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Incesto con mia cugina troia
23.09.2025 |
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"La sua lingua vorticava sulla cappella, scivolava sulle palle, le leccava con una fame che mi fece tremare..."
L’estate del 2005 avevo 14 anni, vergine, con il cazzo sempre duro e zero palle per fare qualsiasi mossa. Ogni pensiero su una figa mi mandava in tilt, le mani sudate, il cuore che batteva come un tamburo. Giulia, 17 anni, arrivava ogni agosto da un altro paese per le vacanze. Quell’anno, i nostri messaggi sul mio Nokia 3310 erano diventati un incendio. All’inizio erano chiacchiere da adolescenti: “Ehi, com’è il mare?”, “La scuola è una merda, vero?”, “Che gelato ti piace?”. Rispondevo timido, cercando di sembrare figo ma sentendomi un idiota completo.Una sera, tutto cambiò. “Mai baciato una ragazza?” mi scrisse, con un’emoticon che ammiccava. Arrossendo sotto la luce fioca del telefono, risposi: “No, mai fatto niente.” La sua risposta mi fece quasi cadere il Nokia: “Cazzo, sei vergine? Tranquillo, piccolo porco, ti svergino io.” Da lì, i messaggi divennero puro porno. “Ti succhio il cazzo fino a farti urlare,” scrisse, e io, eccitato ma spaventato, risposi: “Davvero? Non scherzi?”.
“Non scherzo, ti sfondo,” ribatté lei, e ogni messaggio mi faceva indurire. Passavo le notti a rileggerli, il cazzo che pulsava nei boxer, immaginando il suo corpo. “Hai mai toccato una figa?” mi chiese una notte, e io, rosso come un peperone, scrissi: “No, mai, non so neanche com’è.” “Povero pivello,” rispose, “ti faccio vedere tutto io.” Contavo i giorni fino ad agosto, la testa piena di pensieri sbagliati, il cazzo sempre duro al solo pensiero di lei.
Quando mi scrisse, “Vieni a casa, i genitori sono al mare,” ero un relitto, il cazzo che premeva contro i pantaloncini. La casa affittata era a pochi passi dalla spiaggia, un posto piccolo con pareti bianche e mobili vecchi. L’aria afosa entrava dalle finestre aperte, il rumore delle onde riempiva il silenzio. Il caldo di agosto mi incollava la maglietta alla pelle, il sudore che colava lungo la schiena. Bussai alla porta, il cuore che mi esplodeva. Giulia aprì, e cazzo, era una visione da porno.
Indossava un vestitino estivo bianco, così trasparente che vedevo tutto: i capezzoli duri bucavano il tessuto, il culo grande spingeva contro il vestito, tondo e invitante. I capelli mossi biondi le cadevano sulle spalle, la pelle abbronzata brillava sotto il sole. “Pronto a farti scopare, piccolo porco?” disse, con un ghigno da troia, tirandomi dentro il salotto. “Giulia, cazzo, è sbagliato, siamo cugini,” balbettai, il cuore che martellava. Lei rise, strusciandosi contro di me, il suo profumo che mi mandava fuori di testa: “Non c’è cosa più divina che scoparsi la cugina, fidati.”
Mi portò nella sua camera, un angolo piccolo con un letto singolo. Le lenzuola bianche erano stropicciate, un ventilatore scassato girava a vuoto. Il rumore del mare entrava dalla finestra aperta, l’afa ci faceva sudare, il sudore che le incollava il vestito alla pelle. “Mai toccato una ragazza, pivello?” chiese, sedendosi sul letto, il vestito che saliva, mostrando la figa senza mutandine. “No, mai,” ammisi, la faccia in fiamme, il cazzo duro come pietra. “Povero vergine,” disse, leccandosi le labbra, “ti faccio diventare uomo io.”
Mi tirò sul letto, strappandomi i pantaloncini con un gesto deciso. “Tira fuori quel cazzo,” ordinò, gli occhi che brillavano di desiderio. Quando lo vide, sorrise: “Cazzo, non male per un pivello.” Si inginocchiò, i capelli biondi che le cadevano sul viso, la pelle sudata che brillava sotto la luce. Me lo prese in bocca, succhiando come una troia affamata. La sua lingua vorticava sulla cappella, scivolava sulle palle, le leccava con una fame che mi fece tremare.
“Cazzo, è sbagliato,” gemetti, il piacere che mi travolgeva. Lei sputò sul mio cazzo, guardandomi con occhi da puttana: “Chiudi la bocca e goditi la tua troia.” Succhiava forte, la bocca calda e bagnata, le mani che mi stringevano le cosce. Il ritmo era implacabile, la lingua che mi torturava, e in pochi minuti sentii il cazzo pulsare. “Sto venendo!” urlai, e sborrai nella sua bocca, schizzi caldi che lei ingoiò senza battere ciglio, leccandosi le labbra. “Buono, pivello,” disse, con un ghigno, “ma non abbiamo finito.”
Mi spinse sul letto, in missionario, e si sedette sul mio cazzo, ancora duro nonostante l’orgasmo. La sua figa bagnata mi ingoiava, stretta e calda, facendomi gemere. “Scopami, forza!” urlò, guidandomi con le mani sui fianchi. Il seno piccolo e sodo ballava, i capezzoli duri che pizzicai, facendola gemere. “Cazzo, sei una puttana,” grugnii, e lei rise: “Ti piace questa figa proibita, eh? È il nostro segreto.” Ogni spinta era un’esplosione, il caldo che ci faceva colare sudore, i suoi gemiti che coprivano il rumore del mare.
“È sbagliato, cazzo,” dissi, ma lei mi strinse: “Sbagliato un cazzo, goditi il taboo.” Il ritmo accelerò, la sua figa che mi stringeva, e sentii un altro orgasmo montare. “Cazzo, di nuovo!” gemetti, sborrando dentro di lei, il corpo che tremava, il sudore che ci univa. Lei gemette, continuando a cavalcare: “Bravo, porco, dammene ancora.” Il cazzo rimase duro, spinto dalla sua fame, e lei non si fermò.
“Ora il culo,” disse, alzandosi e mettendosi contro il muro, il vestitino tirato su, il culo grande in mostra. “Se ci beccano?” balbettai, il cuore che batteva forte. Lei rise: “Nessuno sa che mi inculi, pivello.” Si lubrificò con la saliva, e spinsi il cazzo nel suo buco, lento, sentendola gemere: “Cazzo, sì, sei dentro!” Pompo, guidato dai suoi ordini, il buco stretto che mi faceva impazzire. “Più forte, porco, sfondami!” urlò, e io la inculai, il sudore che ci colava, l’afa che amplificava tutto.
Il piacere anale era travolgente, il buco che mi stringeva, e sentii un altro orgasmo arrivare. “Cazzo, sto venendo ancora!” gridai, sborrando nel suo culo, il corpo che tremava, le gambe che cedevano. Lei gemette, spingendosi contro di me: “Cazzo, sei una macchina, pivello!” Mi tirò di nuovo sul letto, il cazzo ancora duro, e si mise a pecora, il culo in aria, i capelli appiccicati alla schiena.
“Ancora, porco,” ordinò, e ripresi a scoparle il culo, il dildo dimenticato—era lei la mia ossessione. Ogni spinta mi portava al limite, il buco che mi stringeva, e venni di nuovo, un quarto orgasmo che mi fece urlare, schizzi che colavano sul suo culo. “Cazzo, sì!” gemette lei, tremando. “Ora in bocca,” disse, inginocchiandosi, succhiandomi con una foga che mi fece esplodere un’ultima volta.
“Sborrami in bocca,” ordinò, e io venni, il quinto orgasmo, riempiendole la bocca. Lei ingoiò tutto, leccandosi le labbra: “Buono, pivello. Questo è il nostro segreto.” Crollai sul letto, il cuore che batteva all’impazzata, il cazzo esausto, la testa piena di lei. Quella settimana fu un delirio di incesto e porcate, e ogni giorno mi sbatteva più forte, insegnandomi tutto
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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