Gay & Bisex
Il fotografo (dei piedi)
31.03.2026 |
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"Voglio che me lo stuzzichiate, che me lo apriate, che mi usiate anche con i piedi..."
Era una di quelle estati torride che trasformano la città in un forno a cielo aperto. Il parco , con i suoi prati bruciati dal sole e le panchine all’ombra dei pini, era il paradiso segreto di Simone. A quarantotto anni compiuti da poco, Simone era un uomo dall’aspetto ordinario: statura media, capelli sale e pepe corti, occhiali da vista che gli davano un’aria da intellettuale timido. Di professione fotografo freelance, aveva trasformato la sua passione più profonda in un rituale estivo preciso e ossessivo.Gli piacevano gli uomini anziani. Non i vecchi fragili, no. Gli piacevano quelli tra i settanta e gli ottant’anni, con le spalle ancora larghe, le gambe segnate dal tempo e soprattutto i piedi. Piedi grandi, callosi, con vene in rilievo e dita forti, segnate da una vita di lavoro. Piedi che, nelle calde giornate romane, venivano lasciati liberi dentro sandali di cuoio consumato, ciabatte di gomma morbida o, il suo preferito assoluto, zoccoli di legno con la suola consumata e la tomaia di pelle che odorava di sudore e terra.
Quel pomeriggio di fine luglio il sole picchiava come un martello. Simone aveva scelto la sua postazione preferita: una panchina seminascosta dietro un cespuglio di oleandro, con vista perfetta sulle panchine allineate lungo il viale principale. La macchina fotografica – una Fujifilm X-T5 con obiettivo 56mm f/1.2 – era pronta, il teleobiettivo discreto ma letale. Indossava una maglietta larga e pantaloni di lino per nascondere l’erezione che già premeva contro la stoffa al solo pensiero di ciò che avrebbe visto.
Il primo ad arrivare fu un signore di circa settantacinque anni, robusto, con una camicia a quadri aperta sul petto peloso e un paio di zoccoli di legno classici, quelli con la suola spessa e la cinghia di cuoio che stringeva il collo del piede. Si sedette pesantemente sulla panchina, allargò le gambe e appoggiò i piedi a terra. Il legno era lucido per l’usura, la pelle dei talloni screpolata e scura. Simone alzò la macchina, il cuore che gli batteva forte. Click. Click. Zoomò sui dettagli: la curva del arco plantare, le vene gonfie sul dorso, le dita grosse che si muovevano leggermente mentre l’uomo si grattava distrattamente un polpaccio. Il sudore faceva brillare la pelle. Simone sentiva già l’uccello pulsare dolorosamente dentro i boxer.
Poco dopo arrivò un altro. Più magro, sui settantotto, con sandali di pelle marrone scuro, quelli con le cinghie larghe che lasciavano scoperti quasi interamente i piedi. Le dita erano lunghe, le unghie giallastre e spesse. Si tolse una ciabatta per massaggiarsi la pianta del piede destro, rivelando la pelle umida e rosata sotto. Simone scattò una raffica di foto: venti, trenta, senza sosta. Il suo respiro si era fatto corto. Immaginava il sapore salato di quella pelle, la consistenza ruvida del tallone contro la lingua.
Passò un’ora. La cartella “Piedi Estate 2026” sulla scheda SD si riempiva di immagini ad alta risoluzione: piedi in ciabatte di gomma nere che lasciavano impronte di sudore sulla pietra calda, zoccoli di legno con la suola sporca di terra e fili d’erba, sandali con la cinghia che affondava nella carne gonfia. Simone non osava mai avvicinarsi. Era troppo timido. Non avrebbe mai avuto il coraggio di dire a uno di quegli uomini quanto lo eccitassero i loro piedi, quanto desiderasse inginocchiarsi e annusarli, leccarli, succhiarli fino a farli gemere. No. Lui fotografava. E poi tornava a casa.
Appena varcò la soglia del suo appartamento al terzo piano di un palazzo umbertino nel quartiere Prati, chiuse la porta a doppia mandata. Le tapparelle erano già abbassate. L’aria era calda e densa. Si spogliò completamente, lasciando cadere i vestiti sul pavimento. Il suo cazzo era già duro come pietra, la cappella lucida di liquido preseminale. Andò dritto al computer, accese il monitor grande da 32 pollici e inserì la scheda SD.
Le foto apparvero una dopo l’altra, ingrandite al massimo.
Prima serie: il signore con gli zoccoli di legno. Simone zoomò sul tallone sinistro, screpolato e scuro. Si afferrò l’uccello con la mano destra, già bagnata di sudore, e cominciò a segarsi lentamente. «Cazzo… guardate che piedi…» mormorò tra i denti. Accelerò il ritmo. La mano saliva e scendeva con forza, la pelle che produceva un rumore osceno di carne contro carne.
Seconda serie: il magro con i sandali. La foto in cui aveva sollevato il piede per grattarsi. Le dita erano aperte, la pianta visibile in tutto il suo splendore umido. Simone si sputò sulla mano e riprese a masturbarsi più forte, quasi con rabbia. I testicoli gli dolevano, pesanti e pieni. Immaginava di infilare la lingua tra quelle dita, di sentire il sapore acre del sudore estivo, di mordicchiare la pelle dura del tallone.
Terza serie: un nuovo arrivo, un uomo sui settantadue anni con ciabatte di gomma blu sbiadite. I piedi erano enormi, le dita tozze, il dorso coperto da peli grigi. Una foto perfetta: il piede destro appoggiato sulla panchina, la ciabatta penzolante dal pollice. Simone gemette forte. La mano volava sul cazzo, su e giù, su e giù, sempre più veloce. Il liquido preseminale colava copioso, lubrificando tutto.
«Oh sì… così… quei piedi… quei cazzo di piedi vecchi…» ansimava. Le immagini scorrevano. Piedi sudati, piedi sporchi di terra, piedi con le vene in rilievo come corde. Simone sentiva l’orgasmo salire come una marea. Strinse più forte, il pollice che premeva sulla cappella sensibile.
Poi arrivò la foto decisiva: un primo piano estremo di un paio di zoccoli di legno consumati, la suola interna macchiata di sudore secco, la pelle del piede che premeva contro il legno caldo. Simone urlò. Il corpo si irrigidì. Il primo schizzo di sperma schizzò violentemente, colpendo lo schermo del computer proprio sopra l’immagine del piede. Un getto spesso, bianco, lungo. Poi un altro. E un altro ancora. Continuò a segarsi furiosamente mentre veniva, sei, sette, otto potenti getti che schizzavano ovunque: sul monitor, sulla tastiera, sulle sue cosce, sul pavimento. Il suo sperma era denso, copioso, come sempre quando guardava quelle foto. Continuò a masturbarsi anche mentre l’orgasmo scemava, strizzando le ultime gocce, gemendo e tremando.
Quando finalmente si fermò, il respiro corto e il petto coperto di sudore, guardò lo schermo sporco. Il piede dentro lo zoccolo di legno sembrava luccicare sotto il suo sperma.
Simone sorrise debolmente, esausto e soddisfatto.
Domani sarebbe tornato al parco. Con la macchina fotografica carica e il cuore che batteva forte.
Perché l’estate era ancora lunga, e i piedi degli uomini anziani non finivano mai di eccitarlo.
Il pomeriggio seguente il caldo era ancora più soffocante. Simone era tornato nel suo angolo preferito di Villa Borghese, la macchina fotografica pronta. Quel giorno aveva notato subito lui: un uomo sui settantotto anni, alto e massiccio, con una pancia prominente che tendeva la camicia a righe. I capelli bianchi cortissimi, il viso segnato da rughe profonde e un’espressione burbera. Ai piedi portava un paio di vecchi zoccoli di legno scuro, consumati dal tempo, con la tomaia di pelle nera che stringeva i piedi gonfi e pelosi. Le dita erano grosse, le unghie spesse e giallastre, i talloni screpolati e scuri. Simone aveva scattato decine di foto: primi piani dei piedi appoggiati sulla ghiaia, delle dita che si muovevano dentro gli zoccoli, del sudore che faceva brillare la pelle.
L’uomo si chiamava Renato.
Verso le sei di sera, quando il parco iniziava a svuotarsi, Simone non resistette più. Si spostò dietro un folto cespuglio di alloro, in un punto ancora visibile da alcune panchine vicine. Si abbassò i pantaloni e i boxer fino alle caviglie, si sputò sulla mano e cominciò a segarsi furiosamente, gli occhi fissi sul display della macchina fotografica che mostrava l’ingrandimento del piede sinistro di Renato dentro lo zoccolo.
«Cazzo… che piedi… guardate che talloni…» mormorava tra i denti, la mano che saliva e scendeva veloce sul cazzo duro e bagnato.
All’improvviso una voce profonda e arrabbiata esplose alle sue spalle.
«Ma che cazzo stai facendo, pervertito di merda?»
Simone si voltò di scatto, il cazzo ancora in mano, pulsante e gocciolante. Renato era lì, in piedi, e non era solo. Aveva chiamato due suoi amici che frequentavano abitualmente il parco: un certo Gino, settantacinque anni, magro e con un paio di sandali di cuoio consumati, e un altro di nome Vittorio, settantadue anni, basso e tarchiato, con ciabatte di gomma nere.
Renato alzò il telefono e iniziò a registrare. «Guardate questo schifo! Questo frocio di quarantotto anni si stava segando il cazzo guardando le foto che mi ha fatto ai piedi! L’ho beccato in flagrante!»
Simone cercò disperatamente di tirarsi su i pantaloni, ma le mani gli tremavano troppo. Il cazzo, ancora mezzo duro, oscillava oscenamente tra le gambe mentre si muoveva goffamente. Il viso gli bruciava per la vergogna più profonda.
Gino si avvicinò per primo, fissandolo con disgusto. «Ma porca puttana… un finocchio che si eccita con i piedi dei vecchi? Che schifo schifoso. Sei malato nella testa.»
Vittorio sputò per terra vicino ai piedi di Simone. «E pure fotografo, guarda un po’. Invece di fare le foto alle donne come un uomo normale, viene qui a rubare immagini dei nostri piedi. Disgustoso. Se fossi mio figlio ti darei due schiaffi che ti stacco la testa.»
Renato, con un ghigno crudele, alzò la voce in modo che anche gli altri due anziani seduti poco più in là sulle panchine sentissero tutto. Tre o quattro vecchi che stavano giocando a carte si voltarono, incuriositi dal trambusto.
«Ehi! Venite a vedere questo degenerato!» urlò Renato. «Questo qua si chiama Simone, è un fotografo frocio che passa le estati a scattare foto ai piedi di noi vecchi! Lo avete visto girare con la macchina fotografica? Ecco a cosa serve: si nasconde e si mena l’uccello pensando ai nostri zoccoli e sandali!»
Due anziani si alzarono e si avvicinarono. Uno, con un paio di zoccoli di legno chiari, guardò Simone dall’alto in basso e disse con voce piena di disprezzo: «Frocio di merda. A me piacciono le donne, non i pervertiti come te. Se ti rivedo da queste parti ti spacco la macchina fotografica in testa.»
L’altro, più anziano, con sandali aperti che lasciavano vedere i piedi gonfi e venosi, aggiunse ridendo cattivo: «E poi dice che è un artista… artista del cazzo! Vai a farti curare, malato. O meglio, vai a leccare i piedi a qualcuno della tua specie, non venire a infastidire noi uomini normali.»
Simone era in ginocchio, i pantaloni ancora abbassati a metà coscia, il cazzo ormai completamente floscio per la vergogna. Le lacrime gli rigavano il viso. Intorno a lui si era formato un piccolo capannello di cinque o sei anziani, tutti che lo guardavano con disprezzo e rabbia.
Renato continuò a filmare, godendosi lo spettacolo. «Hai sentito, Simone? Tutti sanno chi sei adesso. Se non vuoi che questa registrazione finisca sui social, sui tuoi clienti e magari pure sulla tua famiglia, da oggi mi obbedisci. Mi porti i soldi delle tue foto, mi paghi da bere, e quando voglio ti umilio come meriti. Magari ti faccio pulire con la lingua la suola sporca dei miei zoccoli davanti a tutti… solo per farti capire quanto sei patetico e schifoso.»
Gino rise sguaiatamente. «Bravo, Renato. Fagli leccare la terra sotto i tuoi zoccoli, così impara. Un frocio deve stare al suo posto.»
Vittorio diede un calcio leggero ma umiliante alla macchina fotografica di Simone, facendola cadere nella polvere. «E questa la teniamo noi per un po’. Così impari a non rubare immagini dei nostri piedi, pervertito.»
Uno degli altri anziani, quello con i sandali aperti, si avvicinò e sputò proprio accanto al cazzo floscio di Simone. «Sparisci da questo parco, finocchio. La prossima volta non ci limitiamo a insultarti.»
Simone, umiliato fino al midollo, con il viso rosso di vergogna e il corpo che tremava, riuscì solo a mormorare un flebile «Mi… mi dispiace…» mentre cercava di tirarsi su i pantaloni.
Renato gli diede un ultimo colpetto con la punta dello zoccolo sul fianco. «Dispiace un cazzo. Adesso alzati e vattene a casa. Domani ti voglio qui alle cinque in punto, con cento euro in tasca. Altrimenti questo video finisce ovunque. E ringrazia che oggi non ti abbiamo fatto leccare i piedi a tutti quanti.»
Mentre Simone si allontanava barcollando, con i pantaloni ancora mezzo slacciati e la macchina fotografica sporca di terra in mano, sentì le risate e gli insulti dei vecchi che lo seguivano:
«Frocio schifoso!»
«Pervertito dei piedi!»
«Vai a farti curare, malato!»
«Se ti rivediamo ti spacchiamo tutto!»
Il sole tramontava sul parco, ma per Simone l’estate era diventata un incubo pubblico e umiliante dal quale non sapeva come scappare.
Erano passati quattro giorni dall’umiliazione pubblica nel parco. Simone viveva in uno stato di ansia costante. Non era più tornato a Villa Borghese. Passava le giornate chiuso in casa, con le tapparelle abbassate, a cancellare freneticamente le cartelle di foto dai computer e dalle schede SD. Il telefono squillava poco, ma ogni notifica lo faceva sobbalzare. Il video girava nella sua testa come un incubo: le risate, gli insulti, gli sputi, gli sguardi di disgusto di quegli uomini anziani.
Quel pomeriggio di agosto era uscito solo per fare la spesa. Camminava a testa bassa lungo via Cola di Rienzo, con una borsa di plastica in mano, cercando di non attirare l’attenzione. Indossava una maglietta larga e un paio di pantaloni leggeri, ma si sentiva nudo lo stesso.
All’improvviso una voce rauca ma meno aggressiva del solito lo chiamò da dietro.
«Ehi… Simone, aspetta un attimo.»
Simone si irrigidì. Riconobbe subito la voce. Era Gino, uno dei due amici di Renato che avevano assistito alla scena. Il vecchio magro, sui settantacinque anni, con i capelli bianchi radi e un paio di sandali di cuoio marrone consumati ai piedi. Lo stesso che lo aveva insultato pesantemente quel giorno.
Simone si fermò, ma non si voltò subito. Il cuore gli batteva fortissimo. Gino lo raggiunse e gli si mise di fianco, camminando lentamente al suo passo. Il vecchio sembrava a disagio, quasi imbarazzato.
«Senti… volevo parlarti un momento,» disse Gino con voce bassa, guardando dritto davanti a sé. «Non ti preoccupare, non ti sto seguendo. Ti ho visto per caso mentre uscivi dal supermercato.»
Simone deglutì, stringendo la borsa della spesa. Non disse niente.
Gino sospirò, grattandosi la nuca. «Guarda, quello che è successo l’altro giorno… è stata una cosa brutta. Renato è fatto così, è un tipo duro, e quando si arrabbia non ragiona. Io e Vittorio ci siamo lasciati trascinare. Ti abbiamo insultato davanti a tutti, ti abbiamo sputato vicino… non è stato bello. Mi dispiace per come è andata. Non volevo che finisse in quel modo, davanti a mezza piazza.»
Simone alzò finalmente lo sguardo, sorpreso. Gino aveva un’espressione quasi dispiaciuta, ma c’era ancora una punta di perplessità nei suoi occhi.
«Però… devo essere sincero con te,» continuò Gino, abbassando ancora di più la voce. «Non capisco. Proprio non capisco. Perché fai quelle foto? Perché ti ecciti con i piedi di noi vecchi? Sandali, zoccoli, ciabatte… che cazzo di perversione è? Noi siamo uomini normali, abbiamo lavorato tutta la vita, abbiamo avuto mogli, figli, nipoti. I nostri piedi sono solo piedi: sudati, callosi, sporchi di terra dopo una passeggiata al parco. Non sono niente di speciale. E tu… un uomo di quarantotto anni, fotografo, ti nascondi dietro i cespugli a segarti il cazzo guardando le foto dei nostri talloni? Mi sembra una cosa malata, Simone. Davvero malata.»
Gino scosse la testa, come se stesse cercando di razionalizzare qualcosa di incomprensibile per lui.
«Io non sono come Renato, non sono omofobo fino in fondo. Ho visto cose nella vita. Ma questa storia dei piedi… proprio non la capisco. Ti giuro, mi fa impressione. Se ti piacciono gli uomini, va bene, ognuno ha i suoi gusti. Ma perché proprio i vecchi? E perché proprio i piedi? Non potevi trovarti un ragazzo della tua età, pulito, con i piedi normali? Invece no, vieni al parco a rubare immagini dei nostri zoccoli consumati.»
Si fermò un attimo, guardando i propri sandali di cuoio mentre camminavano. Le dita magre e venose spuntavano dalle cinghie, la pelle era secca e screpolata.
«Comunque… ti ho detto che mi dispiace per l’umiliazione pubblica. Non era necessario arrivare a quel punto. Renato ha il video, e credo che lo userà per tenerti sotto controllo. Io non voglio entrarci più di tanto. Ti consiglio solo di stare alla larga dal parco per un po’. E magari… di farti aiutare da qualcuno. Uno psicologo, non so. Perché questa ossessione non è normale, ragazzo. È perversa.»
Gino gli diede una leggera pacca sulla spalla, più per abitudine che per affetto, e rallentò il passo.
«Dai, vai pure. Non dirò a Renato che ti ho parlato. Ma cerca di non combinare altre stronzate. E se proprio non riesci a smettere… almeno non farti beccare di nuovo. Non tutti sono disposti a capire.»
Senza aspettare risposta, Gino girò a destra verso una traversa, lasciando Simone fermo sul marciapiede con la borsa della spesa in mano e un nodo allo stomaco.
Simone rimase lì qualche secondo, il viso ancora caldo per la vergogna. Le parole di Gino gli rimbombavano nella testa: “malata”, “perversa”, “non capisco”. Anche chi aveva provato a scusarsi non riusciva a nascondere il disgusto e l’incomprensione profonda per la sua ossessione.
Continuò a camminare verso casa, ma dentro di lui qualcosa si era mosso. La paura si mescolava a una strana, umiliante eccitazione al ricordo dei sandali di Gino che aveva visto da vicino mentre parlavano.
L’estate non era finita. E il ricatto di Renato pendeva ancora sulla sua testa.
Erano passati altri tre giorni dall’incontro con Gino. Simone viveva in uno stato di tensione continua. Il telefono aveva squillato due volte con numeri sconosciuti, ma non aveva risposto. Ogni volta che usciva di casa controllava ossessivamente la strada, temendo di incrociare Renato o uno degli altri.
Quel pomeriggio caldo di agosto stava tornando dal tabaccaio quando una figura massiccia gli sbarrò la strada all’angolo di via Ottaviano.
«Guarda guarda chi si vede.»
Renato era lì, con la sua camicia a righe sudata sotto le ascelle, i pantaloni leggeri e gli stessi vecchi zoccoli di legno scuro ai piedi. Il viso burbero era illuminato da un sorriso cattivo ma anche vagamente divertito. Aveva in mano una sportina con due bottiglie di birra.
Simone si fermò di colpo, diventando pallido. «Renato… io…»
«Zitto, frocio,» lo interruppe Renato a bassa voce, guardandosi intorno per controllare che nessuno li ascoltasse. «Ti stavo cercando. Hai evitato il parco come un codardo. Ma io non ho dimenticato il nostro accordo.»
Simone abbassò lo sguardo sui piedi di Renato. Gli zoccoli erano impolverati, la pelle nera della tomaia lucida per il sudore. Sentì immediatamente un calore traditore tra le gambe.
Renato se ne accorse e sbuffò. «Ancora con questa storia dei piedi, eh? Sei proprio malato.» Fece una pausa, poi abbassò ulteriormente la voce. «Senti… ho pensato una cosa. Invece di continuare a minacciarti in pubblico e rischiare casini, ti propongo un patto più… privato. Vieni a casa mia questo pomeriggio. Ho un garage seminterrato che uso come ripostiglio, è isolato. Mi fai delle foto ai piedi, come piace a te. Belle foto, ravvicinate, come quelle che mi rubavi al parco. In cambio, ti lascio stare per un po’ e non mando in giro il video. Che ne dici?»
Simone deglutì. Il cuore gli batteva fortissimo. La paura si mescolava a un’eccitazione violenta e incontrollabile. Annuì lentamente.
«Bravo,» disse Renato con un ghigno. «Alle cinque in punto. Via degli Scipioni 47, interno cortile, porta verde. Non fare tardi.»
Alle cinque meno cinque Simone era davanti alla porta verde del seminterrato. Bussò con mano tremante. Renato aprì quasi subito, in canottiera e gli stessi zoccoli. L’odore di chiuso, muffa e piedi sudati colpì subito le narici di Simone.
«Entra, pervertito.»
Il garage era spoglio: un vecchio divano sfondato, una lampada da lavoro, qualche scatolone. Renato si sedette pesantemente sul divano, allargò le gambe e appoggiò i piedi sullo sgabello davanti a sé.
«Forza. Prendi la macchina e fai il tuo lavoro. Voglio vedere come le fai queste foto da malato.»
Simone tirò fuori la Fujifilm con mani sudate. Si inginocchiò sul pavimento di cemento senza che gli venisse chiesto. Iniziò a scattare. Click dopo click. Primi piani estremi: le dita grosse dentro gli zoccoli, il sudore che bagnava la pelle tra le cinghie, i talloni screpolati e scuri, le vene in rilievo sul dorso del piede. Zoomò sul punto in cui la tomaia di pelle premeva contro la carne gonfia. Il suo respiro si fece corto. Il cazzo gli diventò duro rapidamente dentro i pantaloni.
Renato lo osservava in silenzio, con un misto di curiosità e disgusto. «Guarda come ti ecciti… cazzo, sei proprio un degenerato. Ti si vede il rigonfiamento nei pantaloni solo a fotografarmi i piedi.»
Simone non rispose. Continuò a scattare, sempre più vicino, il viso a pochi centimetri dagli zoccoli. L’odore acre e maschile di sudore vecchio, cuoio e terra gli riempiva le narici. Era in estasi.
Dopo una decina di minuti Renato si mosse, dubbioso. «Senti… fammi capire. Cosa ti piace esattamente? Toccarli? Annusarli?»
Simone alzò lo sguardo, gli occhi lucidi di eccitazione e vergogna. Annuì.
Renato sbuffò, ma non sembrava più così arrabbiato. Sembrava incuriosito, quasi sfidato. «Va bene. Ma solo per capire quanto sei malato. Puoi toccarli. Con le mani. Niente di più.»
Simone posò la macchina e, con reverenza, posò le mani sui piedi caldi di Renato. Le dita tremanti accarezzarono la pelle ruvida del dorso, seguirono le vene gonfie, massaggiarono i talloni duri e callosi. Renato rimase immobile, osservandolo con espressione perplessa.
«Porca miseria… li stai adorando come se fossero reliquie,» mormorò. «Sono solo piedi sudati di un vecchio.»
Poi, dopo qualche minuto di silenzio teso, Renato disse con voce più bassa: «…Leccali. Solo un po’. Voglio vedere fino a che punto arrivi.»
Simone non se lo fece ripetere. Si chinò ulteriormente e passò la lingua sul dorso del piede destro di Renato, assaporando il gusto salato del sudore estivo. Poi scese sul tallone, leccando la pelle screpolata con devozione. La lingua scivolò tra le dita grosse, succhiando leggermente. Renato respirava più pesante, ma non lo fermava.
«Cazzo… che schifo,» disse Renato, ma la voce era rauca, non più solo disgustata. «Un uomo adulto che lecca i piedi di un vecchio come un cane.»
Simone era fuori di sé. Si aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo duro e bagnato. Cominciò a masturbarsi furiosamente mentre continuava a leccare e baciare i piedi di Renato, gemendo contro la pelle calda.
Renato guardava la scena con gli occhi socchiusi. Il suo viso mostrava un conflitto evidente: disgusto, superiorità, ma anche qualcosa di nuovo, una strana eccitazione perversa che iniziava a montare. Il suo cazzo, nascosto nei pantaloni, aveva cominciato a gonfiarsi leggermente. Non lo toccava, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da Simone che si segava con foga, la lingua che lavorava sui suoi zoccoli e sui piedi nudi.
«Vai più veloce,» disse alla fine Renato, la voce un po’ incerta. «Fammi vedere come vieni pensando ai miei piedi sporchi.»
Simone obbedì. La mano volava sul cazzo. Pochi secondi dopo urlò soffocato e schizzò potenti getti di sperma denso sul pavimento di cemento, proprio accanto agli zoccoli di Renato. Alcuni schizzi finirono anche sulla tomaia di pelle.
Renato rimase a guardare il suo sperma che colava sul proprio piede, respirando affannosamente. Una strana sensazione di potere misto a un’eccitazione proibita gli attraversò il corpo.
«Porca troia… sei davvero un pervertito,» mormorò, ma questa volta il tono era diverso. Non solo disprezzo. C’era anche curiosità. E forse, per la prima volta, un principio di eccitazione perversa.
Rimase seduto, i piedi ancora umidi di saliva e sperma, mentre Simone ansimava esausto ai suoi piedi.
«Puliscili con la lingua,» ordinò infine Renato, la voce più ferma. «E poi parliamo del prossimo incontro.»
Due giorni dopo, il telefono di Simone squillò con un numero sconosciuto. La voce burbera di Renato arrivò secca:
«Stasera alle nove. Stesso posto. Non fare tardi, frocio.»
Simone arrivò al seminterrato di via degli Scipioni con il cuore che gli martellava nel petto e la macchina fotografica nella borsa, anche se sapeva che probabilmente non gli sarebbe servita. Renato aprì la porta senza dire una parola. Indossava solo una canottiera bianca ingiallita e un paio di pantaloncini corti. Ai piedi aveva gli stessi zoccoli di legno scuro, ma questa volta si vedeva chiaramente che li aveva tenuti tutto il giorno: la pelle era lucida di sudore, la suola sporca di terra e polvere della strada.
«Siediti sul pavimento,» ordinò Renato, indicando il punto davanti al divano sfondato. «E togliti la maglietta. Voglio vederti bene mentre fai le tue porcate.»
Simone obbedì subito. Si inginocchiò sul cemento freddo, rimase a torso nudo e alzò lo sguardo verso l’anziano. Renato si sedette pesantemente, allargò le gambe massicce e appoggiò i piedi sullo sgabello, proprio davanti al viso di Simone.
«Oggi te li lascio leccare per bene,» disse Renato con voce bassa, quasi provocatoria. «Hai capito? Usa la lingua come si deve. Voglio sentire quanto sei depravato.»
Simone non aspettò altro. Si chinò in avanti e premette il viso contro il piede destro di Renato. L’odore era intenso: acre, salato, maschile, con quel retrogusto di cuoio vecchio e sudore accumulato per ore. Passò la lingua lentamente sul dorso caldo e peloso, assaporando ogni centimetro di pelle ruvida. Leccò tra le dita grosse, succhiando leggermente la pelle umida tra l’alluce e il secondo dito. Poi scese sul tallone screpolato, leccandolo con devozione, come se fosse la cosa più preziosa al mondo.
Renato respirava più pesantemente del solito. I suoi occhi, di solito duri e sprezzanti, erano socchiusi. Guardava Simone lavorare con la lingua e qualcosa dentro di lui stava cambiando. Il cazzo, nascosto nei pantaloncini, cominciò a gonfiarsi visibilmente. Una protuberanza spessa si formò sotto la stoffa leggera.
«Cazzo… guardati,» mormorò Renato con voce rauca. «Leccando i piedi di un vecchio come un cane in calore.»
Dopo qualche minuto di silenzio rotto solo dai rumori umidi della lingua di Simone, Renato imprecò sottovoce. Si abbassò i pantaloncini e i boxer con un gesto deciso, liberando il suo cazzo. Era grosso, semi-eretto, con la cappella già lucida di liquido preseminale. Le vene erano evidenti, il glande largo e scuro. Lo afferrò con la mano destra e cominciò a segarsi lentamente, guardando dall’alto Simone che continuava a leccargli i piedi senza sosta.
«Vedi cosa mi stai facendo fare, pervertito?» ringhiò Renato, la voce incrinata da un’eccitazione che non riusciva più a nascondere. «Mi fai venire duro con questa tua perversione di merda.»
Simone alzò lo sguardo e rimase folgorato. Vedere quel vecchio massiccio, burbero e omofobo, con il cazzo duro in mano che si masturbava mentre lui gli adorava i piedi, fu troppo. Il suo stesso uccello, già dolorosamente eretto dentro i pantaloni, pulsava violentemente. Non si toccò nemmeno. Rimase inginocchiato, la lingua che lavorava freneticamente sul piede sinistro di Renato – leccando il tallone, succhiando le dita, passando tra le dita sudate – mentre fissava ipnotizzato la mano di Renato che saliva e scendeva sul grosso cazzo vecchio.
L’eccitazione di Simone raggiunse il culmine in pochi secondi. Il corpo gli si irrigidì, un gemito soffocato gli uscì dalla gola. Senza toccarsi, senza sfiorarsi nemmeno, venne con violenza incredibile. Il primo schizzo potente di sperma schizzò fuori dai pantaloni ancora chiusi, bagnando l’interno dei boxer e filtrando attraverso la stoffa. Poi un secondo, un terzo, getti densi e copiosi che gli inzupparono i pantaloni e colarono lungo la coscia. Simone tremava, gli occhi semi-chiusi, la bocca ancora attaccata al piede di Renato, mentre continuava a sborrare senza controllo, spinto solo dalla vista del vecchio che si segava guardandolo.
Renato se ne accorse e rise rauco, accelerando il ritmo della mano.
«Porca troia… stai venendo senza toccarti? Solo perché mi vedi il cazzo mentre ti lecchi i piedi? Sei proprio il pervertito più malato che abbia mai visto.»
Continuò a masturbarsi con colpi più forti, gli occhi fissi su Simone che ancora tremava per l’orgasmo prolungato. Il pavimento sotto di lui era macchiato di sperma che continuava a colare dai pantaloni di Simone.
Renato grugnì, il viso rosso. «Continua a leccare… non ti fermare.»
Simone, esausto e ancora in preda agli spasmi, obbedì. La lingua tornò a lavorare sui piedi caldi e umidi di saliva, mentre Renato si segava sempre più veloce, chiaramente eccitato dalla scena perversa che aveva davanti.
L’anziano era ormai lanciato. Il suo respiro era pesante, il cazzo lucido e gonfio nella mano.
«Cazzo… non pensavo che mi avrebbe fatto questo effetto…» mormorò tra i denti, quasi sorpreso di se stesso.
Renato respirava sempre più affannosamente, gli occhi socchiusi fissi su Simone inginocchiato ai suoi piedi. La mano dell’anziano saliva e scendeva con colpi sempre più rapidi e decisi sul suo cazzo grosso e venoso. La cappella scura era lucida, gonfia, e ogni movimento produceva un rumore umido e osceno.
«Cazzo… guardati,» grugnì Renato con voce roca, carica di eccitazione e di un disprezzo che si stava lentamente mescolando a qualcosa di più oscuro e perverso. «Sei inginocchiato qui a leccarmi i piedi sudati come un cane in calore… e io mi sto segando il cazzo per te. Non ci posso credere che mi stai facendo eccitare, frocio pervertito.»
Accelerò il ritmo, stringendo più forte. Il suo cazzo pulsava nella mano, le palle pesanti che sbattevano contro la coscia. Simone non smetteva di leccare: la lingua scivolava avidamente tra le dita grosse del piede sinistro, succhiando la pelle umida e salata, passando sul tallone calloso, adorando ogni centimetro con devozione assoluta. I suoi pantaloni erano già inzuppati del suo stesso sperma, ma il suo uccello, anche se appena venuto, stava tornando rapidamente duro.
Renato gemette più forte, il viso rosso e sudato. «Porca puttana… sto per venire… non riesco a fermarmi…»
Si alzò leggermente dal divano, torreggiando su Simone. Con la mano libera afferrò Simone per i capelli corti, tirandogli la testa all’indietro e verso l’alto, allontanando per un momento la bocca dai suoi piedi.
«Apri la bocca, schifoso. Voglio sborrarti in faccia.»
Simone obbedì all’istante, aprendo la bocca e tirando fuori la lingua, gli occhi lucidi di eccitazione e umiliazione. Renato puntò il cazzo gonfio direttamente verso il suo viso e continuò a segarsi furiosamente, a pochi centimetri dal naso e dalle labbra di Simone.
Il primo schizzo fu potente e denso. Un lungo getto di sperma bianco e cremoso colpì Simone dritto sulla guancia destra, colando lentamente verso la bocca. Il secondo schizzo centrò la lingua aperta, caldo e salato. Renato grugnì forte, il corpo che tremava, mentre continuava a venire con forza sorprendente per la sua età: getti spessi e abbondanti che schizzavano sulla fronte di Simone, sul naso, sulle labbra, dentro la bocca aperta. Uno schizzo finì persino sull’occhio sinistro, facendolo bruciare leggermente.
Simone gemeva piano, il viso completamente inondato dallo sperma del vecchio. Senza esitare, tirò fuori la lingua e cominciò a leccare tutto ciò che riusciva a raggiungere: raccolse lo sperma denso che gli colava sulle labbra, lo ingoiò con avidità, sentendone il sapore forte, leggermente amaro e maschile. Leccò anche quello che gli era finito sulla guancia, raccogliendolo con la lingua e mandandolo giù. Alcuni rivoli gli colavano sul mento e sul petto nudo, ma lui cercava di recuperarne il più possibile, ingoiando rumorosamente mentre Renato lo guardava dall’alto, ancora con il cazzo pulsante in mano.
«Ingoia… ingoia tutto, pervertito,» ansimò Renato, la voce tremante per l’orgasmo appena avuto. «Leccati la mia sborra dalla faccia come il cane schifoso che sei.»
Simone obbedì. La lingua passava sul viso, raccogliendo ogni goccia di sperma del vecchio, ingoiandola con evidente piacere. Il suo stesso cazzo, di nuovo duro, pulsava dolorosamente nei pantaloni bagnati, ma non si toccava: era troppo perso nell’atto di adorare e consumare lo sperma di Renato.
Renato rimase in piedi qualche secondo ancora, il respiro pesante, guardando il viso di Simone lucido e sporco del suo seme. Una strana espressione gli attraversò il volto: un misto di superiorità, disgusto residuo e una nuova, inquietante eccitazione perversa.
«Porca troia…» mormorò infine, quasi tra sé. «Non pensavo che mi avrebbe fatto venire così tanto… vederti leccare e ingoiare la mia sborra.»
Lasciò andare i capelli di Simone e si rimise lentamente i pantaloncini, mentre Simone rimaneva inginocchiato, il viso ancora bagnato, la lingua che continuava a passare sulle labbra per non perdere nemmeno una goccia.
Renato si sedette di nuovo sul divano, osservandolo con un ghigno stanco ma soddisfatto.
«Adesso puliscimi i piedi dalla tua saliva… e poi dimmi quanto ti è piaciuto ingoiare la sborra di un vecchio omofobo.»
Era passata una settimana dal precedente incontro. Il telefono di Simone vibrò nel tardo pomeriggio con un messaggio secco di Renato:
«Stasera ore 21:30. Stesso posto. Porta la macchina fotografica, ma non ti servirà. E porta il culo nudo sotto i pantaloni.»
Simone arrivò puntuale, il cuore che gli batteva all’impazzata. Quando bussò alla porta verde del seminterrato, Renato aprì con un ghigno soddisfatto. Non era solo. Seduto sul vecchio divano c’era Gino, il suo amico magro dai capelli radi, con un paio di sandali di cuoio marrone consumati ai piedi. Gino aveva un’espressione a metà tra curiosità e imbarazzo.
«Entra, pervertito,» disse Renato chiudendo la porta. «Oggi ho invitato Gino ad assistere. Voglio che veda con i suoi occhi quanto sei malato… e quanto mi fai eccitare ultimamente.»
Simone deglutì. Senza dire una parola si spogliò completamente, rimanendo nudo in mezzo alla stanza. Il suo cazzo era già mezzo duro per l’anticipazione. Renato si sedette sul divano, allargò le gambe massicce e appoggiò i piedi nudi (aveva tolto gli zoccoli) sullo sgabello davanti a sé. Gino rimase seduto di lato, le mani sulle ginocchia, visibilmente a disagio ma incapace di distogliere lo sguardo.
«Inizia,» ordinò Renato. «Leccami i piedi come sai fare tu.»
Simone si inginocchiò subito. Il viso affondò tra i piedi caldi e sudati di Renato. La lingua scivolò avidamente sul dorso peloso, tra le dita grosse, sul tallone screpolato. L’odore intenso e maschile riempiva l’aria. Renato grugnì di piacere e si abbassò i pantaloncini, tirando fuori il suo cazzo già mezzo duro. Cominciò a segarselo lentamente, guardando dall’alto Simone che adorava i suoi piedi con la bocca.
Gino osservava la scena in silenzio. All’inizio aveva un’espressione perplessa, quasi disgustata. Ma man mano che i minuti passavano – vedendo la lingua di Simone lavorare con devozione, sentendo i gemiti bassi di Renato e vedendo il cazzo dell’amico diventare sempre più duro e lucido – qualcosa cambiò. Gino sentì un calore traditore tra le gambe. Il suo uccello cominciò a gonfiarsi dentro i pantaloni leggeri. Si mosse a disagio sulla sedia, cercando di nascondere l’erezione che stava nascendo, ma non riusciva a smettere di guardare.
«Cazzo… Renato, questo è davvero…» mormorò Gino con voce incerta, il viso leggermente arrossato.
Renato rise rauco senza smettere di segarsi. «Vedi? Ti sta facendo effetto pure a te. Non fare il timido. Togliti i sandali e unisciti. Usiamo questo frocio come merita.»
Gino esitò solo qualche secondo. Poi, con mani tremanti per l’imbarazzo, si tolse i sandali di cuoio e rimase a piedi nudi. I suoi piedi erano più magri e venosi di quelli di Renato, con dita lunghe e unghie spesse. Si alzò e si avvicinò.
Simone fu fatto sdraiare completamente nudo sulla schiena, sul freddo pavimento di cemento. I due anziani si posizionarono sopra di lui. Renato appoggiò il piede destro sul petto di Simone, premendo il tallone calloso contro un capezzolo, mentre il piede sinistro gli sfiorava il viso. Gino, più timidamente all’inizio, appoggiò entrambi i piedi sul ventre e sulle cosce di Simone, facendo scorrere la pianta calda e leggermente umida sulla pelle del ragazzo.
«Leccali,» ordinò Renato.
Simone aprì la bocca e cominciò a leccare il piede di Renato che gli premeva sulle labbra, mentre Gino faceva scivolare lentamente il suo piede destro sul cazzo già durissimo di Simone, premendo la pianta contro l’asta e le dita contro la cappella sensibile. L’altro piede di Gino gli massaggiava le palle.
Simone era al limite della follia. I due paia di piedi anziani – uno robusto e calloso, l’altro più magro e venoso – lo toccavano ovunque: sul petto, sul viso, sul cazzo, sulle cosce. La sensazione ruvida e calda della pelle, l’odore forte di sudore estivo, la vista di Renato che si masturbava con colpi decisi e di Gino che ora si era tirato fuori il cazzo magro e lungo e cominciava a segarselo con imbarazzo crescente… era troppo.
Renato premette più forte il piede sulla bocca di Simone. «Succhia le dita, frocio.»
Gino, ormai completamente preso dal gioco, strofinava la pianta del piede sul cazzo di Simone con movimenti sempre più rapidi, mentre con l’altro piede gli massaggiava le palle. «Non ci credo… mi sta venendo duro per questa roba,» mormorò Gino, la voce tremante di eccitazione nuova.
Simone gemette forte contro il piede di Renato. Il corpo gli si irrigidì. Senza toccarsi nemmeno una volta, l’eccitazione raggiunse il picco. Venne violentemente, schizzando potenti getti di sperma denso che colpirono il suo stesso ventre, il petto e i piedi dei due anziani. I getti erano lunghi e copiosi, alcuni finirono persino sulle dita di Gino e sul tallone di Renato.
I due vecchi non si fermarono. Accelerarono il ritmo della mano sui loro cazzi.
Renato fu il primo a venire. Puntò il cazzo verso il viso di Simone e sborrò con grugniti profondi: schizzi spessi e caldi che colpirono la fronte, le guance, le labbra aperte e la lingua del ragazzo. Gino, eccitatissimo, si avvicinò di più e venne poco dopo, schizzando il suo sperma sul petto nudo di Simone e direttamente nella bocca aperta.
I due anziani continuarono a spremere le ultime gocce sui piedi di Simone, sporcandogli anche le piante con il loro seme.
Simone, ancora ansimante per l’orgasmo intenso, non perse tempo. Si sollevò leggermente e cominciò a leccare tutto lo sperma che riusciva a raggiungere: prima quello che gli era finito in bocca, poi quello che colava sul petto. Si chinò sui piedi dei due vecchi e, con devozione assoluta, leccò accuratamente ogni goccia di sperma che era finita sui loro talloni, tra le dita e sulle piante. Succhiò le dita di Renato, poi quelle di Gino, ingoiando tutto con avidità, gemendo di piacere mentre puliva i piedi dei due anziani con la lingua.
Renato e Gino lo guardavano dall’alto, respirando pesantemente, con un misto di superiorità, sorpresa e una nuova, perversa soddisfazione.
«Porca miseria…» mormorò Gino, ancora con il cazzo semi-duro in mano. «Non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto.»
Renato sorrise cattivo, premendo il piede sporco di sperma contro la guancia di Simone.
«Bravo cagnolino. Hai leccato tutto come un bravo pervertito. La prossima volta portiamo anche Vittorio… vediamo quanto riesci a prenderne.»
Simone rimase sdraiato sul pavimento, il corpo coperto di saliva, sudore e sperma, il viso lucido e soddisfatto, mentre i due anziani si rimettevano lentamente i sandali e gli zoccoli.
Due sere dopo, il messaggio di Renato fu ancora più diretto:
«21:00. Stesso posto. Porta solo te stesso. Stasera siamo in tre.»
Simone arrivò al seminterrato con le gambe che gli tremavano per l’anticipazione e la paura. Quando la porta verde si aprì, trovò i tre anziani già seduti: Renato al centro sul divano, Gino alla sua destra e, per la prima volta, Vittorio alla sinistra. Vittorio era il più basso e tarchiato dei tre, sui settantadue anni, con una pancia pronunciata, pochi capelli grigi e un paio di ciabatte di gomma nere ai piedi. Aveva un’espressione burbera e curiosa allo stesso tempo.
Renato fece un cenno con la testa. «Spogliati completamente e inginocchiati, frocio. Vittorio voleva vedere di persona che razza di pervertito sei.»
Simone obbedì subito. Si tolse tutti i vestiti e si mise in ginocchio sul pavimento freddo. I tre vecchi lo guardavano dall’alto, già con un’aria di superiorità.
«Inizia dai piedi,» ordinò Renato.
Simone si dedicò prima ai piedi di Renato: leccò i talloni screpolati, succhiò le dita grosse e sudate, passò la lingua tra le dita con devozione. Poi passò a Gino, adorando i suoi piedi magri e venosi, leccando accuratamente le piante umide. Infine si occupò di Vittorio: le ciabatte di gomma vennero tolte e Simone affondò il viso sui piedi più piccoli ma molto callosi dell’anziano, assaporando il sapore acre e forte di sudore accumulato.
Mentre Simone lavorava con la lingua, i tre vecchi si slacciarono i pantaloni. Renato e Gino tirarono fuori i cazzi già semi-eretti. Vittorio, dopo qualche secondo di esitazione, fece lo stesso: il suo cazzo era corto ma molto grosso, con una cappella larga e scura.
Man mano che Simone passava da un paio di piedi all’altro, i tre cominciarono a masturbarsi lentamente, guardando il ragazzo nudo che li adorava.
Dopo una ventina di minuti di adorazione intensa, Renato diede il nuovo ordine con voce rauca:
«Adesso basta piedi. Vieni qui e succhiacelo, pervertito.»
Simone si spostò tra le gambe di Renato. Aprì la bocca e prese il cazzo grosso e venoso dell’anziano tra le labbra. Lo succhiò con avidità, facendo scorrere la lingua sulla cappella, scendendo lungo l’asta fino alle palle pesanti. Renato gemette e gli mise una mano sulla testa, spingendolo più a fondo.
Gino e Vittorio guardavano, segandosi più velocemente. Gino fu il primo a chiamare Simone:
«Vieni da me adesso.»
Simone passò a Gino. Il cazzo magro e lungo scivolò facilmente nella sua bocca. Lo succhiò con movimenti rapidi della testa, mentre con una mano accarezzava i piedi di Gino che gli premevano sul fianco.
Vittorio, ormai completamente preso, grugnì: «Tocca a me, frocio.»
Simone si spostò e prese in bocca il cazzo corto e spesso di Vittorio. Succhiava con forza, facendo rumori umidi e osceni, mentre le sue mani massaggiavano i piedi dei tre anziani che lo circondavano.
I tre vecchi si alternavano: Simone passava da un cazzo all’altro, succhiando, leccando, ingoiando più a fondo che poteva. L’aria era piena dell’odore di piedi sudati, di cazzi eccitati e di maschio anziano.
Renato fu il primo a non resistere più. Tirò fuori il cazzo dalla bocca di Simone e lo puntò verso il suo viso.
«Apri la bocca.»
Schizzò con forza: getti densi e caldi di sperma colpirono la lingua, le guance e il mento di Simone. Subito dopo Gino si alzò leggermente e venne sul viso e sul petto nudo del ragazzo, aggiungendo il suo sperma bianco e filante. Vittorio, grugnendo come un animale, afferrò Simone per i capelli e gli ficcò il cazzo in bocca fino in gola, venendo direttamente dentro. Simone ingoiò convulsamente, ma parte dello sperma gli colò comunque dagli angoli della bocca.
Quando i tre anziani ebbero finito, Simone era un disastro: il viso, il petto e il ventre erano coperti di schizzi di sperma denso, alcuni rivoli colavano sul collo e sulle spalle. Anche sui piedi dei tre vecchi erano finite alcune gocce.
Renato, ancora ansimante, ordinò con un ghigno:
«Adesso pulisci tutto, cagnolino. Con la lingua.»
Simone, eccitatissimo e umiliato, obbedì. Cominciò dai piedi di Renato: leccò accuratamente ogni goccia di sperma che era finita sul dorso e tra le dita, ingoiandola. Poi passò ai piedi di Gino, succhiando le dita sporche di sborra. Infine pulì i piedi di Vittorio, leccando il suo sperma misto a quello degli altri dalle piante callose e dalle ciabatte di gomma.
Dopo aver finito con i piedi, Simone continuò a leccare il proprio petto e il ventre, raccogliendo tutto lo sperma che riusciva a raggiungere e ingoiandolo con avidità sotto gli occhi dei tre vecchi.
I tre anziani lo guardavano in silenzio, respirando pesantemente, con un misto di disgusto, superiorità e una nuova, perversa soddisfazione.
Renato sorrise cattivo, premendo il piede sporco contro la guancia di Simone.
«Bravo. Hai preso la sborra di tre vecchi come un vero frocio. La prossima volta vediamo quanto riesci a prenderne ancora… magari tutti insieme nello stesso momento.»
Simone rimase in ginocchio, il viso e il corpo lucidi di saliva e sperma, il cazzo che gli pulsava dolorosamente tra le gambe, completamente sottomesso al nuovo gioco perverso che aveva coinvolto ormai tre anziani.
Il messaggio arrivò due sere dopo, alle 20:47:
«Domani 21:30. Stesso garage. Stavolta si fa sul serio. Porta la macchina fotografica carica e la scheda vuota. Non deluderci, frocio.»
Simone si presentò puntuale, già eccitato e terrorizzato. Quando entrò nel seminterrato trovò i tre anziani già pronti: Renato al centro, Gino e Vittorio ai lati. Avevano tolto scarpe e calzini. I piedi di Renato erano nudi e sudati, quelli di Gino nei suoi sandali di cuoio aperti, quelli di Vittorio nelle ciabatte di gomma nere. L’aria era calda e densa.
«Spogliati completamente,» ordinò Renato. «E dacci la macchina.»
Simone si tolse tutto, rimanendo nudo. Consegnò la Fujifilm a Renato, che la soppesò con un ghigno.
«Stasera fotograferemo il nostro cagnolino mentre fa le sue porcate. A turno. Vogliamo ricordi chiari di quanto sei depravato.»
I tre vecchi si sedettero sul divano largo, le gambe aperte, i cazzi già semi-eretti che spuntavano dai pantaloni abbassati. Simone fu fatto inginocchiare al centro, tra le loro gambe.
«Inizia,» disse Renato porgendo la macchina a Gino. «Prima i piedi. Tutti e tre insieme.»
Simone si ritrovò circondato. La lingua lavorava freneticamente: leccava il piede destro di Renato, poi passava al sinistro di Gino, poi succhiava le dita di Vittorio. I tre piedi anziani – robusti, magri, callosi – gli premevano sul viso, sul collo, sulle spalle. Gino scattava: click dopo click, primi piani della lingua di Simone che scivolava tra le dita sudate, del suo naso premuto contro talloni screpolati, della saliva che colava sul pavimento.
«Brutto schifoso,» mormorava Gino mentre fotografava. «Guarda che faccia da pervertito.»
Dopo qualche minuto passarono ai cazzi. Renato prese la macchina.
«Adesso succhia. Tutti e tre.»
Simone passava da un cazzo all’altro in modo caotico e famelico. Prendeva in bocca il grosso uccello di Renato fino in gola, poi passava al cazzo lungo e magro di Gino, poi al cazzo corto e spesso di Vittorio. I tre anziani gli tenevano la testa, spingendolo più a fondo a turno. Vittorio scattò una serie di foto mentre Simone aveva due cazzi premuti contro le guance e il terzo in bocca: la saliva che colava, gli occhi lucidi, il viso rosso.
«Cazzo, che immagine,» rise Vittorio. «Sembri un porco al banchetto.»
L’eccitazione salì rapidamente. I tre vecchi cominciarono a usare i piedi sul corpo nudo di Simone mentre lui succhiava. Renato gli premeva un piede sul petto, strofinando il tallone sui capezzoli. Gino gli massaggiava il cazzo duro con la pianta del piede, mentre Vittorio gli schiacciava le palle con le dita dei piedi. Simone gemeva intorno ai cazzi, il corpo che tremava.
Renato passò la macchina a Gino e ordinò:
«Sdraiati sulla schiena.»
Simone obbedì. I tre anziani si alzarono e lo circondarono in piedi. Ora era completamente sotto di loro. Un piede di Renato gli premeva sulla bocca, uno di Gino sul cazzo, uno di Vittorio sulle palle. Contemporaneamente, Simone aveva il cazzo di Renato in bocca, mentre con le mani segava quelli di Gino e Vittorio.
I click della macchina si susseguivano senza sosta. Chi non stava usando il cazzo o i piedi scattava: primi piani del piede di Renato che schiacciava la lingua di Simone, della pianta di Gino che strofinava l’asta bagnata di preseminale, della faccia di Simone distorta dal piacere mentre succhiava e veniva calpestato.
L’orgasmo di Simone arrivò improvviso e devastante. Senza che nessuno gli toccasse direttamente il cazzo (solo i piedi lo strofinavano), il corpo gli si irrigidì. Venne con violenza, schizzando potenti getti di sperma che colpirono il suo ventre, il petto e persino i piedi dei tre anziani sopra di lui.
«Guardate, sta sborrando solo con i nostri piedi!» esclamò Gino ridendo, mentre scattava il momento dell’orgasmo.
I tre vecchi non si fermarono. Accelerarono.
Renato fu il primo a venire. Tirò fuori il cazzo dalla bocca di Simone e gli sborrò direttamente in faccia: schizzi densi e caldi che gli coprirono fronte, guance, naso e bocca aperta. Gino e Vittorio lo imitarono subito dopo. Puntarono i cazzi verso il corpo nudo del ragazzo e vennero copiosamente: getti di sperma colpirono il petto, il ventre, le cosce e persino i piedi di Simone. Parte dello sperma finì anche sui loro stessi piedi mentre continuavano a premerli sul corpo del ragazzo.
Quando ebbero finito, Simone era ridotto a un disastro: il viso, il torso e il ventre completamente coperti di sperma denso e bianco, alcuni rivoli che colavano sul pavimento.
Renato prese la macchina per ultimo e scattò una lunga serie di foto “finali”.
«Adesso pulisci tutto,» ordinò con voce soddisfatta. «Con la lingua. E fai in modo che venga bene nelle foto.»
Simone, ancora ansimante, iniziò il lavoro umiliante. Leccò prima lo sperma dal proprio petto e ventre, ingoiandolo rumorosamente. Poi si dedicò ai piedi dei tre anziani: passò la lingua sui talloni, tra le dita e sulle piante, raccogliendo e succhiando ogni goccia di sborra mista a saliva che ci era finita sopra. Succhiò le dita di Renato, poi quelle di Gino, infine quelle di Vittorio, ingoiando tutto con evidente avidità mentre la macchina scattava senza sosta.
I tre vecchi lo guardavano dall’alto, ridacchiando e commentando:
«Che porco… lecca anche le nostre sborre dai nostri piedi.»
«Guarda come ingoia, sembra che gli piaccia più della sua.»
«Domani voglio vedere queste foto sul computer. Voglio rivedere che faccia da troia ha mentre ci pulisce.»
Quando Simone ebbe finito di leccare ogni traccia visibile, era esausto, il corpo lucido di saliva e residui di sperma, la bocca piena del sapore forte dei tre anziani.
Renato gli diede un ultimo colpetto con il piede sporco sulla guancia.
«Bravo cagnolino. Queste foto sono la nostra assicurazione. E la prossima volta… vedremo di spingere ancora più in là. Magari ti facciamo prendere tutto insieme, nello stesso momento.»
I tre anziani si risedettero, soddisfatti e sudati, mentre Simone rimaneva in ginocchio sul pavimento, completamente sottomesso e umiliato, con la consapevolezza che ormai il suo segreto era diventato un gioco collettivo e sempre più estremo.
Il messaggio arrivò tre giorni dopo, alle 19:12:
«21:00. Stesso posto. Niente vestiti per nessuno. Stasera ci lasciamo andare del tutto. Preparati il culo, frocio.»
Quando Simone entrò nel seminterrato trovò i tre anziani già completamente nudi. Era la prima volta che li vedeva così: corpi segnati dal tempo, pance prominenti, peli grigi sul petto e sulla pancia, cazzi pesanti che pendevano tra gambe robuste. Renato, massiccio e peloso, con il cazzo grosso già mezzo duro. Gino, magro e nervoso, con l’uccello lungo e venoso. Vittorio, tarchiato e basso, con il cazzo corto ma spesso come un pugno.
«Spogliati,» ordinò Renato con voce bassa e decisa. «Stasera non si gioca più. Vogliamo tutto. Vogliamo essere adorati nudi, come dei. E poi ti inculiamo uno dopo l’altro.»
Simone si tolse i vestiti in silenzio, il cuore che batteva fortissimo. Rimase nudo in ginocchio al centro della stanza.
I tre vecchi si alzarono e lo circondarono, completamente nudi, i corpi anziani esposti senza vergogna. «Ammiraci,» disse Gino, la voce già rauca di eccitazione. «Leccaci dappertutto. Piedi, palle, cazzi… tutto.»
Simone iniziò dal basso. La lingua passò sui piedi di Renato, poi su quelli di Gino, poi su quelli di Vittorio, leccando sudore, sporco e pelle callosa con devozione famelica. Salì lungo le gambe pelose, arrivò alle palle pesanti e rugose. Leccò e succhiò i testicoli di ognuno, uno dopo l’altro, mentre le mani accarezzavano cosce e culi flosci ma ancora forti.
I cazzi si indurirono rapidamente. Simone li prese in bocca a turno: prima il grosso di Renato, ingoiandolo fino in gola, poi il lungo di Gino, poi il tozzo di Vittorio. Succhiava con rumore osceno, la saliva che colava sul mento e sul petto.
Renato ansimava forte. «Basta preliminari. Sdraiati sul divano, culo per aria.»
Simone si posizionò a quattro zampe sul divano sfondato, il culo offerto. Renato fu il primo. Si sputò sulla mano, lubrificò il cazzo grosso e premette la cappella contro il buco di Simone.
«Respira, pervertito. Oggi ti apriamo per bene.»
Spinse dentro con un colpo deciso. Simone gemette forte, sentendo il cazzo spesso del vecchio che lo allargava. Renato non fu gentile: afferrò i fianchi di Simone e cominciò a inculare con colpi profondi e ritmici, il ventre peloso che sbatteva contro il culo del ragazzo. Gino e Vittorio guardavano, segandosi lentamente, e ogni tanto scattavano una foto con la macchina di Simone.
«Cazzo che culo stretto…» grugniva Renato. «Prendilo tutto, frocio.»
Dopo una decina di minuti Renato diede il cambio a Gino. Il cazzo lungo di Gino scivolò dentro più facilmente, arrivando più in fondo. Gino inculava con movimenti più veloci e nervosi, tenendo i piedi di Simone premuti contro il suo petto mentre lo fotteva.
Vittorio fu l’ultimo. Il suo cazzo corto e spesso aprì Simone ancora di più. Vittorio era il più brutale: afferrò Simone per i capelli e lo inculò con forza, sbattendogli le palle contro il culo, grugnendo come un animale.
Mentre uno lo inculava, gli altri due gli ficcavano i piedi in faccia o gli facevano succhiare i cazzi. Simone era completamente usato: culo pieno, bocca piena, piedi anziani ovunque sul viso e sul corpo. Veniva inculato a turno senza sosta, il buco sempre più aperto e bagnato di saliva e preseminale.
Renato fu il primo a venire. Tirò fuori il cazzo all’ultimo secondo e sborrò con forza dentro il culo di Simone, riempiendolo di sperma caldo e denso. Gino lo seguì poco dopo, venendo direttamente dentro con lunghi schizzi. Vittorio, eccitatissimo, aspettò che Simone fosse già pieno e gli inculò ancora più forte, venendo alla fine con grugniti profondi, aggiungendo il suo sperma al casino che aveva dentro.
Quando i tre ebbero finito, Simone era distrutto: il culo rosso e gocciolante di sborra, il corpo coperto di sudore e saliva, la bocca gonfia.
«Adesso pulisci,» ordinò Renato, ancora ansimante. «Con la lingua. Tutto.»
Simone, obbediente e stordito dal piacere, si voltò e cominciò a leccare i cazzi ancora semi-duri dei tre vecchi, succhiando via gli ultimi residui di sperma e il sapore del suo stesso culo. Poi passò ai piedi, leccando ogni goccia di sudore e sborra che ci era finita sopra durante la scopata.
I tre anziani, nudi e sudati, lo guardavano soddisfatti e increduli.
Renato gli diede un colpetto sul culo ancora aperto con la pianta del piede.
«Hai preso la sborra di tre vecchi nel culo come una vera troia. Da oggi non c’è più limite. La prossima volta ti inculiamo tutti e tre insieme… e ti facciamo anche pisciare addosso mentre ti riempiamo.»
Simone rimase sdraiato sul divano, il culo che stillava sperma, il corpo segnato dai piedi e dalle mani dei tre anziani, completamente perso nel suo nuovo ruolo di schiavo perverso.
L’incontro successivo fu il più duro fino a quel momento. I tre anziani sembravano aver deciso di spingersi oltre ogni limite. Appena Simone entrò nel garage, venne spogliato brutalmente e buttato sul divano a quattro zampe.
Per quasi un’ora lo usarono senza pietà. Renato lo inculò per primo con violenza, riempiendogli il culo di sborra. Gino lo seguì, più nervoso ma altrettanto profondo. Vittorio chiuse la fila, inculandolo mentre gli teneva i piedi premuti sulla faccia. Poi ricominciarono daccapo, alternandosi, riempiendolo di sperma fino a farglielo colare lungo le cosce in rivoli densi e caldi. Lo fecero leccare i loro piedi sporchi di sudore e sborra, gli pisciarono addosso uno dopo l’altro (Renato direttamente in bocca), lo umiliarono chiamandolo “troia da culo”, “frocio schifoso”, “pervertito dei piedi vecchi”.
Quando finalmente ebbero finito, Simone era distrutto: sdraiato sul pavimento, il culo rosso e spalancato che stillava sperma misto a piscio, il corpo coperto di saliva, sudore e schizzi, il viso lucido e umiliato.
Renato, ancora nudo e sudato, lo guardò dall’alto con disprezzo e rise.
«Guardati… sei proprio uno schifo. Un frocio di quarantotto anni che si fa sfondare il culo da tre vecchi etero. Sei disgustoso. Noi almeno siamo uomini veri, ci piacciono le donne. Tu invece sei solo un buco da usare.»
Gino annuì, ancora col cazzo semi-duro. «Esatto. Noi abbiamo avuto mogli, fighe vere per tutta la vita. Tu sei solo una deviazione malata.»
Vittorio sputò per terra vicino alla faccia di Simone. «Frocio schifoso. Ci fai schifo.»
Fu in quel momento che qualcosa dentro Simone si spezzò.
Si alzò lentamente sulle ginocchia, il corpo che tremava, ma gli occhi improvvisamente pieni di rabbia. La voce gli uscì bassa all’inizio, poi sempre più forte e tagliente:
«Sapete una cosa? Siete patetici. Tutti e tre. Vi vantate di essere etero, di amare la figa, di essere “uomini veri”… ma guardatevi! Siete qui, nudi, con il cazzo ancora mezzo duro dopo avermi inculato per un’ora, avermi pisciato in bocca e avermi usato come una troia. Vi siete fatti leccare i piedi sudati, vi siete fatti succhiare il cazzo, vi siete fatti ingoiare la sborra… e vi eccita da morire. Siete voi i pervertiti, cazzo! Io almeno ho il coraggio di ammettere quello che mi piace. Voi invece vi nascondete dietro la vostra finta eterosessualità da vecchi duri mentre vi divertite a fare le cose più porche proprio con un uomo. Con un frocio, come dite voi. Quindi chi è che dovrebbe vergognarsi davvero?»
Silenzio.
Un silenzio pesante, denso, cadde nel garage. I tre anziani rimasero immobili, come fulminati.
Renato, che di solito era il più aggressivo, aprì la bocca ma non disse niente. Il suo viso passò dal disprezzo a un’espressione confusa, quasi smarrita. Gino abbassò lo sguardo sui propri piedi nudi, poi sul suo cazzo ancora bagnato di saliva di Simone. Vittorio si grattò la pancia pelosa, visibilmente a disagio.
«Cazzo…» mormorò infine Gino, la voce incerta. «Non l’avevo mai vista in questo modo…»
Renato si passò una mano sulla faccia, sedendosi pesantemente sul divano. Sembrava che le parole di Simone gli stessero scavando dentro.
«Siamo sempre stati uomini normali…» disse piano, più a se stesso che agli altri. «Mogli, amanti, fighe… e adesso… guarda cosa stiamo facendo. E il peggio è che… ci piace. Mi piace vederti leccarmi i piedi. Mi piace incularti. Mi piace venirti in faccia.»
Vittorio, il più silenzioso dei tre, si sedette anche lui. «Forse siamo tutti un po’ froci dentro… o forse non siamo mai stati così etero come credevamo.»
L’atmosfera nel garage era cambiata radicalmente. Non c’era più solo umiliazione e dominio. C’era confusione, riflessione, quasi un senso di vergogna collettiva.
Simone, ancora sporco di sperma e piscio, li guardava uno per uno, respirando affannosamente. Per la prima volta da settimane si sentiva meno schiavo e più uomo.
Renato lo fissò a lungo, poi disse con voce bassa, quasi stupita:
«Hai ragione, Simone. Forse siamo noi i più ipocriti qui dentro.»
Fece una lunga pausa, poi aggiunse, quasi in un sussurro:
«E questo… cambia parecchie cose.»
Il silenzio nel garage seminterrato era così pesante che si sentiva solo il rumore lontano di una moto che passava in strada. Simone era ancora in ginocchio sul pavimento sporco, il corpo nudo coperto di sperma, piscio e saliva, il culo che pulsava e colava lentamente. I tre anziani, completamente nudi, sedevano sul divano sfondato: Renato al centro, massiccio e peloso, Gino magro e nervoso alla sua destra, Vittorio tarchiato e silenzioso alla sinistra.
Le parole di Simone avevano colpito come un ceffone.
Renato fu il primo a parlare, la voce bassa e incerta, come se stesse assaggiando un sapore nuovo e amaro.
«Cazzo, Simone… hai detto una cosa che… non so. Noi tre ci siamo sempre raccontati la stessa storia: “Siamo uomini veri. Ci piacciono le donne. La figa, le tette, il culo di una femmina”. Io ho scopato mia moglie per quarant’anni, ho guardato solo porno etero, ho avuto amanti donne anche dopo che è morta. E adesso… guardami.»
Si toccò il cazzo ancora mezzo duro, sporco di saliva e residui di sborra.
«Mi si drizza guardando te che mi lecchi i piedi sudati. Mi eccita da morire vederti con il mio cazzo in gola. E quando ti inculo… porca troia, mi sento potente come non mi sentivo da vent’anni. È solo potere? O è perché sei un uomo? Perché è un culo stretto di maschio?»
Gino si passò una mano tra i capelli radi, visibilmente agitato. Il suo cazzo lungo e venoso era ancora turgido, puntato verso l’alto.
«Io… io ho sempre detto che i froci mi facevano schifo. Al bar, con gli amici, ridevo delle battute omofobe. Ma da quando è iniziata questa storia… non riesco a smettere di pensarci. Quando ti vedo inginocchiato che mi succhi le dita dei piedi, che mi lecchi le palle… sento una cosa dentro che non ho mai sentito con una donna. Non è solo eccitazione. È… più sporca. Più vera. Come se tutta la mia vita etero fosse stata una recita. E se invece mi piacesse proprio questo? Il sapore di maschio, l’odore di piedi vecchi, il culo di un uomo che si fa usare?»
Fece una pausa, deglutendo. La voce gli tremava leggermente.
«Forse non sono mai stato etero al cento per cento. Forse mi sono nascosto dietro le fighe perché era più facile. Perché la società, la famiglia, gli amici… tutti si aspettavano quello. E adesso, a settantacinque anni, scopro che mi eccita da morire essere guardato da un uomo mentre mi sega il cazzo.»
Vittorio, il più burbero e silenzioso dei tre, si mosse a disagio. Il suo cazzo corto e spesso era ancora lucido di saliva di Simone. Si schiarì la gola, come se le parole gli costassero fatica.
«Io ho sempre pensato che gli uomini che fanno queste cose fossero malati. Deviati. Io ho avuto tre figlie, ho scopato solo donne in vita mia. Ma quando ti ho inculato stasera… quando ho sentito il tuo culo stringermi il cazzo e ho visto la tua faccia da troia mentre ti riempivo di sborra… mi sono sentito vivo. Non è solo sesso. È qualcosa di proibito. Di sporco. E mi piace proprio perché è con un uomo. Perché è con te, che sei più giovane, che ci adori i piedi, che ingoi tutto. Mi fa venire voglia di spingermi oltre. Di farti cose che non ho mai fatto nemmeno con mia moglie.»
Guardò gli altri due, poi Simone.
«Forse siamo tutti un po’ bisessuali e non ce lo siamo mai detti. O forse è l’età. Forse dopo una vita intera di “uomini veri” abbiamo bisogno di qualcosa di diverso per sentirci ancora maschi. Non lo so. Ma quello che so è che… non voglio smettere. E questo mi fa paura. Perché se ammetto che mi piace inculare un uomo, che mi piace vederti leccare la mia sborra dai miei piedi… allora tutta la mia vita etero diventa una mezza bugia.»
Renato annuì lentamente, lo sguardo perso nel vuoto.
«Hai ragione tu, Simone. Siamo noi i più ipocriti. Ci vantiamo di amare la figa, di essere omofobi, di essere “normali”… ma veniamo qui tre volte alla settimana a fare le cose più porche che si possano immaginare proprio con un uomo. Ti usiamo come una puttana, ti pisciamo in bocca, ti riempiamo di sborra… e ci piace più di quanto ci sia mai piaciuto con una donna. Forse il nostro gusto non è mai stato solo etero. Forse c’è sempre stato qualcosa di nascosto, qualcosa che abbiamo represso per tutta la vita. E adesso, grazie a te, sta venendo fuori.»
Gino si passò una mano sul viso.
«Forse non siamo nemmeno omofobi. Forse odiamo solo l’idea di essere come te… perché abbiamo paura di esserlo anche noi.»
Vittorio aggiunse, quasi sottovoce:
«E il bello è che… più lo facciamo, più mi eccita ammetterlo.»
I tre anziani rimasero in silenzio per un lungo momento, nudi, sudati, con i cazzi ancora semi-eretti. Non c’era più solo dominio o umiliazione. C’era una strana, nuova intimità. Una confessione collettiva.
Simone, ancora sporco e dolorante, li guardava senza dire niente. Per la prima volta sentiva di non essere più solo il loro giocattolo. Le sue parole avevano aperto una crepa profonda nelle loro certezze.
Renato lo fissò negli occhi, la voce più bassa ma ferma:
«Forse da oggi le cose cambiano, Simone. Non so ancora come… ma non possiamo più fingere che sia solo un gioco da froci. È anche il nostro gioco. E dobbiamo capire cosa cazzo siamo davvero.»
Fece una pausa, poi aggiunse con un mezzo sorriso amaro:
«Ma una cosa è certa: domani sera torni qui. E questa volta… parliamo prima di scopare. Vogliamo capire fino in fondo questi nostri gusti del cazzo.»
Il garage era immerso in una tensione nuova, elettrica. Non più solo perversione. Ma una riflessione cruda, profonda e inevitabile sui desideri più nascosti di tre vecchi che, per la prima volta nella vita, stavano mettendo in discussione tutto ciò che credevano di essere.
La sera dopo, alle 21:00 precise, Simone bussò alla porta verde del seminterrato. L’atmosfera era diversa. Non c’era più solo l’ordine secco di spogliarsi. I tre anziani erano già nudi, seduti sul divano, ma sembravano più pensierosi che aggressivi.
Renato parlò per primo, la voce grave:
«Entra e spogliati. Stasera niente recita. Niente “frocio schifoso” a comando. Vogliamo parlare. E poi… vogliamo esplorare questa cosa che ci hai messo in testa.»
Simone si spogliò lentamente e rimase in piedi davanti a loro. Il suo cazzo era già mezzo duro per la tensione.
Gino fu il primo a confessare, guardando per terra:
«Ieri notte non ho dormito. Ho continuato a pensare a quello che hai detto. Ho sessant’anni di vita etero alle spalle… e adesso mi rendo conto che mi eccita da morire sottomettere un uomo. Ma non solo. Mi eccita anche l’idea di… provare il contrario. Di farmi usare. Non so se ne avrò il coraggio, ma voglio capirlo stasera.»
Vittorio annuì, rosso in viso. «Anch’io. Mi sono sempre sentito il maschio alfa. Adesso voglio vedere cosa si prova a essere quello che riceve. Almeno un po’.»
Renato, il più orgoglioso dei three, sospirò profondamente:
«Io ho sempre comandato. Sempre. Ma da quando mi hai detto quelle cose… mi sono segato due volte pensando a te che mi inculi. È una cosa che mi fa vergognare e mi eccita insieme. Stasera proviamo. Senza fretta. Ma vogliamo tutto.»
Simone sentì un brivido potente. Il potere stava cambiando mano, almeno in parte.
Iniziarono lentamente. I tre anziani si sdraiarono sul grande divano e sul materasso che avevano portato. Simone si dedicò a loro con una nuova autorità consapevole.
Leccò i piedi di Renato con lentezza esasperante, succhiando ogni dito mentre l’anziano gemeva piano. Poi passò a Gino e Vittorio. Mentre adorava i loro piedi, loro si confessavano apertamente:
«Mi piace l’odore… mi è sempre piaciuto,» mormorò Gino mentre Simone gli leccava la pianta. «Anche quando ero sposato, mi eccitavo quando mia moglie tornava sudata dal lavoro. Ma non l’ho mai ammesso.»
Renato, con la voce roca: «Io voglio essere adorato… ma voglio anche sentire cosa si prova a essere penetrati. Piano. Non sono pronto per tutto insieme.»
Il sesso divenne più estremo ma profondamente consapevole.
Simone fece sdraiare Renato sulla schiena, gli alzò le gambe robuste e cominciò a leccargli il buco del culo con passione. Renato, il grande dominante di sempre, gemette forte, afferrando la testa di Simone.
«Cazzo… nessuno mi ha mai leccato lì… è… è sporco e bellissimo.»
Mentre Simone gli mangiava il culo, Gino e Vittorio gli succhiavano il cazzo a turno, goffamente ma con evidente curiosità e desiderio. Due vecchi etero che per la prima volta prendevano in bocca un cazzo. Le loro confessioni continuavano tra un gemito e l’altro:
Gino, con il cazzo di Simone tra le labbra: «Sapevo che mi sarebbe piaciuto… il sapore è forte… mi fa sentire troia.»
Vittorio: «Ho sempre detto che succhiare il cazzo era da froci… e invece guardami, sto colando solo a farlo.»
Poi arrivò il momento più estremo.
Renato volle essere il primo a farsi inculare. Si mise a quattro zampe, il culo grosso e peloso offerto. Simone lo penetrò lentamente, centimetro dopo centimetro. Renato grugniva, stringendo i denti, ma spingeva indietro.
«Più forte… voglio sentirlo. Voglio capire perché mi eccita farmi fottere da un uomo.»
Simone lo inculò con colpi profondi e decisi mentre Gino e Vittorio guardavano, segandosi. Poi fu il turno di Gino: si sdraiò sulla schiena, gambe alzate, e si fece prendere guardandolo negli occhi. Piangeva quasi per l’intensità emotiva mentre Simone lo fotteva.
Vittorio, il più tarchiato, volle essere inculato mentre leccava i piedi di Renato. La doppia sensazione lo fece impazzire.
Alla fine i ruoli si ribaltarono del tutto per qualche minuto: i tre anziani si misero in ginocchio intorno a Simone e lo adorarono. Gli leccarono i piedi, gli succhiarono il cazzo tutti e tre insieme, gli baciarono il petto e le palle. Era un’adorazione goffa, inesperta, ma piena di eccitazione repressa per decenni.
Simone venne prima, schizzando sulla faccia di Renato. I tre anziani, eccitatissimi dalla novità, vennero poco dopo uno dopo l’altro: Renato sul petto di Simone, Gino sulle sue cosce, Vittorio sui suoi piedi.
Esausti e sudati, rimasero tutti e quattro sdraiati sul materasso.
Renato, con il respiro ancora pesante, disse:
«Ho capito una cosa stasera. Non siamo più solo tre vecchi etero che si divertono con un frocio. Siamo quattro uomini che stanno scoprendo che il desiderio non ha regole fisse. Mi è piaciuto farmi inculare. Mi è piaciuto succhiarti il cazzo. E mi eccita ancora da morire dominarti. Forse possiamo fare entrambe le cose.»
Gino aggiunse, quasi timidamente:
«Da oggi niente più insulti gratuiti. Vogliamo continuare… ma da persone consapevoli. Vogliamo esplorare tutto. Dominio, sottomissione, piedi, cazzi, culi… senza più nasconderci dietro la finta eterosessualità.»
Vittorio sorrise per la prima volta, stanco ma sereno:
«Alla nostra età… meglio tardi che mai.»
Simone, sdraiato in mezzo a loro, sporco di sborra e saliva, sentì per la prima volta una strana forma di potere e connessione.
L’estate era diventata qualcosa di molto più profondo e oscuro di quanto chiunque di loro avesse immaginato.
L’incontro successivo non fu più un “gioco”. Fu una confessione collettiva nuda, letteralmente e metaforicamente.
I tre anziani avevano chiesto a Simone di arrivare un’ora prima. Quando entrò nel garage, trovò Renato, Gino e Vittorio già spogliati, seduti in cerchio su cuscini e materassi che avevano disposto per terra. Niente ordini secchi. Solo una bottiglia di vino rosso e quattro bicchieri.
Renato versò per tutti e parlò per primo, la voce bassa e quasi incerta:
«Abbiamo parlato tra noi, Simone. Per ore. Al telefono, al bar, di notte. Quello che hai detto l’ultima volta ci ha scombussolato. Non è solo sesso. È che… stiamo capendo di essere bisessuali. Non gay. Non etero al cento per cento. Bisessuali. E a settant’anni suonati è una roba che fa paura.»
Gino annuì, guardando il suo bicchiere. Il suo corpo magro tremava leggermente.
«Io ho sempre saputo di provare qualcosa per gli uomini, ma l’ho seppellito. Quando ero giovane, al militare, c’era un compagno che mi guardava in un certo modo… mi sono toccato pensando a lui per anni, poi mi sono sposato e ho spento tutto. Adesso, con te, è come se quel desiderio fosse esploso. Mi piace dominarti, sì. Mi piace vederti leccarmi i piedi e succhiarmi il cazzo. Ma mi eccita anche l’idea di essere io quello che si fa usare. Non è 50 e 50. È… fluido. A volte voglio essere il maschio che comanda, altre volte voglio sentirmi desiderato come una troia. È strano, no? Aver passato tutta la vita a scopare fighe e scoprire solo ora che il corpo di un uomo mi fa venire più forte.»
Vittorio, il più tarchiato e burbero, si passò una mano sulla pancia pelosa. La sua voce era rauca:
«Per me è diverso. Io non ho mai avuto dubbi. Pensavo di essere etero puro. Ma quando ti ho inculato e ho sentito il tuo culo stringermi… e soprattutto quando ho visto te che godevi solo perché ti stavo usando… qualcosa è scattato. Non è solo il culo stretto. È il potere, sì, ma anche la resa. Mi eccita l’idea di un uomo che mi vuole. Che mi desidera proprio perché sono vecchio, peloso, imperfetto. È come se tutta la mia mascolinità etero fosse una maschera. E adesso che l’ho tolta… mi sento più maschio di prima. Strano, eh?»
Renato bevve un sorso lungo, poi guardò Simone negli occhi.
«Io sono il più incasinato. Mi piace ancora comandare. Mi piace umiliarti, farti leccare i miei piedi sudati, incularti fino a farti urlare. Ma da quando mi hai inculato l’ultima volta… non riesco a smettere di pensarci. Il tuo cazzo dentro di me mi ha fatto sentire vulnerabile in un modo che non conoscevo. E mi è piaciuto. Non sono più solo il vecchio etero che si diverte con un frocio. Sono un uomo che desidera altri uomini. E anche le donne, ancora. Ma adesso lo so: posso desiderare entrambi. E questo mi fa sentire… libero. E terrorizzato allo stesso tempo.»
Simone ascoltava in silenzio, nudo anche lui. Per la prima volta sentiva che non era più solo il loro oggetto. Era parte di un percorso condiviso.
La tensione sessuale crebbe lentamente, ma in modo diverso. Non era più rabbia repressa. Era desiderio consapevole.
Iniziarono con i piedi, come sempre. Ma questa volta era reciproco. Simone leccava i piedi di Renato mentre Gino e Vittorio gli leccavano i suoi. I vecchi si alternavano: uno dominava, l’altro si sottometteva. Renato fece sdraiare Simone e gli infilò il cazzo in bocca mentre Gino gli leccava il culo con una fame nuova, confessando tra un colpo di lingua e l’altro:
«Mi piace il sapore di uomo… il tuo culo ha un sapore che nessuna figa ha mai avuto. È sporco, è reale.»
Poi i ruoli si ribaltarono. Gino si mise a quattro zampe e chiese a Simone di incularlo mentre Renato gli teneva la testa sul suo cazzo. Gino gemeva, il viso rosso:
«Più forte… voglio sentirmi usato. Voglio capire fino in fondo cosa mi sono negato per tutta la vita.»
Vittorio osservava, segandosi lentamente, e quando toccò a lui si fece penetrare da Simone mentre leccava i piedi di Gino. Il suo corpo tarchiato tremava.
«Cazzo… è così intenso. Non è solo piacere fisico. È come se mi stessi scopando anche la testa. Tutti quegli anni a dire “froci di merda”… e adesso sono io quello che si fa fottere.»
L’orgasmo finale fu collettivo e caotico. Simone venne dentro Vittorio, riempiendolo. Renato e Gino sborrarono quasi contemporaneamente sul petto e sul viso di Simone, ma questa volta non c’era umiliazione gratuita: c’erano sguardi, carezze goffe, baci sulle spalle e sul collo.
Dopo, mentre erano tutti e quattro sdraiati, sudati e intrecciati, Renato disse piano:
«Questa è la nostra bisessualità. Non è una moda. Non è un gioco. È reale. A volte dominiamo, a volte ci facciamo dominare. A volte ci piace il corpo maschile proprio perché è maschile: peli, odore forte, cazzi duri, piedi callosi. Altre volte ci manca ancora la figa, la morbidezza di una donna. Ma non dobbiamo più fingere. Possiamo essere tutto questo insieme.»
Gino aggiunse, quasi timidamente:
«E tu, Simone… ci hai aperto una porta che non sapevamo esistesse. Grazie. Anche se all’inizio ti abbiamo trattato di merda.»
Vittorio rise piano, una risata liberatoria.
«Alla nostra età… meglio scoprire tardi che non scoprire mai.»
L’estate romana continuava fuori, calda e indifferente. Dentro il garage, quattro uomini stavano imparando a convivere con una verità nuova: il desiderio non ha età, non ha etichette fisse, e a volte arriva proprio quando pensi di aver già vissuto tutto.
L’incontro successivo fu Simone stesso a proporlo. Mandò un messaggio chiaro al gruppo:
«Voglio venire domani sera. Voglio essere usato da tutti e tre insieme. Voglio sentirvi maschi veri che si prendono il loro piacere senza vergogna. Voglio essere il vostro sfogo.»
Quando arrivò al garage, l’atmosfera era carica. I tre anziani erano già nudi, in piedi, con i cazzi semi-eretti. Non c’erano più troppe parole preliminari.
Simone si spogliò lentamente davanti a loro, poi si mise in ginocchio e alzò lo sguardo.
«Ho bisogno di dirvelo chiaro,» disse con voce bassa ma ferma, arrossendo. «La cosa che mi eccita di più al mondo è essere usato da voi tre. Da tre vecchi porconi, etero da una vita, con i piedi sudati, i cazzi vecchi e le pance grosse. Mi fa impazzire sentirvi mentre mi inculate, mentre mi riempite, mentre commentate tra di voi quanto sono troia, quanto vi piace fottere un uomo più giovane. Non voglio delicatezza stasera. Voglio sentirvi godere forte, senza vergogna, come maschi che si prendono quello che vogliono.»
Renato sorrise con un ghigno carico di eccitazione nuova. Il suo cazzo grosso si indurì completamente.
«Hai sentito, ragazzi? Il nostro cagnolino vuole sentirsi usato da tre vecchi porci. E noi glielo daremo.»
Gino e Vittorio annuirono, gli sguardi già famelici. La confessione di Simone aveva tolto ogni residuo di imbarazzo. Si sentivano potenti, virili, autorizzati a godere senza filtri.
Lo misero sul materasso a quattro zampe. Renato fu il primo a prenderlo. Gli infilò il cazzo spesso nel culo già lubrificato con la saliva e cominciò a fotterlo con colpi decisi, profondi, tenendogli i fianchi con le mani grandi.
«Cazzo che culo stretto che hai… ancora dopo tutte le volte che te l’abbiamo sfondato,» grugnì Renato. «Ti piace eh, essere inculato da un vecchio di settantotto anni?»
Simone gemette forte: «Sì… mi piace da morire…»
Gino si mise davanti a lui e gli spinse il cazzo lungo in bocca, tenendogli la testa con una mano.
«Succhialo bene, troia. Senti che sapore ha il cazzo di un nonno? Ti eccita vero? Sentire tre vecchi che ti usano come una puttana.»
Vittorio, intanto, gli premeva i piedi callosi sulla schiena e sulle spalle, strofinandoglieli addosso mentre commentava:
«Guarda come si fa fottere… un uomo di quarantotto anni che apre il culo per tre porconi come noi. Sei proprio nato per questo.»
Cambiarono posizione. Simone venne messo a cavalcioni su Renato, che lo impalò dal basso con forza. Gino gli si mise dietro e, dopo aver sputato abbondantemente, cercò di entrare nello stesso buco insieme a Renato. Simone urlò di piacere e dolore quando sentì i due cazzi vecchi che lo allargavano contemporaneamente.
«Porca troia… due cazzi di vecchi dentro lo stesso culo,» ansimò Gino spingendo. «Lo senti come ti stiamo sfondando? Sei il nostro buco comune stasera.»
Vittorio gli ficcò il cazzo corto e grosso in bocca, tenendogli la testa ferma.
«Succhialo mentre ti inculano in due. Bravo… così. Sei proprio la nostra troia personale.»
Simone era al limite dell’estasi. Il corpo gli tremava, il culo era completamente spalancato dai due cazzi che lo martellavano a ritmo alternato, la bocca piena del cazzo di Vittorio. Gemiti, insulti bonari, commenti crudi riempivano il garage:
Renato: «Cazzo se è bello fottere un uomo più giovane… mi sento di nuovo ventenne.»
Gino: «Guarda come gli cola la saliva dal mento… gli piace da morire prenderlo da tre vecchi porconi.»
Vittorio: «Succhia più forte, bello. Voglio venirti in gola mentre gli altri due ti riempiono il culo.»
Simone, con la bocca piena, riusciva solo a mugolare di piacere. La confessione di prima era vera: era proprio quello che lo faceva impazzire. Sentirli godere, sentirli parlare tra loro come maschi dominanti che si stavano prendendo il loro piacere senza vergogna, lo portò rapidamente al limite.
Venne per primo senza toccarsi, schizzando sul ventre di Renato mentre i due cazzi continuavano a martellargli dentro. I tre anziani non si fermarono. Accelerarono.
Renato venne per primo, riempiendo il culo di Simone con potenti schizzi caldi. Gino lo seguì pochi secondi dopo, aggiungendo la sua sborra densa nello stesso buco già stracolmo. Vittorio tirò fuori il cazzo dalla bocca di Simone all’ultimo momento e gli sborrò sulla faccia e sulla lingua, grugnendo forte.
I tre vecchi rimasero dentro e sopra di lui per qualche minuto, ansimando, accarezzandogli la schiena e i fianchi con le mani callose.
Renato, ancora col cazzo mezzo duro dentro di lui, mormorò con voce soddisfatta:
«Hai capito, Simone? Noi tre ci sentiamo maschi proprio così. A fotterti. A usarti. A godere di un uomo più giovane senza più nasconderci. E tu… tu sei fatto per prenderci tutti e tre.»
Simone, esausto, coperto di sperma e sudore, con il culo che stillava sborra, sorrise debolmente e rispose con voce rauca:
«Sì… è esattamente quello che voglio. Continuate a usarmi così. Senza vergogna. Da vecchi porconi veri.»
I quattro uomini rimasero intrecciati sul materasso, respiri pesanti e corpi caldi. La dinamica aveva trovato un nuovo equilibrio: consapevole, crudo, profondamente eccitante per tutti.
Qualche sera dopo, Simone arrivò al garage con un’urgenza diversa negli occhi. Appena entrò e vide i tre anziani già nudi ad aspettarlo, chiuse la porta e parlò senza giri di parole:
«Stasera voglio spingermi oltre. Voglio i vostri piedi. Tutti e tre. Voglio prenderli in bocca, succhiarvi le dita, leccarvi i talloni… e voglio sentire le vostre dita dei piedi sul mio buco. Voglio che me lo stuzzichiate, che me lo apriate, che mi usiate anche con i piedi. È la cosa che mi eccita di più in questo momento.»
Renato, Gino e Vittorio si guardarono per un secondo, poi sorrisero con quel misto di sorpresa e lussuria consapevole che ormai li caratterizzava.
«Porca troia,» mormorò Renato, già con il cazzo che iniziava a indurirsi. «Il nostro ragazzo vuole farsi fottere anche dai nostri piedi vecchi e callosi. Va bene… accontentiamolo.»
Lo fecero sdraiare supino sul materasso, con un cuscino sotto i lombi per sollevargli il bacino. Simone aprì le gambe senza vergogna, offrendosi completamente.
Iniziarono lentamente, ma con intensità crescente.
Renato fu il primo. Si sedette di fianco a Simone e gli spinse il piede destro grande e carnoso direttamente sulla faccia. Simone aprì la bocca avidamente e prese in bocca il pollice spesso e calloso, succhiandolo come se fosse un cazzo. Poi ne aggiunse un altro, e un altro ancora, fino ad avere tre dita del piede di Renato in bocca, la lingua che leccava freneticamente tra di esse, assaporando il gusto salato di sudore e pelle vecchia.
«Guarda come lecca… sembra affamato,» commentò Renato con voce roca, muovendo leggermente il piede dentro la bocca di Simone. «Succhiale bene, bello. Sono piedi di settantotto anni, sudati dopo tutto il giorno.»
Gino e Vittorio non rimasero a guardare. Gino gli portò il suo piede magro e venoso sulla bocca, alternandosi con Renato. Simone passava da un piede all’altro, succhiando dita, leccando piante, prendendo addirittura mezzo piede in bocca quando riusciva, con la saliva che colava copiosamente sul mento e sul collo.
Vittorio, intanto, si posizionò tra le gambe di Simone. Con il piede destro cominciò a strofinare la pianta callosa sul cazzo e sulle palle di Simone, poi scese più giù. La punta del suo alluce grande e duro trovò il buco già pulsante e cominciò a premere circolarmente.
«Vuoi sentirle dentro, eh?» grugnì Vittorio. «Vuoi le dita di un vecchio porco nel culo?»
Simone mugolò di sì intorno alle dita dei piedi di Renato che aveva in bocca. Vittorio sputò abbondantemente sul proprio piede e sull’ano di Simone, poi spinse lentamente. Prima l’alluce entrò, poi cercò di farne entrare un secondo. Simone ansimò forte, il buco che si contraeva intorno alle dita callose del piede di Vittorio.
Renato e Gino intensificarono il gioco sulla bocca: ora entrambi gli spingevano i piedi sulla faccia contemporaneamente. Simone aveva quattro, cinque dita tra le labbra, la bocca spalancata al massimo, la lingua che lavorava senza sosta mentre gemeva di piacere.
Vittorio continuava a spingere con il piede, ruotando, entrando e uscendo dal buco di Simone con l’alluce e il secondo dito, mentre con l’altro piede gli massaggiava il cazzo duro.
«Cazzo, guardate che troia,» disse Gino eccitatissimo. «Si sta facendo fottere il culo con un piede mentre ci succhia le dita come un disperato.»
Simone era in estasi totale. Il sapore forte dei piedi dei tre vecchi gli riempiva la bocca, l’odore acre gli entrava nel naso, mentre sentiva le dita callose di Vittorio che gli aprivano il buco con movimenti lenti ma decisi. Il contrasto tra la ruvidità della pelle dei piedi e la sensibilità del suo ano lo stava facendo impazzire.
«Più dentro…» riuscì a biascicare Simone quando gli tolsero momentaneamente i piedi dalla bocca. «Voglio sentire le vostre dita dei piedi nel culo… tutte quante se possibile.»
I tre anziani cambiarono posizione. Renato e Gino gli sollevarono le gambe e gliele tennero aperte, mentre Vittorio continuava a lavorare con il piede. Poi anche Renato provò: il suo piede più grosso e carnoso premette contro il buco già dilatato. Riuscì a far entrare l’alluce e parte del secondo dito, allargando Simone in modo quasi doloroso ma estremamente eccitante.
Simone tremava, il cazzo che pulsava violentemente senza essere toccato.
«Sono tre vecchi porconi che ti stanno usando i piedi per aprirti il culo,» gli sussurrò Renato all’orecchio, spingendo il piede più a fondo. «Ti piace, vero? Sentire le nostre dita callose dentro di te?»
Simone venne con un urlo strozzato. Schizzò getti potenti di sperma sul proprio ventre e sul petto senza che nessuno gli toccasse il cazzo, mentre aveva due dita del piede di Renato dentro al culo e le dita di Gino e Vittorio in bocca.
I tre anziani non si fermarono subito. Continuarono a usare i piedi sul suo corpo, strofinandoglieli addosso, facendogli leccare lo sperma che era finito sulle loro dita, fino a quando anche loro vennero uno dopo l’altro: Renato sul suo petto, Gino sulla sua faccia, Vittorio sulle sue cosce.
Quando finalmente si fermarono, Simone era distrutto, il buco rosso e leggermente aperto, il corpo coperto di saliva, sudore e sborra.
Renato gli accarezzò la guancia con il piede ancora umido.
«Sei proprio senza limiti, eh?» disse con un sorriso soddisfatto. «E noi… noi stiamo scoprendo che ci piace da morire spingerti sempre più oltre.»
Simone, ancora ansimante, sorrise debolmente e mormorò:
«Voglio andare ancora più in là la prossima volta…»
Renato gli aveva scritto solo due parole:
«Domani 21:00. Porta fame. Non sarai solo con noi tre.»
Quando Simone entrò nel garage seminterrato, l’aria era già densa di odore di maschio anziano. Non erano più solo Renato, Gino e Vittorio. C’erano altri quattro vecchi del parco, tutti tra i settanta e gli ottantadue anni, invitati da Renato con un semplice «Venite a vedere che troia abbiamo trovato».
Due di loro – un certo Marcello, alto e magro con sandali di cuoio consumati, e un altro di nome Franco, basso e peloso con zoccoli di legno – avevano deciso di partecipare attivamente. Gli altri due – Luigi, grasso e con ciabatte di gomma nere, e Pietro, con una stampella e sandali aperti – si erano seduti sulle sedie lungo la parete, già con i pantaloni abbassati, pronti solo a guardare e segarsi.
Simone rimase in piedi al centro della stanza, completamente nudo, il cazzo già duro.
«Voglio darvi sfogo a tutti,» disse con voce ferma, guardando uno per uno i sette vecchi. «Voglio essere la vostra troia. Voglio leccare piedi, succhiare cazzi, farmi inculare, farmi usare come volete. Voglio farvi godere tutti, anche quelli che guardano solo. Sentitemi urlare di piacere mentre vi servo.»
Renato sorrise con orgoglio. «Hai sentito, ragazzi? Il nostro frocio vuole essere usato da tutti. Forza, cominciamo.»
Lo misero al centro del materasso grande che avevano preparato. I sette vecchi lo circondarono nudi, cazzi di varie forme e misure già eretti o in via di diventarlo.
Simone partì dai piedi. Era la sua ossessione più profonda. Si mise a quattro zampe e cominciò a passare da un paio all’altro. Succhiava le dita grosse e callose di Renato, poi quelle venose di Gino, poi le dita tozze di Vittorio. Passò a Marcello, leccando i piedi magri e sudati dentro i sandali, succhiando ogni dito come un cazzo. Franco gli spinse direttamente lo zoccolo in faccia; Simone gli tolse lo zoccolo con i denti e prese in bocca mezzo piede, la lingua che lavorava tra le dita sporche di terra.
I due che guardavano commentavano eccitati:
Luigi, segandosi lentamente: «Porca puttana, guardate come lecca… sembra un cane affamato.»
Pietro: «Bravo, continua così. Fagli vedere quanto ti piace la carne vecchia.»
Mentre Simone adorava i piedi, i partecipanti attivi iniziarono a usarlo. Renato gli infilò il cazzo grosso in bocca, spingendoglielo fino in gola. Gino e Vittorio gli si misero dietro: uno gli leccava il buco, l’altro gli infilava due dita callose dentro. Marcello gli strofinava il cazzo lungo sulla schiena, lasciando strisce di preseminale.
Simone gemeva come un ossesso, la bocca piena, il culo che si apriva. Voleva dare piacere a tutti.
Passarono alla fase più estrema.
Lo misero a quattro zampe. Franco fu il primo a inculare: il suo cazzo corto e spesso gli entrò dentro con un colpo solo. Mentre Franco lo fotteva, Simone succhiava il cazzo di Marcello e con le mani segava Renato e Gino. Vittorio gli premeva i piedi sulla faccia, facendogli succhiare le dita mentre veniva inculato.
I due guardoni si erano alzati e si erano avvicinati. Luigi gli strofinava il cazzo grasso sulla guancia, Pietro gli teneva i piedi sulle spalle.
Cambiarono continuamente. Simone veniva passato di mano in mano: un vecchio lo inculava, un altro gli ficcava il cazzo in bocca, due gli spingevano i piedi in faccia, uno gli usava il piede per massaggiargli il cazzo. Era un groviglio di corpi anziani, pance pelose, piedi callosi, cazzi duri e gemiti rauchi.
Simone era in paradiso perverso. Riusciva a far godere tutti: succhiava con fame, contraeva il culo intorno a ogni cazzo che entrava, leccava piedi anche mentre veniva sfondato, mugolava complimenti osceni per farli eccitare di più.
«Cazzo che troia… prende tutto,» grugniva Renato mentre gli veniva in bocca.
«Guardate come si fa fottere da sette vecchi porconi,» rideva Gino.
I due guardoni vennero per primi, schizzando sul viso e sul petto di Simone mentre lui continuava a essere inculato da Franco e Marcello contemporaneamente (uno nel culo, l’altro in bocca).
Poi vennero i partecipanti: uno dopo l’altro gli riempirono il culo e la bocca di sborra densa e calda. Simone ingoiava, contraeva, tremava di piacere.
Alla fine lo fecero sdraiare sulla schiena. I sette vecchi gli circondarono il viso e il corpo con i piedi. Simone, esausto ma ancora affamato, leccò e succhiò ogni dito che riusciva a raggiungere, pulendo lo sperma che era finito sulle loro piante e tra le dita.
I commenti non smettevano:
Renato: «Sei la nostra puttana collettiva ormai.»
Vittorio: «E ti piace da morire, vero?»
Luigi (il guardone): «Non ho mai visto niente di più porco… e mi è piaciuto da impazzire guardare.»
Simone, coperto di sborra dalla testa ai piedi, con il culo che colava e la bocca gonfia, sorrise tra i piedi dei vecchi e mormorò con voce roca:
«Voglio ancora di più… la prossima volta portatene altri.»
I sette anziani, sudati e soddisfatti, lo guardavano con un misto di stupore, lussuria e nuovo rispetto.
La perversione di Simone aveva trovato un nuovo livello: non era più solo con tre. Era diventato il centro di un piccolo harem di vecchi porconi che avevano finalmente smesso di fingere.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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