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Gay & Bisex

Area cagne


di cazzovenoso
21.12.2025    |    4.170    |    8 9.9
"E quando finalmente il silenzio tornò a regnare, restò solo l'eco di quell'urto violento, lasciandoci stremati in un disordine che raccontava tutto ciò che le parole non avrebbero mai potuto..."
Il sole del tardo pomeriggio proiettava ombre lunghe sull'area cani, un fazzoletto di terra battuta che, in quel momento, sembrava l'unico luogo dell'universo, e Dante, il mio beagle, annusava il terreno con insistenza.
Indossavo i miei soliti jeans un po’ sdruciti che aderivano perfettamente al mio culo ma soprattutto evidenziavano il pacco che più di una volta aveva attirato l’attenzione di donne e uomini, e una felpa che lasciava intravedere i contorni del mio corpo scolpito.

Poi arrivò un ragazzo mai visto, e l'aria si fece immediatamente più densa.
Il suo boxer trottava al suo fianco, ma era lui a catturare la mia attenzione; sotto gli occhiali da sole scuri, si intuiva uno sguardo che prometteva scintille, e la sua t-shirt aderente era una promessa di ciò che c'era sotto, più “sotto”.
In men che non si dica, dopo un fugace annusarsi reciproco, i cani si lanciarono in una rincorsa sfrenata.
"Scusa, è un po' esuberante," dissi, titubante, cercando di trattenere Dante.
Lui si tolse gli occhiali da sole, rivelando un paio di occhi verdi penetranti che si posarono su di me con un'intensità quasi famelica "Nessun problema, anche Ares ha bisogno di sfogarsi… -e proseguì- certo che sta cosa che tu hai un beagle ed io ho un boxer fa ridere…" buttò lì con tono fintamente casuale, mentre il suo sguardo era un implicito invito sfacciato.
A quelle parole inaspettate e dirette sentii una scossa, un calore che saliva dal petto "Sì, ha una personalità tutta sua, un po’ dominante" risposi di getto con voce un po' più roca del solito, senza rendermi conto del doppio senso involontario, incapace di distogliere lo sguardo dai suoi occhi, che mi sentivo puntati addosso.
“Interessante, molto” rispose lui prontamente, lasciandomi ancora una volta sorpreso e al tempo stesso imbarazzato.
Rimanemmo ancora qualche minuto a guardare i cani giocare, ma c’era una chimica stranissima nonostante avessimo scambiato solo poche parole
"Mi chiamo Gianmarco, abito qui vicino, ci capiti spesso?" disse così dal nulla; il suo tono era basso, quasi un sussurro, nonostante il rumore dei cani.
"Quasi tutti i giorni -risposi- io sono Matteo”, e il cuore mi batteva all'impazzata; mi sentivo un perfetto idiota di fronte ad un altrettanto perfetto sconosciuto.
Gianmarco sorrise, un sorriso che prometteva l'inferno. "Magari ci si potrebbe beccare per un ca…ffè, dopo che i pelosi hanno fatto i loro bisogni, ovviamente."
Un caffè, certo, come se non avessi colto quello che era stato un eufemismo palese.
Quindi risposi "Sì, mi farebbe piacere" provando a sembrare indifferente, anche se il mio sguardo tradiva tutto; sentivo dal nulla l'eccitazione che saliva.
La mia parte più riservata avrebbe voluto scappare, ma il mio corpo bruciava dal desiderio di chiavarlo brutalmente.

I cani, esausti, tornarono da noi giocando: avevano stretto amicizia, ma si sa, loro vanno ad istinto.
Noi stavamo facendo lo stesso?
Mentre rimettevamo i guinzagli, le nostre mani si sfiorarono per un istante, e fu come se una scarica elettrica ci attraversasse entrambi; l'intesa era palpabile, un linguaggio segreto che solo noi due potevamo capire.
"A che ora finisci il giro?" chiese Gianmarco, il suo sguardo che scendeva verso il mio pacco.
"Tra poco, in realtà" risposi, con lo sguardo fisso sui suoi occhi, la bocca asciutta.
"Ottimo. Il mio appartamento è a meno di due minuti a piedi da qui; dammi il tempo di portar su Ares e poi troviamo un posto in cui far l’aperitivo. A meno che tu non voglia salire con me…"
La proposta era chiara, l'invito esplicito.
Ancora una volta mi ritrovai ad annuire, e finalmente un sorriso spuntò sulle sue labbra; un sorriso carico di promesse. "Andata."
Lasciammo l'area cani camminando fianco a fianco, l'aria densa di attesa e desiderio, ma non ero sicuro di esser pronto a scoprire cosa mi aspettava, nonostante non vedessi l’ora.

L'atmosfera era satura di promesse non dette, mentre salivamo le scale verso l'appartamento di Gianmarco; la tensione che era nata poco prima si era intensificata, ogni sguardo, ogni tocco accidentale delle nostre mani aveva alimentato un fuoco che bruciava sotto la superficie.
E per fuoco intendo il mio cazzo, che già all’aera cani era bello tosto, ma che ora era in esplosione.
Arrivati davanti alla porta, Gianmarco inserì la chiave con una mano, mentre con l'altra mi invitava a entrare.
L'appartamento era accogliente, con un tocco maschile che mi piaceva, e un profumo discreto di sandalo che riempiva l'aria, rendendo la situazione subito più intima e avvolgente.
"Mettiti comodo," mi disse, il suo sguardo penetrante mi faceva sentire contemporaneamente desiderato e vulnerabile. "Prendo qualcosa da bere."
Avevo seguito il mio istinto, e ora mi trovavo lì, nel suo spazio, con un uomo che mi attraeva in un modo che non provavo da tempo.
Tornò con due calici di vino rosso, il suo sorriso sfrontato ancora presente; mi porse un bicchiere, le nostre dita si sfiorarono nuovamente, e la scarica elettrica fu ancora più forte.
"Alla nostra," disse Gianmarco, alzando il bicchiere.
"Alla nostra," ripetei, con gli occhi che non riuscivano a staccarsi dai suoi: il desiderio che provavo era ancora più inebriante del vino.
Gianmarco si sporse in avanti "Non ti avevo invitato per un ca…ffè?" chiese, un tono di sfida nella sua voce.
"Credevo di sì” risposi.
Non ci fu bisogno di altre parole. Gianmarco si sporse e mi baciò, un bacio che era allo stesso tempo delicato e appassionato, un bacio che prometteva passione e desiderio; le mani si muovevano, esplorando i nostri corpi, le bocche si cercavano con avidità.
Le labbra di Gianmarco erano morbide e decise, e il bacio non fu solo un inizio, fu una conferma, il sigillo su quella promessa silenziosa che avevano stretto meno di mezz’ora prima.
La mia mano scivolò dietro la sua nuca, approfondendo il contatto, mentre lui rispondeva con la stessa urgenza, ma agguantando con sfacciata impazienza, e una fame diversa, il rigonfiamento che si ergeva spavaldo dai miei pantaloni della tuta.
Mugolò, e la sua lingua sfiorò la mia, un gesto che accese un fuoco inarrestabile.
Non c'era più spazio per la titubanza: e mie mani afferrarono i bordi della sua maglietta, tirando, volendo più pelle, più contatto.
Capì al volo l'intento e si staccò solo per un istante, quel tanto che bastava per togliersi la t-shirt in un gesto rapido che mi lasciò senza fiato: il suo petto era scolpito, la pelle calda che trasudava un leggero sudore.
Sentii la presa della sua mano sul mio pacco, attraverso i jeans, un tocco audace che mi fece gemere contro la sua bocca; Gianmarco era esattamente come il suo sguardo aveva promesso: diretto, senza fronzoli.
La mia mano corse a cercare la stessa intimità, trovando la sua erezione dura e palpitante.
"Non mi basta," mormorò Gianmarco contro la mia bocca, la sua voce roca e piena di desiderio.

Mi afferrò la mano e mi guidò, quasi correndo, lungo il corridoio fino alla camera da letto.
Ci spingemmo l'uno contro l'altro, i vestiti che volavano a terra in una fretta disorganizzata; ogni indugio fu dimenticato. I nostri corpi nudi si scontrarono sul materasso, pelle contro pelle, calore contro calore.
I baci si fecero più voraci, scendendo lungo il collo, il petto, il ventre. Gianmarco era ovunque, la sua bocca, le sue mani che mi esploravano con maestria, facendo riaffiorare gemiti e sospiri che riempivano l'aria. Il profumo di sandalo si mescolava all'odore del sesso in arrivo, un mix inebriante.
Ci perdemmo in un'esplorazione reciproca, i limiti e le inibizioni che si dissolvevano nel calore della passione.
In ginocchio davanti a me, Gianmarco non perse tempo: l'azione fu immediata, un gesto di pura e cruda intesa che superava le parole. e come se non aspettasse altro si prese tutto il mio cazzo in gola, senza alcuna delicatezza.
Era affamato, almeno tanto quanto io lo ero di lui, e lo dimostrò con una dedizione totale.
Leccava e succhiava con passione crescente, con malizia esperta; la mia cappella lucida di saliva pulsava ad ogni lappata di quella lingua famelica.
“Succhia bene!” ordinai.
La stanza si riempì di una tensione palpabile, un'elettricità sottile si irradiava tra noi.
Ogni suo sguardo, ogni suo gesto, parlava di un desiderio che non aveva bisogno di parole per essere compreso. Sentivo il battito accelerato del mio cuore e il calore che si diffondeva sotto la pelle, e sotto le palle.
Gli presi i capelli e iniziai a condurre il gioco, assecondando i movimenti della sua bocca agli stimoli che mi provocava.
Ogni suo movimento era un mix calibrato di desiderio e voglia di cose zozze.
Il suo culo era così esposto, in questo suo assoggettarsi a me, che mi allungai per palparglielo.
Senza smettere di lavorare ciò che aveva in bocca, allungò una mano e mi porse un flacone di lubrificante.
Ah però… il ragazzo nasconde un sacco di risorse, pensai.
E in quel momento, ogni barriera residua crollò, lasciando spazio a un’irruenza che nessuno dei due era più in grado di contenere.
Non c’era spazio per la delicatezza o per le attese: fu uno scontro di volontà, un groviglio frenetico di corpi che cercavano di dominarsi a vicenda; le mani cercavano prese sicure con urgenza quasi rabbiosa, mentre il fiato si faceva corto e spezzato in un ritmo serrato che scandiva la tensione della stanza.
Non esitai nemmeno un secondo: ne versai un po’ sul palmo della mano e l’applicai su indice e dito medio; dovevo violare quel buchetto.
Ogni movimento era dettato da un istinto primordiale, una forza travolgente che trasformava il desiderio in una lotta silenziosa e implacabile.
Quel buco sembrava non chiedere altro: inghiottì le mie dita come se le aspettasse da tempo, con un’ingordigia pari solo alla maestria con cui mi stava sbocchinando.
Mugolò di nuovo, inarcando la schiena.
Non che ce ne fosse bisogno, ma il porco che è in me lo fece girare su sé stesso e in men che non si dica la mia lingua cominciò un meticoloso lavoro che Gianmarco sembrò apprezzare molto, al punto che dopo poco implorò “Chiavami a bestia, non posso aspettare ancora”.
Detto, fatto; puntai l’uccello ormai sempre più di marmo su quella rosellina e spinsi.
Non fu necessario fare molta pressione, quel buco risucchiò la mia nerchia in un nano secondo, e quello fu l’invito definitivo a iniziare la cavalcata.
Lo presi con forza, stantuffandolo tipo stupro.
“Non ti fermare, cazzo, non ti fermare… spaccami così, ti prego! Ho desiderato avere questo cazzo nel culo da quando te l’ho intravisto al parco…” e spinse all’indietro il sedere, a prendere il mio palo fino alla radice.
Divenni una furia, avevo in mezzo alle gambe una bestia che lo scopava senza sosta, e i miei coglioni sbattevano su quelle chiappe sode sottolineando il ritmo serrato di quell’amplesso che sembrava essere senza fine.
Ci cercammo con una fame che pareva voler consumare non solo la pelle, ma ogni centimetro di resistenza rimasta.
“Cazzo, sto gocciolando, sei un toro” disse con la voce strozzata “mi si sta annebbiando il cervello… se continui così sborro!”
Quelle parole furono il colpo di grazia, assestai una serie di colpi con una violenza che non pensavo di poter avere, e lo riempii di sborra; sentivo i fiotti che schizzavano prepotentemente fino a raggiungere punti inesplorati delle sue viscere.
Grugnii.
Urlò.
Venne quasi simultaneamente a me, singhiozzando, e si abbandonò sul letto sfinito; io su di lui, a peso morto, ansimando all’unisono, finché il mondo esterno non svanì del tutto, soffocato dal rumore dei nostri respiri pesanti e dall'intensità di un contatto che non ammetteva tregua.

E quando finalmente il silenzio tornò a regnare, restò solo l'eco di quell'urto violento, lasciandoci stremati in un disordine che raccontava tutto ciò che le parole non avrebbero mai potuto spiegare.

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