Prime Esperienze
Respiro e Radice
12.03.2026 |
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"Con un ultimo affondo profondo, in cui il contatto tra i loro corpi fu totale, la diga finalmente crollò..."
La porta dello studio olistico era di un legno chiaro, quasi anonimo, ma per Domenico sembrava il portale di un’altra dimensione. Si sentiva un pesce fuor d’acqua, o meglio, un ingranaggio arrugginito infilato a forza in una boccetta di olio essenziale.Aveva ancora in tasca il telefono che vibrava — probabilmente il commercialista con l’ennesima brutta notizia su un conto pignorato o una cartella esattoriale — ma lo aveva spento. Un gesto che, per lui, equivaleva a un atto di ammutinamento.
Entrò. L’aria non sapeva di uffici polverosi o di caffè bruciato delle macchinette; sapeva di sandalo e di qualcosa che non riusciva a identificare, ma che gli fece sgonfiare le spalle di un paio di centimetri senza che se ne accorgesse.
Ad accoglierlo c’era l'operatore, Julian, un uomo dallo sguardo calmo che sembrava non aver mai sentito la parola "scadenza" in vita sua. "Benvenuto, Domenico. Il tuo amico mi ha parlato di te. Mi ha detto che hai camminato molto, ultimamente."
Camminato? pensò Domenico. Ho corso una maratona sui vetri rotti per dodici anni. Ma non disse nulla. Si limitò a un cenno secco del capo, il massimo della comunicazione che il suo corpo contratto riusciva a gestire.
La stanza era avvolta in una penombra calda, punteggiata solo da qualche candela che proiettava ombre lunghe sulle pareti color sabbia. Al centro, poggiato direttamente sul pavimento, c'era un grande futon bianco, pronto ad accogliere quel che restava di lui.
"Prima di cominciare... sai come funziona?" chiese Julian con voce bassa.
Domenico si schiarì la voce, che gli uscì un po' incrinata. "Sì... beh, più o meno. Il mio amico mi ha accennato qualcosa. Niente di troppo tecnico, però."
L'operatore fece un passo verso di lui, restando nel suo spazio ma trasmettendo un'accoglienza totale. "Ascoltami bene: nel massaggio tantra i corpi sono nudi e il contatto è inevitabile, fluido e profondo. Non ci sono barriere. Ma voglio che tu sappia una cosa fondamentale: qualsiasi cosa succeda, qualsiasi reazione il tuo corpo o la tua mente abbiano — che sia un brivido, un’emozione, o una reazione fisica — non preoccuparti. È tutto normale. È energia che si muove dopo anni di blocchi. Qui non c’è giudizio, c’è solo ascolto."
Domenico annuì, anche se il suo stomaco si contrasse. Si spogliò lentamente, sentendo il peso di dodici anni di solitudine scivolargli addosso insieme ai vestiti. Si stese prono sul futon, sentendo la compattezza del pavimento sotto il tappeto.
Julian iniziò versando un’abbondante quantità di olio caldo. Il rumore del liquido che scorreva era l'unico suono oltre alla musica d'ambiente quasi impercettibile. Quando le mani calde e intrise d'olio toccarono la schiena di Domenico, il contatto fu totale. Non erano solo mani; erano avambracci, era il peso del corpo dell'operatore che si muoveva in simbiosi con il suo sul futon.
Domenico chiuse gli occhi e lasciò fare. Ma la sua testa non era lì.
Mentre sentiva il calore dell'olio espandersi sulla pelle e il contatto fluido dell'operatore che ridisegnava i confini del suo corpo, la sua mente era un nastro magnetico che riavvolgeva il disastro:
• “Il pignoramento del conto della filiale... se lunedì non sbloccano quel versamento, i fornitori mi mangiano vivo.”
• “Quel commercialista è un incompetente. Dodici anni a pagarlo per trovarmi l’Agenzia delle Entrate che mi pignora pure l'aria che respiro.”
• “Le mani di questo tipo sono calde... troppo calde. Come farò a pagare la prossima rata del mutuo?”
• “Respira, aveva detto lui. Ma come si fa a respirare con tanti mila euro di debiti immediati e un’azienda che rischia di colare a picco?”
Il corpo di Domenico riceveva ondate di piacere e calore, una sensazione di cura che non provava dal giorno del suo divorzio, ma bastava un fotogramma negativo che il rilassamento si annullava, il pensiero sul "mondo reale" arrivava come una scossa elettrica a riportarlo in superficie, tendendo di nuovo quei muscoli che l'operatore cercava instancabilmente di sciogliere.
Era una lotta silenziosa sul futon: il calore degli oli contro il freddo dei conti in rosso.
Julian sentiva la vibrazione di Domenico sotto i palmi. Ogni volta che le sue mani scivolavano lungo i paravertebrali, sciogliendo un nodo di tensione fisica, sentiva i muscoli di Domenico guizzare di nuovo, richiamati all'ordine da un pensiero molesto, da un calcolo matematico, da un'angoscia burocratica.
Il massaggiatore si fermò un istante. Non staccò le mani, ma le appoggiò piatte sulla parte bassa della schiena di Domenico, lasciando che il calore dell'olio e il peso del suo corpo facessero da ancora.
"Domenico," sussurrò quasi al suo orecchio, mentre l'incenso al sandalo riempiva lo spazio tra di loro. "Esci dall’ufficio. Non cercare di quadrare i conti proprio qui, su questo futon."
"È... è difficile staccare," mormorò con la faccia schiacciata contro il tappeto. "Se non ci penso io, non ci pensa nessuno. C'è gente che aspetta risposte, ci sono i pignoramenti, io..."
"Lo so," lo interruppe dolcemente l'operatore. "Ma per i prossimi quaranta minuti, l'unica risposta che devi dare è al tuo respiro. Se continui a scappare nel futuro o nel passato, non sei qui. E se non sei qui, non puoi guarire nulla."
Julian versò altro olio caldo, facendolo colare in un filo continuo lungo tutta la colonna vertebrale di Domenico, dalla zona cervicale fino all’incavo delle natiche. Poi, con un movimento fluido, si portò sopra di lui, usando gli avambracci per distendere la pelle con una pressione decisa e avvolgente
"Ora ti chiedo di fare un patto con me," continuò l'operatore. "Ogni volta che senti arrivare un pensiero su una fattura o un avvocato, visualizzalo come una goccia di quest'olio che scivola via dal tuo corpo e finisce sul pavimento. Lascialo cadere. Il pavimento è forte, può reggerlo. Tu, per ora, no."
Il massaggio cambiò ritmo. Diventò più lento, quasi ipnotico. Le mani dell'operatore passarono dalle spalle alle natiche, poi giù lungo le cosce, polpacci e talloni, con tocchi che collegavano ogni parte del corpo di Domenico, ricostruendo quell'unità che dodici anni di stress avevano frammentato.
Domenico provava con tutte le sue forze. Visualizzava la goccia, cercava di spingerla mentalmente fuori dal bordo del futon insieme al pensiero del pignoramento, ma era come cercare di svuotare il mare con un cucchiaio. La sua mente era troppo allenata alla guerra; il senso di colpa per il relax era più forte del piacere stesso. Ogni volta che una mano si muoveva con dolcezza, lui rispondeva internamente con una cifra, una scadenza, un volto ostile.
Julian sentì quella vibrazione sotto i palmi. Sentì che Domenico stava combattendo contro il massaggio invece di riceverlo. Capì che la via della "dolcezza meditativa" non bastava per rompere quella crosta di cinismo. Doveva scioccare il sistema nervoso di Domenico, portarlo in un territorio dove la mente logica non avesse più coordinate.
Decise di fare qualcosa che rompeva lo schema classico del Tantra meditativo. La strategia di Julian si fece ancora più audace e mirata. Seduto sulla schiena di Domenico al contrario, con i piedi vicino al suo viso, esercitava una pressione fisica che era al contempo un peso e un sostegno. Quella posizione di dominazione totale toglieva a Domenico ogni residua illusione di controllo: non poteva vedere, non poteva prevedere, poteva solo subire quel calore e quella presenza.
Poi Julian si posizionò in modo diverso, si mosse con la grazia silenziosa di un felino. Non c’era fretta nei suoi gesti, solo una precisione geometrica. Si sedette nella posizione del loto, proprio dietro il bacino di Marco, trovando il proprio centro di equilibrio.
Con un movimento fluido, fece scivolare le proprie gambe incrociate sotto le cosce di Domenico. Fu un incastro perfetto: il bacino di Domenico si sollevò di pochi centimetri da terra, sospeso sulla struttura solida delle gambe di Julian.
La posizione divenne una forbice vivente. L'addome di Julian aderì quasi completamente al fondoschiena di Marco, creando un punto di contatto che non era solo fisico, ma una sorta di ancora. Le gambe di Marco, assecondando la spinta dolce ma ferma del corpo del massaggiatore, si divaricarono naturalmente ai lati del suo bacino.
In quella posizione di incastro perfetto, Julian iniziò a muoversi con una lentezza cerimoniale. Sfruttando la stabilità del proprio bacino, cominciò a esercitare una pressione sorda e costante sulle natiche di Domenico, risalendo poi con i palmi verso la parte sacrale della colonna. Ogni spinta era calibrata per invitare l'osso sacro a ruotare leggermente, creando spazio in una zona spesso compressa dallo stress quotidiano.
Poi la mano scese.
Il contatto continuò lì, in quella terra di confine che è il perineo, dove la pelle è tesa e in attesa. I polpastrelli disegnavano pressioni metodiche, quasi a voler decifrare il ritmo profondo del corpo. Poi, con una calma che toglieva il fiato, il pollice iniziò a risalire, sfiorando la curva dove le natiche si separano per schiudere il passaggio.
Non ci fu fretta. Ad ogni passata circolare lungo il contorno dello sfintere, la resistenza si scioglieva in un calore umido. Era un invito silenzioso: un millimetro alla volta, il dito cercava la via interna, assecondando il respiro fino a trovare quel punto segreto, quella promessa vellutata che è la prostata. Lì, nel cuore pulsante del bacino, il massaggio mutò in un tocco sapiente, una vibrazione che prometteva di trasformare l'attesa in un abbandono totale.
La mano sinistra di Julian sulla zona sacrale della colonna di Domenico col pollice appoggiato sull’apice del solco intergluteo, il pollice destro a massaggiare internamente la prostata…il mondo di Domenico ebbe un sussulto.
• Il pensiero del pignoramento: Svanito.
• L'immagine del commercialista: Polverizzata.
• Il calcolo delle rate: Impossibile da sostenere.
Quella stimolazione invasiva così profonda e "proibita" agì come un corto circuito. Il cervello di Domenico, invaso da segnali elettrici di un piacere misto a sorpresa e imbarazzo, non riusciva più a tenere traccia dei debiti. Era come se il massaggiatore fosse entrato direttamente nella "sala macchine" del suo stress per staccare i cavi a forza.
Sentire il corpo di Julian così vicino, il suo addome che premeva contro il suo fondoschiena a ogni movimento, gli dava una paradossale sensazione di sicurezza assoluta. Quell'incastro fisico, quasi primordiale, gli permetteva di lasciarsi andare senza la paura di cadere o di perdere il controllo.
La barriera del pudore e quella del dovere stavano crollando insieme. In quel contatto così estremo, Domenico non era più l'imprenditore divorziato e obrato, era solo un corpo, vibrante, nudo, che finalmente smetteva di pensare per iniziare, violentemente, a sentire.
I muscoli delle natiche, delle gambe e delle spalle si sciolsero letteralmente sul futon. Domenico smise di essere "l'imprenditore Domenico" e divenne solo materia sensibile
Ormai non opponeva più alcuna resistenza. La sua bocca si schiuse leggermente contro il futon, il respiro divenne un soffio profondo e regolare. In quello stato di trance, i pignoramenti erano diventati astratti, lontani, privi di potere. Esisteva solo quel punto di contatto, quella pressione interna che stava resettando il suo sistema nervoso, obbligandolo a provare piacere e rilassamento laddove per anni aveva provato solo contrazione e paura.
Era finalmente nudo, non solo di vestiti, ma di difese. Per la prima volta dopo il divorzio, Domenico non era in guardia. Era semplicemente lì, presente a se stesso attraverso il tocco di un altro.
Julian continuò quella stimolazione profonda ancora per qualche minuto, lasciando che le ondate di calore finissero di smantellare le ultime difese di Domenico. Poi, con estrema delicatezza, sfilò il dito e appoggiò le mani piatte sulle natiche di Domenico, un tocco rassicurante per chiudere quella fase così intima.
"Ci giriamo, Domenico?" sussurrò dolcemente.
Domenico rimase immobile per qualche istante, la faccia ancora affondata nel futon. "Aspetta... puoi darmi un paio di minuti? Mi vergogno."
L'operatore, senza minimamente scomporsi, accarezzò la schiena di Domenico con un movimento lento. "Di cosa ti vergogni? Qui non c'è nulla di cui aver paura."
"Credo... credo di avere un'erezione," mormorò Domenico, con la voce soffocata e il cuore che ricominciava a battere, stavolta per l'imbarazzo e non per le tasse.
Julian accennò un sorriso sereno, la voce carica di naturalezza. "E dov’è il problema? È un segnale che il tuo corpo è vivo, che l'energia circola. È la cosa più naturale del mondo, specialmente dopo tutto quello che hai passato. Non è un'offesa, è un tributo alla tua rinascita. Girati, non preoccuparti di nulla."
Con mano ferma e rassicurante, il massaggiatore aiutò Domenico a voltarsi. Quando fu supino, la sua vulnerabilità era totale. L'erezione era lì, vistosa, pulsante sotto lo strato di olio che faceva brillare la pelle, ma l'operatore non le diede un peso diverso da quello che avrebbe dato a un braccio o a una gamba. Non c'era malizia, solo accettazione professionale.
Julian versò dell'altro olio caldo direttamente sul petto e sul ventre di Domenico. Il liquido dorato colò ovunque, creando una pellicola scivolosa e caldissima. Iniziò a massaggiare le braccia, distendendo i bicipiti e le mani — quelle mani che avevano stretto troppe penne e firmato troppi documenti amari — poi passò al torace, con ampi movimenti circolari che sembravano voler far spazio ai polmoni.
Poi si spostò ai piedi del futon. Prese i piedi di Domenico tra le sue mani intrise d'olio e risalì lungo gli stinchi, premendo lateralmente con i pollici per drenare la stanchezza di dodici anni di corse a vuoto.
Julian si muoveva con una fluidità che non interrompeva mai il contatto, una danza studiata per far sentire Domenico costantemente avvolto. Facendo leva sulle ginocchia, fece scivolare le proprie gambe sotto quelle di Domenico, allungandole lungo i fianchi dell'uomo fino a quando i suoi piedi si appoggiarono alle ascelle di Domenico. Poi, con un gesto esperto, sollevò le gambe di Domenico portandole a forbice sopra le proprie cosce.
Questa posizione creava un’intimità fisica totale, un incastro di corpi che annullava ogni distanza. Domenico, immerso nella sua trance, sentiva il calore delle gambe dell'operatore sotto le sue, un sostegno solido che lo faceva sentire al sicuro, come se non potesse più sprofondare nel vuoto dei suoi problemi.
Julian riprese il movimento: le mani, sature d'olio, partivano dal torace, scendevano lungo il ventre e le creste iliache, per poi scivolare lungo le cosce fino ai piedi. Poi risalivano, lente, inesorabili, portando con sé ondate di calore.
Poi, il focus si spostò. Le mani iniziarono a concentrarsi sull'interno coscia, una zona dove Domenico accumulava una tensione nervosa che non sapeva nemmeno di avere. I polpastrelli disegnavano spirali lungo i tendini adduttori, risalendo verso l'inguine e il pube.
Fu qui che la dinamica della stanza subì un impercettibile mutamento di frequenza.
Julian era un professionista olistico esperto, abituato a gestire l'energia e i corpi, ma era pur sempre un uomo. Quell'erezione così spavalda, così viva e onesta proprio lì, a pochi centimetri dal suo viso e sotto le sue dita, iniziò a riverberare anche in lui. Sentiva il calore pulsante di Domenico, vedeva la pelle tesa e lucida d'olio che reagiva a ogni minimo sfioramento.
Nonostante la sua centratura, il massaggiatore avvertì un brivido lungo la schiena. La rinascita di quel corpo che, grazie a lui, tornava alla vita dopo dodici anni di inverno era potente. Il respiro di Julian si fece appena più denso, un po' più profondo, mentre le sue mani indugiavano con una pressione leggermente più marcata tra l'inguine e la base dell'asta, lì dove il piacere si fonde con l'energia vitale.
Domenico, dal canto suo, non provava più vergogna. In quello stato di semi-coscienza, sentiva solo che la "scossa" che proveniva dalle mani dell'operatore era diventata più intensa, più carica.
Julian, mantenendo quella posizione di totale incastro fisico, spostò le mani con estrema lentezza. Le sue dita, calde e scivolose, avvolsero con delicatezza i testicoli di Domenico, massaggiandoli con movimenti circolari e leggeri, come se volesse sciogliere anche l'ultimo granello di tensione accumulato in quella zona così vitale e compressa.
Poi, con una fluidità che non lasciava spazio a interruzioni, il tocco risalì.
Le sue dita racchiusero la base dell'asta di Domenico e iniziarono a risalire lungo tutta la sua lunghezza. Era un movimento calmo, consapevole, intriso di una presenza che Domenico non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita adulta. Quando le dita raggiungevano il glande, la pressione aumentava leggermente, un indugio deliberato che faceva percorrere a Domenico brividi intensi lungo tutta la spina dorsale.
Domenico era in un’altra dimensione. La testa era leggermente reclinata all'indietro, le palpebre vibravano. Ogni volta che la pressione sul glande si faceva più decisa, un sospiro profondo gli usciva dalle labbra, un suono di puro sollievo che spazzava via, strato dopo strato, le macerie dei suoi dodici anni di solitudine. Sentiva il calore dell'operatore, sentiva la sua forza e la sua cura.
Ma la connessione era diventata bidirezionale. Julian pur restando ancorato alla sua professionalità, non poteva ignorare la risposta del proprio corpo. Sentire la vita che pulsava con tanta forza tra le sue mani, vedere il cambiamento radicale in quell'uomo che era entrato distrutto e ora vibrava di piacere, aveva risvegliato qualcosa anche in lui. Un inizio di erezione si faceva spazio, un segno tangibile di quanto quel momento fosse diventato autentico e profondo anche per chi stava dando il trattamento.
Non c'era imbarazzo, ora. C'era solo la verità di due corpi nudi su un futon, immersi nell'olio e nel calore, che celebravano il ritorno alla vita di uno dei due. Il massaggiatore continuò il movimento ritmico sull'asta, mentre con l'altra mano riprendeva a sfiorare il basso ventre di Domenico, creando un circuito di piacere che sembrava non voler finire mai.
Assecondando la fluidità totale che si era creata, decise di unire i due poli del piacere di Domenico in un unico, inarrestabile movimento. L’abbondanza di olio caldo aveva reso i loro corpi due superfici specchiate, dove ogni attrito era sparito per lasciare spazio solo a una scivolosità vellutata.
Con la mano destra continuava a cingere il membro di Domenico, alternando una presa salda e ritmica a sfioramenti più leggeri e veloci sul glande, mentre con la sinistra tornò a cercare quel punto profondo all'interno dello sfintere. Grazie alla pellicola d'olio che ricopriva ogni cosa, l'inserimento non fu solo facile, ma divenne una sensazione di pienezza assoluta, quasi una liberazione.
Domenico emise un gemito sommesso, profondo, che non aveva nulla a che fare con la sofferenza. Era il suono di un uomo che, dopo dodici anni di deserto, veniva finalmente "invaso" da una sensazione di vita. Il doppio stimolo — la prostata massaggiata dall'interno e l'asta sollecitata esternamente — creò un corto circuito sensoriale.
Julian, sentendo la propria erezione premere contro la gamba di Domenico, non si ritrasse. Al contrario, accentuò il contatto dei corpi. La sua pelle nuda e oliata scivolava su quella di Domenico a ogni movimento delle braccia, creando un calore diffuso che avvolgeva entrambi. Le dita all'interno di Domenico si muovevano con un ritmo sapiente, premendo con la giusta intensità proprio mentre la mano esterna risaliva lungo l'asta, in una sinergia perfetta.
Domenico si sentiva come se si stesse sciogliendo. Non c'era più un "dentro" e un "fuori", non c'era più un massaggiatore e un cliente. C'era solo un flusso di piacere caldo e oleoso che stava spazzando via le ultime tracce di quel “Domenico imprenditore fallito". In quel momento, mentre l’altro aumentava la frequenza del massaggio interno, Domenico sentì che il culmine non era solo un fatto fisico, ma un'esplosione necessaria per espellere tutto il dolore accumulato.
In quel momento, la stanza sembrò contrarsi, il tempo si fermò e l’etica professionale dell’operatore cedette il passo a un’urgenza più primordiale, una connessione che era diventata troppo potente per essere ignorata.
L’abbondanza di olio caldo sul futon rendeva ogni movimento silenzioso e fluido. Con una maestria che sembrava quasi guidata da un istinto superiore, l’operatore sfilò lentamente le dita, ma non interruppe il contatto. Domenico, in quello stato di trance profonda e piacere ipnotico, avvertì solo un istante di vuoto, subito colmato da una sensazione di pienezza molto più intensa e calda.
Nonostante la nebbia sensoriale, percepì la differenza di dimensioni, la solidità diversa che ora lo abitava. Un barlume di consapevolezza lo attraversò — capì che il massaggiatore stava andando oltre ogni confine stabilito — ma invece di irrigidirsi, il suo corpo rispose con un’apertura ancora maggiore. Lasciò fare, abbandonando l'ultima briciola di difesa.
Julian, ora completamente unito a lui, iniziò a muoversi con colpi di bacino delicatissimi ma inesorabili. La sua tecnica era ipnotica: estraeva il proprio membro quasi completamente, lasciando che Domenico sentisse solo lo sfioramento della pelle lucida d'olio, per poi reinserirlo dolcemente fino in fondo, in una pressione che sembrava toccare l'anima di Domenico. Aveva semplicemente sostituito lo strumento per massaggiare la prostata.
Eppure, la sua professionalità non era svanita, si era trasformata in una dedizione assoluta.
I movimenti di bacino erano lenti, studiati per non rompere la trance di Domenico, ma per approfondirla. La sua mano non aveva mai smesso di avvolgere il membro di Domenico. Mentre i loro corpi si univano ritmicamente sotto, la mano continuava a salire e scendere sull'asta di Domenico con una pressione variabile, seguendo il tempo del respiro
Domenico era sopraffatto. Sentiva l'incastro dei fianchi e quella doppia stimolazione che lo portavano verso un baratro di piacere che non sapeva nemmeno esistesse. Il mondo esterno — i debiti, il divorzio, la paura del futuro — era stato completamente rimpiazzato da questa danza di carne e olio.
Ogni colpo sembrava dire a Domenico: "Sei qui, sei vivo, sei desiderato".
Il ritmo si fece più serrato, ma senza perdere quella fluidità oleosa che aveva caratterizzato l'intera sessione. Domenico sentì una pressione montare dal profondo del bacino, una marea che non poteva più essere arginata; era il limite estremo, il punto in cui dodici anni di contrazioni, di "devo farcela" e di solitudine assoluta chiedevano il conto.
Julian, sentendo il corpo di Domenico tendersi come una corda di violino pronta a spezzarsi, aumentò il ritmo dei colpi e la velocità della mano che stringeva il membro dell'uomo. Era un’ascesa sincronizzata. Con un ultimo affondo profondo, in cui il contatto tra i loro corpi fu totale, la diga finalmente crollò.
Domenico lanciò un grido strozzato, un suono che portava in sé il dolore del divorzio, l’umiliazione dei pignoramenti e la fatica di ogni singola mattina di quegli ultimi anni, mentre il suo corpo veniva attraversato da spasmi violenti e involontari, liberando un fiotto caldo che gli imbrattò ventre e mano di Julian che rispose quasi all'unisono. Con un gemito profondo che gli morì sul collo Julian spinse un’ultima volta con decisione, versando il proprio calore all’interno di Domenico in una venuta potente e liberatoria.
In quell'istante, il "mondo reale" non esisteva più. Esisteva solo quel rilascio simultaneo, un’esplosione di energia che sembrava aver ripulito ogni cellula di Domenico dalla polvere dello stress.
Poi, improvvisamente, tornò il silenzio.
Julian non si staccò. Con una delicatezza infinita, si adagiò supino tra le gambe di Domenico, mantenendo l'unione fisica interna.
Rimasero così, immobili, per diversi minuti. Il membro di Julian ancora all'interno di Domenico, fungeva da ponte, un legame fisico che impediva alla realtà esterna di rientrare troppo in fretta. Non c'erano parole, non c'erano scuse, non c'erano spiegazioni. C'era solo il silenzio più profondo che Domenico avesse mai sperimentato: un silenzio che non era vuoto, ma pieno di una pace nuova, quasi commovente.
Domenico fissava il soffitto in penombra, le lacrime che gli rigavano le tempie mescolandosi all'olio. Non erano lacrime di tristezza, ma di puro scarico emotivo. Si sentiva leggero, come se i pignoramenti fossero diventati carta straccia e il futuro, per quanto incerto, non fosse più un nemico da combattere, ma un luogo dove avrebbe potuto finalmente tornare a camminare, un respiro alla volta.
Sul quel futon, in quel silenzio assoluto, Domenico era finalmente tornato a casa, dentro se stesso.
Dopo lunghi minuti di quel silenzio rigenerante, l'operatore si sfilò con una lentezza quasi sacrale. Si alzò dal futon, la pelle ancora lucida e bellissima, e offrì un asciugamano caldo a Domenico per aiutarlo a detergersi dall'eccesso di olio.
Domenico si sentiva stordito, ma in un modo piacevole. Era come se il suo corpo fosse stato smontato e rimontato con pezzi nuovi, più leggeri. Mentre si rivestiva, con i gesti un po' impacciati di chi sta rientrando in una vecchia pelle che non gli calza più bene, la sua mano andò al portafoglio.
"Ascolta..." esordì Domenico, senza riuscire a guardarlo direttamente negli occhi, ma con una gratitudine che vibrava nell'aria. "So che questo sarebbe stato un regalo del mio amico, ma... credo che quello che è successo sia andato oltre. Non so quanto costi un'esperienza del genere. Dimmi quanto ti devo."
L'operatore finì di sistemare un telo bianco, poi si voltò verso Domenico. Lo guardò con un sorriso sereno, privo di qualsiasi traccia di imbarazzo o di interesse commerciale.
"Domenico, non mi devi nulla," rispose con voce pacata. "Questa seduta è nata in un modo, come un trattamento professionale, ma è finita in un altro. Quello che è successo è stato uno scambio autentico, un fluire di energia che è stato un bene anche per me. È stato un momento ottimo per entrambi, e non si mette un prezzo sulla vita che ritorna."
Domenico rimase in silenzio, colpito da quella generosità disinteressata che non incontrava da anni nel mondo spietato degli affari.
"Grazie," riuscì solo a dire. “Grazie davvero”.
Uscì dallo studio e l'aria della sera lo investì. Non era più l'aria pesante delle scartoffie e dei debiti; era solo aria. Accese il telefono e vide tre chiamate perse del commercialista. Sorrise, lo rimise in tasca e decise che le avrebbe guardate l'indomani. Per quella sera, per la prima volta in dodici anni, Domenico decise di andare a fare una passeggiata lunga, senza meta, godendosi semplicemente il peso leggero dei propri passi sul marciapiede.
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