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Prime Esperienze

Come pioveva


di Kinsella46
11.03.2026    |    3.993    |    9 9.5
"Lui guida la mia mano, la strofina contro la sua erezione che si sta facendo sempre più netta sotto il tessuto dei pantaloni..."
I tergicristalli danno l'ultimo colpo fiacco e si fermano a metà del vetro. Il rumore della pioggia che martellava poco prima cessa non appena la macchina si ferma sotto un ponte in tangenziale in attesa che spiova.
Francesco tiene ancora le mani sul volante, le nocche un po' bianche. Non mi guarda. Guarda dritto nel grigio della tempesta, come se stesse leggendo un copione invisibile sul parabrezza.
FRANCESCO: (con una calma piatta, quasi irritante) «Senti... visto che siamo qui bloccati e non si muove niente, nell’attesa che spiova... me lo succhi?»
Il cuore mi fa un salto in gola. Mi giro di scatto verso di lui, convinto che stia ridendo, che stia per dire "scherzavo!", o che abbia perso completamente il lume della ragione. Ma il suo profilo è immobile.
IO: «Ma sei serio? Ma che diavolo stai dicendo? Francesco, ma che ti salta in mente? Ma ti senti quando parli? Ma sei impazzito? Ma ti rendi conto di cosa mi hai chiesto? Io scendo, me ne vado a piedi sotto il diluvio, non me ne frega niente. Sei completamente fuori di testa!»
Lui non si scompone. Non sposta nemmeno le mani dal volante. Anzi, sospira quasi con un'aria di sufficienza, come se fossi io quello che sta esagerando.
FRANCESCO: «Ma perché ti scaldi così? Ti ho fatto una semplice domanda... mica ti ho offeso. Mica ho detto che sei un pezzo di merda a o cose del genere. È una richiesta, puoi dire di no e finisce lì, no?»
IO: «Senti... dai! Ma ti sembra il caso? Ma ti rendi conto della proposta che mi hai fatto? Ma secondo te, dopo tutti questi anni che ci conosciamo, io adesso... cosa faccio? Ti tiro giù la cerniera e te lo succhio così, sotto un ponte? Ma dai, non scherzare, Francesco. Dimmi che è uno scherzo di pessimo gusto e chiudiamola qui.»
Lui non ride. Non accenna nemmeno un sorriso imbarazzato. Sposta finalmente una mano dal volante e si gratta il mento, guardando una goccia che scivola lenta sul vetro laterale. La sua voce è bassa, tranquilla, quasi confidenziale.
FRA: «Perché pensi che stia scherzando? Guarda che non sarebbe mica la prima volta per me. Ho già avuto situazioni... simili. Con persone che conosciamo entrambi, tra l'altro. Non è la fine del mondo, è solo un modo per far passare il tempo e scaricare la tensione. Non capisco perché la fai così tragica.»
IO: «Ma cosa dici? Ma è roba da pazzi... Ma dove li trovi? Gente che conosco? Saremo cinquanta persone in azienda e tu vai a beccare proprio quei due o tre che... insomma, che lo fanno con un altro uomo? Boh, mi sembra impossibile.»
Lui si volta verso di me, appoggiando il gomito sulla portiera, e mi guarda con un’aria di divertita superiorità.
FRA: (ridendo di gusto) «Due o tre? Ma in che mondo vivi? Credo che se facciamo cento i maschi in azienda, almeno il settanta per cento l’ha già succhiato o se l’è fatto succhiare da un altro uomo. Almeno. E il resto? Il resto sono quelli che vorrebbero farlo ma non hanno il coraggio, si vergognano, hanno paura di perdere la faccia,o hanno paura di quello che pensano gli altri.»
IO: «Ma che cazzo dici? Ma poi chi sarebbero questi altri? Magari ci parlo assieme tutti i giorni senza saperlo»
FRA: «Eh no, non funziona così, secondo te se tu me lo succhiassi farei il tuo nome a terze persone? »
FRA: (con voce bassa, quasi un sussurro che sovrasta il ticchettio sul tetto) «Onestamente... tu, nella tua vita, non hai mai avuto il pensiero? Dico davvero. Non parlo di farlo al bar davanti a tutti. Parlo di quella curiosità lì, quella che ti viene quando sei da solo o quando vedi qualcuno che ti ispira. Non hai mai avuto voglia di toccare... o di succhiare un altro cazzo? Solo per sapere com'è?»
IO: (con la voce un po' più bassa, quasi un sussurro) «Ma non lo so. Forse... forse una volta. Ma ero giovane. Molto giovane.»
FRA: «E allora? Quella volta... com'è finita? O meglio, com'è che non l'hai più fatto? Per paura o perché non ti è piaciuto?»
Tu: (quasi tra me e me) «Non l’ho mai fatto e non so perchè... non ricordo più bene. Credo sia stato per paura.»
Mi chiudo nel mio silenzio, guardando le gocce che ora scivolano più lente sul parabrezza. Francesco mi osserva per un istante, poi sospira, rilassando completamente le braccia. Sembra quasi che si sia pentito di aver forzato la mano.
FRA: «Vabbè, dai. Scusa se ho creato questa atmosfera, non volevo... non volevo rovinarti la giornata. Mi sono lasciato trascinare dal discorso.»
IO: (rilassando finalmente le spalle) «Ma no, figurati. Dai, tranquillo... è andata così. Capita di dire cavolate quando si è bloccati in una situazione del genere.»
Ci siamo guardati per un secondo. E’ tutto finito. L'amicizia è salva, il disagio è archiviato. Francesco accenna un sorriso, mette la mano sulla chiave come per sentire se il motore è pronto a ripartire. Poi si ferma un istante, mi guarda di nuovo, con un’aria quasi paterna, e dice:
FRA: «Senti. Facciamo che tutto questo non è mai successo. Ricominciamo da zero, ok? Come se ci fossimo appena fermati con la macchina.»
Tu: «Va bene. Meglio così.»
FRA: «Ok. Allora Senti... visto che siamo qui bloccati e non si muove niente... me lo succhi?»
La risata esplode all'improvviso, liberatoria e quasi isterica, riempiendo l’abitacolo e rimbalzando contro i vetri appannati. È il suono di due cinquantenni che hanno appena superato il limite dell'assurdo e si sono ritrovati dall'altra parte. Scoppiamo a ridere finché non ci viene a mancare il fiato, finché le lacrime non ci rigano il viso, mentre fuori il mondo annega sotto la pioggia torrenziale.
Poi, Francesco muove il braccio lentamente, quasi con cautela, come se non volesse spezzare l'incantesimo di quel momento sospeso. Mi prende la mano. Il contatto è caldo, solido. La appoggia sui suoi pantaloni. Non so perché, ma ora lo lascio fare. Sento la stoffa, sento il calore che emana il suo corpo. E non la tolgo.
Lui guida la mia mano, la strofina contro la sua erezione che si sta facendo sempre più netta sotto il tessuto dei pantaloni. Con l'altra mano, con movimenti rapidi e precisi, sbottona la cintura e apre la cerniera. I pantaloni scivolano giù. Non c'è più spazio per le parole.
Infilo la mano nell'apertura degli slip. La pelle è calda, liscia. Lo tiro fuori, liberandolo dalla costrizione dei vestiti. Sotto il mio tocco lo sento crescere, pulsare, diventare reale tra le mie dita. È la risposta fisica a tutto quel parlare che abbiamo fatto.
Francesco reclina leggermente il sedile, espira profondamente e appoggia la testa contro il poggiatesta, chiudendo gli occhi. Mi appoggia una mano sulla testa e mi invita ad avvicinarla. Mi lascio guidare e mi avvicino. L'odore dell'auto, dell'umidità e dell'eccitazione si mescola in un unico profumo. Mi chino verso di lui, accorciando quegli ultimi centimetri di distanza, socchiudo la bocca e alla fine faccio quello che, solo mezz'ora prima, sembrava l'idea più folle del mondo.
Fuori la pioggia continua a venire giù a dirotto, ma dentro quella macchina, sotto il ponte, il resto del mondo ha smesso di esistere.
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