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incesto

Carne e sale


di laviniia
10.07.2026    |    70    |    9 9.4
"La posizione è scomoda, non riesco ad assaporarla come vorrei, ma so che avremo tempo per rimediare..."
Breve premessa: l’ero indecisa se inserire il racconto nel genere incesto, in etero e altre storie o prime esperienze, ho scelto ciò che a mio avviso quello che ritenevo essere il genere più rappresentato nel racconto.

Domenica sono tornato a bordo per sistemare alcune cose. È bastato il rumore delle drizze contro l’albero e quell’odore di sale e vetroresina per farmi crollare addosso il ricordo della prima volta che l’ho provata.
Fine luglio 2016. Mi consegnano finalmente il mio nuovo giocattolo, un quattordici metri da sogno. Ho il sangue che pulsa per la voglia di testarlo. Invito tutti per il mattino seguente, ma il mondo sembra remare contro: mia moglie è impegnata, la famiglia pure, gli amici evaporati dietro ai loro problemi. Le uniche a dirmi di sì sono mia figlia Flaminia e la sua amica del cuore, Livia. Due ragazze cresciute insieme, unite come sorelle, all’epoca poco più che ventenni. Il piano è semplice: mollare gli ormeggi dal porto del Circeo, fare rotta su Palmarola e Ponza, e goderci due giorni di mare.
Due ore prima dell’appuntamento sono già in banchina, con l’adrenalina che morde. Ho passato la notte a bordo per fare carburante e controllare ogni dettaglio. Finalmente le vedo arrivare in auto; Flaminia ha dormito da Livia e hanno fatto il viaggio insieme. Salpiamo al volo. Le faccio lavorare sulle manovre di uscita per farle sentire parte dell’equipaggio. Fuori dal porto, issiamo le vele e puntiamo la prua su Ponza. C’è una brezza perfetta, lo scafo scivola elegante sull’acqua e io mi perdo nella meraviglia della navigazione.
Le ragazze si spogliano e si stendono sul prendisole. Io sono al timone, rilassato, finché con la coda dell’occhio non vedo Livia alzarsi e camminare verso di me. Indossa un bikini che fatica a contenere le sue forme: una quarta abbondante che trabocca in modo disordinato e provocante dalle coppe del reggiseno. Livia non è una bellezza da copertina, ma emana una sensualità animale, carnale, così densa che sento immediatamente il mio cazzo reagire, indurendosi sotto il costume. Maledico il momento in cui ho tolto i bermuda restando solo in camicia e slip. Il vento spinge la stoffa contro le mie gambe, evidenziando il pacco, con la cappella che spinge orgogliosa verso l’alto. Per fortuna lei scende direttamente in pozzetto a cercare una bottiglia d’acqua. Nel vederla scendere, non posso fare a meno di divorare con gli occhi le sue natiche sode e rotonde che ondeggiano a ogni passo. Quella traversata si preannuncia molto più dura del previsto.
Grazie al vento favorevole, in poco più di cinque ore gettiamo l’ancora nella splendida cornice di Cala di Feola, a Ponza. Decidiamo di passare la notte lì. Mentre finisco di sistemare le cime, le ragazze fanno una doccia veloce e si mettono ai fornelli per preparare due spaghetti col pomodoro fresco. Le sento ridere complici, scambiarsi battute sceme con quel calore pulito che le unisce da sempre. Durante la cena, il primo vero contatto elettrico: nel sedersi, Livia calcola male lo spazio e si siede pesantemente sulla mia mano. Io, anziché ritirarla, la lascio lì, immobile, godendomi per diversi secondi la pressione del suo sedere sodo e il calore intimo che attraversa i miei polpastrelli. Lei si scusa, arrossendo, mentre io fingo un’assoluta e distaccata indifferenza.
La serata vola via. Flaminia accusa i dolori del ciclo e decide di ritirarsi presto nella sua cabina. Restiamo io e Livia a sparecchiare. L’atmosfera cambia, si fa più densa. Cominciamo a punzecchiarci, tra una battuta scherzosa e qualche aneddoto piccante su amici comuni. Il profumo della sua pelle pulita e scaldata dal sole mi riempie i polmoni. Non resisto: «Ti va un bagno notturno? A quest’ora l’acqua è magia pure». Lei mi guarda, gli occhi le brillano, e accetta. Si tuffa dalla scaletta e io la seguo subito dopo. Nuotiamo vicini, nell’oscurità complice del mare di Ponza, protetti dall’ombra dello scafo. Più volte, nel buio dell’acqua, sento il corpo nudo e sinuoso di Livia sfiorare il mio. Cerco in tutti i modi di scacciare i pensieri impuri, di ricordarmi chi sono e dove mi trovo, ma il desiderio è una morsa.
Quando decidiamo di risalire perché il freddo comincia a farsi sentire, Livia sale sulla scaletta davanti a me. Con un gesto del tutto naturale, infila le dita nel cavallo del costume per allargarlo e far scolare l’acqua. Trovandomi un gradino sotto, la mia vista si apre sul paradiso: le labbra rosa della sua fica, bagnate e gonfie, si mostrano per un istante eterno ai miei occhi. Sopraffatto dall’impulso, decido di giocarmi il tutto per tutto con la scusa di uno scherzo. Le afferro il laccetto dello slip da dietro, non per spogliarla, ma il nodo cede e il tessuto mi scivola tra le dita. Ormai sono oltre il punto di non ritorno. Salgo un altro gradino, infilando la testa direttamente tra le sue gambe aperte. La costringo a piegarsi in avanti sul ponte e le pianto un bacio umido, profondo, proprio sulla fica. È un bacio che unisce affetto e bramosia selvaggia, dato anche per studiare la sua reazione.
Livia scoppia a ridere, una risata argentina che spezza la tensione: «Basta zio, che fai! Mi fai il solletico con i capelli!». Per lei sono sempre stato lo “zio”. Un’amicizia storica lega le nostre famiglie da generazioni, dai nonni che erano cugini fino a noi. Una parentela alla lontana c’è, ma è l’affetto costruito nel tempo a dominare. Rido anche io, mascherando il fuoco che mi brucia dentro, e la invito a muoversi prima che la punisca per insubordinazione. Mi infilo nella mia cuccetta dopo essermi dato una sciacquata gelata con il doccino esterno per calmare i bollenti spiriti. Resto sveglio per ore, eccitato e beato, perfettamente consapevole di quel corpo giovane che ho appena assaporato e sfiorato.
La mattina dopo vengo svegliato dal baccano dei motoscafi. Mi alzo per una rinfrescata veloce. Il mio membro è già balzotto, gonfio di desiderio residuo; scelgo un bermuda largo, senza mutande sotto, e una polo morbida. Non sono un modello, ma ho sempre curato il mio corpo con lo sport e la buona cucina mediterranea, concedendomi solo qualche vizio nel weekend. Mentre preparo la colazione, Flaminia e Livia mi raggiungono, infastidite dal rollio causato dalle moto d’acqua. Tra un movimento e l’altro in cucina, sento Livia cercarmi. Mi sfiora la schiena, mi passa vicino in modo troppo ravvicinato per essere casuale. Sento la sua intenzione, ma cerco di non fissarmi. Finiamo di mangiare e decidiamo di spostarci alla ricerca di un angolo di paradiso isolato.
Raggiungiamo una caletta meravigliosa nella zona sud dell’isola. Il mare è un cristallo liquido e intorno a noi regna un silenzio surreale. Ci scappa subito un altro tuffo rigenerante. Quando risaliamo, vado a sdraiarmi sul prendisole di prua. Livia non mi segue subito: passa dal pozzetto, apre il frigo, prende una bottiglia d’acqua e solo allora cammina verso di me. Flaminia è rimasta indietro, indossa la maschera ed è impegnata in un lungo giro di snorkeling dall’altra parte della baia. Siamo soli.
Livia si siede accanto a me, mi passa la bottiglia perché la incastri nel portabicchieri e poi si stende a pancia in giù. Con un gesto fluido si slaccia il laccio del bikini dietro la schiena, liberando il seno. Io sono sdraiato su un fianco, esattamente accanto a lei. Basta un attimo. Un millimetro di pelle che si tocca, lo sguardo che si incrocia, e in un secondo ci stiamo baciando. È un bacio violento, affamato, pieno di saliva e calore. Cerco disperatamente di riprendere il controllo, di fare l’adulto, ma Livia fa di tutto per annientare la mia resistenza. Incolla il suo corpo al mio, strofina con forza il suo pube bagnato contro la mia coscia, spingendo per sentire ogni linea del mio corpo.
Non ragiono più. Infilo la mano dentro lo slip del suo costume. La sua fica è già una fontana, scivolosa e caldissima. Un mio dito affonda dentro di lei senza trovare resistenza, mentre con i polpastrelli inizio ad accarezzare e disegnare il contorno delle sue labbra carnose. C’è così tanto umore che cola che ne approfitto per spingerlo verso il basso, accarezzando la pelle tesa del suo ano, che sento rilassarsi sotto il mio tocco profano.
Livia emette un gemito soffocato, si gira e mi sale sopra, mettendosi a cavalcioni su di me. Non le importa se qualche barca in lontananza può vederci; inizia a muovere lentamente il bacino sul mio pacco, guardandomi dritta negli occhi con aria di sfida: «Allora, Lorenzo… ti piaccio? Non sono più una bambina. E tu non sei davvero mio zio, quindi…».
Le sue parole sono benzina sul fuoco. So che ha ragione, ma c’è ancora un briciolo di lucidità che mi frena, la consapevolezza che dopo questo nulla sarà più come prima. Per tutta risposta, inarco le natiche, spingendo il mio pacco enorme contro la sua fica umida attraverso la stoffa del bermuda. La guardo fisso, la voce ridotta a un sussurro rauco: «Vuoi fare la troietta dello zio? Vuoi che ti prenda qui, in mezzo al mare? Vuoi sentirmi scivolare dentro di te e spaccarti in due? Dimmelo cosa vuoi, voglio sentirtelo dire da quella bocca».
Livia accetta la sfida. I suoi occhi brillano di pura malizia. Scivola lungo le mie gambe, afferra la cintola dei miei bermuda e sussurra: «Zio… ora ti punisco io per insubordinazione». Ride, una risata selvaggia, mentre mi sfila i pantaloni.
Il mio cazzo svetta orgoglioso nel sole di Ponza, teso al massimo, perfetto nelle sue dimensioni di lunghezza e spessore. Per un attimo mi chiedo se non sia troppo grande per una ragazzina così stretta, ma ogni pensiero si spegne quando Livia si china su di me. Afferra la mia carne, ci sputa sopra abbondantemente e inizia a leccare il rivolo di saliva che cola lungo l’asta. Sono in estasi. Vorrei spingerglielo in gola fino in fondo, ma mi trattengo per non rovinarmi il momento. Livia è un’opera d’arte: alterna leccate voraci a succchiate profonde, inghiottendo la mia cappella e facendola uscire solo quel tanto che basta per poi affondare di nuovo. Ha l’arte del pompino scritta nel DNA, una maestria innata.
Mentre godo come un dannato, cerco persino di articolarle qualche parola, di dirle che stiamo esagerando, che Flaminia potrebbe riemergere da un momento all’altro, ma la mia voce è debole e per nulla convincente. Livia si stacca un secondo dal mio cazzo bagnato, mi guarda dal basso con gli occhi lucidi di lussuria e ordina: «Allora zio… fai in fretta. Cavalcami».
Non mi sono mai sentito così potente, così maschio. Mi sfilo da sotto di lei. Livia si mette a carponi, offrendomi il suo culo sodo sul prendisole. È bellissima in quella posizione, una preda squisita che aspetta solo di essere posseduta. Prima di affondare dentro di lei, voglio sentire il suo sapore fino in fondo. Mi accovaccio dietro le sue natiche, le apro con le mani e passo la lingua con forza sul suo ano, scendendo poi giù, fino a bagnare di saliva la sua fica già strabordante di umore. La posizione è scomoda, non riesco ad assaporarla come vorrei, ma so che avremo tempo per rimediare. Non finirà certo qui… Mentre il calore del sole ci brucia la pelle e il profumo del sesso si mescola a quello del mare, le impugno i fianchi. Appoggio la punta del mio cazzo bagnato e pulsante contro le sue labbra tese e, con una spinta decisa, inizio a farlo scivolare lentamente dentro la sua fica deliziosamente stretta.
Livia emette un gemito sordo, profondo, che le muore in gola. È stretta da impazzire, ma il suo umore mi permette di affondare ritmicamente. La barca dondola pigramente, assecondando la violenza carnale dei nostri movimenti. Ogni spinta è un urto di carne contro carne; sento le sue natiche sode sbattere contro il mio pube, mentre le mie mani le stringono i fianchi, lasciando quasi i segni delle dita sulla sua pelle dorata. Gode con una foga impressionante, muovendo il bacino all’indietro per accogliermi tutto, stringendo i denti per non urlare nel silenzio della caletta. Io sono fuori controllo, guidato solo dall’istinto più puro: la possiedo da dietro, guardando la curva perfetta della sua schiena e quel culo che avevo desiderato fin dalla traversata. Il piacere sale, cieco e devastante, un’onda elettrica che parte dal cazzo e mi incendia il cervello. Sento che sto per venire. Spingo ancora più a fondo, tre, quattro volte, con rabbia e possessione, finché un brivido violentissimo mi squassa la schiena e sboro dentro di lei, a fiumi, godendo fino alle lacrime. Livia si contrae, le pareti della sua fica vibrano stringendomi nell’ultimo, definitivo spasmo del suo orgasmo.
Siamo ancora ansimanti, appiccicati di sudore, sperma e sale, quando un rumore d’acqua ci gela il sangue: Flaminia sta risalendo la scaletta, a poppa, tossicchiando per sputare l’acqua del boccaglio.
È un attimo di puro terrore e adrenalina. Due amanti consumati non avrebbero saputo fare di meglio. Con una rapidità innaturale ci separiamo. Mi tiro su i bermuda al volo, nascondendo il cazzo ancora bagnato e pulsante. Livia si gira a pancia in giù sul prendisole, si riallaccia il bikini con le dita che tremano leggermente e si getta una secchiata d’acqua dolce addosso per cancellare ogni traccia, fingendo di prendere il sole come se nulla fosse accaduto. Riusciamo a nascondere le prove del nostro legame appena in tempo, sigillando un segreto indicibile nel contesto familiare prima ancora che Flaminia metta piede sul ponte principale. Quando lei ci raggiunge, ridendo e raccontando entusiasta dei pesci visti durante lo snorkeling, trova solo due persone rilassate sotto il sole. La maschera della normalità è tornata al suo posto.
Oggi, a distanza di anni, tutto ha trovato una dimensione comune e una sua strana, perfetta collocazione.
Flaminia ormai vive e lavora all’estero, lontana dai ritmi della nostra quotidianità. Io e mia moglie abbiamo finalmente raggiunto un’armonia coniugale matura, pacifica; una stabilità che ci porta a convivere come due parenti stretti, affettuosi e complici, ma con la tacita e serena consapevolezza dei nostri rispettivi segreti. Ognuno ha le sue stanze private nell’anima.
E poi c’è Livia. Ha sposato un facoltoso ingegnere. Lui è sempre in viaggio per il mondo, gira per cantieri e progetti, mentre lei resta spesso a casa, a godersi la splendida bambina che hanno avuto insieme. L’hanno chiamata Azzurra.
Ho venticinque anni più di lei. Quando ci incrociamo durante le cene di famiglia o i rari ritrovi, ci salutiamo con la dovuta formalità. Eppure, basta un solo sguardo, un secondo in cui i nostri occhi si incrociano sopra i calici di vino, per far riaffiorare tutto. Nessuno saprà mai di quel pomeriggio a Ponza. Ma sotto i nostri vestiti eleganti e le nostre vite ordinate, sappiamo perfettamente che il legame nato quel giorno è rimasto impresso per sempre lì, dove la carne incontra il sale.
Apro gli occhi e mi ritrovo qui, oggi, nel silenzio del porto. La banchina è quasi vuota, il sole di questa domenica è tiepido e non c’è nessuna caletta sperduta intorno a me. Solo il rollio pigro della barca che ormeggia al molo.
È stato solo un sogno. Eppure, mentre mi sistemo i pantaloni e guardo il mare aperto fuori dal porto, sento ancora i muscoli tesi e il battito accelerato. Ho ancora nelle narici l’odore di quella pelle giovane scaldata dal sole, il sapore di quel bacio rubato sulla scaletta, la consistenza liquida e caldissima di Livia tra le mie dita. Un ricordo così nitido e carnale che potrei giurare di avere ancora i polpastrelli bagnati del suo umore.
È il bello di questa barca: basta salirci a bordo per riattivare i fantasmi più dolci e proibiti. Mi siedo nel pozzetto, accendo una sigaretta e lascio che il vento mi accarezzi la faccia. Sorrido da solo, con quel retrogusto amaro e bellissimo di un peccato consumato in una parentesi di tempo breve ma infinita e che nella mia mente rimarrà per sempre impressa lì, tra la carne e il sole.





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