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Gay & Bisex

"Voglie" di campagna


di loveolder78
11.03.2026    |    135    |    0 8.0
"Simone gemette e ingoiò avidamente, poi aprì di nuovo la bocca per prendere anche l’ultimo spruzzo che gli colò sul labbro inferiore e sulla barba curata..."
La cascina di Gino sorgeva in fondo a una strada sterrata, circondata da campi di granturco e filari di vite. Aveva ottant’anni suonati, vedovo da cinque, e viveva solo con due mucche, una dozzina di galline e il silenzio della campagna emiliana. Era basso, tarchiato, con la pancia prominente e le spalle larghe da una vita di lavoro manuale. La testa era quasi del tutto stempiata, solo una corona di capelli bianchi corti intorno alle orecchie. Ma il corpo… il corpo era un tappeto di pelo bianco foltissimo: petto, spalle, schiena, pancia, braccia, gambe, persino il culo e le palle erano ricoperti da una peluria densa e morbida che lo faceva sembrare un vecchio orso. I piedi erano tozzi, taglia 42, con dita grosse e unghie spesse, sempre puliti perché Gino, prima di entrare in casa, li lavava sotto la pompa dell’acqua.

Quel martedì di fine giugno il paese era in fermento per il mercato settimanale. Gino aveva caricato sul vecchio Ape il suo carico di pomodori, uova e formaggio fresco. Stava sistemando le cassette quando vide un ragazzo che girava tra i banchi con aria smarrita. Moro, capelli corti, barba curata di tre giorni, altezza media, corpo normale ma con una leggera peluria nera che spuntava dal colletto della maglietta. Sembrava avere una trentina d’anni.

«Cerchi lavoro, ragazzo?» gli chiese Gino senza tanti giri di parole.

Simone si voltò. Aveva gli occhi scuri, stanchi. «Sì… ho perso il posto in città due mesi fa. Affitto da pagare, bollette… sto cercando qualsiasi cosa.»

Gino lo squadrò da capo a piedi. Gli piacque subito quel corpo giovane, la barba curata, il modo in cui la maglietta gli aderiva sul petto peloso. E soprattutto gli piacque lo sguardo: c’era qualcosa di famelico lì dentro.

«Io ho bisogno di una mano alla cascina. Alloggio, vitto e 800 euro al mese. Niente contratto, solo parola. Ti interessa?»

Simone non ci pensò due volte. «Quando inizio?»

«Subito. Sali sull’Ape.»

Così Simone entrò nella vita di Gino.

Le prime settimane furono di lavoro duro. Sveglia alle cinque, mungitura, pulizie della stalla, raccolta nell’orto, riparazioni. Gino era burbero ma giusto. Simone imparò in fretta. La sera cenavano insieme al tavolo di legno grezzo, bevevano un bicchiere di lambrusco e poi ognuno nella propria stanza. Ma già dalla seconda settimana Simone aveva iniziato a notare certe cose.

Gino lavorava scalzo d’estate. Dopo una giornata nei campi i suoi piedi tozzi erano sporchi di terra, ma prima di sedersi a tavola li lavava sotto la pompa esterna. Simone lo spiava dalla finestra della cucina: vedeva quelle piante larghe, le dita grosse, il pelo bianco sulle dita e sul dorso. Gli veniva duro solo a guardarli. Aveva sempre avuto quella passione segreta: uomini anziani, pelosi, e soprattutto i loro piedi puliti. E Gino era la personificazione di tutto ciò che lo faceva impazzire.

Una sera di luglio, dopo una giornata torrida, Gino si sedette sulla panca fuori casa per lavarsi i piedi. Simone uscì con una birra in mano.

«Posso aiutarti?» chiese, la voce un po’ roca.

Gino alzò un sopracciglio. «Aiutarmi a lavarmi i piedi? Sei strano, ragazzo.»

Simone si inginocchiò senza rispondere. Prese il tubo della pompa e fece scorrere l’acqua fresca sulle piante di Gino. Le lavò con cura, passando le dita tra le dita grosse, massaggiando i talloni callosi ma puliti. Gino lo lasciò fare. Sentiva le mani giovani tremare leggermente.

«Ti piacciono i miei piedi, eh?» grugnì il vecchio.

Simone alzò lo sguardo, gli occhi lucidi di desiderio. «Da morire. Sono bellissimi.»

Gino sorrise per la prima volta da anni, un sorriso sporco. «Allora leccali, se ti piacciono tanto.»

Simone non se lo fece ripetere. Appoggiò le labbra sulla pianta destra di Gino e diede una lunga leccata dal tallone alle dita. Il sapore era di sapone e pelle calda, pulita. Infilò la lingua tra le dita grosse, succhiandole una per una mentre Gino mugolava di piacere.

«Cazzo, ragazzo… nessuno me li ha mai leccati così.»

Simone si slacciò i pantaloni e tirò fuori il cazzo già duro. Lo masturbò mentre continuava a venerare i piedi del vecchio, passando da uno all’altro, succhiando, leccando, baciando ogni centimetro di pelle.

Gino si alzò in piedi, il cazzo vecchio ma ancora grosso che gli spuntava dai pantaloni aperti, circondato da un cespuglio di pelo bianco. «Vieni dentro. Voglio vedere quanto ti piace il resto.»

Entrarono in casa. Gino si tolse tutto. Il corpo peloso bianco brillava sotto la luce fioca della cucina. Simone si spogliò a sua volta, mostrando il petto e le gambe coperti di pelo nero.

Si baciarono per la prima volta lì, in piedi. Un bacio sporco, lingue che si intrecciavano, barbe che sfregavano. Gino aveva un sapore di vino e tabacco. Simone gli passò le mani sul petto peloso, strizzandogli i capezzoli duri sotto la peluria.

«Ti voglio scopare, ragazzo,» ringhiò Gino.

«Scopami. Senza niente. Voglio sentirti dentro.»

Gino lo spinse sul tavolo della cucina. Simone si mise a quattro zampe, culo in alto. Gino gli aprì le natiche e ci sputò sopra, poi ci infilò la lingua direttamente. Leccate profonde al culo, rumorose, la barba bianca che sfregava contro la pelle liscia di Simone mentre la lingua vecchia e spessa gli leccava il buco, entrava, usciva, lo apriva.

«Cazzo… che buon sapore di culo giovane,» grugnì Gino.

Simone gemeva come una puttana. «Leccami di più… preparami per il tuo cazzo.»

Gino continuò per minuti, poi si alzò e appoggiò la cappella grossa e violacea contro il buco bagnato di saliva. Spinse. Entrò tutto in una volta, fino alle palle pelose. Simone urlò di piacere e dolore.

«Così, vecchio… spaccami il culo.»

Gino iniziò a fotterlo con colpi secchi, pesanti, da contadino. Il tavolo cigolava. I suoi coglioni pelosi sbattevano contro le palle di Simone. Il cazzo entrava e usciva, lucido di succhi. Gino gli afferrò i fianchi e lo martellò senza pietà, sudando, grugnendo, il pelo bianco del petto che gli si appiccicava alla schiena.

«Ti riempio di sborra, ragazzo… ti faccio diventare la mia troia.»

Simone veniva senza toccarsi, schizzando sul pavimento mentre Gino continuava a pompare. Poi il vecchio diede tre colpi profondi e venne dentro di lui: fiotti caldi, abbondanti, che riempirono il culo di Simone fino a farlo colare fuori.

Rimasero così, ansimanti. Gino ancora dentro. Poi si chinò e gli baciò la nuca.

«Bravo ragazzo…»

Da quella sera in poi il sesso divenne routine quotidiana.

**Una mattina di agosto, all’aperto nei campi**

Il sole picchiava già alle otto. Gino e Simone stavano legando i pomodori. Il vecchio si tolse la canottiera sudata, restando a torso nudo, pelo bianco luccicante di sudore. Simone non resisteva più.

«Gino… ho bisogno di te. Qui. Adesso.»

Gino guardò intorno: nessuno per chilometri. «Allora prendimi il cazzo, ragazzo.»

Si spostarono dietro una fila di granturco alto. Simone si inginocchiò nella terra calda e gli abbassò i pantaloni. Prese in bocca il cazzo sudato del vecchio, succhiandolo con fame mentre Gino gli teneva la testa stempiata. Poi Gino lo fece alzare, lo girò contro un palo di legno e gli abbassò i calzoni. Senza preliminari, gli sputò sul buco e lo penetrò in piedi, spingendo fino in fondo. Scopava forte, il rumore delle palle pelose che sbattevano contro il culo di Simone si mescolava al fruscio del granturco. Simone gemeva, il cazzo duro che sfregava contro il palo.

«Sborrami dentro, nonno… riempimi mentre lavoriamo.»

Gino ringhiò e gli scaricò dentro una dose abbondante di sborra calda, tenendolo fermo per farla entrare tutta.

**Nel cassone dell’Ape, dopo il mercato**

Tornando dal paese, Gino fermò l’Ape in un viottolo isolato. «Scendi dietro, ragazzo. Ho voglia di culo.»

Sollevarono il telo del cassone. Simone si sdraiò sulle cassette vuote. Gino gli aprì le gambe e gli diede lunghe leccate al culo, la lingua che entrava e usciva mentre Simone si contorceva. Poi il vecchio si sdraiò sopra di lui e lo scopò a missionario, il cassone che cigolava a ogni colpo. Simone gli leccava i piedi tozzi che penzolavano fuori dal telo, succhiandogli le dita grosse mentre Gino pompava sempre più veloce.

«Leccali, puttanella… leccali mentre ti riempio.»

Gino venne di nuovo dentro di lui, sborra che colava sulle cassette di legno.

**Nella vasca da bagno, una sera di fine estate**

Dopo una giornata di lavoro si riempirono la vecchia vasca di zinco in cortile. Acqua tiepida, sapone. Gino si sedette, gambe larghe. Simone entrò e si mise tra le sue cosce. Si baciarono a lungo, lingue lente, mentre le mani insaponate si accarezzavano i petti pelosi. Simone scese sotto l’acqua e prese in bocca il cazzo del vecchio, succhiandolo con calma. Poi si girò, culo contro il petto di Gino, e si impalò da solo sul cazzo duro. Cavalcava lento, l’acqua che schizzava fuori dalla vasca a ogni movimento. Gino gli leccava il collo e gli stringeva i capezzoli.

«Sborrami dentro mentre siamo nell’acqua,» sussurrò Simone.

Gino obbedì: fiotti caldi che si mescolavano all’acqua mentre Simone veniva tra le sue mani pelose.

**La sera in cui Gino si fece sverginare**

Era settembre inoltrato. Dopo cena, in camera, l’aria era elettrica. Simone aveva capito da settimane che Gino voleva provare. Quella sera il vecchio lo disse chiaro.

«Voglio sentire cosa provi tu… voglio che mi scopi.»

Si spogliarono lentamente, baciandosi già in piedi, lingue che si cercavano con fame. Si buttarono sul letto e Simone salì sopra per fare 69. Il cazzo duro del vecchio, grosso e venoso, circondato dal cespuglio di pelo bianco, puntava dritto verso la sua faccia. Simone lo ingoiò fino in gola in un colpo solo, succhiando con forza, la testa che andava su e giù mentre la saliva gli colava sul mento.

Gino sotto di lui mugolava come un animale. Prese il cazzo di Simone in bocca per la prima volta con quella posizione, lo succhiava con avidità, la lingua larga che girava intorno alla cappella, ingoiandolo fino alle palle pelose nere. Leccava, succhiava, grugniva, mentre le sue mani pelose stringevano il culo di Simone.

«Cazzo… che buon sapore di cazzo giovane,» ringhiava tra un risucchio e l’altro.

Simone pompava più veloce, la gola che si contraeva intorno al cazzo del vecchio, le palle di Gino che gli sbattevano sul naso. Gino era fuori controllo: succhiava come un disperato, la barba bianca che sfregava contro le cosce di Simone, le mani che gli aprivano le natiche mentre continuava a lavorare di lingua.

Dopo dieci minuti di pompini rumorosi, umidi, pieni di versi osceni, Gino iniziò a tremare.

«Sto per venire… cazzo, sto per venire!»

Simone non si tolse. Anzi, alzò leggermente la testa, lasciò il cazzo del vecchio a un centimetro dalla sua bocca aperta e tirò fuori la lingua.

Gino esplose. Il primo fiotto potente schizzò dritto in faccia a Simone, coprendogli la guancia e l’occhio sinistro di sborra bianca e densa. Il secondo e il terzo entrarono direttamente in bocca aperta, riempiendogli la lingua. Simone gemette e ingoiò avidamente, poi aprì di nuovo la bocca per prendere anche l’ultimo spruzzo che gli colò sul labbro inferiore e sulla barba curata.

«Brutto porco… guardati, tutto sborrato in faccia,» grugnì Gino, ancora ansimante, mentre vedeva il ragazzo con la faccia lucida di sperma.

Simone, con il cazzo ancora duro, sorrise sporco e gli spinse la cappella contro le labbra. «Ora tocca a te, vecchio. Assaggia la mia per la prima volta.»

Gino non esitò. Aprì la bocca e Simone iniziò a segarsi furiosamente sopra di lui. Dopo pochi secondi venne: fiotti caldi e abbondanti che finirono direttamente sulla lingua del vecchio. Gino assaggiò per la prima volta il sapore della sborra giovane: salato, denso, un po’ dolce. Chiuse gli occhi e ingoiò tutto, poi leccò la cappella per prendere anche l’ultima goccia che colava.

«Cazzo… è buona,» mormorò sorpreso, passandosi la lingua sulle labbra pelose. «Non pensavo mi sarebbe piaciuto così tanto.»

Rimasero un attimo così, ansimanti, la faccia di Simone ancora sporca di sborra del vecchio. Poi Simone si alzò, girò Gino sulla schiena e gli sollevò le gambe all’aria, tenendogliele aperte con le mani.

Il vecchio aveva il buco peloso bianco esposto, vergine. Simone ci sputò sopra, poi ci infilò due dita per aprirlo piano. Gino grugniva, eccitato e nervoso insieme.

«Piano, ragazzo… è la prima volta.»

Simone non rispose. Invece di spingere subito, si chinò verso i piedi tozzi di Gino che penzolavano in alto. Li afferrò entrambi con le mani, se li portò alla faccia e inspirò profondamente. Il profumo era di pelle calda, sapone e un leggero odore di uomo anziano dopo una giornata di lavoro: pulito, ma maschio. Simone gemette solo per quello.

Iniziò dalla pianta del piede destro. La lingua piatta scivolò dal tallone calloso fino alla base delle dita, lenta, bagnata, lasciando una scia di saliva lucida sul pelo bianco rado. «Cazzo… questi piedi mi fanno impazzire,» mormorò contro la pelle. Poi passò alla sinistra, stessa cosa: leccata lunga, dal basso verso l’alto, premendo la lingua per sentire ogni piega, ogni piccolo callo.

Gino tremava già. «Leccali… leccali bene, porco.»

Simone aprì la bocca e infilò tra le labbra l’alluce grosso del piede destro. Lo succhiò come un cazzo: labbra strette, lingua che girava intorno, risucchiando forte. Lo fece entrare e uscire dalla bocca, sbavando, mentre con la mano libera teneva l’altro piede premuto contro la sua guancia. Poi passò al secondo dito, più piccolo ma altrettanto peloso, succhiandolo con lo stesso gusto. Uno dopo l’altro: terzo, quarto, mignolo. Succhiava, leccava tra le dita, infilando la lingua negli spazi stretti, assaporando il pelo bianco che gli si appiccicava alla lingua.

«Senti che buoni i tuoi piedi, vecchio? Li voglio mangiare,» ringhiò Simone, la voce roca di desiderio.

Passò alla pianta intera: baci rumorosi, leccate larghe, morsi leggeri sui talloni. Poi alzò di nuovo entrambi i piedi e se li schiacciò in faccia, strofinandoseli sulla barba, sul naso, sugli occhi chiusi. Li annusava, li baciava, ci passava la lingua ovunque. Gino aveva il cazzo di nuovo mezzo duro nonostante fosse appena venuto.

Solo allora Simone appoggiò la cappella contro il buco peloso e spinse. Il cazzo entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a sparire del tutto tra le natiche pelose di Gino. Il vecchio urlò di piacere misto a dolore.

«Cazzo… mi stai spaccando…»

Simone cominciò a scopare, tenendo le gambe di Gino all’aria con una mano sola mentre con l’altra continuava a tenersi un piede in bocca. Pompava con colpi profondi, regolari, il cazzo che entrava e usciva dal culo vergine, mentre non smetteva di leccare. Succhiava le dita grosse del piede sinistro, una per una, facendo rumori osceni di saliva. La lingua scorreva tra le dita, poi tornava sulla pianta, leccando dal tallone fino alle dita, poi di nuovo dentro la bocca. Ogni tanto mordeva piano l’alluce, tirandolo con i denti, mentre il suo bacino sbatteva forte contro il culo peloso di Gino.

«Leccami i piedi… non fermarti… leccali mentre mi apri,» implorava Gino, gli occhi rovesciati dal piacere.

Simone accelerò la scopata, il cazzo che martellava dentro il vecchio, palle che sbattevano rumorosamente contro le natiche bianche e pelose. Ma la bocca non si staccava mai dai piedi: ora aveva entrambi i piedi premuti contro la faccia, lingua che leccava contemporaneamente due dita, una per piede, succhiando, sbavando, facendo colare saliva sul pelo bianco. Leccava le piante a turno, le baciava, le adorava come se fossero la cosa più sacra del mondo. Il sapore gli riempiva la bocca, il pelo gli solleticava la lingua.

Gino era impazzito. Senza toccarsi il cazzo nemmeno una volta, il corpo peloso bianco iniziò a tremare violentemente. Le leccate ossessive ai suoi piedi tozzi, combinate con il cazzo giovane che gli spaccava il culo, lo stavano portando al limite.

«Sto venendo… cazzo, sto venendo senza toccarmi! Non fermare la lingua… leccali ancora!»

Fiotti bianchi e densi di sborra schizzarono sul petto peloso di Gino, sulla pancia prominente, sul pelo bianco folto, arrivando persino a colpirgli il mento. Il vecchio veniva a fiotti potenti, il culo che si contraeva intorno al cazzo di Simone mentre urlava di piacere.

Simone non smise di leccare nemmeno per un secondo: continuò a succhiare le dita grosse, a passare la lingua tra di esse, a baciare le piante fino all’ultima contrazione del vecchio. Solo quando Gino smise di schizzare, diede tre colpi profondi e venne dentro di lui: sborra calda e abbondante che riempiva il culo del vecchio per la prima volta, colando fuori intorno al cazzo mentre Simone continuava a tenere un piede in bocca, leccandolo piano, con devozione.

Rimasero così per minuti, ansimanti, gambe di Gino ancora all’aria, Simone con la lingua tra le sue dita dei piedi, il cazzo ancora dentro, la sborra che colava.

Passarono i mesi. L’autunno arrivò, poi l’inverno. La cascina divenne il loro mondo. Lavoravano insieme di giorno, si scopavano come animali di notte. Ma qualcosa stava cambiando.

Una sera di dicembre, dopo una scopata particolarmente intensa – Gino aveva preso Simone sul letto, faccia a faccia, gambe sulle spalle, pompando lento e profondo per quasi un’ora – rimasero abbracciati. Il cazzo di Gino ancora mezzo duro dentro di lui, la sborra che colava piano.

Simone gli accarezzò la testa stempiata. «Gino… non è più solo sesso per me.»

Il vecchio rimase in silenzio un attimo. Poi gli baciò la fronte, un bacio tenero, diverso dai soliti baci sporchi.

«Neanche per me, ragazzo. All’inizio pensavo solo di sfogarmi… ma adesso… cazzo, non riesco a immaginare questa cascina senza di te.»

Si baciarono di nuovo, questa volta piano, con gli occhi chiusi. Lingue che si sfioravano con dolcezza. Gino uscì dal culo di Simone, ma invece di alzarsi lo strinse forte contro il suo corpo peloso.

«Ti amo, Simone. Non so come sia successo a un vecchio come me, ma ti amo.»

Simone sentì gli occhi bagnarsi. «Anch’io ti amo, Gino. Non voglio più andare via.»

Quella notte non scoparono più. Si abbracciarono e basta, nudi, peli bianchi e neri intrecciati, cuori che battevano allo stesso ritmo. Ma il mattino dopo, come sempre, Gino si svegliò con il cazzo duro e Simone glielo succhiò con amore, poi si fece scopare di nuovo sul bordo del letto, lento, profondo, romantico e sporco insieme.

«Ti amo mentre ti riempio,» gli sussurrò Gino mentre veniva dentro di lui.

«E io ti amo mentre mi riempi,» rispose Simone, baciandolo.

Da quel giorno il sesso rimase selvaggio, crudo, esplicito – piedi leccati, leccate al culo rumorose, creampie abbondanti, parolacce – ma era sempre accompagnato da baci teneri, carezze lunghe, sguardi che dicevano “sei mio”.

La cascina non era più solo un posto di lavoro. Era la loro casa. E ogni sera, prima di dormire, Gino sussurrava al ragazzo che aveva salvato la sua vecchiaia:

«Sei la cosa più bella che mi sia capitata in ottant’anni.»

E Simone, con il culo ancora pieno della sborra del suo uomo, rispondeva:

«E tu sei il mio vecchio peloso… per sempre.»
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