incesto
I piedini di mia figlia Ep.8
12.01.2026 |
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"Ammina avrebbe dato il telefono a Martina già l’indomani, sull’autobus, e poi lo avrebbe custodito una volta uscite da scuola..."
Enfu così che giunsi alla conclusione che dovevo assolutamente fare qualcosa. Non riuscivo a pensare ad altro. Dovevo vedere Martina, ne avevo bisogno. Come fare? L’unica possibilità era passare attraverso l’aiuto di Ammina, la sua amica.In pausa pranzo, dopo mille indecisioni, scrissi un messaggio in DM ad Ammina su Insta: «Ciao. Scusa se ti disturbo. Vorrei parlarti di Martina, anche qui online, come vuoi. Se non vuoi o non ti va ti capisco, non preoccuparti. Solo ti chiedo di non dire niente a nessuno. Sai… Ti ringrazio e scusami ancora.»
Attesi tutto il giorno una risposta, ma nulla. Verso sera finalmente mi rispose: «Ciao. Non c’è nessun problema. Se vuole possiamo rivederci in quel bar dell’altro giorno, domani pomeriggio. Posso arrivare una mezz’ora prima. Ciao.»
Risposi subito che mi andava bene.
In quei giorni avevo riflettuto bene su tutto. Eludere l’app di controllo dell’avvocato non era poi così difficile. Comprai due telefoni da pochi soldi e due SIM. La mia idea era consegnare il telefono e la SIM ad Ammina, e poi avremmo potuto decidere se fosse il caso di consegnarlo a Martina oppure di usarlo tramite lei.
Quando ero ormai pronto per uscire dal lavoro per recarmi al bar dell’appuntamento, ricevetti un DM da Ammina: «Mi scusi, non riesco proprio ad arrivare in tempo. Finisco gli allenamenti verso le 20:00. Se vuole possiamo vederci nel parcheggio della palestra. Ho parlato con Martina. La saluta, sente la sua mancanza… le manda un bacio. A dopo.»
In cosa mi stavo cacciando?
Dopo tutto quello che era successo, potevo rischiare di vedermi con una ragazza in un parcheggio? Va bene, Ammina era ormai maggiorenne, ma se qualcuno ne fosse venuto a conoscenza?
Tutte queste remore si sciolsero contro il mio desiderio di poter parlare con Martina in qualche modo. Così rimasi al lavoro e prolungai la mia uscita dall’ufficio. Quando mi misi in macchina per raggiungere il parcheggio, aveva anche iniziato a piovere. Per precauzione, prima passai sotto casa mia e misi il mio telefono "ufficiale" nella cassetta della posta: così, per l’avvocato di mia moglie, sarei risultato essere a casa.
Arrivai al parcheggio e, non vedendola, credetti che se ne fosse andata, giustamente, vista la quantità di pioggia che cadeva. Invece notai Ammina riparata sotto la fermata del bus. Era seduta sulla panchina, la sacca blu della squadra di pallavolo per terra, mentre lei indossava la tuta della squadra, blu con inserti bianchi, tenendo la giacca aperta sopra una t-shirt bianca. Le feci gli abbaglianti e mi avvicinai.
«Ciao!» esclamò, saltando in macchina.
Risposi a mia volta con un «ciao» impacciato mentre parcheggiavo.
«Mi dispiace… mi hai aspettato sotto la pioggia.» esordii una volta spento il motore.
«Nessun problema.» rispose, sempre con quel dolce sorriso e qualche goccia di pioggia che le illuminava il volto color cioccolato.
«Martina come sta? Ti ho disturbata proprio perché volevo parlarti di lei».
«Eh… come le ho detto… sente la sua mancanza… ha anche pensato di chiamarla con il mio telefono… a volte scoppia a piangere quando siamo sole.»
Mi guardò dritta negli occhi.
«Mio Dio!» esclamai.
Se Martina soffriva anche solo la metà di quello che soffrivo io senza di lei… non potevo permetterlo. Esposi il mio piano ad Ammina, spiegando come avremmo potuto usare i due telefoni. Lei mi disse che si poteva fare, ma era da escludere che mia figlia potesse tenere il telefono con sé. A suo dire i nonni, imbeccati dalla mamma, controllavano e ispezionavano ogni sua cosa, dalla camera allo zaino. Secondo Ammina era più prudente che tenesse lei il telefono, per poi consegnarlo la mattina presto a Martina e riprenderlo prima di tornare a casa. Comunque, concluse, potevamo contare su di lei per qualsiasi cosa.
«Grazie Ammina, non sai che favore mi stai facendo… non te lo avrei chiesto.»
«Martina è mia amica e per lei farei di tutto» mi interruppe, «e poi si è confidata con me, mi ha raccontato cosa è successo… cosa è successo davvero.» disse fissandomi.
Mi parve di sprofondare nel sedile, come se venissi inghiottito nelle voragini della terra.
«Non si deve preoccupare» e mentre lo diceva mi appoggiò la mano, dallo smalto fucsia, sul ginocchio, «non la giudico… ho capito che Martina la ama e lei ama lei, è un’ingiustizia tenervi separati.»
Io non riuscivo a proferire parola. Davvero le aveva raccontato tutto? Erano proprio diventate grandi amiche per arrivare a confidarle una cosa così… intima.
«Chissà cosa pensi di me…» riuscii a dire, mentre fuori dall’abitacolo il temporale infuriava.
«Ma no… perché?» disse sorridendomi, sempre con la mano sinistra sul mio ginocchio e girandosi verso di me. «quello che è successo tra di voi lo trovo molto… dolce.»
La guardai, lei mi guardò.
«Sa… Martina mi ha detto di darle un bacio.»
Si sporse dal suo sedile e mi stampò un bacio al rallentatore sulla guancia, prolungando il contatto tra le labbra e la mia pelle. Quelle labbra, quel bacio, il suo respiro attraversarono ogni mio nervo come una scossa. Cosa stava succedendo?
Mentre pensavo a questo, sentii la mano di Ammina salire e appoggiarsi tra le mie gambe, dove l’erezione era ormai esplosa.
«Ammina… che fai…» dissi debolmente, ma lei stava ormai già aprendo i miei pantaloni.
Il tempo accelerò. Quando strinse il mio membro tra le dita, mi lasciai sfuggire un gemito.
«Ti prego… non posso.» mormorai.
«Resterà tra di noi, non lo dirò a Martina… sua moglie l’ha fatta soffrire troppo, non ve lo meritavate.»
E già la sua mano si muoveva su e giù sulla mia carne calda e pulsante.
Chiusi gli occhi un attimo, incapace di fermarla. Quando li riaprii, Ammina mi fissò ancora negli occhi prima di abbassarsi tra le mie gambe. Le sue lunghe treccine erano rovesciate sulle mie cosce mentre lei mi baciava sapientemente. Non osavo toccarla. Avrei voluto afferrare quel corpo tornito e muscoloso, ma ero come paralizzato. Le sue labbra intanto mi stavano provocando sensazioni fortissime; io ansimavo, abbandonato sul sedile.
Ad un certo punto osai posare la mano sul suo collo. Sentii la sua pelle calda e strinsi appena il collo, forse spingendola involontariamente più giù. Fu un riflesso involontario, ma in quel momento Ammina affondò, mozzandomi il fiato. In breve tempo sentii la sua bocca avvolgermi interamente, una sensazione che non avevo mai provato prima.
«Oh… cazzo…» mi lasciai sfuggire.
Le spostai i capelli dagli occhi per guardarla. Lei ricambiò per un attimo lo sguardo. Le lessi negli occhi che le piaceva ciò che stava facendo e che era ben conscia della propria bravura. Vederla così mi portò vicino al punto di non ritorno. «Fermati…» ansimavo.
«Fermati… sto per venire!»
Ma lei continuava.
Non riuscii a trattenermi oltre. Il mio piacere esplose nella sua bocca. Mentre piano piano riacquistavo lucidità, lei continuò a leccare e baciare. Mi guardò sorridente e mi mostrò la lingua. Aveva ingoiato tutto.
«Oh… sei stupenda ma… non dovevi… non dovevo.»
«Volevo farlo… da un po’, sa… mi è sempre stato simpatico» disse prima di scoppiare a ridere.
Risposi con un sorriso e una carezza sul suo viso.
«Voglio essere chiaro… io amo Martina.»
«Lo so… anche io voglio bene a Martina… non deve preoccuparsi, resterà tra di noi.»
Il temporale era ormai finito. La riaccompagnai vicino a casa sua e, quasi me ne stavo dimenticando, le consegnai il telefono. Prendemmo gli ultimi accordi come se, pochi minuti prima, non fosse successo nulla. Ammina avrebbe dato il telefono a Martina già l’indomani, sull’autobus, e poi lo avrebbe custodito una volta uscite da scuola. Dopo due brevi baci sulle guance, Ammina fece una battuta a cui, lì per lì, non diedi peso, confuso ed appagato com’ero.
«Vuole che dia un bacio a Martina?» chiese sorridendomi.
«Come? Sì… certo» balbettai, mentre la ragazza, divertita, era già scesa dall’automobile incamminandosi verso casa. Restai qualche secondo ad ammirare la sua figura e poi tornai a casa.
Il sapere che tra poche ore avrei potuto finalmente parlare con Martina mi riempiva la testa e mi inebriava, come una droga, tanto da farmi dimenticare in fretta quello che era successo in auto. Fu comunque una notte lunga e tormentata. Non riuscii a chiudere occhio, emozionato come un adolescente alla sua prima cotta. Davvero, forse, avrei parlato con Martina tra poche ore. Magari tra qualche giorno ci saremmo riabbracciati.
Non ci potevo credere…
…CONTINUA…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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