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Ma gli androidi sognano cazzi elettrici?
05.04.2026 |
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"Che razza di pervertito sono diventato? Ho dedicato la vita alla scienza e ora…
Una notte, dopo aver bevuto da solo, il senso di colpa non bastò più a fermarlo..."
Nell’anno 2087, la clonazione umana stabile era diventata la nuova frontiera della medicina. Dopo oltre quindici anni di ricerche ossessive, Akira era finalmente riuscito a generare cloni perfetti e vitali. Il suo progetto, finanziato in segreto da laboratori privati, prometteva di rivoluzionare i trapianti d’organo e le terapie personalizzate. Nel suo piccolo laboratorio domestico, illuminato solo da schermi olografici e luci fredde, Akira aveva creato il primo androide, clone completo di se stesso.Quando la capsula si aprì con un sibilo leggero, ne uscì Kai. Era identico a lui in ogni dettaglio: stessi capelli scuri, stessi occhi grigi, stessa cicatrice sul sopracciglio sinistro. Il corpo appariva più fresco, più definito, la pelle liscia e calda come se fosse appena nato. Akira lo osservò con distacco professionale mentre lo aiutava a uscire dalla vasca e cominciava a registrare i primi dati vitali.
Nei primi giorni tutto rimase rigorosamente clinico. Misurava parametri, prelevava campioni, annotava risultati con precisione scientifica. Eppure, col passare delle ore, Akira iniziò a notare cose che non avrebbe dovuto. Mentre Kai camminava nudo per l’appartamento durante i monitoraggi, lo sguardo di Akira si fermava sempre più spesso sul suo sedere. Era il suo stesso culetto: rotondo, sodo, con una curva armonica e invitante che si muoveva dolcemente a ogni passo. I glutei erano pieni, morbidi al tatto ma tonici, esattamente come li aveva sempre immaginati guardandosi allo specchio da solo. Tra le gambe pendeva un pene grosso e pesante, con una larghezza impressionante che Akira conosceva bene, perché era il suo.
Si sentiva in colpa.
Che cazzo sto pensando? È una copia di me. È me. Non dovrei… non è giusto. Ho lavorato quindici anni per questo, non per…
Provava a concentrarsi sul lavoro, ma i pensieri tornavano insistenti. Una sera, mentre Kai era chino per un prelievo sulla schiena, Akira rimase ipnotizzato dalla vista di quel culetto leggermente aperto, liscio e roseo al centro. Era il suo stesso sedere, perfetto, invitante. Sentì un calore traditore tra le gambe e distolse lo sguardo, il viso in fiamme.
Non posso. È sbagliato. È il mio corpo… ma cazzo, quanto è bello. Dopo tutti questi anni di sacrifici, sto davvero fantasticando sul mio stesso culo?
L’attrazione cresceva piano, giorno dopo giorno, nonostante il senso di colpa. Akira trovava scuse sempre più deboli per toccarlo: controllare la temperatura della pelle, testare la tonicità muscolare. Le mani indugiavano sui glutei, li stringevano con delicatezza, li aprivano leggermente. Ogni volta sentiva una fitta di vergogna, ma non riusciva a fermarsi.
Sto toccando me stesso… sto desiderando il mio stesso culo. Che razza di pervertito sono diventato? Ho dedicato la vita alla scienza e ora…
Una notte, dopo aver bevuto da solo, il senso di colpa non bastò più a fermarlo.
Si avvicinò a Kai, che era sdraiato sul letto a pancia in giù. Gli posò entrambe le mani sul sedere e lo accarezzò lentamente, ammirando quella curva perfetta che era la sua. Lo strinse, lo aprì con le dita, passando un pollice lungo la fessura liscia. Poi si abbassò e lo leccò con avidità, la lingua che scivolava tra i glutei, girando intorno all’apertura rosea, spingendosi dentro con delicatezza. Era il suo stesso sapore, il suo stesso calore.
È sbagliato… è così sbagliato… ma non riesco a smettere. È troppo bello.
Continuò a leccarlo con crescente passione, bagnando tutto di saliva, mentre una mano gli accarezzava il cazzo grosso e spesso, sentendone la larghezza e il peso familiare. Poi si alzò, versò lubrificante e posizionò il proprio membro tra quei glutei sodi. Cominciò a masturbarsi usando il sedere di Kai, il cazzo che scivolava su e giù tra le natiche morbide, sfregando contro l’apertura bagnata.
Sto usando il mio stesso culo per masturbarmi… Dio, quanto è morbido, quanto è perfetto.
Non resistette più. Spinse lentamente dentro. Il calore stretto e familiare lo avvolse completamente. Una volta dentro fino in fondo, iniziò a muoversi con ritmo sempre più intenso, le mani aggrappate ai fianchi di Kai, gli occhi fissi su quel culetto che ondeggiava a ogni spinta, ingoiando il suo cazzo.
È il mio corpo… sto scopando me stesso… e mi piace da morire.
Mentre lo penetrava con forza crescente, Akira si chinò e gli morse una spalla, poi lo girò sulla schiena, alzò le sue gambe sulle proprie spalle e lo scopò ancora più a fondo, guardando il proprio viso contorcersi dal piacere. Il grosso cazzo di Kai oscillava tra loro, bagnato e pulsante.
Accelerò, sbattendo con forza. Kai venne per primo, schizzando sul proprio petto con un gemito rauco. La contrazione del suo corpo fece esplodere anche Akira, che si spinse fino in fondo e riversò il suo seme caldo dentro di lui, tremando violentemente per lunghi secondi.
Rimasero abbracciati, sudati e ansimanti. Il senso di colpa era ancora lì, ma ora era mescolato a qualcosa di più profondo e irresistibile.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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