orge
Una serata inaspettata
09.03.2026 |
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"Mi afferrò il cranio rasato con entrambe le mani e iniziò a scoparmi la faccia: affondi lenti, profondi, fino alle palle..."
Questo racconto è una storia vera ma i nomi, a parte il mio, sono tutti di fantasia.Quella sera scorrevano profili su Grindr, il solito loop noioso. Poi il suo. Andrea. Foto che ti entravano sottopelle: torso nudo con tatuaggi che sparivano sotto la cintura, pacco gonfio nei jeans, sguardo da predatore. Bio brutale:
“Non per chiacchierare. Se vieni da me, vieni per farti sfondare. Passivi veri, lubrificati e pronti a obbedire.”
Gli scrissi, cuore già accelerato.
Io: Ciao. Mi hai incuriosito.
Lui: Dimmi cosa sei disposto a fare. Sii esplicito o sparisci.
Io: Passivo. Mi piace sentirmi usato… forte. Anche in modo estremo. Lubrificato da casa se serve.
Lui: Estremo quanto?
Io: …mi eccita l’idea di non avere controllo. Di essere preso come una cosa.
Lui: Bravo. Indirizzo tra 10 minuti se hai le palle. Niente mutande, niente storie. Porta solo il tuo buco bagnato.
Io: Sì.
Mi mandò la posizione.
Mi preparai in bagno: rasai a zero i capelli fino a sentire la cute liscia sotto le dita, lubrificante interno a palate, fuori abbondante fino a colare lungo le cosce. Jeans stretti senza slip, camicia leggera. Tremavo mentre guidavo.
Arrivai alle 23:50. Suonai. Voce dall’interfono:
“Scala B, terzo. Porta socchiusa. Entra e chiudi a chiave.”
Salii. Spinsi. Appartamento semibuio, odore di maschio, sudore pulito e dopobarba pesante.
Andrea era lì, appoggiato al muro. Quasi 1,90, muscoli definiti sotto la maglietta grigia, jeans scuri, piedi nudi. Occhi verdi che mi trapassarono.
“Lorenzo?”
Annuii, gola secca.
“Chiudi la porta. Gira la chiave. Bravo cagnolino.”
Il click fu come una sentenza.
Si avvicinò lento. Mi afferrò il cranio rasato con una mano grande, mi tirò la testa indietro.
“Bel taglio da troia. Sembri già pronto a inginocchiarti.”
Deglutii.
“Da quant’è che non ti fanno pisciare il culo fino a farti piangere, eh?”
“Troppo,” sussurrai.
Rise cattivo. “Stasera rimedieremo. Ma comando io. Tu apri bocca e culo e basta. Chiaro, puttanella?”
“Chiaro.”
Mi spinse contro il muro, palmo aperto sul petto. Mi torse un capezzolo fino a farmi gemere.
“Togliti la camicia. Mostra quel petto da zoccola arrapata.”
Slacciai tremando. Camicia a terra. Mi palpò, pizzicò forte.
“Guarda come ti si drizzano i capezzoli. Sei proprio una troia in calore.”
Mi prese per la nuca.
“Andiamo di là. Ti stanno aspettando.”
Il sangue mi gelò. “Chi…?”
“Zitto e cammina, troia.”
Spinse la porta della camera.
Tre uomini sul letto king-size. Marco, Davide, Luca. Seduti, vestiti, rilassati. Mi fissarono come lupi su una preda.
Il terrore mi esplose nel petto. Ansimai, feci un passo indietro, ma Andrea mi bloccò con il corpo, mano ferma sulla nuca.
“Che c’è, puttanella? Pensavi di trovare solo me?”
“Io… non… non l’avevo detto così…” balbettai, voce rotta.
Rise basso, crudele. “Hai scritto che ti eccita non avere controllo. Che ti piace essere usato forte. Estremo. Ora lo sei. Quattro cazzi per il tuo buco. Se vuoi scappare, la porta è lì. Ma lo sappiamo entrambi che non lo farai.”
Tremavo. Paura vera, stomaco contratto. Ma il cazzo pulsava duro contro i jeans, traditore. Andrea se ne accorse, mi palpò ridendo.
“Guarda qua. Spaventato ma già bagnato. Sei proprio una troia schifosa.”
Mi spinse dentro, chiuse la porta.
“Spogliati. Tutto. Fatti vedere dai ragazzi. O preferisci che ti strappiamo i vestiti?”
Mani tremanti sulla cintura. Calai i jeans. Il cazzo duro schizzò fuori. Mi chinai per toglierli, poi nudo, rasato a zero, esposto. Quattro paia di occhi mi divorarono.
Marco: “Cazzo che culo sodo. Girati, troia.”
Mi girai. Fischio da Davide.
“Già cola lubrificante dalle cosce. Questa puttana si è preparata per prenderne tanti.”
Andrea mi si mise dietro. Mi spalancò le natiche. Due dita entrarono di colpo, fino alle nocche. Gemetti, piegandomi in avanti.
“Buco bello aperto e fradicio,” annunciò. “Questa troia è pronta a essere sfondata.”
Mi buttarono sul letto a quattro zampe, culo in alto, testa premuta sul materasso. Andrea davanti, slacciò i jeans. Tirò fuori il cazzo.
Dio. 22 cm minimo, venoso, cappella viola gonfia. Spessore da lattina di Coca-Cola. Me lo sbatté sulle labbra.
“Apri quella fogna che hai al posto della bocca.”
Aprii. Entrò. La bocca si allargò dolorosamente, guance incavate, gola che si contraeva. Mi afferrò il cranio rasato con entrambe le mani e iniziò a scoparmi la faccia: affondi lenti, profondi, fino alle palle.
“Succhialo bene, puttana. Senti quanto ti allarga la gola? Tra poco lo sentirai nel culo.”
Dietro Marco entrò per primo. Cazzo medio, spesso. Sputò sul buco, spinse violento. Urlai intorno al cazzo di Andrea, lacrime che colavano.
“Stringi quel culo da troia,” ringhiò Marco. “Fammi sentire quanto sei stretto prima che ti allarghiamo tutti.”
Mi scopò brutale: colpi secchi che facevano sbattere le palle, mani che mi schiaffeggiavano le natiche fino a farle bruciare rosse. Sudore che colava, odore di sesso che riempiva la stanza. Dopo minuti infiniti uscì, si spostò davanti. Andrea si tirò fuori. Marco mi afferrò il cranio.
“Apri. Ingoia la mia sborra, schifosa.”
Spinse in gola, venne con grugniti. Getti caldi, densi, salati. Deglutii convulsamente, tossendo, ma ingoiai tutto.
“Brava troia. Pulisci con la lingua.”
Davide dopo. Mi infilò il cazzo nel culo già gonfio, scopandomi con affondi rapidi, ruotando i fianchi per strofinare la prostata.
“Guarda come si spalanca questo buco. Sembra una fica bagnata.”
Uscì e finì in bocca: “Ingoia tutto, puttanella lurida.” Lo feci, gola che bruciava di sapore acre.
Luca ultimo prima del mostro. Mi scopò lento ma profondo, tenendomi le natiche aperte con le mani.
“Senti come ti preparo per il cazzo vero? Tra poco ti spacca in due.”
Venne in gola, tenendomi fermo: “Tutta giù. Non una goccia fuori, troia.”
Ero distrutto: sudore ovunque, buco spalancato e pulsante, gola piena di tre sborre, tremori incontrollabili.
Andrea mi girò sulla schiena, gambe divaricate al massimo. Mi alzò i polpacci sulle spalle, prese lubrificante e se lo spalmò sul cazzo enorme.
“Gli altri ti hanno solo allargato. Ora ti apro io. E vengo solo io nel tuo culo. Tu sei il mio serbatoio stasera.”
Appoggiò la cappella.
“Respira, puttana. E guardami mentre ti sfondo.”
Spinse. La cappella entrò con uno schiocco bagnato e doloroso, allargandomi oltre il limite. Urlai, schiena inarcata. Lui continuò implacabile: centimetro dopo centimetro, sentivo ogni vena pulsare dentro di me, lo spessore che mi stirava le pareti fino a farmi male in modo squisito. Quando fu tutto dentro, le palle contro le mie natiche, si fermò.
“Tutto dentro il tuo culo da troia. Senti quanto ti riempio? Non respiri quasi più.”
Iniziò a scoparmi. Lento, poi sempre più forte. Ogni affondo era un pugno allo stomaco, la cappella che sbatteva contro la prostata facendomi schizzare pre-eiaculazione senza toccarmi. Mi masturbò il cazzo con una mano rude, torcendolo.
“Vieni mentre ti piscio il culo, puttana. Schizza per il tuo padrone.”
Venni urlando, schizzi potenti sul petto, mento, persino sul cranio rasato. Corpo in convulsioni. Lui non rallentò: martellava più duro, letto che sbatteva contro il muro, suoni bagnati osceni, odore di sudore e sesso ovunque.
“Stringi quel buco intorno al mio cazzo. Fammi venire dentro di te, troia.”
Alla fine si tirò fuori di colpo, si spostò sopra la mia faccia.
“Apri quella bocca lurida.”
Aprii. Scaricò getti lunghissimi, caldi, densi. Ingoiai più che potevo, ma colò sugli angoli, sul collo, sul cranio rasato. Me lo spalmò con il cazzo ancora duro.
“Brava puttana. Hai preso tutto.”
Crollai. Esausto, tremante, buco spalancato che colava lubrificante misto alla sua sborra calda, gola rauca, corpo segnato da schiaffi e strizzate.
Gli altri si rivestirono ridendo.
Marco: “La prossima volta lo facciamo a rotazione tutta la notte.”
Davide: “E gli leghiamo le mani.”
Andrea si sdraiò accanto a me, mano sul mio cranio rasato sudato.
“Hai avuto paura, eh? Ma hai retto da dio, troietta.”
Mi baciò la fronte, voce improvvisamente bassa.
“Riposati. Tra mezz’ora ti rimetto a pecora. Se resti.”
Chiusi gli occhi, corpo dolorante, terrorizzato e già eccitato di nuovo.
“Resto,” sussurrai.
Sorrise.
“Lo sapevo, cagnolino.”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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