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Gay & Bisex

Ricetta proibita 2


di SERSEX
27.06.2025    |    2.226    |    0 9.2
"Al dottore, alle mani, alla bocca, al tono basso della sua voce quando aveva sussurrato «Rivestiti, ti prego, o non rispondo di me»..."
Sono le 22:13 di un martedì sera quando Giò riceve il messaggio.
Solo due parole: “Ci sei?”
Non se lo aspettava. La prossima visita era fissata per giovedì.
Esita. Ma poi risponde: “Sì. Dove?”
Trenta minuti dopo, Giò si trova a pochi passi da Porta Saragozza, davanti a un palazzo silenzioso. Il dottore gli ha mandato l’indirizzo con una nota: “Non è casa mia. È un appoggio.”
Quando apre la porta, Giò capisce subito che qualcosa è cambiato. Il medico non ha più quel sorriso furbo da predatore. Sembra nervoso, disfatto. I capelli spettinati, la barba più lunga, una birra in mano.
«Entra», dice piano.
Lo fa accomodare in soggiorno. Nessun segno di vita personale. Solo un divano, una lampada accesa, e l’aria di chi scappa da qualcosa.
«Perché mi hai scritto?», chiede Giò.
Il dottore sospira. Si siede, si toglie le scarpe, poi guarda Giò con un’espressione che non aveva mai visto. Vulnerabile.
«Sono sposato», dice. «E ho una bambina. Ha sei mesi.»
Silenzio.
Giò non disse nulla. Lo sentiva scivolare via, quel brivido che aveva preso per possibilità. A volte il sesso sembra amore, se lo fai con abbastanza fame. Ma quando arriva la verità, il corpo resta acceso e il cuore si spegne.
«E quindi?», chiede con un tono che fa male anche a lui. «Vuoi che io sia il tuo svago? Il tuo segreto settimanale, tra una poppata e una bugia?»
Il dottore scuote la testa, si avvicina. Gli prende la mano.
«Non sei solo sesso. Non per me. Da quando sei entrato nel mio studio, mi si è sfasciato tutto dentro. Non riesco a smettere di pensarti. Non mi succedeva da anni.»
Giò lo guarda. E vorrebbe credergli. Perché lo desidera ancora, anche ora che fa male. Ma dentro lo stomaco ha un nodo.
«E tua moglie?», sussurra.
«È una brava madre», dice il medico. «Ma tra noi è finita da tempo. Solo che ora c’è mia figlia. E io non posso mollare tutto. Non adesso.»
Il silenzio si riempie di rabbia trattenuta.
Poi il dottore si alza e gli si inginocchia davanti.
Gli slaccia i jeans, gli abbassa la zip con lentezza.
«Io ti voglio, Giò. Anche così. Anche se mi odi. Voglio che tu sia mio. Anche se solo di nascosto.»
La bocca del dottore lo prende senza chiedere, affamata.
E Giò lo lascia fare. Per un attimo si arrende. Lo sguardo perso nel soffitto, mentre l’uomo che lo confonde lo adora con la lingua, con la bocca, con le mani.
Sente il suo fiato caldo, i gemiti soffocati, il piacere che gli sale addosso come febbre.
Ma quando viene, lo fa con gli occhi chiusi. Non per godere, ma per non vedere.
Il dottore si solleva, col viso ancora bagnato. Cerca le sue labbra. Ma Giò si scosta.
«Io non sono fatto per essere l’altro», dice.
E si tira su i pantaloni in silenzio.
L’uomo lo guarda, spogliato di ogni arroganza. Nudo come non era mai stato.
E in quel momento capisce che lo sta perdendo.

Giò cercava di dimenticare. O meglio, di archiviare.
Aveva una strana capacità di incassare il dolore senza far rumore, come se ogni delusione finisse subito in un cassetto, chiuso a chiave. Ma quei cassetti, prima o poi, si aprono da soli. E la verità è che ci pensava eccome. Al dottore, alle mani, alla bocca, al tono basso della sua voce quando aveva sussurrato «Rivestiti, ti prego, o non rispondo di me».
Ci pensava ogni volta che si spogliava da solo. Ogni volta che si lavava le mani con il sapone profumato, e ricordava quel tocco.
Ma faceva finta di niente. Continuava la sua vita. Un caffè all’Università, le sue lezioni, qualche amico, un paio di notti in cui cercava di distrarsi con qualcuno, ma il sesso sembrava freddo, meccanico. Ogni corpo che non era quello, diventava un corpo qualsiasi.
E questo lo infastidiva, lo intristiva ancora di più.
Il dottore invece non ce la faceva.
Non mangiava. O meglio, mangiava male. Dormiva poco. Faceva l’amore con sua moglie in silenzio, con la testa altrove. A volte pensava di farlo apposta, per punirsi.
Ma quando rimaneva solo, quando tutto taceva, la sua mente lo portava sempre lì: a Giò, a come era entrato nello studio con passo leggero, con quella bellezza giovane e sicura, il tono ironico e la pelle che sembrava emanare calore.
Aveva provato a convincersi che era stata una follia. Una cosa da seppellire. Ma la verità era un’altra: voleva rivederlo.
Non per chiarire, non per scusarsi. Ma per toccarlo ancora.
Per possederlo davvero.
Gli scrisse.
Poi lo cancellò.
Lo riscrisse.
“Ti penso. Ancora. Sempre. Voglio rivederti. Ti prego, anche solo cinque minuti.”
Giò lo lesse. Lo lasciò lì. Ma qualcosa, dentro, si incrinò.
Passarono due giorni. Poi tre. Il dottore iniziò a passare in macchina sotto casa sua, a caso.
Una sera, lo vide. Giò stava tornando da una cena, da solo. Camminava con le mani in tasca, gli occhi bassi.
Il dottore rallentò. Non riuscì a fermarsi. Ma gli scrisse subito dopo.
“Ti ho visto. Non ho avuto il coraggio. Ma lo voglio, Giò. Voglio te. Anche se è sbagliato. Anche se rischio tutto.”
Giò fissò il messaggio per un tempo lunghissimo.
Poi rispose solo:
“Io non faccio l’amante. Non sono tagliato per essere un segreto.”
Silenzio.
Poi:
“Ma se ci rivediamo… lo so che non resisteremo.”

E aveva ragione.
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