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Gay & Bisex

Tra le braccia dei Greci.


di Membro VIP di Annunci69.it Ymex_91
21.05.2025    |    8.297    |    9 9.6
"L’uomo delle docce, lo stesso che mi aveva fissato senza pudore, che aveva messo in mostra quel cazzo largo e possente come un’esca..."
Fu un’estate calda ad Atene, e io ed Diego, amici da anni, avevamo deciso di concederci una vacanza all’insegna del mare, della cultura… e del piacere.
Entrambi trentenni, single, curiosi e in cerca di nuove esperienze, avevamo prenotato un hotel con piscina non lontano dal centro, strategicamente posizionato tra le bellezze dell’Acropoli, e i quartieri più vivi della vita notturna ateniese.
Diego è molto alto, moro, pelle abbronzata con una statura robusta, più virile ma ben definito, sessualmente attivo, sguardo malizioso e quel sorriso da canaglia che lo rendeva che lo rendeva attraente.
Io, invece, più riservato, passivo, ma con un certo fascino mediterraneo: altezza media, occhi scuri, lineamenti marcati, pochi peli, glutei depilati rotondi e tonici, spesso oggetto degli sguardi altrui.
Sapevamo entrambi di essere desiderabili, ma a differenza sua, io ero più discreto, meno istintivo, almeno, fino a quando non mi lasciavo andare.
Dopo un paio di giorni, tra musei e tuffi nel mare fresco dell’Egeo, decidemmo di esplorare la scena gay notturna.
Senza farci troppi problemi ci vestimmo in modo casual ma curato: pantaloni, camicia di lino, biancheria sexy sotto, con le giuste trasparenze, giusto per sentirmi un po’ più audace.
«Secondo me, stanotte ci divertiremo» disse Diego, mentre mi dava una pacca sul culo appena usciti dall’hotel.
«Se non ci arrestano prima» risposi ironico.
Dopo aver sorseggiato un bicchiere di ouzo (tipico del posto), ma troppo forte in un bar del centro, decidemmo di esplorare la vita notturna della città, possibilmente gay. Atene si presentava pudica, riservata, i locali segnalati online sembravano nascondersi come se il piacere fosse una cosa privata, da proteggere dietro porte chiuse e discrezione assoluta.
Dopo aver scartato un paio di locali troppo ambigui camminando per le vie di Gazi, un quartiere che alternava locali queer a ristoranti di tendenza, svoltando un angolo, Diego si bloccò e indicò un’insegna discreta: Alexander Sauna.
«Guarda qui…» disse, con un sorriso sornione.
«Cos’è? Una discoteca?» chiesi ingenuamente, non sapendo di cosa stesse indicando.
«Ma dai, non fare il l’ingenuo. È una sauna gay. La più famosa della città.» rispose con fare saccente.
Mi voltai a osservare la gente che entrava, uomini soli, coppie, volti accesi da una certa eccitazione.
Nessuna insegna vistosa, solo una porta scura, vetrata opaca che si apriva e richiudeva rapidamente, quasi a proteggere un mondo segreto.
«Che dici, entriamo?» gli chiesi, sentendo già un fremito tra le gambe.
«Ma si, entriamo!» rispose lui, mentre ci infilavamo dentro senza pensarci troppo.
All'interno, un atmosfera soffusa ma sensuale.
Tre piani di piacere distribuiti con eleganza: musica, DJ, cabine private, jacuzzi, sauna e bagno turco.
Alla reception, ci accolse un ragazzo greco dalla pelle ambrata e il fisico scolpito, sul petto nudo, un harness nero con solo un asciugamano in vita. Gli occhi color miele ci scrutarono con un sorriso complice.
Pagammo l’ingresso e ci consegnarono un kit con asciugamano, ciabatte e chiave dell’armadietto.
Ci spiegarono le loro regole (poche, ma chiare) e ci dirigemmo verso gli spogliatoi, dove iniziammo a spogliarci completamente. Il vestiti scivolarono piano sulla pelle e la nudità sembrò più naturale che mai.
Lì, per la prima volta, percepii ancora di più l’atmosfera del posto: un misto di tensione erotica e libertà. Corpi nudi ovunque, odore di cloro, vapore e sguardi che si incrociavano.
Alcuni ragazzi ci fissarono, soprattutto su Digo, ma anche a me non mancavano occhi addosso.
«Meglio dividerci» disse Diego, «così siamo più… appetibili.»
«Ti vuoi liberare di me?» risposi ridendo.
«No, voglio solo lasciarti divertire in pace» ribatté lui con un sorriso.
Annuii. Era vero. Mi inoltrai da solo, percorrendo il corridoio immerso in luci blu e rosse, un labirinto ovattato dove il desiderio aleggiava nell’aria umida, come un profumo sconosciuto.
Ripensavo alle regole del gioco: si guarda, ma non si tocca, a meno che uno dei due non dia un cenno di consenso.
Camminando lentamente tra di esso, sfiorato appena da altri corpi, incontrai uno sguardo che mi folgorò.
Un ragazzo alto, magro ma muscoloso, pelle chiara, capelli castani raccolti in un piccolo chignon.
Il suo sguardo era caldo, sicuro, incrociandolo col mio, si avvicinò, e senza dire nulla mi mise la mano dietro la nuca e inaspettatamente mi diede un bacio. Non curante di quelle regole.
Non fu un bacio di passaggio, ma lento, profondo e passionale, come se ci fossimo sempre appartenuti.
«sexsy» mormorò in seguito, con accento straniero.
Senza esitare, misi la mano sull’asciugamano e sentii il suo cazzo già semiduro sotto. Era spesso, pieno, palpitante.
Ma lui sembrava più intento a giocare ancora, a godersi l’atmosfera. Senza forzature.
Ci baciammo ancora, poi mi sussurrò: «Ci rivedremo…» Facendomi l'occhiolino e sparendo tra gli specchi.
Continuai il mio giro, l’eccitazione ormai evidente sotto l’asciugamano. Nella zona docce trovai un uomo virile sulla quarantina, statuario, pelle abbronzata, capelli rasati e completamente nudo.
Ciò che mi fece davvero bloccare lo sguardo, fu il suo cazzo: non solo era grosso, ma molto largo, sopra l’asta nella parte centrale, c’era qualcosa di strano, una scritta, un tatuaggio… non riuscivo a leggerlo da quella distanza.
Mi accorsi che se lo stava accarezzando mentre mi fissava, godendo della mia attenzione.
Non dissi nulla, ma lo guardai apertamente, curioso.
Capii che era uno di quei tipi che si eccitano ad essere guardati, a farsi desiderare senza fretta.
Nonostante tutto, avevo voglia di qualcosa di più coinvolgente, quindi decisi di allontanarmi dalle docce, ancora con il cuore accelerato.
Il desiderio mi pulsava in mezzo alle gambe, ma non volevo ancora finire in una cabina con qualcuno.
Sentivo di aver bisogno di qualcosa di diverso, di più intenso… di più anonimo.
Mentre vagavo incuriosito nei meandri della sauna, tra cabine, luci soffuse e sguardi complici, arrivai davanti a una zona buia, seminascosta, più clandestina, dove un piccolo corridoio conduceva a una stanza apparentemente anonima, chiusa da una tenda nera. Nessuna scritta, nessun rumore, solo un’energia quasi magnetica che sembrava attirare chi cercava qualcosa di più istintivo.
Entrai, e lo capii subito: era la gloryhole room.
L’atmosfera lì dentro era completamente diversa. Il buio era più profondo, tagliato appena da luci rosse soffuse, e il silenzio era rotto solo dal rumore umido di bocche affamate e sospiri strozzati nel buio.
Le pareti avevano piccole aperture, perfettamente allineate, e dietro ogni buco sembrava nascondersi una promessa: un cazzo sconosciuto da adorare, da succhiare senza sapere a chi appartenesse.
Solo l’odore del desiderio e della carne calda.
Mi avvicinai con un misto di timore ed eccitazione, spinto da quell’impulso primordiale di essere usato, visto, ma non conosciuto. Entrai… quello spazio era piccolo e claustrofobico, ma in quella penombra fatta di pareti forate e odore di sesso, mi inginocchiai…
Non feci in tempo a chinarmi che un cazzo apparve, già semieretto, come se sapesse che lo stessi aspettando.
Non troppo grosso, ma liscio, ben curato, con una cappella sensibile che pulsava al minimo sfioro. Lo presi in bocca lentamente, assaporandone ogni centimetro, mentre sentivo dall’altro lato della parete il tipo ansimare contro il muro.
Ogni gemito soffocato mi eccitava ancora di più. Mi lasciavo usare, senza sapere chi fosse, solo concentrato sul sapore, sul calore, sull’umiliazione eccitante di servire così, anonimamente.
Nel buio si aggiunse un altro cazzo, più grosso, più veemente: la stanza era viva, e io al centro di un piacere cieco, puro, senza volto.
Sentivo i miei sensi acuirsi. Il buio esaltava il gusto, il tatto, l’odore. Quel secondo cazzo era più duro, più spesso.
La cappella sfiorava le mie labbra come se volesse testarne la resa. Non mi feci pregare: spalancai la bocca e lo accolsi, lasciando che mi scivolasse dentro con una lentezza carica di tensione.
Era bollente, pulsante, e ogni tanto sentivo le sue dita tamburellare nervose sulla parete, quasi a trattenere l’impulso di spingere fino in fondo.
Nel mentre, l’altro cazzo non era sparito. Si strofinava sul quel foro, come in cerca di attenzione, e io alternavo i due, assetato di piacere, di dominio. A un certo punto, un terzo si fece strada da un foro più a destra: più corto ma nerboruto, lucido di eccitazione. Le mie mani erano impegnate, una a masturbare il secondo, l’altra a carezzare il terzo, mentre con la bocca tornavo sul primo che aveva iniziato a colare pre-cum.
Mi sentivo ridotto a uno strumento, un contenitore di piacere anonimo, e quella sensazione mi faceva tremare d’eccitazione. Sentivo i loro respiri diventare più affannosi, i colpi contro la parete più decisi, mentre io gemetti piano, piegato tra le aperture come una troia al servizio di cazzi senza volto.
Quando il primo venne, mi spinse più a fondo e sborrò nella mia bocca con fiotti caldi, salati, che preso dall’eccitazione ingoiai avidamente. Mentre sentii, che anche il secondo stava per esplodere, mi avvicinai a quel foro.
Lo sentii fremere, le gambe probabilmente contratte dietro la parete, e poi… un altro spruzzo, stavolta sul mio viso, colando tra labbra e mento, segnandomi come un marchio.
Una volta venuti i due, potetti dedicarmi al terzo, che aspettava paziente le mie attenzioni.
Mi avvicinai, fu allora che lo riconobbi: era lui! L’uomo delle docce.
Ora, da cosi vicino, potevo leggere con chiarezza quel tatuaggio inciso sull’asta: “suck it”, scritto con un carattere gotico sottile, che correva sul suo grosso cazzo.
Senza nemmeno pensarci lo presi in bocca con devozione. Lo succhiavo come se stessi esaudendo un desiderio.
Il suo cazzo era spesso, la pelle calda con un odore e un sapore intenso di maschio, che mi faceva girare la testa, dall’altra parte del muro sentii gemere piano, e ogni tanto lo spingeva un po’ più affondo, ma senza forzarmi. Mi lasciava fare, voleva che fossi io ad adorarlo.
Sentivo quel cazzo pulsare nella mia bocca, la cosa che mi eccitava di più e che lui fosse ignaro di chi lo stesse succhiando, considerando gli sguardi ammiccanti delle docce. Non dissi nulla…
Non tardò molto: si ritirò per un attimo, poi sentii un sospiro profondo, un getto caldo ma deciso mi colpì sugli zigomi, schizzandomi poi tutto il viso.
Restai lì, inginocchiato, respiro affannoso, i sensi in delirio, il corpo cosparso di piacere altrui.
Nessuno parlava. Nessuno chiedeva. Era tutto puro istinto, puro desiderio.
Mi rialzai lentamente, tremando, mi pulii il viso con un asciugamano lasciato sul lato e uscii dalla stanza, ancora confuso e col cuore che martellava. La pelle odorava di sesso, il corpo era caldo e rilassato, e la mia mente… desiderava già di tornare lì dentro.
Quando uscii dalla zona gloryhole, avevo la bocca ancora calda, impregnata del sapore intenso di quei cazzi.
Le labbra gonfie, la gola un po’ irritata dalla profondità con cui avevo accolto quei colpi.
Ma soprattutto, sentivo la pelle del viso tirarmi, ormai asciutta di sperma:
Avevo bisogno di una doccia. Di una rinfrescata che non fosse solo fisica, ma anche mentale.
Raggiunsi la zona dei lavabi e delle docce aperte, e lì ritrovai il vapore familiare di una rigenerante doccia calda.
Aprii l’acqua, bollente all’inizio, poi tiepida, lasciandola scorrere sul mio corpo come una carezza purificatrice.
Mi insaponai il viso, sentendo lo sperma sciogliersi lentamente sotto i polpastrelli, mescolato all’acqua e al calore.
Lo passavo sul petto, sul collo, lungo la mandibola, e per un attimo mi fermai a fissarmi nello specchio appannato davanti a me: gli occhi lucidi, le labbra dischiuse, il corpo ancora eccitato nonostante tutto.
D’un tratto sentii un movimento dietro di me. Era lui. L’uomo delle docce, lo stesso che mi aveva fissato senza pudore, che aveva messo in mostra quel cazzo largo e possente come un’esca.
Vidi bene anche quella scritta tatuata, come un’istruzione incisa sul corpo.
Lo stesso del gloryhole di prima, sì, ne ero certo ora.
Era tornato…
Mi si avvicinò senza dire una parola, e lo vidi passarsi l’acqua sulle spalle, voltandosi appena verso di me.
I nostri occhi si incrociarono. Si accorse che lo stavo guardando e sorrise con quella malizia che avevo già imparato a riconoscere. Stavolta, non c’erano più pareti fra noi. Si voltò di più, mostrando il profilo di quel cazzo spesso e rilassato, ancora lucido.
Fece un passo verso di me, fino a far sfiorare le nostre braccia. Poi sussurrò, quasi impercettibile:
“Non hai ancora finito, vero?”
Mi sentii fremere. Lo guardai negli occhi, poi lo sguardo scese verso il basso. La scritta “suck it” era ancora lì, come un marchio, un comando. E io, sotto quella doccia, stavo per obbedire di nuovo.
Non mi feci tentare, terminai la mia doccia, mi asciugai, mi voltai, e con un passo lento ma sicuro uscii dalla zona umida, lasciando dietro di me, quel uomo ancora carico di desiderio.
Poi, curioso di nuove scoperte, decisi di proseguire l’esplorazione, addentrandomi nei corridoi più interni della sauna.
Poco più avanti, un gemito attirò la mia attenzione.
Mi avvicinai, attirato come una falena dalla luce. Una porta socchiusa, corpi in movimento, e quelle urla inconfondibili di un ragazzo che godeva fino a perdere il controllo.
Mi fermai, col fiato sospeso, ad ascoltare.
I gemiti si facevano più intensi, ritmati da colpi sordi e profondi.
Il ragazzo dentro gemeva senza alcun pudore, come se fosse abusato, con quella voce sottile e disperata, lasciandosi andare a un piacere troppo grande da contenere.
Era una supplica continua, un invito al dominio.
“Yes… yes… fuck me, please…” urlava in inglese, con accento straniero, nord europeo, e un’intonazione da femboy da vera puttana.
Attorno alla porta si erano già radunati in silenzio alcuni uomini, chi con l’asciugamano ancora addosso, chi completamente nudo, attratti dallo spettacolo proibito che andava in scena dietro quella sottile barriera di legno. Nessuno osava disturbare, ma gli sguardi erano avidi, le mani curiose, qualcuno si toccava discretamente.
Mi feci spazio tra loro e da una fessura vidi qualcosa.
Lì dentro, il giovane era piegato in avanti, le mani appoggiate alla parete, le gambe divaricate.
Un corpo perfetto, snello, giovane, gambe sode, culo piccolo e ben scolpito, visibilmente aperto e bagnato.
Dietro di lui, l’uomo che lo stava scopando, si muoveva con movimenti ampi e decisi, affondando dentro quel ragazzo con potenza e controllo. Il suo corpo abbronzato brillava di sudore, i muscoli della schiena si tendevano a ogni colpo, e i suoi fianchi spingevano con forza ritmica e implacabile.
“Take it all, little bitch…” gridava a voce alta, con quell’accento greco roco e profondo, mentre affondava fino alla radice.
Il ragazzo urlava più forte, sbattendo contro il muro a ogni colpo, in totale abbandono.
Sembrava che durasse da minuti infiniti. Il greco non rallentava, teneva stretto il ragazzo per i fianchi, poi gli afferrò i capelli, tirandogli indietro la testa e baciandolo con voracità, mentre continuava a scoparlo senza sosta.
Il ragazzo si contorceva, gemeva, ma non si sottraeva: sembrava desiderare ogni singolo colpo come un dono.
Ero ipnotizzato. Sentivo il mio cazzo duro contro l’asciugamano, pulsante.
Una scena così vera, così carnale, che sembrava uscita da una fantasia perversa.
Poi, il greco si fermò un attimo, lo tirò fuori e lo fece inginocchiare. Il ragazzo lo prese subito in bocca, affamato, mentre si segava il suo cazzo piccolo e sottile con una mano tremante.
Pochi secondi, e il greco gli venne in gola con un ringhio gutturale.
Il giovane non si spostò, lo prese tutto, deglutendo con un mugolio di piacere.
Quando uscirono dalla cabina, erano entrambi sudati, stravolti.
Lui, il ragazzo camminava lentamente, le gambe un po’ molli, il culo arrossato, gli occhi lucidi.
Mentre l’uomo molto più grande, dominante, dallo sguardo sicuro e il cazzo ancora mezzo duro e umidiccio di sperma.
Quel secondo uomo mi colpì.
Alto, moro, fisico possente, torace rasato, sguardo profondo.
I nostri occhi per un attimo si incrociarono.
Sentii un fremito, qualcosa in me che si scioglieva.
Lo seguii con lo sguardo mentre si dirigeva verso le docce, un passo sicuro e rilassato, come se nulla fosse, mentre io mi dirigevo verso la jacuzzi, necessitando di un pò di relax.
Entrato in vasca, non c’era nessuno, la cosa non mi dispiaceva. L’acqua calda mi rilassava, le bolle mi sfioravano la pelle, ma la mente ancora correva… quel giovane ragazzo che tanto gemeva di piacere era impresso nella mia mente.
Chiusi gli occhi, mi appoggiai al bordo e lasciai che il mio corpo si abbandonasse a quel relax assoluto.
Inaspettatamente, lo vidi entrare poco dopo. Entrò nella stanza con passo lento, ma deciso. Mi guardò.
Uno sguardo diretto, profondo, da predatore che aveva già individuato la sua prossima preda.
Si avvicinò alla vasca senza dire nemmeno una parola, si tolse l’asciugamano e si mise lentamente nella vasca, posizionandosi proprio difronte a me.
Il suo cazzo era a riposo, ma imponente, e l’acqua sembrava accarezzargli il corpo come fosse viva.
«Bella calda, ti stai rilassando?» mi chiese con un sorriso accennato, la voce roca ma profonda, con quell’accento greco che rendeva tutto ancora più sensuale.
«Abbastanza da volerne ancora,» risposi, guardandolo fisso negli occhi, con lo sguardo malizioso.
Vedendo la mia sfacciataggine, si avvicinò senza timore, scivolando nell’acqua fino a ridurre quasi a zero la distanza tra noi. Il suo ginocchio sfiorò il mio. Mi posò una mano sulla coscia sotto, il livello dell’acqua e poi la risalì lentamente.
«Ti ho visto prima… mi guardavi.» mi disse quasi sussurrando, guardandomi con fare provocatorio.
«anche tu mi guardavi.» risposi con lo stesso tono.
Mi prese per la nuca e mi baciò. Un bacio deciso, caldo, carnale. Nessuna esitazione, solo desiderio.
Il mio cazzo era già duro sotto l’acqua, e il suo non tardò a raggiungerlo. Mi girò lentamente, stringendomi con le mani forti, una a palmo pieno sul mio petto, l’altra a premere sul fianco. Il suo respiro mi accarezzava l’orecchio.
«Vieni con me. Voglio sentire la tua bocca… voglio sentire il tuo culo tremare.»
Sentendo le sue parole, un brivido mi percosse lungo la schiena.
Sapevamo entrambi che nei luoghi comuni non si poteva andare oltre…
Uscii dalla vasca lasciandogli vedere il mio culo nudo, liscio, teso.
Mi voltai, lanciandogli un occhiata carica d’invito, e mi diressi verso una cabina vuota.
Sentii i suoi passi dietro di me…
Entrò, chiuse la porta… e da lì, iniziò la vera notte di lussuria.
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