Gay & Bisex
Poker
31.03.2026 |
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"Dallo "sgocciolatore" ai fiotti infiniti dell'ultimo ragazzo, il mio corpo è diventato un contenitore di piacere altrui..."
Era uno di quei pomeriggi in cui l’aria del quartiere sembrava densa di segreti. Ero appena uscito dal palazzo del mio amico, a pochi passi da casa mia. Non eravamo stati a guardare la TV o a bere una birra; ero andato lì con uno scopo preciso. Mi ero messo in ginocchio sul suo tappeto, lasciando che l’istinto prendesse il sopravvento, concentrandomi solo su di lui finché non avevo sentito il sapore caldo e dolciastro della sua conclusione riempirmi la bocca.Mentre camminavo sul marciapiede verso casa, sentivo ancora quel gusto inconfondibile sulla lingua, una scia persistente che mi ricordava esattamente cosa avessi fatto fino a cinque minuti prima. Mi sistemai distrattamente il colletto della maglietta, assaporando quella strana sensazione di relax post-adrenalina.
«Ehi! Ma guarda chi c'è!»
Mi voltai e vidi Max. Anche lui è della zona, un conoscente che vedevo saltuariamente. Ci scambiammo un cenno d'intesa e lui si avvicinò con un sorriso complice.
«Ehilà, com’è?» chiesi, cercando di non far trasparire quanto la mia mente fosse ancora ferma alla camera da letto da cui ero appena uscito.
«Tutto bene, tutto bene, dai. È un sacco che non ci si becca, eh? Ti trovo in forma,» disse squadrandomi con un’occhiata che andava oltre il semplice saluto tra vicini. «Senti, hai tempo? Se hai dieci minuti e voglia di salire da me, mi farebbe piacere. È da un po' che non passiamo un momento insieme.»
Sapevo perfettamente cosa intendesse con "momento insieme". In passato era già successo: Max ha un membro decisamente interessante, circonciso e con glande davvero enorme, di quelli che sanno come tenerti occupato e che regalano grandi soddisfazioni. Nonostante avessi ancora il sapore dell'altro addosso, l'idea di bissare con lui mi stuzzicò immediatamente. In fondo, la giornata era già iniziata sotto il segno del piacere, perché interrompere la striscia positiva?
«Perché no, il tempo lo trovo volentieri.» risposi, ricambiando il suo sorriso con uno un po' più malizioso.
Entrammo in casa sua e il rumore della porta che si chiuse alle mie spalle segnò il confine tra il mondo esterno e quello che stava per succedere. Come faccio sempre quando entro in una casa amica, mi sfilai le scarpe all'ingresso. È un gesto d'educazione, certo, ma in quel momento mi dava anche un senso di libertà e di confidenza che mi mise a mio agio.
Max andò in cucina a preparare il caffè. Scambiammo due parole veloci, le classiche chiacchiere di circostanza, mentre il profumo della miscela riempiva la stanza. «Torno subito,» mi disse con un sorrisetto, sparendo verso il bagno.
Sapevo perfettamente cosa stava facendo. Sorseggiai il mio caffè con calma, sentendo il contrasto tra il calore della tazzina e il ricordo ancora fresco del sapore del mio precedente incontro. Quando Max riapparse, indossava solo un accappatoio bianco, annodato lento in vita. Aspettò pazientemente che io finissi l'ultimo sorso, poi, senza dire una parola, sciolse il nodo.
L'accappatoio si aprì e il suo membro, già orgogliosamente duro, mi si presentò alla vista. Era proprio come lo ricordavo: notevole, invitante
Max non perse tempo. Si sedette sul tavolo a gambe semi aperte, io mi insinuai tra di loro e con le stesse mi circondò subito il collo, una morsa salda che mi impedì di indietreggiare, come a voler essere sicuro che io fossi tutto per lui. Mentre mi perdevo nel ritmo, sentii le sue mani che mi afferravano la testa, guidandomi e trattenendomi con decisione.
Lui non è uno di quegli "sgocciolatori" a cui devi quasi chiedere se è venuto; Max è uno "schizzatore" nel senso più puro del termine. Sentii i suoi muscoli contrarsi e, all'improvviso, la mia bocca venne inondata. Fu un getto potente, caldo, abbondante. Quel suo "yoghurt" mi saziò completamente, e lui tenne la presa ferma, premendo la testa contro di sé finché non fu sicuro che io avessi ingoiato ogni singola goccia.
Sa che a me non dà fastidio, anzi, quel senso di possesso e di conclusione totale fa parte del gioco che ci piace giocare. Quando finalmente si staccò, mi passò una mano tra i capelli in segno di apprezzamento.
«Sempre un piacere averti qui,» sussurrò mentre recuperava l'accappatoio.
Mi rivestii con gesti rapidi e precisi. Mi infilai le scarpe all'ingresso, ci scambiammo un ultimo saluto d'intesa e un mezzo sorriso. Uscito dal palazzo mi ritrovai di nuovo in strada. Era stata la classica sveltina: intensa, diretta, senza troppi giri di parole. Ma in una giornata così particolare, ci stava proprio bene.
Le luci dei lampioni cominciavano ad accendersi, proiettando ombre lunghe sull'asfalto mentre percorrevo gli ultimi metri verso il mio portone. L'aria della sera era più fresca, ma io mi sentivo addosso un tepore piacevole, quella strana e appagante stanchezza di chi ha vissuto una giornata decisamente fuori dall'ordinario.
Entrato in casa, il silenzio dell'appartamento mi accolse come un abbraccio. Era quasi ora di cena. Posai le chiavi sul mobile all'ingresso e, per abitudine, sbloccai lo schermo del telefono. Un'occhiata veloce alla chat che uso ogni tanto per fare un po' di sexting: qualche notifica, un paio di messaggi ammiccanti e qualche foto appena ricevuta. Sorrisi tra me e me, scorrendo lo schermo, ma per quella sera la realtà aveva superato di gran lunga la fantasia digitale.
Andai in bagno e feci scorrere l'acqua calda. Mentre i vetri iniziavano ad appannarsi, mi spogliai lentamente, lasciando cadere i vestiti a terra. Sotto il getto della doccia, chiusi gli occhi e lasciai che l'acqua lavasse via le tracce di quel pomeriggio.
Ripensai alla doppietta:
Il primo incontro, così intimo e programmato.
L'incontro fortuito con Max, la sua sorpresa sotto l'accappatoio e quel finale così abbondante e deciso che mi aveva riempito la bocca.
Due stili diversi, due sapori diversi, ma entrambi perfetti nel loro modo di essere diretti e senza troppi fronzoli. Insaponandomi, sentivo ancora i muscoli del collo leggermente tesi per la presa di Max, un ricordo fisico che mi faceva scappare un mezzo ghigno di soddisfazione.
Uscii dalla doccia rigenerato. Mi infilai qualcosa di comodo, presi il telefono per rispondere a un ultimo messaggio in chat — giusto per tenere vivo il gioco — e iniziai a pensare a cosa cucinare.
Entrai in chat e, come previsto, mi trovai davanti all’ennesimo messaggio fotocopia: «Ciao, come va? Cosa fai di bello? Di che zona sei?»
Sospirai leggermente, con quel mezzo sorriso di chi ha appena vissuto la realtà e guarda il mondo virtuale come un passatempo un po' ripetitivo. Le solite domande, i soliti approcci cauti o pigri di chi cerca un aggancio senza troppa fantasia. Se solo avessero saputo che la mia "zona" oggi era stata decisamente molto attiva e che il "cosa fai" aveva avuto risposte decisamente più esplicite di un semplice "guardo la TV"…
Tuttavia, il ritmo della giornata mi aveva lasciato di buon umore, quindi decisi di non ignorarlo. Mossi i pollici sulla tastiera e risposi, mantenendo il gioco:
«Ciao. Tutto bene, giornata decisamente positiva. Sono di madonna di campagna, appena uscito dalla doccia e in relax totale. Tu invece?»
Appoggio il telefono sul piano della cucina, proprio accanto ai fornelli, mentre la chat continua a vibrare.
«Non siamo lontani,» scrive lui, andando dritto al sodo. «Sto cercando pompe.»
Sorrido tra me e me. La schiettezza mi è sempre piaciuta, soprattutto dopo una giornata come questa dove l'azione ha prevalso sulle parole. Digito velocemente mentre apro il rubinetto:
«Fare o ricevere?»
La risposta arriva dopo pochi secondi: «Ricevere.»
«Posso vedere l'oggetto di suzione?» chiedo, ormai curioso. In fondo, dopo la "doppietta" di oggi, il mio occhio era diventato ancora più esigente.
Passano pochi istanti e il display si illumina con un'anteprima. Apro la foto: molto interessante. Un bel pezzo, curato, circonciso, con quelle vene in rilievo che promettono bene e una forma che invita decisamente all'uso. Resto un attimo a fissare lo schermo, valutando se ho ancora energie in corpo per un "terzo tempo".
«Bello,» rispondo sinceramente, «ma non posso ospitare.» «Nemmeno io,» ribatte lui quasi subito, con l'emoji di una smorfia delusa.
«Mi spiace,» scrivo come ultima battuta, chiudendo la conversazione senza troppi rimpianti. Tre incontri nello stesso pomeriggio sarebbero stati un record, ma forse era meglio fermarsi al top.
Metto su l'acqua della pasta e accendo il fuoco. Il rumore del fornello che schiocca rompe il silenzio della cucina. Mentre aspetto che l'acqua arrivi a bollire, mi perdo a guardare fuori dalla finestra le luci del quartiere. È incredibile come dietro ognuna di quelle finestre si nascondano desideri, incontri casuali e sapori scambiati in fretta tra un impegno e l'altro.
Mentre l'acqua della pasta iniziava a fare le prime bollicine sul fondo della pentola, il cellulare vibrò di nuovo sul marmo della cucina. Un’altra notifica. Pensavo fosse un saluto d'addio, e invece il tipo non mollava l'osso.
«Senti, e se fossimo in due?» scrive lui, cercando di alzare la posta in gioco.
Alzai un sopracciglio. La serata stava prendendo una piega decisamente affollata. «Continueremmo ad avere lo stesso problema di dove stare» digitai velocemente, scettico. «Lui ospita?.»
La risposta non si fece attendere: «No, però ha la macchina.»
«E quindi?» chiesi io, ormai incuriosito dalla sua insistenza.
«E quindi ti passiamo a prendere e lo succhi a tutti e due. Ci imboschiamo in un posto tranquillo.»
Sorrisi tra me e me, fissando lo schermo. L'idea era audace, quasi eccessiva dopo la maratona del pomeriggio, ma c’era qualcosa di elettrizzante in quella proposta improvvisata. «Non ho mai fatto car sex,» risposi, cercando di tastare il terreno, «e non conosco posti abbastanza tranquilli qui intorno.»
Poi, spinto da quella punta di gola che non accennava a spegnersi, aggiunsi: «E lui com’è? L’amico?»
Pochi secondi dopo arrivò un’altra foto. Non era imponente come quella del primo, ma aveva un fascino tutto suo: non particolarmente largo, ma decisamente lungo. Uno di quei membri affusolati che sembrano fatti apposta per spingersi a fondo, capaci di arrivare a titillare l'ugola con precisione millimetrica e magari anche a superarla.
Guardai la foto, poi l'acqua della pasta che ormai bolliva allegra, e infine di nuovo lo schermo. La prospettiva di trovarmi in un sedile posteriore, stretto tra due cazzi diversi da gestire contemporaneamente — uno più massiccio e l'altro pronto a esplorarmi la gola — mi fece sentire un brivido lungo la schiena.
«Tra quanto?» chiedo, sentendo già un brivido di anticipazione. «Tempo di prepararci, tre quarti d'ora direi,» risponde lui.
«Ok, ci sto.»
Mi mossi con calma. Tornai in bagno, mi diedi un’ulteriore sciacquata veloce per rinfrescarmi e scelsi un abbigliamento pratico, qualcosa di facile da sbottonare o abbassare in uno spazio ristretto. Controllai l'ora: il tempo vola quando l'adrenalina sale. All'ora stabilita, scesi in strada. L'aria della sera era piacevole e il silenzio del quartiere rendeva tutto ancora più furtivo.
Pochi minuti dopo, una macchina accostò silenziosamente al punto dell'appuntamento. Era una berlina scura, i vetri posteriori completamente oscurati, neri come la pece, il che mi rassicurò subito sulla privacy. Aprii la portiera e salii dietro.
«Ciao,» dissi, mentre i miei occhi si abituavano alla penombra dell'abitacolo. «Ciao, piacere,» risposero quasi in coro.
Ci presentammo velocemente. Davanti c’era il ragazzo della chat, quello con il pezzo massiccio; al posto di guida il suo amico, quello lungo e affusolato che avevo visto in foto. L'atmosfera era elettrica, carica di quell'imbarazzo eccitante che precede l'azione vera e propria.
«Sapete dove andare?» chiesi, mentre la macchina ripartiva dolcemente.
«Abbiamo pensato a un piano» disse quello seduto davanti, girandosi a guardarmi con un sorriso malizioso. «Mentre uno guida, l'altro sta dietro con te e si gode il trattamento. Poi, dopo quando hai finito, ci scambiamo di posto. Ti va bene?»
«Ok, mi va benissimo,» risposi appoggiandomi allo schienale.
La macchina imboccò strade secondarie, evitando i viali principali troppo illuminati e affollati. Il movimento dell'auto, unito al buio dell'abitacolo, creava un'intimità immediata. Sentii il motore girare basso mentre ci allontanavamo verso zone più tranquille.
Quello seduto davanti non perse tempo: si sporse verso di me scavalcando il sedile con agilità e si sedette al mio fianco sul sedile posteriore. Sentii il suo calore e il suo profumo misto a quello della pelle.
La tensione nell'abitacolo si spezzò definitivamente quando lui, con un ultimo sguardo di sfida misto a desiderio, sussurrò a fior di labbra: «Quando vuoi».
Era il segnale che aspettavo. Mi girai sul sedile posteriore per accorciare ogni distanza. Il rumore metallico della cintura che si sganciava riecheggiò nel silenzio dell'auto, seguito dal fruscio dei tessuti che cedevano. Gli aprii i pantaloni e gli abbassai l’elastico degli slip fin sotto le palle, la vista fu magnetica: la carne era calda, tesa, pulsante di vita propria.
Sono in onda.
Senza esitazione mi chino su di lui, con labbra e lingua comincio a sensibilizzare il glande, creo un vuoto e lo risucchio affondando di un centimetro alla volta. Mi fa capire di apprezzare molto la sega che gli sto facendo con la bocca e ogni volta che sfrego sulla cappella lui emette un gemito. Mi concentro per gestire i conati e affondo fino in gola, il contatto del glande con la parte più stretta delle fauci lo fa inarcare. Ho trovato la strada giusta per farlo godere. Vedere e sentire un uomo che gode non ha pari, ti senti forte, appagato e provi piacere a sapere che sei il motore del suo momento di gloria. Salgo e scendo con la bocca, cerco di attraversare in entrata e in uscita la mia gola finchè dopo qualche spinta in più lui grida “cazzo, sto venendo.” Mi tolgo ma non così veloce da evitare che qualche goccia mi vada di traverso direttamente in gola. Comincio a tossire e a contrarre la gola, lui mi tiene ferma la testa e approfitta delle mie contrazioni per godere fino alla fine.
Davanti, il conducente affusolato tiene lo sguardo fisso sulla strada, ma le sue nocche sono bianche sul volante. Sento la sua eccitazione riflessa nello specchietto retrovisore; è testimone di una performance che non ammette repliche.
«Cazzo… che sborrata!» ansima lui.
Io continuo a tossire. Lui si ricompone a fatica, il respiro ancora corto, e si riveste mentre l'auto accosta in una zona d'ombra tra due lampioni fulminati. Lo scambio avviene in un silenzio carico di elettricità:
Il primo ragazzo scivola fuori e si siede al volante, ancora scosso dal piacere.
L'amico apre la portiera posteriore e prende il suo posto accanto a me.
Non appena la portiera si chiude e la berlina riparte dolcemente, l'atmosfera cambia frequenza. Se il primo era massiccio e impetuoso, questo secondo ragazzo emana un'energia più nervosa, affilata. Senza staccare gli occhi dai miei, afferra l'elastico dei pantaloni della tuta e degli slip, abbassandoli con un unico movimento deciso fino a liberarsi completamente.
«Tocca a me» dice, e la sua voce ha un tono di sfida che non ammette repliche.
La sua fisionomia è diversa, più slanciata, ma l'eccitazione che emana è altrettanto potente. Il "pezzo" che ora ho davanti sembra quasi aspettare il mio tocco, svettando nel buio dell'abitacolo mentre le luci della città tornano a riflettersi sui vetri neri.
Se il primo ragazzo era stato un incontro di piacere condiviso, con questo secondo la dinamica cambia registro istantaneamente. Mi fa sedere sul sedile e si mette a gambe larghe davanti alla mia faccia deciso a gestire lui quella fase dell’incontro. Non appena le mie labbra si schiudono per accoglierlo, mi rendo conto che la sua energia è più cruda, quasi predatrice. La sua struttura lunga e affusolata nasconde una forza nervosa che si manifesta nel momento in cui le sue mani, grandi e decise, si serrano sulla cappelliera dietro la mia nuca.
Con una forza calcolata e implacabile, prende il comando della situazione. Sento il bacino che comincia a spingere contro la mia faccia bloccata dallo schienale, affondando colpi profondi che mi mozzano il fiato.
La sensazione è totale. Sento la sua consistenza riempire ogni spazio, premendo contro il fondo della gola in un modo che mi costringe a chiudere gli occhi e assecondare il suo ritmo mentre gli occhi cominciano a lacrimare.
Il respiro per me diventa una conquista. Riesco a rubare piccole boccate d'aria solo in quei brevissimi istanti in cui lui si sfila dalla gola, lasciandomi appena il tempo di inspirare prima della successiva, inevitabile spinta profonda.
Nell'abitacolo si sente solo il rumore sordo dei suoi colpi contro le mie labbra e il mio respiro strozzato, un contrasto violento con il silenzio della strada che scorre fuori dai vetri neri.
Lui sembra aver perso ogni coordinazione con il resto del mondo; esiste solo quel movimento alternato, ritmico. Lo vedo con la coda dell'occhio: ha la mascella serrata e lo sguardo perso nel vuoto, totalmente concentrato sulla sensazione di scoparmi la gola senza considerarmi minimamente. Non ha alcuna intenzione di rallentare; al contrario, ogni volta che cerco di riprendere il controllo, lui aumenta la pressione, godendo chiaramente della mia sottomissione a quel piacere così fisico e diretto.
«Resisti, resisti...» mormora con un filo di voce roca, mentre sento le sue dita affondare ancora più forte tra i miei capelli per stabilizzare la mia testa e affondare l'ennesimo colpo, ancora più deciso dei precedenti.
Davanti, il suo amico guida in silenzio, ma il modo in cui stringe il volante tradisce quanto sia partecipe di quel corpo a corpo che sta avvenendo proprio dietro le sue spalle.
L'intensità non accenna a diminuire; al contrario, sento che il suo ritmo si fa più serrato, quasi convulso. Le sue mani sulla mia nuca sono diventate una morsa d'acciaio che mi tiene inchiodato alla sua eccitazione. E poi, di colpo, esce, comincia a usare la mano e «apri la bocca, aprila…».
La sorpresa è scioccante. Se il primo era uno "sgocciolatore", questo è un idrante umano. Il primo schizzo mi colpisce in pieno volto, si avvicina, prende meglio la mira, il secondo colpisce labbra, denti e lingua con una forza tale da farmi sgranare gli occhi, seguito immediatamente da un terzo, un quarto… si svuota… me lo rispinge in gola.
Ho la bocca piena, la faccia coperta. Sette, otto fiotti caldi e densissimi che saturano ogni spazio. Sento il sapore intenso, quasi metallico, che invade le papille mentre cerco disperatamente di non soffocare.
«Tieni tutto dentro. Non sputare. Buttalo giù» ringhia lui, continuando a spingere ritmicamente anche se ha già svuotato tutto, godendo della sensazione della mia bocca colma che lotta per trattenere il suo seme.
È troppo. Il volume è tale che sento le guance gonfiarsi. Vorrei liberarmi, ma il suo sguardo, la pressione delle sue mani e la sua insistenza nel non estrarlo fino a quando non avessi fatto quello che mi aveva detto mi impongono di finire il lavoro. Con concentrazione e un colpo di glottide forzato, mi costringo a deglutire tutto, sentendo quel calore scendere lentamente lungo l'esofago.
Lui finalmente si sfila, emettendo un lungo sospiro di liberazione che sembra svuotarlo di ogni tensione. L'abitacolo torna improvvisamente silenzioso, rotto solo dai miei colpi di tosse e dal mio respiro affannoso che cerca di recuperare ossigeno.
Proprio mentre mi asciugo l'angolo della bocca con il dorso della mano, mi rendo conto che la berlina ha rallentato. Le strade familiari del mio quartiere sfilano fuori dai vetri neri. Con una precisione quasi chirurgica, la macchina accosta esattamente nello stesso punto in cui ero salito mezz'ora prima.
L'amico al volante, senza voltarsi, allunga un pacchetto di fazzoletti di carta verso il sedile posteriore. Ne prendo uno, mi pulisco velocemente mentre il ragazzo accanto a me si ricompone con una calma quasi glaciale.
«Ciao... e grazie» dicono quasi in coro, con quella stessa sincronia dell'inizio, ma con un tono decisamente più soddisfatto.
Scendo dall'auto e il fresco della sera mi investe il viso, un contrasto netto con il calore soffocante della berlina. Sento le portiere chiudersi e vedo le luci posteriori allontanarsi silenziose nel buio.
Resto lì sul marciapiede per un istante, con quel sapore ancora persistente in gola e la sensazione di essere stato usato niente più che come un oggetto di piacere. Quella sensazione di "prostituta" mi solletica i pensieri, ma so bene che è esattamente l'adrenalina che cercavo: un brivido crudo, anonimo e potente che fa parte delle regole del gioco che ho deciso di giocare.
Rientro in casa muovendomi come un'ombra, il silenzio dell'appartamento che stride con il caos sensoriale di poco prima. Mi sfilo le scarpe e mi guardo allo specchio del corridoio, lo sguardo è lucido, ancora carico di quell'adrenalina che stenta a scendere.
Mi siedo sul bordo del letto e lascio che la mente ripercorra le ultime ore. È stata una maratona che non avrei mai immaginato di affrontare quando ho acceso il computer nel pomeriggio.
Quattro. Quattro cazzi diversi, ognuno con la sua consistenza, il suo calore, il suo modo di imporsi. Dal primo incontro pomeridiano fino all'intensità brutale di quest'ultimo nella berlina.
Non avevo mai bevuto così tanto sperma in una sola giornata. Sento ancora quel retrogusto persistente in gola, una traccia fisica e sapida di una serata che è andata ben oltre ogni mia fantasia più spinta. Dallo "sgocciolatore" ai fiotti infiniti dell'ultimo ragazzo, il mio corpo è diventato un contenitore di piacere altrui.
C'è una strana pace nel sentirmi così svuotato e, allo stesso tempo, "pieno". Quella sensazione di essermi prestato al gioco, di aver agito quasi come una professionista per puro gusto del proibito, non mi sporca; mi gratifica.
«E anche questa è fatta,» mi sussurro nel buio della camera.
Non è solo il sesso, è il superamento di un limite che non sapevo nemmeno di avere. Mi sono messo in gioco, ho gestito la situazione, ho dominato e mi sono lasciato dominare con una maestria che mi ha stupito.
Mi sdraio finalmente tra le lenzuola fresche, sentendo i muscoli del viso rilassarsi dopo ore di tensione erotica. Il sapore della notte è ancora lì, un segreto che porterò con me domani mattina quando incrocerò lo sguardo della gente "normale" per strada. Loro non sapranno mai cosa è successo dentro quella berlina scura, e questo rende tutto ancora più eccitante.
Mi addormento con un sorriso impercettibile, consapevole che stasera ho scritto un capitolo della mia vita che non dimenticherò facilmente.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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