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incesto

Il primo Natale da grandi


di Giun
23.12.2025    |    10.304    |    8 9.1
"Il suo respiro si fece affannoso, gli occhi che si aprirono di scatto, fissandomi con uno sguardo che mi trapassò..."
A diciotto anni, tornare a casa per Natale ha un sapore strano, soprattutto dopo la morte di mia madre. Era come se il tempo si fosse fermato e allo stesso tempo fosse corso via troppo in fretta. La stazione è la stessa di sempre, le luci appese ai lampioni identiche a quelle della mia infanzia, ma io non sono più il ragazzo che era partito tre mesi prima con una valigia troppo grande e un entusiasmo fragile. Trascino il trolley sulla neve sottile che copre il marciapiede, il freddo che mi punge le guance, mentre il pensiero di mio padre, mi si insinua nella mente come un’ombra ostinata. L’università, la nuova città, le persone sconosciute: nulla è bastato a cancellare la sua presenza, il suo sguardo, il suo profumo.

Il quartiere è silenzioso, le case illuminate da luci calde che sembrano promettere conforto, ma il mio cuore batte all’impazzata mentre mi avvicino a casa. So che mio padre è lì, che mi aspetta, e il desiderio che ho cercato di soffocare per anni si fa più intenso, più pericoloso. È un sentimento che non riesco a controllare, che mi brucia dentro come un fuoco che non vuole spegnersi.

Apro la porta, l’aria familiare mi avvolge: l’odore di legno, di cibo appena cucinato, di Natale. E poi lo vedo. Mio padre è seduto sul divano, un bicchiere di vino rosso in mano, il sorriso che conosco così bene. È lo stesso sorriso che mi ha rassicurato da bambino, ma ora ha un significato diverso, più oscuro, più seducente. I nostri sguardi si incrociano, e in quel momento il tempo si ferma.

Si alza lentamente, il suo corpo alto e robusto che si muove con una grazia che non mi aspettavo. Il suo sguardo mi scruta, mi misura, come se potesse vedere attraverso di me. Mi avvicino, il respiro che si fa affannoso, le mani che tremano. Non so cosa fare, cosa dire. Sono paralizzato dal desiderio e dalla paura, dalla vergogna e dalla confusione.

“Sei tornato,” dice lui, la voce bassa e roca, un tono che non è una domanda, ma una constatazione. Non rispondo, non posso. Mi limito a guardarlo, a sentire il calore del suo corpo che mi attrae come una calamita. Mio padre fa un passo avanti, la mano che si posa sul mio braccio, e in quel tocco c’è tutto: il passato, il presente, il futuro incerto.

Il desiderio divampa, un fuoco che brucia ogni resistenza, ma c’è anche qualcos’altro: paura, vergogna, confusione. Mi fissa, gli occhi che sembrano leggere ogni mio pensiero, e poi sorride. È un sorriso enigmatico, ambiguo, che mi fa sentire nudo, esposto. “Sei cresciuto,” mormora, la voce che è un sussurro caldo, pericoloso.

Non so cosa fare, non so cosa dire. Il cuore mi martella nel petto, il corpo che reagisce nonostante la mente cerchi di resistere. Si avvicina ancora, il suo profumo di tabacco e legno che mi avvolge, e in quel momento tutto potrebbe succedere: un bacio, un abbraccio, una fuga. Ma invece ci fermiamo, sospesi in un equilibrio precario, il respiro che si mescola, le mani che vorrebbero toccarsi ma non osano.

Il silenzio è carico di possibilità, di futuri che si intrecciano e si allontanano. Sento il suo calore, la sua presenza così vicina, e il mio corpo reagisce in modo che non posso controllare. La mia mente grida che è sbagliato, che non dovrei provare queste cose per lui, ma il mio corpo non ascolta. È come se ogni cellula di me stesse gridando il suo nome, desiderando il suo tocco.

E poi, abbassa lo sguardo, il sorriso che svanisce, e fa un passo indietro. “Forse è meglio che andiamo a cena,” dice, la voce che torna neutra, distaccata. Annuisco, il cuore che rallenta, il desiderio che si ritrae ma non scompare. Ci voltiano, ci allontaniamo, ma so che non è finita. Il desiderio è ancora lì, silenzioso, trasformato, pronto a esplodere di nuovo.

A tavola, le luci di Natale che brillano fuori dalla finestra creano un’atmosfera surreale. Mio padre parla del più e del meno, del lavoro, del tempo, ma io non riesco a concentrarmi. Ogni suo gesto, ogni sua parola, mi ricorda quello che è successo poco fa, quello che potrebbe succedere di nuovo. Il suo sguardo ogni tanto si posa su di me, e in quegli istanti sento il mio corpo reagire, il sangue che mi pulsa nelle vene con una forza che non posso ignorare.

Mi chiedo se succederà mai. Se cederemo a questo desiderio che mi attanaglia, o se continuerò a fingere che non esista. Ma la risposta non arriva, lasciandomi sospeso in un’attesa che è dolce e tormentosa allo stesso tempo. So solo che non posso più scappare da quello che provo, da quello che voglio. E mentre lo guardo, l’uomo che non dovrei desiderare, capisco che questa sarà una notte che cambierà tutto.

E mentre il profumo del cibo si mescola all’odore del vino, sento che il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sta per essere attraversato. Non so se sono pronto, ma so che non posso più tornare indietro.

Dopo cena accelerata, mi alzai da tavola, raccolsi i piatti.Mi chinai per metterli dentro la lavastoviglie,il mio corpo esile che si piegava con un sospiro. Quando mi abbassai, sentii i suoi passi pesanti avvicinarsi, il suo odore di legno e tabacco che mi avvolse come una coperta. Si fermò accanto a me, il suo corpo massiccio che, senza volerlo, premeva contro il mio. In quel momento, il mio cuore perse un battito: Sentivo la presenza e immaginavo il rigonfiamento del suo cazzo, duro e insistente, premeva contro la mia schiena. Un brivido mi percorse la spina dorsale, un misto di paura ed eccitazione che mi fece tremare le mani.

Mio padre si allontanò con un sorriso enigmatico, come se nulla fosse accaduto, e si diresse verso il bagno. “Vado a fare una doccia,” mormorò, la sua voce roca che mi risuonò nelle orecchie come un’eco provocante. Rimasi lì, immobile, il cazzo che già pulsava nei miei pantaloni, il desiderio che mi divorava dall’interno. Non potevo lasciar perdere. Dovevo vedere.

Mi avvicinai silenziosamente alla porta del bagno, il cuore che batteva all’impazzata, ogni passo un atto di ribellione contro la mia stessa ragione. La luce filtrava da sotto la porta, e io mi appoggiai con cautela, cercando di non fare rumore. L’acqua scorreva, il suono che si mescolava al mio respiro affannoso, un ritmo che mi ipnotizzava. Con un gesto rapido, aprii la porta appena un dito, abbastanza per sbirciare.

Lì, sotto il getto della doccia, c’era lui. Il suo corpo peloso luccicava sotto l’acqua, i muscoli tesi e potenti che si contraevano ad ogni movimento. Il suo cazzo, eretto e imponente, oscillava tra le gambe, una vista che mi fece trattenere il fiato. Mi sentivo un fuoco, un intruso nei suoi momenti più intimi, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Era come se quel cazzo mi chiamasse, mi sfidasse a immaginare cosa sarebbe successo se fossi stato lì con lui.

Mi avvicinai ancora di più, il mio cazzo ormai duro come la pietra, i pantaloni che mi stringevano in modo fastidioso. Osservavo ogni dettaglio: il modo in cui l’acqua scivolava sui suoi pettorali, il suo ventre piatto solcato da vene sporgenti, i peli scuri che coprivano il suo corpo come una foresta selvaggia. Il suo cazzo era ipnotico, una presenza dominante che mi faceva immaginare come sarebbe stato sentirselo strusciare contro il culo, penetrare il mio corpo con forza.

La mia mente vagò, dipingendo scenari proibiti. Immaginavo le sue labbra che si avvicinavano, il suo respiro caldo sul mio collo, il suo cazzo che premeva contro la mia entrata, pronto a rivendicare ciò che desiderava. Mi toccai segretamente, la mano che scivolava nei pantaloni, il mio cazzo pulsante che rispondeva al desiderio con un’urgenza che mi sconvolse. Mio padre si insaponava, il sapone che scivolava sul suo corpo, mescolandosi all’acqua e al mio desiderio, creando una miscela che mi faceva sentire sporco e eccitato allo stesso tempo.

In quel momento, mi resi conto di quanto fossi attratto da quel corpo peloso e dominante. Volevo sentire la sua forza, la sua autorità, il suo controllo su di me. Volevo che mi prendesse, che mi facesse suo, che mi fottesse fino a farmi urlare. Ma allo stesso tempo, la paura mi attanagliava. Cosa sarebbe successo se mi avesse scoperto? Cosa avrebbe pensato di me, di suo figlio, che spiava suo padre sotto la doccia?

Il cuore mi batteva all’impazzata, il corpo tremante di eccitazione e terrore. Sapevo che dovevo andarmene, ma non riuscivo a staccarmi da quella visione. Improvvisamente si girò, il suo sguardo sembrò attraversare la porta, come se potesse sentire la mia presenza. Mi ritrassi di scatto, il respiro che si bloccò in gola.

Mi allontanai silenziosamente, il mio cazzo ancora duro, il desiderio che mi bruciava dentro come un fuoco incontrollabile. Lasciai mio padre ignaro sotto la doccia, il suo cazzo floscio che non riuscivo a togliere dalla testa, un segreto inconfessabile sospeso nell’aria. Mi chiesi cosa sarebbe successo se avessi ceduto, se avessi bussato a quella porta e mi fossi offerto a lui. Avrebbe riso di me? Mi avrebbe preso con violenza, o con desiderio?

Tornai in sala, il corpo ancora tremante, la mente ripercorreva ogni dettaglio di quella scena. Uscì poco dopo, avvolto in un asciugamano, il suo sguardo che mi sfiorò con un’intensità che mi fece rabbrividire. “Tutto bene?” chiese, la sua voce bassa e seducente, quasi come se sapesse.

“Sì,” risposi, la voce che mi usciva a fatica, roca e insicura. “Tutto bene.”

Ma non era vero. Niente era più come prima. Quel desiderio proibito, quell’attrazione che mi consumava, era ormai una realtà che non potevo ignorare. E sapevo che, prima o poi, avrei dovuto affrontarla.

Il soggiorno era immerso in una luce soffusa, le luci dell’albero di Natale danzavano sulle pareti, proiettando ombre che sembravano complici del mio desiderio proibito. Papà aveva annunciato che andava a dormire, lasciandomi solo con i miei pensieri e il battito del cuore che rimbombava nelle orecchie. Sapevo che dormiva nudo, la sua porta socchiusa un invito silenzioso che mi tormentava. Ogni secondo che passava era un’eternità, ma alla fine, con il respiro affannoso, mi alzai dal divano e mi avvicinai alla sua camera.

Il pavimento scricchiolava sotto i miei passi, ma il rumore sembrava lontano, soffocato dal mio desiderio. Mi fermai accanto al letto, il suo corpo imponente era disteso sotto le lenzuola, il petto villoso appena visibile nella penombra. Il mio cuore accelerò, le mani tremanti come se avessi paura di svegliarlo, ma sapevo che non potevo tornare indietro. Con dita incerte, iniziai a sfiorargli le spalle, sentendo la pelle calda e robusta sotto le mie dita. Scesi lentamente, seguendo la linea dei suoi muscoli, fino al petto, dove i peli ruvidi mi solleticavano il palmo.

Il suo respiro era regolare, profondo, e io mi sentivo un ladro, un ladro di desideri proibiti. Ma non potevo fermarmi. Le mie dita continuarono a scendere, fino a raggiungere il suo cazzo, già semi-eretto, che pulsava di vita sotto le lenzuola. Lo afferrai lentamente, sentendo il calore che emanava, e lo portai alla bocca. Il sapore della sua pelle, il profumo di uomo, mi invasero i sensi. Lo succhiai con desiderio, le labbra strette intorno a lui, la lingua che tracciava cerchi sulla punta.

Il suo cazzo si indurì tra le mie labbra, diventando sempre più grande, più pulsante. Non riuscivo a fermarmi: lo leccai, lo ingoiai fino in fondo, lo masturbai con frenesia, la mia saliva che scorreva abbondante, mescolandosi al suo aroma. Ero perso in un vortice di piacere, il mio corpo tremante, il cuore che batteva all’impazzata.

E poi, di colpo, si svegliò. Il suo respiro si fece affannoso, gli occhi che si aprirono di scatto, fissandomi con uno sguardo che mi trapassò. “Cosa stai facendo?” chiese, la voce roca, carica di sorpresa e qualcosa che non riuscivo a decifrare.

Il mio cuore si fermò per un attimo, ma poi, con gli occhi lucidi, gli confessai tutto. “Ti desidero, papà,” sussurrai, le parole che uscivano dalla mia bocca come un fiume in piena. “Da sempre, ma soprattutto da quando è morta mamma. Non riesco a smettere di pensarti.”

Lui mi guardò, il suo sguardo penetrante che sembrava leggere la mia anima. Poi, un sorriso enigmatico si disegnò sulle sue labbra. “Da quando è morta tua madre che non scopo... stasera ti scopo come scopavo lei,” disse, la voce bassa e carica di promessa.

Mi afferrò per i capelli, tirandomi verso di lui con una forza che mi lasciò senza fiato. Mi spinse sul letto, i miei vestiti strappati via con una violenza che mi eccitò ancora di più. Ero nudo, esposto, il mio corpo tremante sotto il suo sguardo. Mio padre, alto e robusto, si posizionò sopra di me, il suo cazzo duro che puntava verso il mio culo.

“Preparati a prendere il regalo più bello di Natale,” sussurrò, la voce che mi fece rabbrividire. E poi, senza preavviso, mi penetrò con forza, il suo cazzo che mi riempì fino in fondo, strappandomi un urlo di piacere e dolore. Il mio culo si strinse intorno a lui, le pareti che lo avvolgevano, mentre iniziava a muoversi con violenza, i nostri corpi sudati che si scontravano.

“Sei mio stasera,” grugnì, affondando sempre più in profondità, il suo cazzo che sbatteva contro le mie pareti interne. Gemii, il piacere che mi travolse, il mio corpo che rispondeva al suo con una frenesia che non avevo mai provato prima. Mio padre mi scopava con una forza che mi lasciò senza fiato, i suoi movimenti sempre più veloci, sempre più profondi.

“Papà…” sussurrai, il suo nome che mi usciva dalle labbra come una preghiera.

“Zitto,” ringhiò, “stasera sei mio, e basta.”

E poi, all’apice del piacere, riempì il mio culo con la sua sborra calda, il suo sperma che scorreva abbondante, inondandomi. Gemii, il corpo che si arcuava, mentre lui continuava a muoversi, svuotandosi completamente dentro di me.

“Buon Natale,” sussurrò, la voce che mi accarezzò l’anima, mentre i nostri corpi si rilassavano, il respiro affannoso che si mescolava al silenzio della notte.Il regalo più bello di Natale era stato scartato, e io mi sentivo completo, anche se sapevo che nulla sarebbe stato più come prima. Mio padre si sdraiò accanto a me, il suo braccio che mi avvolse, e per la prima volta, mi sentii al sicuro, anche se sapevo che quello che avevamo fatto era proibito, sbagliato.

Ma in quel momento, non importava. Importava solo il calore del suo corpo, il battito del suo cuore contro il mio, e la consapevolezza che, per una notte, ero stato suo. E lui, mio.
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