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SMDG - Il super mega direttore galattico


di LuogoCaldo
27.04.2024    |    10.077    |    15 9.6
"“Apra la bocca, Flavio, così, bravo”..."
Ero arrivato in azienda da poco e tutti mi conoscevano ancora come “quello nuovo”, il ragazzino alla prima esperienza lavorativa, smilzo, allampanato, impacciato, troppo timido e troppo educato per l’atmosfera feroce di una multinazionale, quello da lasciare in coda per i colloqui, quello che si ferma fino a tardi tanto non ha voce in capitolo per obiettare, insomma, lo sfigato del gruppo.
Nella stanzetta al terzo piano, condivisa con un collega che non avevo neppure conosciuto a causa del brutto male che lo affliggeva, ero sempre solo, attaccato al telefono che squillava senza sosta e sepolto da pile di fascioli che non s’abbassavano mai.
Le mie giornate trascorrevano monotone alla scrivania dove lavoravo, parlavo con mia madre, mangiavo velocemente e soprattutto nascondevo le potenti erezioni che, per la prolungata astinenza, i maschi dell’ufficio mi provocavano.
Avevo un’attrazione irresistibile per il potere.
Mi bastava semplicemente scambiare qualche parola coi dirigenti perché la loro voce baritonale mi risuonasse nelle mente, m’accendesse l’inguine e mi facesse colare il buco del culo mentre liquidavo le pratiche del pomeriggio.
Sognavo di essere preso sul tavolo e di accogliere tra le gambe magre e depilate i loro bacini possenti.
Il mio responsabile, in particolare, Giovanni, mi accaldava ogni volta che passava e non di rado, dopo che avevamo preso il caffè, immaginavo di ritrovarmelo addosso mugolando come una cagna e di graffiargli la schiena mentre lui, lascivo, mi sussurrava all’orecchio i più lussuriosi degli epiteti.
Il giorno in cui quello che sto per raccontarvi accadde, Giovanni s’era trattenuto più del solito nella mia stanza.
“Sai Flavio”. M’aveva detto seduto a cosce larghe alla scrivania del collega mentre sorseggiava un espresso. “Tu sei ancora giovane, ma capirai che in questo posto tutto è consentito per fare carriera. È pieno di lupi travestiti da pecore. In questo periodo, poi, gli equilibri sono molto precari e tutti siamo in fermento. Oggi si è insediato il nuovo Direttore Generale, il dottor Fiore, e vuole incontrare ad uno ad uno i responsabili di team per fare il punto sulle attività correnti e i progetti futuri”.
“Accidenti”. Risposi mentre non riuscivo a smettere di fissare il pacco gonfio che aveva tra le gambe. “Devi essere sulle spine, posso fare qualcosa per aiutarti?”.
“Si, in effetti ho molte aspettative, c’è in ballo una grossa promozione, sai … Tu continua a fare il tuo lavoro, Flavio, e fallo meglio che puoi. Ricordati: se cresco io cresci anche tu, siamo una squadra!”.
Con l’intento di motivarmi mi lanciò un sorriso ammiccante che in verità non fece che deprimermi.
“Si, certo”. Pensai, mentre rispondevo con un’occhiata complice. “Solo che io qua dentro faccio lo schiavo, non ho orari e mi pagano due soldi … Almeno m' avessi proposto di succhiarti il cazzo per allentare la tensione!”.
Mi sentivo talmente tanto frustrato che quando lui se ne andò chiamai mia madre per lamentarmi della pressione continua alla quale ero sottoposto.
“Sei appena arrivato, tesoro, mi rispose lei. È normale … Aspetta che ti conoscano meglio e vedrai che ti prenderai le tue soddisfazioni. Oggi stacca un po' prima, però, hai bisogno di prenderti cura di te stesso. Vedrai che domani ricomincerai nuovamente motivato”.
Ma proprio mentre le rispondevo che lei era l’unica persona al mondo in grado di capirmi il programma di posta elettronica mi segnalò l’arrivo di un’email.
Era Giovanni.

“Ho un problema a casa, devo uscire urgentemente.
Mi dispiace, ma dovrai piantonare la scrivania fino a stasera e non uscire prima che il dottor Fiore ti abbia convocato.
Ho provato a spostare il colloquio ma entro oggi ha bisogno di un feedback per ogni divisione.
Darai conto delle nostre attività correnti e illustrerai il progetto che stiamo pianificando per il triennio entrante.
Mi fido di te.
Ti chiamo appena posso.
G.”

“Flavio? Flavio ci sei?” Continuava a ripetere mia madre mentre cercavo di riprendermi dal panico che m’aveva immobilizzato.
Provai a spiegarle quanto fosse importante la notizia che avevo appena ricevuto e, desideroso di poter attingere ad uno dei suoi preziosi consigli, le lessi addirittura l’email, perché, in qualche modo, m’aiutasse ad analizzarla, a comprendere se c’era una dietrologia, una trappola nella quale ero stato attratto, ma lei non pesò a sufficienza la responsabilità della quale ero stato investito e si limitò a chiedermi: “Quindi oggi non potrai uscirtene prima?”.
“Penso che oggi dormirò direttamente in ufficio, mà”. Sussurrai deluso.
“Ma chi è questo? È più importante del responsabile? Coso, come si chiama? Giovanni… È più importante di lui?”.
“Si, certo che si”. Risposi quasi sibilando. “Questo è più importante di tutti, più di me e di Giovanni messi insieme: fai conto che è il super mega direttore galattico!”. Conclusi
“Evvabbè, se ti hanno dato st’incarico vuol dire che ce la puoi fare, amore”. Replicò lei distratta e, dopo essersi fatta promettere che l’avrei richiamata all’uscita, agganciò.

Ero sulla graticola.
Se almeno avessi saputo che quel giorno m’aspettava l’incontro col super mega direttore galattico dell’azienda avrei evitato di mettermi i pantaloni che mi strizzavano il culo nella speranza che Giovanni ci buttasse l’occhio.
Vennero le sei, il tramonto delle sette e l’oscurità delle otto di sera e la mia ansia crebbe in misura più che proporzionale al trascorrere del tempo fino a che, esausto e ormai convinto che la riunione sarebbe stata rimandata, non fui convocato dalla segreteria personale del Direttore.
Col cuore in gola percorsi la rampa di scale e il corridoio profondo che mi separava dall’appartamento del dott. Fiore e, quando fui introdotto all’interno dell’ufficio, mi ritrovai in un ampio locale che, lungo la parete esterna, era occupato da una grande vetrata con vista sulle luci notturne della città.
Al centro della stanza troneggiava un grande tavolo austero e, sul lato opposto a quello della finestra, un divano in pelle nera che avrebbe potuto ospitare forse una decina di persone.
In fondo, dietro l’imponente scrivania, sedeva un uomo grosso e rubicondo, con i capelli brizzolati e le larghe spalle fasciate nel completo di seta.
Indossava gli occhiali chiari e dietro i vetri trasparenti esibiva i segni evidenti di una giornata particolarmente pesante.
“Buona sera”. Disse alzandosi dalla sua postazione per venirmi incontro. Era disinvolto ma mi squadrava dall’altro in basso, come se un’intuizione improvvisa gli fosse balenata nella mente. “Si accomodi pure sul divano e mi scusi se l’ho trattenuta così a lungo stasera, ma la mia agenda era piena”.
L’uomo era incredibilmente alto e, mentre si sedeva accanto a me sul divano, facendomi quasi ombra con la sua mole, notai che le cosce muscolose si contraevano sotto al cotone leggero dei calzoni.
Fu cordiale, mi chiese di cosa mi occupassi e sorvolò sulle mie esitazioni, dando però l’impressione di non essere interessato alle mie competenze e di scoprirsi decisamente annoiato dal discorso che m’ero preparato sulle mansioni individuali e, più in generale, sulle attività di team, sicché d’un tratto, mentre s’ aggiustava il pacco m’interruppe. “Bene Flavio”. Disse. “Mi sembra di capire che lei è stato assunto da poco e immagino che abbia in animo di fare carriera in quest’azienda”.
Annuii impacciato.
“Non le nascondo che non mi ero preparato al nostro incontro, ma sono un dirigente che sa cogliere le opportunità e posso affermare che nel momento in cui lei ha varcato la soglia del mio ufficio io ne ho intravista una”.
Lo guardai sbalordito e lasciai che proseguisse.
“Mi spiego. Si da il caso, infatti, che, essendomi insediato da poco io abbia particolarmente bisogno di un uomo di fiducia”. Asserì. “Qualcuno super partes, estraneo alle dinamiche consolidate di questo posto: qualcuno che sia i miei occhi e le mie orecchie dove i miei occhi e le mie orecchie non riescono ad arrivare. Sono stato chiaro?”
Non avevo idea di cosa rispondere. “Immagino di si”. Mi limitai a dire.
“Vede Flavio”. Continuò il dottore sedendosi ancora più vicino e piantando i suoi grandi occhi dentro ai miei. “Le sto offrendo un’ occasione più unica che rara”. Aggiunse. “Lei non è che un ragazzo: è giovane, è timido, non scalpita per la carriera e per gli straordinari e, forse, non è neppure particolarmente brillante”. Disse asciutto. “Tutto questo la rende pressoché anonimo tra i colleghi ma a me può tornare utilissimo perché fa di lei un gancio ideale, in grado di captare le informazioni utili, proprio perché non temuto, e riportarmele. In cambio del suo aiuto e della sua disponibilità io saprò farla crescere velocemente”.
Mentre parlava mi posò una mano sul ginocchio e con l’altra cominciò a toccarsi tra le cosce.
Ero pietrificato. Stavo ricevendo un’offerta di lavoro o un’avance sessuale? Da quando ero stato assunto sognavo di essere cooptato da qualcuno dei colleghi anziani, di divenirne braccio destro e amante, troia e sottoposto, e, ora che la mia fantasia stava divenendo realtà, non avevo la più pallida idea di come avrei dovuto comportarmi.
“Il rapporto tra me è lei, Flavio, dovrà essere molto particolare. Autoritario ma anche intimo. Capisce cosa intendo?”. Proseguì il dottore calmo.
Trattenni il respiro e mi limitai ad annuire deglutendo forte.
Fu in quel momento che l’uomo, che evidentemente non era abituato a perdere tempo in chiacchiere, mi afferrò la mano e se la portò tra le gambe, proprio sopra al pacco che era diventato umido e duro.
“Me lo dimostri ora”. Aggiunse perentorio.
Ebbi la sensazione netta che quella del Dirigente non fosse una richiesta, ma un ordine bell’e buono sicché, dal basso della scala gerarchica dell’ufficio, non me lo feci ripetere una seconda volta, m’inginocchiai ai suoi piedi, gli aprii i calzoni e lo aiutai a tirare giù pantaloni e mutande.
Un cazzo mastodontico mi si piantò proprio dinanzi al viso, imperioso, autoritario e duro come un bastone d’acciaio.
Mi avvicinai intimorito e, appoggiando le dita sulle cosce taurine, accolsi nella bocca la cappella violacea.
Con un colpo deciso di bacino l’uomo mi piantò tutto il pisellone in gola, impegnandomi le fauci del sapore umoroso della sua giornata, mi afferrò la testa e cominciò a guidare il ritmo della succhiata, ora lento e indolente, come per il desiderio di rilassarsi alla vista delle luci notturne della città, ora veloce e violento.
Alle volte i suoi movimenti erano così fitti e ravvicinati che divenivo cianotico per il bisogno d’ossigeno, ma il dottore non si lasciava impressionare e si fermava un attimo solo quando, mentre quasi soffocavo, una grossa quantità di saliva mi scorreva ai lati della bocca.
“Vediamo se posso fidarmi e se davvero è pronto a fare tutto quello che le chiedo Flavio”. Diceva mentre riprendeva a spingermi la bocca lungo la minchia mantenendo il controllo totale della situazione.
Impiegò forse oltre trenta minuti a raggiungere il punto di cedimento e quando si accorse che lo stavo conducendo all’orgasmo balzò in piedi, mi afferrò i capelli e, sempre lasciandomi sulle ginocchia, cominciò a martellarmi le tonsille, sbattendomi le grosse palle gonfie contro le labbra.
Ero sul punto di impazzire, avrei voluto masturbarmi ma non mi era stato concesso neppure di abbassarmi i pantaloni. Le regole del gioco erano chiare: io ero nel suo ufficio, ero un suo dipendente e avevo l’onore di partecipare al suo piacere, nient’altro.
“Apra la bocca, Flavio, così, bravo”. Ordinò prima che il galoppo divenisse ancora più irrequieto.
Il direttore cominciò a gemere mentre le grosse cosce s’irrigidivano per lo sforzo di trattenere la sborra nei coglioni.
Continuò in quel modo per un tempo che non riusciii a calcolare, scopandomi le labbra e tappandomi il naso con le nocche delle dita per non farmi respirare, fino a che, finalmente, quando stavo quasi svenendo per la mancanza d'aria, non lo sentii ansimare rumorosamente e dopo qualche secondo avvertiti i suoi copiosi fiotti di sborra direttamente nella gola.
“Ah”. Mi disse per la prima volta abbandonando il lei. “Cazzo, bravo. Pulisci tutto con la lingua, si … così, bravo, bravo …”

Mentre ancora lo guardavo sognante, sperando che fosse arrivato il mio turno di godere, il dottor Fiore si sistemò i calzoni e tornò impassibile.
“Si alzi pure Flavio”. Mi disse. “Per oggi va bene così”.
Dovette indovinare il disappunto dentro al mio sguardo mentre, obbediente, mi ricomponevo e mi sollevavo sulle ginocchia indolenzite.
“Deve impegnarsi molto però e riflettere seriamente su quello che ci siamo detti. Intesi?”.
Mi limitai ad annuire mentre lui mi fissava un’ultima volta prima di congedarmi, ringraziandomi per il colloquio col suo solito fare cordiale ma lasciandomi a dir poco incredulo per il trattamento che avevo ricevuto.
Ero ancora eccitato, avrei voluto chiedergli di prendermi sul divano, di non lasciarmi andare così, di baciarmi con trasporto e scoparmi selvaggiamente con quelle sue cosce da toro, come da tempo sognavo che qualcuno facesse in quell’ufficio, ma non pronunciai neppure una parola e me ne andai deluso da me stesso, convinto che forse non gli ero piaciuto, che mi ero giocato l’occasione della vita e che avevo dimostrato troppo poca dimestichezza a gestire una situazione così delicata.
Abbandonai lo stabile ancora pensieroso quando, tutt’a un tratto il telefono incominciò a squillare.
“Cazzo, non ho chiamato mamma”. Pensai. “Si starà preoccupando”.
Recuperai lo smartphone dalla tasca della ventiquattr’ore e risposi distrattamente.
“Pronto mà …”. La mia voce suonava incredibilmente colpevole.
Ma di cosa poi? Non avevo fatto nulla di male.
“Flavio”. M’interruppe un uomo dall’altra parte del ricevitore. “Flavio mi senti? Sono Giovanni. So che sei appena uscito perciò ti disturbo a quest’ora. Ma che cazzo hai combinato, figlio di buona donna?”.
“Oddio sono licenziato”. Pensai istintivamente.
Deglutii nervosamente, come farebbe un bambino colto con le mani nella marmellata.
“Perché. Che intendi?” Domandai imbarazzato.
“Ci ha promossi Flavio”. Disse lui entusiasta. “Il dottor Fiore, mi ha appena chiamato, ci ha promossi con effetto immediato”.
Rimasi in silenzio senza dire una parola.
“Flavio, ci sei? Ehi, ci sei?”.
“Si, ci sono. Ci sono”. Risposi sorridendo consapevole che stava cominciando una nuova fase della mia vita.
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