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Bukkake x A 69


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaSong
25.10.2026    |    380    |    1 9.2
"Lei raccoglieva con le dita, si metteva in bocca quello che le scendeva, e deglutiva guardando l’obiettivo..."
Cinzia me lo chiese nuda, il video del primo bukkake ancora sul telefono.

«Di più. Molti di più. Non il capannone. Dietro McDonald’s, quello sulla statale, il parcheggio dei dipendenti, buio dopo le ventidue. Io sto in piedi accanto alla macchina. In mano un cartellino. Scritto col rossetto. A 69. Così sanno che sono io. Tu filmi. Loro sconosciuti. Io bevo. Tutto.»

Ero d’accordo.

Non misi il nome. Solo un pin, un’ora, una riga: domenica, ventidue e trenta, retro McDonald’s, stallo A 69. donna in ginocchio. bukkake. lei beve. si filma. volti no. maggiorenni. se vedi il cartellino rosso, sei nel posto giusto.

Arrivammo alle ventidue e dieci. Il ristorante era ancora acceso davanti, neon giallo, odore di fritto. Dietro, il parcheggio era un rettangolo di asfalto, tre lampioni sparati, cassonetti, una siepe. Lo stallo A 69 era in fondo, lontano dalle telecamere della vetrina.

Cinzia si sfilò il cappotto. Niente sotto. Prese il cartellino bianco, si passò il rossetto sulle labbra, poi scrisse sul cartoncino, lenta, due lettere e due cifre: A 69. Lo tenne all’altezza del petto, nuda, i capelli raccolti, già in piedi sull’asfalto.

«Accendi», disse. «Da adesso. Non spegnere finché non ho la bocca piena e non riesco più a parlare.»

Accesi.

I primi due scesero da un furgone. Poi un’auto. Poi tre. In dieci minuti il cerchio era già più largo del capannone: venti, poi venticinque, poi smisi di contarli. Uomini adulti, tute, felpe, una cravatta allentata, odore di macchina e di sigaretta. Nessun nome. Videro il cartellino. Videro lei. Si sbottonarono.

Cinzia si mise in ginocchio sull’asfalto, il cartellino ancora in una mano, il rossetto che già si spalmava. Con l’altra si aprì la bocca.

«In faccia. In gola. Bevo. Marco filma. Chi sborra, resta vicino. Voglio sentire il peso.»

Il primo le sparò sulla guancia. Lei girò la testa, aprì, e il secondo le riempì la lingua. Bevve. Un suono umido, la gola che lavorava, e alzò gli occhi verso il telefono, bianca già dal mento.

Poi fu un colpo dopo l’altro, più fitto della volta prima.

Le tette. La fronte. I capelli. Il cartellino. Un getto le arrivò proprio sulla scritta A 69, rosso e bianco insieme, e lei rise bassa, e non lo pulì. Lo tenne così, macchiato, come un’insegna.

Uno le tenne la testa e le sborrò in gola, fondo, le palle sul mento. Lei inghiottì, tossì un filo, riaprì. Un altro le coprì le palpebre. Un altro le tette. Lei raccoglieva con le dita, si metteva in bocca quello che le scendeva, e deglutiva guardando l’obiettivo.

Non era un telo. Era asfalto. Ginocchia sporche. Il neon di McDonald’s lontano, giallo, e il cerchio degli uomini che si stringeva. Qualcuno passò sul viale davanti e non vide niente. Dietro la siepe, sì: cazzi, respiro, lei nuda, il cartellino.

«Di più», fiato, la voce già impastata. «Vicino. Gola. Voglio bere. Non fermatevi a contare.»

Si accavallarono. Due per volta sulle labbra. Uno le teneva i capelli. Uno le sparava sul viso già una maschera. Cinzia beveva, davvero, ogni fiotto che le arrivava in bocca, e quello che non entrava le colava sul petto, sul cartellino, sulle cosce, e lei lo leccava dal palmo e lo rimetteva giù.

Io giravo intorno, il telefono a un palmo: la scritta A 69, la bocca aperta, la lingua bianca, i ventri senza volto. A un certo punto mi sbottonai e le sborrai io per primo piano, in gola, e lei mi tenne, bevve, e disse «ancora lui, ancora gli altri», senza chiudere.

Non so se erano trenta. So che alcuni tornarono duri e ci riprovavano, e lei non disse rosso. Un camionista le riempì la bocca due volte. Un ragazzo adulto, magro, le sparò sui capelli e lei se li succhiò dalle punte. Uno le chiese di alzare il cartellino. Lo alzò. Filmai quello: nuda, in ginocchio, A 69 in rossetto e sborra, la lingua fuori.

Alla fine il cerchio si allargò. Restò lei, l’asfalto, il cartellino molle in mano. Il viso una maschera. I capelli appiccicati. Un filo che le scendeva ancora dal mento al petto, lento. Respirava a bocca aperta. Deglutì un’ultima volta, da sola, quello che le era rimasto sulla lingua, e guardò la camera.

«Salvalo. Stasera sui fori. La prossima voglio il doppio. Stesso parcheggio. Stesso cartellino. Tu scrivi l’ora. Io scrivo A 69. E non mi pulisco finché non siamo in auto.»

Li feci andare. Le macchine. Il silenzio. Il neon giallo lontano.

Cinzia si alzò con le ginocchia sporche, si mise il cappotto sulle spalle, non lo chiuse, e tenne il cartellino in mano fino al sedile. A 69 si leggeva ancora, rosso e bianco.

In auto non le diedi l’acqua. Non la chiese. Mi prese la mano, se la mise in bocca, leccò, e disse:

«Dietro McDonald’s è peggio del capannone. Si sente odore di patatine e di seme. Per questo. La prossima metti mezzanotte. Più buio. Più uomini. Tu filmi. Io bevo. Il cartellino lo riscrivo io.»

Io misi in tasca il telefono, il video caldo, e partii con lei nuda sotto il cappotto, il viso ancora bianco, già sapendo che A 69, su quell’asfalto, non era più uno stallo: era il suo nome, per una notte.
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