tra il desiderio di fuggire e l'incapacità di distogliere lo sguardo da quella scena cruda e primordiale.
Il rumore metallico dell'officina sembrava amplificare il battito accelerato del suo cuore, mentre la tensione nell'aria diventava quasi tangibile.
Appoggiato alla tubatura, continuò a guardarlo, mentre il mio cazzo stantuffava senza pietà nel suo culo accogliente; un lampo di sfida e complicità nel volto sudato, godendo dell'effetto che quella visione stava avendo su Mattia.
Il silenzio che seguì l'invito roco fu rotto solo dal sibilo costante del vapore, mentre le dinamiche di potere e attrazione tra i tre si facevano sempre più serrate, trascinando Mattia verso un punto di non ritorno in quel gioco di sguardi e desideri proibiti.
“Mattia, vieni qui. Subito!” gli ordinai con un ruggito roco, senza smettere di colpire il corpo sodo dell'ufficiale “visto che ti piace guardare, ora renditi utile… facci godere.”.
Avanzò tremando, i passi incerti sul pavimento grigliato: era impaurito, ma man mano che si avvicinava al calore dei nostri corpi, al rumore osceno della carne e all'odore di sesso e olio, la sua paura si sciolse in una bramosia malata.
In un istante, vinse ogni residuo di dignità e si rivelò per la troia che era diventata sotto le mie mani, annullando ogni distanza: in ginocchio sul pavimento freddo, la sua figura contrastava con il calore brutale che emanava dal nostro incastro; senza che dovessi dire altro, con un gesto che segnava la sua definitiva resa a quel gioco oscuro, inclinò il capo, offrendo la sua devozione proprio lì, dove il mio corpo incontrava quello dell’ufficiale in un ritmo incessante.
Ogni volta che arretravo, prima di affondare di nuovo, Mattia interveniva con la lingua, cercando il contatto con il mio uccello, bagnato di sudore e umori: era un gesto febbrile, quasi disperato, come se volesse reclamare una parte di quell'unione violenta; le sue labbra sfioravano il punto di giunzione, assaporando l'essenza di quell'atto primordiale mentre io continuavo a colpire con forza il corpo tonico dell'uomo davanti a me.
L'ufficiale, sentendo il calore del ragazzo sotto di sé, emise un ringhio di piacere rauco, spingendo il bacino all'indietro per accentuare la pressione; il contrasto era totale: la ruvidità delle tubature metalliche, la pelle scura e callosa del lavoratore e la delicatezza quasi diafana di Mattia, che ora si perdeva in quella danza di sottomissione, leccando con una fame nuova, mentre il rumore dei miei affondi ritmici continuava a riecheggiare tra le pareti dell'officina, sigillando il loro destino in quel triangolo di desiderio e potere.
L'aria si fece ancora più densa, saturata dall'odore di ozono e dal calore dei corpi.
Con un movimento secco e autoritario, interruppi la stantuffata nel culo dell'ufficiale: il distacco fu quasi sonoro, lasciandolo per un istante sospeso, col fiato mozzo, a godere di quel “vuoto” improvviso e bruciante:
Non gli diedi il tempo di riprendersi: afferrai Mattia per le spalle, costringendolo a mutare posizione con una decisione che non ammetteva repliche; lo misi a pecora, la sua schiena inarcata sotto il peso del mio comando, e lo possedetti con un affondo unico, totale, che gli strappò un gemito soffocato contro il metallo.
Entrai in lui con una spinta secca, senza un briciolo di lubrificazione, cercando solo il suono della carne che si lacerava e si arrendeva; emise un urlo strozzato che rimbalzò sulle pareti di metallo.
Lo scopai a sangue, con una foga cieca e animalesca, ogni colpo era una martellata che lo faceva sobbalzare contro le casse; il dolore lo faceva impazzire di piacere, cercando di spingere il sedere ancora più contro di me, mentre io gli lasciavo i segni delle dita sulle dita e sulle braccia.
La sua fragilità tremava sotto la mia spinta, un contrasto violento rispetto alla solidità marmorea dell'ufficiale. Quest'ultimo, lungi dal sentirsi escluso, comprese immediatamente la nuova geometria del piacere: si piazzò proprio di fronte al viso di Mattia, torreggiando su di lui con la sua figura imponente.
Mattia, intrappolato tra la mia spinta brutale da dietro e la presenza dominante dell'uomo davanti, non esitò. I suoi occhi cercarono quelli dell'ufficiale per un istante, prima di accogliere con una fame disperata la virilità che gli veniva offerta: afferrò l'uccello dell'ufficiale di bordo e lo prese in bocca con una foga ferale, mentre io continuavo a scoparlo da dietro, usandolo come un giocattolo tra le mie braccia e il corpo dell'uomo.
Eravamo un groviglio di muscoli tesi, sudore e respiri spezzati.
Mentre io continuavo a stantuffare con un ritmo spietato, godendomi la reazione del suo corpo stretto, Mattia si perdeva in una suzione profonda e ritmica, creando un ponte di piacere tra noi due; l'ufficiale chiuse gli occhi, gettando la testa all'indietro e afferrando i capelli del ragazzo per guidarne il movimento, mentre il sibilo costante del vapore sembrava scandire il tempo di quella sottomissione totale.
Mattia gestiva entrambi con una devozione che rasentava la follia: succhiava l'operaio mentre accoglieva i miei affondi brutali, gli occhi rovesciati all'indietro per l'estasi.
Il ritmo divenne insostenibile: l'ufficiale di bordo urlava il mio nome, incitandomi a distruggerlo, mentre Mattia usava la lingua con una maestria che non gli avrei mai accreditato.
“Apri bene sta bocca!” comandai, sentendo il punto di non ritorno: lo afferrai per i capelli, tirandogli indietro la testa mentre l'ufficiale di bordo si girava, pronto anche lui.
In un coordinamento perfetto e animalesco, estrassi il mio membro e, insieme all'uomo, gli sborrammo in gola contemporaneamente; Mattia accolse il doppio getto bollente con un gemito soffocato, ingoiando tutto, lasciando che il seme gli sporcasse gli angoli della bocca e il mento.
Rimanemmo immobili per qualche istante, l'unico suono era il fischio del vapore nelle macchine; poi, spinti da un istinto primordiale di possesso e gratitudine per quel corpo che avevamo appena usato, ci chinammo entrambi su di lui e lo baciammo con passione, un bacio sporco di noi, mentre lui sorrideva tra le lacrime, completamente perso nel suo ruolo di preda consenziente.
Il silenzio che seguì fu denso, quasi solido, rotto solo dal nostro respiro affannato; Mattia rimase immobile per qualche istante, il corpo ancora scosso dalla tensione di quanto era appena accaduto tra le macchine e il vapore.
Lorenzo si scostò leggermente, osservando il ragazzo con uno sguardo cupo e imperscrutabile; le sue grandi mani, segnate dal lavoro e dal grasso, si posarono sulle spalle di Mattia con una pressione che non era più violenta, ma che portava ancora il peso di un'autorità indiscussa.
Non c'era bisogno di parole per sancire il cambiamento avvenuto in quell'antro di metallo; l'equilibrio tra loro era stato alterato per sempre.
Io rimasi in piedi poco distante, sentendo ancora l'adrenalina scorrere nelle vene mentre il calore dell'ambiente sembrava farsi opprimente; il fischio costante del vapore continuava a scandire il tempo, quasi come un battito cardiaco meccanico che ignorava la complessità delle emozioni umane che si stavano intrecciando in quel luogo.
"Porca troia" mormorò l'ufficiale con voce roca, rompendo finalmente il silenzio: il suo sguardo passò da Mattia al sottoscritto, cercando una conferma che non tardò ad arrivare attraverso un cenno silenzioso.
Mattia, infatti, sollevò lentamente il capo incrociando gli occhi del suo “padrone”: nei suoi occhi si leggeva la fatica, ma anche la consapevolezza di aver attraversato un confine da cui non si torna indietro facilmente; la realtà esterna, con le sue regole e le sue convenzioni, sembrava ora un ricordo lontano e sbiadito rispetto alla verità brutale e intensa che avevano condiviso tra le ombre e il metallo.
Mentre il calore sulla pelle iniziava a dissiparsi nel vapore, un pensiero gelido si fece strada nella mente di Mattia: mancavano solo pochi giorni alla fine della crociera; quei pochi giorni che lo separavano dal ritorno alla "normalità", a una vita che ora gli sembrava sbiadita e priva di senso rispetto alla ferocia di ciò che aveva appena vissuto.
Si sentiva svuotato, ma non solo fisicamente.
Le ginocchia gli dolevano ancora per la durezza del pavimento grigliato, ma quel dolore era l’unica cosa che lo teneva ancorato alla realtà mentre guardava le sagome dei due uomini; si sentiva svuotato, eppure stranamente pesante, come se il seme che avevo ingoiato fosse diventato piombo nelle sue viscere, segnando indelebilmente la sua proprietà.
Mentre si rialzava tremante, cercando di ricomporre i vestiti scomposti, i suoi occhi cercarono istintivamente lui: non l’ufficiale, che pure gli aveva usato con una forza che l’aveva annichilito, ma l’uomo che lo aveva trascinato lì, colui che aveva dato l'ordine; guardava le sue mani, le stesse che l’avevano afferrato per i capelli con tanta furia, e sentiva un brivido elettrico risalirgli la schiena.
Lo aveva spezzato, lo aveva esposto davanti a un estraneo, lo aveva trattato come carne da macello... e non desiderava altro che accadesse di nuovo.
Il ronzio delle macchine sembrava sussurrargli che la crociera stava per finire.
Era come se il suo vecchio io fosse rimasto all’imbarco della crociera, pietrificato, mentre questa nuova versione di sé, questa "preda" che aveva goduto del proprio annientamento, prendeva il sopravvento.
Mancavano pochi giorni al porto, alla terraferma, a una vita fatta di buone maniere e sguardi bassi che ora gli appariva come una prigione insopportabile.
Chi sarebbe stato una volta sceso da quella nave?
E poi, soprattutto, cosa sarebbe successo ora?
Il pensiero di quegli sguardi rubati, carichi del segreto di quella carneficina dei sensi, lo faceva tremare; sapeva che lui, il suo ormai padrone, non avrebbe allentato la presa, e l'idea che il tempo stesse per scadere rendeva ogni istante più urgente, più disperato.
Si chiese se, una volta sceso da quella nave, sarebbe mai più riuscito a guardarsi allo specchio senza vedere i segni invisibili delle sue dita o il sapore di quel doppio getto in gola; la sua sottomissione non era più un gioco, era diventata la sua identità, oppure sarebbe stato un qualsiasi ragazzo che, come tanti, va all’università, portando dentro di sé il segreto di quello sporco paradiso sull’acqua?
E mentre l'ufficiale si ricomponeva rivestendo l’uniforme da lavoro con movimenti lenti, Mattia capì che gli ultimi giorni di navigazione sarebbero stati un crescendo inarrestabile: non c'era più spazio per la pietà, solo per un consumo totale prima del porto finale.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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