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Le regole della notte


di Membro VIP di Annunci69.it Sistino
08.07.2026    |    703    |    3 8.0
"Una volta un collega gli disse, durante una pausa caffè: «Secondo te tutti nascondono qualcosa?» Marco sorrise..."
Marco aveva due telefoni.

Uno squillava per lavoro, per la famiglia, per gli amici.

L'altro quasi mai.

Si accendeva soltanto il venerdì sera.

Nessun nome in rubrica.

Solo iniziali, nickname e gruppi privati dove ogni invito durava pochi minuti prima di essere cancellato.

Un indirizzo.

Un orario.

Qualche indicazione sul parcheggio.

Nient'altro.

Era così da quasi dieci anni.

La prima volta ci era arrivato per curiosità.

La centesima perché aveva capito che quello era diventato il suo mondo.

Non lo viveva come una trasgressione.

Nemmeno come un segreto di cui vergognarsi.

Semplicemente, era una parte della sua vita che apparteneva soltanto a lui.

Fuori da quei luoghi era un uomo qualunque.

Educato.

Riservato.

Sempre puntuale.

Dentro quelle serate, invece, sparivano professioni, titoli e apparenze.

C'erano medici, operai, imprenditori, insegnanti.

Persone che, il giorno dopo, si sarebbero incrociate al supermercato senza rivolgersi nemmeno un cenno.

Ed era proprio quello il fascino.

La discrezione.

Nessuno faceva domande.

Nessuno raccontava troppo.

Esistevano solo poche regole.

Rispetto.

Consenso.

Riservatezza.

Chi non le comprendeva, durava una sera.

Chi le rispettava diventava parte di una comunità silenziosa.

Marco era uno di quelli.

Con il tempo aveva imparato a riconoscere gli organizzatori ancora prima che si presentassero.

Li salutava con una stretta di mano.

Scambiava due parole.

Poi prendeva un bicchiere da bere e iniziava a osservare.

Gli piaceva osservare.

Le coppie che arrivavano tenendosi per mano.

Quelle che sembravano emozionate.

Quelle che, invece, si muovevano con la naturalezza di chi conosceva quell'ambiente da anni.

Ogni volto raccontava una storia diversa.

C'era chi cercava novità.

Chi voleva rompere la routine.

Chi semplicemente condivideva un modo diverso di vivere la propria intimità.

Marco non giudicava nessuno.

Non era lì per quello.

Una sera conobbe Roberto e Silvia.

Sui quarant'anni.

Lui parlava poco.

Lei rideva continuamente.

Si fermarono a chiacchierare per quasi un'ora.

Di viaggi.

Di ristoranti.

Di automobili.

Chiunque li avesse ascoltati avrebbe pensato a tre amici incontrati per caso.

Fuori da quel contesto, probabilmente, non si sarebbero mai più rivisti.

Dentro, invece, bastava uno sguardo per riconoscersi anche mesi dopo.

Un'altra volta fu una coppia di Milano.

Lui architetto.

Lei fotografa.

Arrivati con un'eleganza quasi fuori luogo.

Parlarono tutta la sera di mostre, libri e città europee.

Marco si accorse che quel mondo era molto diverso da come la gente lo immaginava.

Molti pensavano fosse fatto solo di eccessi.

Lui vedeva soprattutto persone.

Persone con desideri, limiti, regole e una fiducia reciproca sorprendente.

Era quella fiducia ad averlo conquistato.

Non l'eccesso.

La libertà.

La possibilità di entrare in una stanza dove nessuno pretendeva di sapere chi fossi davvero.

Negli anni diventò un volto familiare.

Ogni tanto qualcuno lo salutava con un sorriso.

«È tanto che non ti vedevamo.»

Lui sorrideva.

«Ho avuto un periodo pieno.»

Non aggiungeva altro.

Non serviva.

Le conversazioni finivano sempre lì.

Nessuno invadeva la vita privata degli altri.

Era una forma di rispetto che, paradossalmente, trovava più autentica di quella sperimentata in tanti ambienti "normali".

Quando la serata terminava, usciva sempre da solo.

Respirava l'aria fresca della notte.

Accendeva la macchina.

Metteva la stessa playlist jazz che ascoltava da anni.

Durante il viaggio verso casa non provava né euforia né rimorso.

Solo una calma profonda.

Come chi ha trascorso una serata nel luogo in cui si sente pienamente a proprio agio.

Una volta un collega gli disse, durante una pausa caffè:

«Secondo te tutti nascondono qualcosa?»

Marco sorrise.

«No.»

«E allora perché lo chiedi?»

«Così, per curiosità.»

In realtà conosceva già la risposta.

Tutti custodivano una parte di sé che il resto del mondo non avrebbe mai visto.

La sua, semplicemente, viveva di notte.

E non aveva alcuna intenzione di cambiarla.

Perché non la considerava un errore.

Era una scelta.

La sua.

E, finché avrebbe potuto decidere liberamente chi essere, avrebbe continuato a varcare quelle porte anonime con la stessa serenità con cui altri entravano in un cinema, in uno stadio o in un teatro.

Per lui, la notte non era una fuga dalla realtà.

Era il luogo dove smetteva di interpretare un ruolo e tornava, finalmente, a essere soltanto se stesso.
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