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orge

Bukkake secondo livello


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaSong
25.10.2026    |    119    |    1 8.0
"Un camionista le sparò sui capelli e lei se li succhiò dalle punte, in ginocchio tra due paraurti..."
I fari

Cinzia me lo disse nuda, il cartellino A 69 ancora sul cruscotto, il viso che non aveva pulito.

«La prossima non è il parcheggio. È lo sfascio. Il centro di recupero auto, quello tuo, il titolare lo conosci. Di notte. Fari accesi. Io al centro. Loro in cerchio. Non meno di trenta. Bukkake. Bevo. Tu filmi. I relitti intorno, la lamiera, l’odore di olio bruciato. Voglio i fari in faccia, così sul video si vede tutto, anche quando non riesco più a tenere gli occhi aperti.»

Ero d’accordo.

Chiamai il titolare. Adulto, sessanta anni, mani da chiave inglese, il piazzale che di giorno è un cimitero di scocche. Non mentii.

«Domenica. Dopo mezzanotte. Il cancello sul retro. Una donna. Almeno trenta uomini. Lei al centro. Fari delle auto. Si filma. Niente nomi. Tu resti, se vuoi, o apri e sparisci. Si paga il piazzale. Si lascia pulito quanto si può.»

Rispose dopo una pausa.

«Il cancello sul fossato. Le auto le sistemo io, in cerchio, fari bassi. Trenta li trovi se lo dici in giro senza dire chi. Io resto in cabina. Se urla di vero, spengo. Altrimenti non esco.»

Cinzia, accanto a me, annuì.

Arrivammo a mezzanotte e dieci. Il cancello si aprì su un rettangolo di fango e lamiera. Pezzi di auto, parabrezza spaccati, un furgone senza porte, l’odore di olio, di ruggine, di benzina vecchia. Il titolare aveva già disposto le macchine: un cerchio largo, muso verso il centro, fari accesi, luce bianca e gialla che tagliava il buio. Al centro, uno spazio di terra battuta, un telo, niente sedia.

Cinzia si sfilò il cappotto. Nuda. I capelli sciolti. In mano, di nuovo, un cartellino. Rossetto: A 69. Lo tenne alto, i fari le stamparono il corpo sulla ghiaia, ogni curva, ogni pelo, le ginocchia già sporche.

«Accendi», disse. «Da quando mi metto in ginocchio. I fari non si spengono. Se sono meno di trenta, aspetti. Se sono di più, meglio.»

Accesi.

Arrivarono a ondate. Furgoni, utilitarie, un tir parcheggiato fuori. Contai fino a trenta. Poi smisi: trentaquattro, trentasei, un cerchio fitto di uomini adulti, tute, felpe, due giacche, odore di officina e di sigaretta. Si misero tra un faro e l’altro, il viso in ombra, il cazzo già in mano, illuminati solo dal basso, come se lo sfascio fosse un palco.

Cinzia si inginocchiò al centro. Il cartellino al petto. La bocca aperta.

«In faccia. In gola. Bevo. Marco filma. I fari restano. Chi sborra, resta nel cerchio. Voglio il peso. Voglio la luce. Non fermatevi a contare.»

Il primo le sparò sulla guancia, bianco sotto il faro. Lei girò la testa, aprì, e il secondo le riempì la lingua. Bevve. Il suono umido, la gola, e alzò gli occhi verso di me, già lucida, i fari che le facevano due buchi neri nelle pupille.

Poi fu un colpo dopo l’altro, più largo del McDonald’s, più sporco del capannone.

Le tette. La fronte. I capelli. Il cartellino. Un getto le arrivò sulla scritta, rosso e bianco, e lei non lo pulì. Lo tenne come un’insegna in mezzo alle carcasse. Uno le tenne la testa e le sborrò in gola, fondo, le palle sul mento, e lei inghiottì, tossì un filo, riaprì. Un altro le coprì le palpebre. I fari rendevano tutto visibile: ogni filo, ogni deglutizione, il modo in cui raccoglieva dal mento e si rimetteva in bocca.

Non era asfalto pulito. Era terra, olio, un bullone sotto un ginocchio. Cinzia non si scostò. Disse «ancora», la voce già impastata, e il cerchio si strinse.

Due per volta sulle labbra. Uno le teneva i capelli. Uno le sparava sul viso già una maschera. Lei beveva, davvero, ogni fiotto che le arrivava in bocca, e quello che non entrava le colava sul petto, sul cartellino, sulle cosce, e lei lo leccava dal palmo sotto i fari, lenta, perché il telefono lo prendesse.

Io giravo tra una macchina e l’altra. Il video era tutto luce: nuda, in ginocchio, A 69, i cazzi senza volto, il relitto di un’utilitaria alle sue spalle, un parabrezza che rifletteva il bianco sul suo viso. A un certo punto mi sbottonai e le sborrai in gola, primo piano, e lei mi tenne, bevve, e disse «gli altri, tutti, non spegnere».

Il titolare, dalla cabina, non uscì. I fari restarono.

Alcuni tornarono duri. Un meccanico, le mani nere, le riempì la bocca due volte. Un camionista le sparò sui capelli e lei se li succhiò dalle punte, in ginocchio tra due paraurti. Uno le chiese di alzare il cartellino. Lo alzò. Filmai quello: nuda, i fari, A 69 in rossetto e sborra, la lingua fuori, le carcasse intorno come un pubblico di lamiera.

Non dissi il numero. Erano più di trenta. Il cerchio non si ruppe. Cinzia non disse rosso.

Alla fine gli uomini si allargarono. Restò lei, la terra, i fari. Il viso una maschera. I capelli appiccicati. Un filo che le scendeva dal mento al petto, lento, illuminato. Respirava a bocca aperta. Deglutì un’ultima volta, da sola, quello che le era rimasto sulla lingua, e guardò la camera.

«Salvalo. Stasera sui fori. La prossima voglio il doppio, stesso piazzale, più fari. Il titolare resti a guardare, se vuole. Tu filmi. Io bevo. Il cartellino lo riscrivo io, sul cofano di quella lì.»

Indicò una scocca senza porte. Si alzò con le ginocchia sporche d’olio, si mise il cappotto sulle spalle, non lo chiuse, e tenne il cartellino fino al cancello. A 69 si leggeva ancora.

Il titolare spense i fari uno alla volta. Il buio tornò a pezzi. Ci fece uscire senza una parola. Solo, al cancello:

«Se tornate, avvisate. Il cerchio lo rifaccio. Lei al centro. Io in cabina. O fuori, se dice di sì.»

In auto Cinzia non chiese l’acqua. Mi prese la mano, se la mise in bocca, leccò, e disse:

«Dietro McDonald’s c’era il fritto. Qui c’è l’olio bruciato e i fari. Per questo. La prossima metti due cerchi, se capiscono. Tu filmi dall’alto, dal tetto di un furgone. Io resto in ginocchio finché i fari non si spengono.»

Io misi in tasca il telefono, il video caldo di luce bianca, e partii con lei nuda sotto il cappotto, il viso ancora coperto, già sapendo che lo sfascio, di notte, non era più un piazzale: era il suo palco
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