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Gay & Bisex

Seconda Doccia: sborrata esplosiva


di Salvoio7791
04.11.2025    |    4.075    |    6 8.9
"Estrassi il dildo fino alla cappella, poi lo spinsi dentro di nuovo, lentamente, torturandomi..."
Il vapore riempiva il bagno come una nebbia calda e densa. Il getto d’acqua scrosciava sul marmo, tamburellando come dita impazienti. Ero lì, nudo, il cuore che mi batteva nel petto come un tamburo. Trentiquattro anni, italiano, e il mio culo – dopo la prima volta – era diventato un pozzo senza fondo di desiderio.
Il dildo era già pronto. Lo stesso di sempre: 18 centimetri di silicone venato, testa larga, vene in rilievo, palle pesanti. Lo avevo lavato con cura, passato sotto l’acqua calda finché non era diventato tiepido, quasi vivo. Lo appoggiai sul bordo della doccia, lo guardai. Ti voglio dentro.
Spensi la luce principale. Lasciai solo quella del soffitto, calda, gialla, che faceva brillare le gocce d’acqua come diamanti. Mi insaponai lentamente. Le mani scivolavano sul petto, sui capezzoli duri, giù per gli addominali. Quando arrivai al cazzo, era già duro, pulsante, ma non lo toccai. Non ancora.
Presi il dildo. Lo portai alla bocca. Lo leccai dalla base alla punta, lentamente, come se fosse carne vera. Lo succhiai, lo inumidii, lo feci scivolare tra le labbra. Il silicone aveva un sapore neutro, ma nella mia testa era il sapore di un uomo. Un uomo che mi avrebbe scopato senza pietà.
Lo appiccicai alla parete, a metà altezza. Perfetto.
Mi girai. L’acqua mi colpì la schiena, calda, insistente. Mi chinai in avanti, le mani appoggiate alle piastrelle fredde. Il culo in fuori, aperto, pronto.
La testa del dildo sfiorò la mia entrata.
Un brivido.
Spinsi indietro.
La resistenza fu minima – il mio culo aveva imparato. La cappella entrò con un pop umido. Trattenni il fiato. Poi spinsi ancora. Un centimetro. Due. Cinque.
Cristo.
Il dildo mi riempì. Le vene sfregavano contro le pareti interne, ogni spinta era un’esplosione di nervi. Mi fermai a metà, lasciai che il mio corpo si abituasse. L’acqua scorreva sul mio culo, tra le natiche, gocciolava sul silicone.
Iniziai a muovermi.
Lentamente. Dentro. Fuori. Dentro. Ogni spinta era più profonda della precedente. Il mio cazzo dondolava sotto di me, duro, gocciolante. Non lo toccai. Non ancora.
Il ritmo aumentò.
Le anche sbattevano contro la parete. Il dildo entrava fino in fondo, le palle di silicone mi colpivano il perineo. Thwap. Thwap. Thwap. Il suono era osceno, bagnato, perfetto.
Il mio respiro si fece corto. I gemiti uscirono senza controllo.
“Sì… cazzo… scopami…”
Parlavo da solo. La voce rimbalzava sulle piastrelle, si mescolava al rumore dell’acqua.
Il dildo colpì la prostata.
Un lampo.
Il mio corpo si irrigidì. Le gambe tremarono. Ma non era ancora il momento. Rallentai. Estrassi il dildo fino alla cappella, poi lo spinsi dentro di nuovo, lentamente, torturandomi.
Ripetei.
Dieci volte. Venti.
Ogni volta che sfiorava la prostata, il mio cazzo pulsava, una goccia di pre-sborra cadeva sul pavimento della doccia, subito lavata via.
Poi non ce la feci più.
Accelerai.
Le anche sbattevano con violenza. Il dildo mi scopava senza pietà. Il mio culo era aperto, bagnato, affamato. Le mani scivolavano sulle piastrelle, cercavano appiglio.
Il piacere montava.
Dalla base della spina dorsale, su per la schiena, fino al cervello. Un’onda. Un tsunami.
Non toccai il cazzo.
Non ne avevo bisogno.
Il dildo colpì la prostata un’ultima volta.
Ero lì.
L’orgasmo esplose.
Un urlo rauco, animalesco, uscì dalla mia gola. Il mio corpo si contrasse. Il culo strinse il dildo come una morsa.
La sborra schizzò.
Non una, non due.
Una sola, potente, infinita.
Il primo getto colpì la parete di fronte, a un metro di distanza. Il secondo arrivò più in alto, quasi al soffitto. Il terzo, il quarto, il quinto – una corda dopo l’altra, bianca, densa, che si mescolava all’acqua, scivolava giù per le piastrelle.
Il mio cazzo pulsava senza toccarlo. Ogni contrazione era un’esplosione.
Durò venti secondi. Forse trenta.
Quando finì, crollai in ginocchio.
L’acqua continuava a scorrere. Il dildo era ancora dentro di me, fermo, come un trofeo. Lo estrassi lentamente – un slurp umido – e lo guardai. Era lucido, bagnato, perfetto.
Mi alzai. Le gambe tremavano.
Guardai le piastrelle.
La sborra era ovunque. Strisce bianche che colavano lente, come lacrime di piacere.
Sorrisi.
Una sola sborrata.
Ma che sborrata.
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