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incesto

I piedini di mia figlia Ep.10


di Yocalsy
04.05.2026    |    284    |    6 9.2
"Cominciai a fissare con insistenza i suoi piedi e, vista la mia posa, non potevo certo nascondere il fatto che mi stava tornando duro..."
L'autunno arrivò, le giornate si fecero più corte e fresche.
Dopo l'incontro con Martina a casa di Ammina seguirono giorni belli, ma anche confusi e pieni di rischi folli e novità.

Sul piano lavorativo mi giunse risposta ad una mia richiesta di trasferimento, che avevo quasi dimenticato di avere fatto.
Dopo il baratro che mi aveva avvolto, quando mia moglie aveva scoperto quello che c'era tra me e Martina, mi ero proposto per curare la filiale della nostra divisione in Svizzera, sperando di allontanarmi da qui, di lasciare in pace mia figlia e ripartire da zero. Non avevo molte speranze che fosse accettata, c'erano sicuramente persone con più anni di anzianità e competenza.
Invece, dalla sede centrale mi comunicarono che la mia domanda era stata accettata e che se ero ancora interessato, a settembre avrei potuto trasferirmi nella sede elvetica.

Sì, ma adesso era tutto cambiato.
Come potevo abbandonare Martina? Non potevo vivere senza di lei.
Comunque, in quei giorni, preferii non dirle nulla. Avevo ancora qualche mese per riflettere e l'avrei informata al momento giusto.

Rividi anche mia moglie, nello studio del suo avvocato.
Avvolta in un vestito stretto e lungo, tacchi alti, la trovai in grandissima forma. Lei non rispose al mio saluto e non mi rivolse mai la parola per tutto l'incontro. Si limitò a stare seduta vicino al suo legale. A dirla tutta gli sguardi tra di lei e il suo legale non mi sembravano solamente di carattere legale, ma non mi importava. Meritava sicuramente di rifarsi una vita.
L'avvocato andò subito al sodo e mi informò che era piacevolmente sorpreso che avessi rispettato tutti i patti, che la causa del divorzio procedeva spedita e che presto sarebbe giunta la sentenza finale che avrebbe certificato la fine del matrimonio. Rimasi impassibile.
Informai l'avvocato della proposta lavorativa che avevo ricevuto e guardai Sara negli occhi, ma non ravvisai nessuna emozione nel suo sguardo.

Il centro della mia vita restava comunque Martina.
Continuavamo a sentirci al telefono, a scambiarci messaggi e foto...bollenti, ma purtroppo incontrarci e stare insieme era sempre molto complicato.
Per un po', tra l'altro, non potevamo nemmeno contare sulla casa di Ammina.
La madre si era rotta una gamba cadendo dalla scala, quindi stava poco al bar e la casa era perciò off-limits.

Ma io e Martina non potevamo stare troppo tempo senza stare assieme.
In quel periodo ci incontrammo nei posti più disparati e rischiosi, quasi sempre contando sull'aiuto di Ammina.
In auto, al parco, in biblioteca...non avevamo più limiti, nemmeno mi accorgevo di stare rischiando grosso.
L'episodio più folle fu forse quello della biblioteca.

Martina mi scrisse che stava studiando in biblioteca con Ammina, ma mi pensava, “ho voglio di te” mi scrisse.
Provai a dirle che stavo lavorando, che erano le 2 del pomeriggio e che appartarsi in auto non era fattibile.
“Vieni qui...nei vecchi bagni non va quasi mai nessuno...”mi scrisse ancora. Le risposi se stava scherzando.
Non stava scherzando.
Mi mandò subito una foto.
Con la mano teneva sollevato l'elastico dei leggings mostrandomi delle mutandine viola, quasi sicuramente un perizoma.
Non seppi resistere.
Arrivato in biblioteca mi diressi subito verso i vecchi bagni. Restavano isolati dal cuore della biblioteca ma era comunque una location rischiosa.
Sulla porta trovai Ammina, bellissima con dei jeans stretti a vita alta che esaltavano le sue lunghe gambe e quel sedere pieno di donna africana.
-Rimango sulla porta ma sbrigatevi...- mi disse sorridendo.
Entrai spedito, Martina teneva aperta la porta di uno dei bagni.
La baciai in bocca chiudendo a chiave la porta dietro di me.
Le nostre lingue si cercavano vorticosamente. Martina mi saltò in braccio, cingendomi la vita con le gambe. Aveva una felpa rosa e i leggings neri che avevo visto in foto. In quella posizione prese a strusciarsi sul mio membro, già totalmente pronto e che quasi mi doleva stretto nei jeans.
Ma non avevamo molto tempo.
La staccai da me, con un rapido gesto la girai verso il lavandino abbassandole i leggings e il perizoma in un gesto solo.
-Oh papi...sìì...- sussurrò.
Mi aprii i pantaloni, strusciai la mia asta brevemente sul suo morbido e rosato fiore e, sentendola bagnata, all'improvviso, la penetrai fino in fondo.
-Cazzoooo...- mugolò piano.
Le mani sui suoi fianchi, iniziai a muovermi dentro e fuori da lei. Baciavo il suo collo, leccavo le sue orecchie.
Sussurravo il suo nome mentre lei ripeteva come un mantra: papii papiii papiii...
Avevo assunto un ritmo forsennato, mi sarebbe certamente piaciuto dilungarmi, ma stavamo correndo un grosso rischio. Ok, Ammina faceva da 'palo' ma se fosse arrivato qualcuno ci avrebbe beccati, con tutte la conseguenze del caso.
Infilai una mano sotto la felpa e la t shirt, la trovai come sempre senza reggiseno, e mentre spingevo le tormentavo i capezzoli duri, tesi come piccoli chiodini.
Vidi che cominciava a dimenarsi e, ormai la conoscevo. il suo orgasmo arrivò potentissimo. Ebbi la prontezza di tapparle la mano con la bocca. Sentivo la sua lingua e le sue labbra gemere contro la mia mano, mentre il suo corpo era scosso dal piacere.
-Devo venire – le sussurrai all'orecchio.
-Dentro papi...- rispose con il respiro affannoso.
Il mio piacere riempii tutto il suo fiore mentre le stringevo i capelli e cercavo il suo sguardo nello specchio.
La girai. Ci baciammo ancora a lungo, quasi dimenticandoci di dove eravamo.

-Ragazzi...-
La voce di Ammina ci riportò alla realtà.
Ci salutammo con altri baci, e io uscii velocemente da li.
Salutai Ammina, che mi posò una mano sul petto sorridendo.

Questi erano i miei giorni in quel periodo.
Il lavoro, il divorzio, mia figlia e no, non era tutto.

C'era anche Ammina.
Qualche giorno dopo l'episodio in biblioteca sentii il citofono suonare.
Erano quasi le 20, ero appena tornato dal lavoro, mi apprestavo a prepararmi qualcosa per cena.
Guardai nello schermo del videocitofono. Era Ammina.
Pensai di non rispondere, di fingere che non fossi in casa.
-Sì?- dissi invece rispondendo.
-Salve, sono Ammina...potrei salire un attimo?- chiese, sempre con il suo inconfondibile sorriso.
Rimasi un attimo titubante.
Rividi come in un film la scena di me e lei in auto, quella sera in quel parcheggio…
-Ok...va bene...terzo piano- dissi.

La attesi sulla porta. Casualità volle che proprio mentre Ammina si stesse avvicinando, la porta dei miei vicini si aprisse.
Era la moglie del mio dirimpettaio. Guardò Ammina e guardò me, con un espressione quasi di disgusto.
Intanto Ammina si era intrufolata nella mia porta.
Chiudendo la porta la trovai quasi piegata dalle risate.
-Ha visto come ci ha guardato? Ahaahhahah-
Certo che avevo visto.

L'amica di mia figlia era appena uscita dall'allenamento, come quella volta in macchina aveva il borsone, pantaloni blu della tuta, uno smanicato e la felpa della squadra.
-Cosa c'è Ammina, ci sono problemi, Martina sta bene?-
-Sì sì, non si preoccupi, Marti sta bene, non sa che sono qui- disse guardandomi.
-Ah...a cosa devo allora la tua visita?- risposi mentre lei si era tolta lo smanicato appoggiandolo su una sedia.
-No...niente...oh che scema...spero di non averla disturbata…-
-No, figurati, dimmi pure- dissi sedendomi sul divano –se vuoi sederti- dissi indicandole una delle sedie del tavolo.
-Rimango in piedi- rispose, guardandomi, quasi dondolandosi sulle gambe.
-Insomma, Ammina, cosa c'è?-
-Volevo vederla...-disse, questa volta quasi intimidita.
-Ammina, lo sai...ti ho già spiegato…-
-Sì lo so...è che…-
-E' che...cosa Ammina?-
A dispetto della mia buona volontà e delle mie parole mi ero eccitato.
Avevo una camicia azzurra e un paio di pantaloni. Lei, come leggendomi nel pensiero, posò i suoi occhi proprio li, sulla mia erezione e mi sorrise.
-Ammina...davvero…- ma le mie parole mi morirono in bocca.
Si aprì la zip della felpa e dove averla lanciata a terra si tolse la maglietta, scoprendo due seni pieni e rigogliosi, i due capezzoli di cioccolato fondente già totalmente eretti.
-Ammina...-mormorai ancora.
Ma si era già sfilata scarpe e calzini e si stava abbassando i pantaloni, sempre guardandomi e sorridendomi.
I suoi boxerini bianchi non erano forse sexy, ma facevano risaltare la grana stupenda della sua pelle.
Poi si abbassò anche quelli e con falcata sicura venne verso di me, sedendosi a cavalcioni sulle mie ginocchia.
-Ammina ti prego…- ma non potevo staccare gli occhi dal suo fiore, che mi veniva oscenamente mostrato a gambe aperte.
Se quello di Martina era rosa e liscio, quello di Ammina aveva le tonalità di certi vini rossi invecchiati, con una piccola striscia di pelo che sembrava indicarlo come un punto esclamativo.
Prese a sbottonarmi la camicia e poi i pantaloni, con qualche difficoltà vista la mia erezione.
Mi abbasso pantaloni e boxer e, tenendolo con la mano, mi guidò dentro lei.
Lasciai che fosse lei a scendere piano piano, prendendosi tutto il tempo. La sentivo eccitata e calda.
Adesso ero tutto dentro di lei. Mi guardò intensamente, le sue mani sulle mie spalle.
Prese a muovere il bacino, avanti e indietro, lentamente.
Iniziammo a gemere. Le mie mani afferrarono quei seni, e poi mi abbassai con la bocca e mi trovai a succhiare quei capezzoli come se fossi un assetato, come se la mia vita dipendesse da quello.
Ammina mugolava. Facendosi perno con le mani sulle mie spalle iniziò a muoversi su e giù sul mio bastone, cavalcandolo, togliendomi il respiro.
Le sue treccine mi sferzavano il viso con quel movimento.
Presi il suo viso tra le mani, a bocche aperte ci respiravamo addosso, mentre continuava a cavalcarmi.
Le mia mani si spostarono sul suo culo, afferrandolo a pieni mani e assecondando il suo movimento.
In questa posizione iniziai a spingere dal basso, a penetrarla furiosamente.
Ci alternammo nel movimento per lunghi momenti.
I nostri gemiti e i nostri grugniti riempivano il silenzio di quella stanza.
-Ammina...non resisto…- la avvertii, accorgendomi di essere vicino al limite.
Lei fu lestissima a scendere dalle mie gambe e mettersi in ginocchio tra le mie estremità.
Prese a leccarmelo e succhiarmelo mentre la sua mano si muoveva frenetica e decisa tra le sue gambe masturbandosi. Teneva tutta la mano aperta e quasi schiaffeggiava il suo esotico fiore.
Non potevo durare ancora molto.
-Ammina...cazzooooo!- esclamai togliendo il mio pene dalla sua bocca e iniziando a spruzzare il mio piacere su tutto il suo viso, chiudendo gli occhi e sbattendo ripetutamente la nuca contro lo schienale del divano.
Quasi in contemporanea la ragazza inizio a singhiozzare e ansimare finché venne, contorcendosi sul tappeto, con tutto il mio piacere sul suo viso.

Restammo a lungo così. Io seduto in poltrona e lei sdraiata sul tappeto.
Entrambi recuperavamo piano piano il respiro, sembravamo quasi due atleti sfiniti dopo una gara, ma noi non avevamo fatto una corsa, avevamo fatto altro.
Ammina ruppe il silenzio.
-Wow!- esclamò scoppiando a ridere e mettendosi su un fianco, guardandomi.
Per un attimo guardai tutta la scena come fossi fuori dal mio corpo.
Seduto sul divano, la camicia aperta tutta sbottonata e i pantaloni e i boxer arrotolati sui piedi, con la migliore amica di mia figlia nuda sul tappeto.
-Pulisciti il viso…- dissi, togliendomi la camicia e gettandogliela.
Riprese a ridere.
-Dio mio Ammina, sei stupenda, sei bellissima, un sogno, ma lo sai...te lo avevo detto...io amo Martina...e poi...sei la sua migliore amica…-
Lei si stava ripulendo il viso con la mia camicia, rimanendo sdraiata sul pavimento.
-Uhm...che buon profumo- fu la sua risposta, annusando la mia camicia e ridendo.
Ripensandoci adesso non so se si riferisse al mio dopobarba che impregnava la camicia o ad altro ma..., lasciamo perdere.

Iniziammo a parlare del più e del meno. Le chiesi se non doveva tornare a casa, era tardi e l'avrei riaccompagnata. Mi rispose che aveva detto ai suoi che sarebbe passata un attimo da Martina, alla casa dei nonni, e quindi aveva ancora un po' di tempo.
Devo affrontare la situazione, pensai. Non potevo certo tenere in piedi questa storia. Pensavo a Martina.
Che avrebbe detto? Tradita dalla sua migliore amica e da suo padre, che ormai era anche il suo uomo e il suo amante.
Avevo tutti questi pensieri in testa ma Ammina era ancora nuda, e mi incantai a guardare i suoi piedi.
Non aveva lo smalto, non erano piccoli come quelli di Martina ma...il contrasto tra le piante così chiare e il piede scuro mi stregarono.
Cominciai a fissare con insistenza i suoi piedi e, vista la mia posa, non potevo certo nascondere il fatto che mi stava tornando duro.
Ammina scoppiò a ridere.
-Di già?- disse, come sorpresa.
Io deglutii.
Stendendosi con la schiena sul tappeto, Ammina alzò i suoi piedi, appoggiandomeli sulle cosce.
Fui subito percorso da un brivido.
-Però...non so...io non l'ho mai fatto…- disse sorridendo.
Senza dire altro le presi i piedi nelle mani e li appoggiai sul mio bastone.
Li strinsi contro la mia asta ormai totalmente eretta e presi a sfregarli.
Iniziammo a guardarci negli occhi. Io godevo di quel massaggio, mentre Ammina mi guardava sorridente ma maliziosa, quasi trionfante, questa volta ero stato io a prendere l'iniziativa, forse la vedeva come una vittoria.
-Girati...ti prego- dissi ad un tratto, con la voce arrochita.
Ammina lo fece subito. Continuavo a massaggiarmi con i suoi piedi, questa volta tenendoli con le piante verso l'alto e passando la mia asta tra di loro con movimenti del bacino, mentre guardavo quel suo culo pieno e sodo, lucido e tondo.
-Sei bellissima…- mormorai prima di raggiungere un'altra volta l'apice del piacere, scaricandolo tutto su quei piedi morbidi e bicolori.

Dopo che Ammina si fu fatta una veloce doccia e io riuscii a resistere alla tentazione di non raggiungerla in bagno, la riaccompagnai a casa.
Ogni mio tentativo di parlare della situazione che si era creata, di parlare di noi e Martina, lei riusciva sapientemente a cambiare discorso.
Mi disse di lasciarla qualche centinaio di metri prime di casa e ci salutammo con un paio di baci sulle guance.
-Grazie- mi disse sorridendo uscendo dalla macchina.

Feci inversione e tornai verso casa, tormentato da mille pensieri. La mia vita era un senso di colpa continuo.
In cosa mi ero cacciato anche questa volta?
Dovevo dirlo a Martina?
E poi, quando avrei detto a Martina che me ne sarei andato, perché dopo aver chiesto il trasferimento non potevo certo tirarmi indietro adesso, che mi sarei trasferito in Svizzera, che l'estate dopo la sua maturità, che aspettavamo come una liberazione per stare finalmente insieme, avrebbe segnato un altro allontanamento tra di noi?

Forse era meglio dormirci sopra, se ci fossi riuscito.
Almeno per quella notte.

---CONTINUA?---

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