Prime Esperienze
Il Noccioleto - Giorno Due.1
13.04.2026 |
1.202 |
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"Era un assedio silenzioso: si muoveva con la sicurezza di chi sa esattamente quale corda toccare per far vibrare l'intero strumento..."
La luce del mattino inondava la cucina, rendendo tutto così nitido e ordinario da farmi dubitare della mia stessa sanità mentale. Mentre sorseggiavo il latte, osservavo Rinaldo ed Elena. Lui spezzava il pane con flemma, lei scherzava sulla giornata che ci aspettava, lamentandosi per il caldo che sarebbe arrivato già alle dieci.Nessun imbarazzo, nessun sottinteso. Mi sentivo come se avessi vissuto un sogno febbrile, ma il fastidio degli slip nuovi che avevo cambiato poco prima era la prova fisica che non era stata un'allucinazione.
«Oggi dopo pranzo scendo in paese,» disse Rinaldo, pulendosi la bocca col tovagliolo. «Dobbiamo prendere il concime e fare un po' di spesa grossa. Tu che fai, Elena?»
Lei si stava sistemando i capelli allo specchio sopra la credenza. «Io vado a Torino quando torni. Una mia compagna di corso compie gli anni, mi fermo a dormire da lei e torno domani mattina presto per il lavoro.»
Rinaldo annuì con un grugnito di assenso. «Va bene. Vorrà dire che io e il matòt ci arrangeremo per cena. Faremo una cosa veloce.»
Uscimmo di nuovo nel noccioleto. La mattinata passò sotto un sole ancora più feroce del primo giorno. Lavoravo meccanicamente, ma ogni volta che incrociavo lo sguardo di Rinaldo tra le foglie, cercavo un segno, una crepa nella sua maschera di pietra. Niente. Era il solito padrone severo e instancabile.
Verso l'una, tornammo verso la cascina per un pranzo veloce prima della partenza di entrambi. Sapevo che Rinaldo sarebbe tornato. E sapevo, con non poca tensione, che quella sera saremmo stati soli, senza la presenza luminosa e protettiva di Elena a fare da scudo.
Dopo pranzo, il silenzio della controra cadde sulla cascina come una coltre pesante. Rinaldo si mise il cappello, mi diede una pacca sulla spalla che sapeva di avvertimento e di approvazione insieme, e partì con il furgone. Sapeva che dopo la morsa della notte prima non avrei osato nemmeno guardare la scia del profumo di sua figlia.
Rimasi solo con Elena in cucina. Lei stava sistemando le ultime tazze, muovendosi con una grazia che mi mozzava il fiato. All'improvviso, si fermò e mi fissò.
«Cosa ne pensi di mio padre?» mi chiese a bruciapelo, con un sorriso indecifrabile.
Balbettai qualcosa sulla sua forza, sul fatto che era un gran lavoratore e un uomo tutto d'un pezzo. Lei rise, una risata cristallina ma con una punta di amarezza.
«È una brava persona,» disse, appoggiandosi al lavandino e incrociando le braccia. «Ma è un uomo solo. Da quando è morta la mamma non ha più voluto nessuna in questa casa. Io sono contenta quando va in paese e va con quella donna... la sua "bocca di rosa". Lo fa sfogare, torna sereno.»
Rimasi di stucco. Le parole mi morirono in gola. «Una... una prostituta?» chiesi con un filo di voce, sentendo il mondo degli adulti ribaltarsi ancora una volta sotto i miei piedi.
Elena mi guardò con uno sguardo ironico, quasi divertito dalla mia ingenuità. «Davvero credi che vada in paese solo per la spesa? Ogni tanto ha bisogno di svuotarsi, di togliersi di dosso quella rabbia che gli cresce dentro stando sempre solo nei campi. Quando torna è diverso. Più calmo. Svuotato e sereno.»
Quella rivelazione mi fece girare la testa. Mentre lei parlava, io non potevo fare a meno di collegare tutto: la solitudine di Rinaldo, quello che avevo visto sulla poltrona, il suo bisogno di "cameratismo" con me la notte scorsa. Era come se quella casa di pietra nascondesse un sistema di valvole di sfogo necessarie per non esplodere.
Poi d’improvviso, di nuovo: “E ieri sera dopo cena come è andata?”
E due! Il mondo mi crollò addosso per la seconda volta in meno di dieci minuti. Sentii le orecchie fischiare e il volto diventarmi di fuoco. Elena non si era mossa, era rimasta lì, appoggiata al mobile della cucina con una naturalezza che rendeva la situazione ancora più surreale.
«Allora?» insistette lei, inclinando leggermente la testa. «È venuto su a farti il solito discorso? Ti ha stretto i bulloni dicendoti di stare lontano da me e poi... ti ha allentato la tensione alla sua maniera?»
Cercai di balbettare una smentita, di fingere di non capire, ma il mio corpo mi tradiva: tremavo visibilmente. «Io... non so... cosa dici...»
Lei fece un passo verso di me, si accovaccio davanti alla mia sedia e si appoggiò con i gomiti alle mie cosce, non c’era traccia di malizia, solo una sorta di affetto quasi materno, nonostante la sua giovane età.
«Matòt, guardami. Non c'è bisogno di vergognarsi. Lo so che lo fa. Lo ha fatto con quasi tutti i ragazzi che sono passati di qui negli ultimi anni, quelli che gli piacevano, s'intende. È il suo modo di marchiare il territorio e, insieme, di dare un premio per la fatica.»
Ero pietrificato. Lo stupore era così forte che quasi annullava la vergogna. «Tu lo sai? E non... non dici niente?»
«E cosa dovrei dire?» rispose lei con una scrollata di spalle alzandosi, girandomi attorno e appoggiando le mani sulle spalle in una delicata specie di massaggio, la sua filosofia moderna e spregiudicata che usciva fuori con una chiarezza disarmante. «Mio padre è un uomo che vive di terra e di silenzi. Se quella cosa lì lo fa stare bene, e se è piaciuto anche a te — perché lo so che vi piace, siete maschi — che male c’è? Se una cosa non fa soffrire nessuno e dà piacere a entrambi, è giusto farla. È la vita, matòt. Meglio una mano amica che una rabbia che ti mangia il fegato.»
Mi guardava con quegli occhi intelligenti, aspettando una reazione. In quel momento capii che quella cascina non era solo un posto di lavoro, ma un luogo con regole proprie, dove la morale della città non era mai arrivata.
«Quindi... lo sanno tutti?» chiesi, con la voce che mi usciva a stento.
Elena scoppiò in una piccola risata, ma non era cattiva. Si sedette sul bordo del tavolo, proprio davanti a me, facendo dondolare una gamba. Il vestitino leggero si sollevò di qualche centimetro, ma io ero troppo scosso per badarci.
«"Tutti" è una parola grossa, matòt. In paese si chiacchiera, ma nessuno sa davvero cosa succede tra queste mura. Lo so io, e lo sai tu. E lo sanno i ragazzi che sono passati di qui. È un patto silenzioso. Vedi,» continuò, facendosi più seria, «mio padre ha perso tutto quando è morta la mamma. La sua dolcezza, la sua voglia di ridere... è rimasta solo la terra e questa forza che ha dentro. Tu lo hai visto, no? È un gigante. Quella forza deve uscire da qualche parte.»
Mi sentivo come se il pavimento fosse sparito sotto i miei piedi. Le parole di Elena sul piacere e sulla libertà non erano solo teoria da studentessa universitaria; erano l'anticamera di un gesto che non avrei mai osato immaginare.
«In sintesi la morte di mia mamma ci ha fatto capire che la vita è una e non dobbiamo sprecarla anzi esaltarla, prendendo tutto quello che ha di bello da offrirci. Sempre. Ogni singolo istante.»
Così dicendo si inginocchiò davanti a me, il tempo sembrò dilatarsi. Il rumore dei miei «no», sussurrati solo nella mia testa più per lo shock che per una reale convinzione, svanì nel calore della cucina. Sentii le sue mani decise sbottonarmi i pantaloni e abbassarmi gli slip, esponendomi nella penombra fresca della stanza. Poi, il contatto della sua bocca, caldo e umido, che lubrificava il mio membro con una perizia che mi fece mancare il fiato.
Mi sembrava di sognare… ieri il padre, oggi la figlia.
Il tempo sembrava essersi dilatato. Mentre Elena si muoveva con quella calma quasi glaciale, il resto della stanza era svanito. Non era solo l'audacia del gesto a colpirmi, ma la sua determinazione. Restai immobile, un osservatore muto della mia stessa pelle, incapace di oppormi o di assecondarla pienamente, intrappolato in quel limbo tra il desiderio e l'incredulità.
Il confine tra il sogno e la realtà si era ormai fatto sottile come carta velina. Elena sembrava aver compreso perfettamente che la mia paralisi non era assenza di desiderio, ma un cortocircuito dell'anima, e aveva deciso di approfittarne con una spietatezza che aveva del teatrale.
C’era qualcosa di perfidamente metodico nel suo modo di agire. Non c'era fretta nei suoi gesti, solo una precisione chirurgica volta a scardinare ogni mia difesa residua. Approfittando del mio stato basito, lei tesseva la sua trama: ogni tocco lubrificato era una provocazione, un invito a cedere che risuonava più forte di qualsiasi parola.
Mentre io restavo lì, inchiodato al suolo dalla mia stessa incredulità, lei mi studiava. I suoi occhi cercavano i miei, non per chiedere permesso, ma per godersi lo spettacolo del mio crollo imminente. Era un assedio silenzioso: si muoveva con la sicurezza di chi sa esattamente quale corda toccare per far vibrare l'intero strumento.
La mia mente tentava ancora di aggrapparsi a una logica, a quel "ieri il padre, oggi la figlia", ma il corpo stava firmando la sua resa incondizionata.
Il piacere che mi procurava non era dolce; era una forza d’urto che mirava all'eccitazione massima, una vetta che Elena voleva farmi scalare senza darmi il tempo di riprendere fiato. Mi sentivo come un naufrago che guarda la riva avvicinarsi, consapevole che l'onda che lo sta spingendo è troppo alta per essere governata.
Era un gioco di potere sottile e crudele. Lei sapeva che ero intrappolato nel mio stesso stupore, e usava quell'immobilità come un'arma. Ogni suo movimento era calcolato per portarmi sull'orlo del precipizio, per costringermi ad abbandonare quell'ultima, fragile maschera di autocontrollo.
In quel momento, l’aria nella stanza divenne densa, quasi irrespirabile. Il contrasto tra la mia passività forzata e la sua determinazione predatoria stava portando la tensione a un livello di rottura. Non era più solo un incontro, era una conquista.
Non ebbi il tempo di capire nulla che lei era già in piedi, agile e sicura. Si sollevò l'orlo del vestitino leggero e si sedette a cavalcioni su di me, mentre ero ancora sulla sedia, inchiodato dallo stupore: non portava nulla sotto il gonnellino. Il contatto della sua pelle contro la mia fu come una scossa elettrica. Elena cominciò a muoversi con un ritmo costante, lo sguardo fisso nel mio, un’espressione di piacere consapevole e quasi trionfante.
«Vedi, matòt?» sussurrò tra un respiro e l'altro. «È così semplice quando non ci sono pesi sul cuore.»
Mentre le sue labbra continuavano a pronunciare parole banali, frasi quotidiane che stridevano violentemente con l'elettricità del momento, le sue mani guidavano il gioco con una fermezza assoluta. Fu un affondo lento, inesorabile, che sembrò durare un’eternità. Quando fui completamente dentro, si concesse qualche secondo di immobilità assoluta, un silenzio fisico in cui sentivo il battito del mio cuore rimbombarle contro.
Poi, iniziò quella danza ritmica, un sollevarsi e abbassarsi che non ammetteva repliche. Era una marcia trionfale verso il culmine, un crescendo che lei gestiva con la freddezza di un generale e la passione di una predatrice.
Quando il limite fu raggiunto, quando il mio allerta uscì in un soffio strozzato, lei non si scostò. Al contrario, rimase lì, accogliendo ogni goccia di liquido, sigillando quell'unione con una determinazione che non lasciava spazio a fughe. Era un possesso totale, un atto di conquista che si concludeva nel silenzio più profondo.
Con la stessa calma metodica con cui aveva iniziato, Elena si alzò. Non c’era imbarazzo, non c’era fretta. Mi rivestì quasi fossi un simulacro, sistemando slip e pantaloni con gesti precisi, prima di regalarmi quel sorriso enigmatico e sparire oltre la porta del bagno.
Fu allora che il pensiero mi colpì come uno schiaffo, gelido e rivelatore:
L'eredità del sangue. Era stato esattamente lo stesso atteggiamento, la stessa spietata noncuranza e lo stesso dominio assoluto che avevo subito dal padre la sera precedente.
Una dinastia di voleri dominanti che non chiedevano, ma prendevano. Una famiglia che sembrava muoversi secondo regole proprie, lasciandomi lì, di nuovo, a interrogarmi se fossi stato il protagonista di quella storia o semplicemente il territorio della loro conquista.
«Adesso vai a lavarti e a cambiarti,» disse, come se mi stesse dando un consiglio sul lavoro nei campi. «Tra poco arriva papà. Io scappo a Torino.»
Salii le scale con le gambe che sembravano fatte di gomma. Entrai in bagno, mi sciacquai con l’acqua fredda, cercando di rimettere ordine nei pensieri. In meno di ventiquattr’ore, quel padre e quella figlia avevano abbattuto ogni mia certezza, ognuno a modo suo, lasciandomi in uno stato di sospensione incredibile.
Mi vestii con cura, indossando abiti puliti, e mi sedetti sull’uscio ad ascoltare il silenzio della casa.
Il rumore del Fiat 242 che entrava in cortile non era il solito borbottio ritmico; era un rombo nervoso, seguito da una frenata brusca. Quando Rinaldo scese, la sua figura sembrava ancora più imponente e carica di tensione. Non aveva l'aria di chi aveva trovato sollievo, ma quella di chi aveva accumulato altro fiele lungo la strada.
Elena, che era sulla soglia pronta a salire sulla sua 500, colse tutto in un istante. Si voltò verso di me, scendendo di un gradino per parlarmi all'orecchio mentre il padre scaricava con violenza un sacco dal retro del furgone.
«Ahi, ahi, ahi, Bocca di rosa doveva essere impegnata o non c’era,» mi sussurrò, con una nota di preoccupazione nella voce. «È nervoso come un toro. Stasera sarai solo con lui e la sua rabbia è ancora tutta lì. Te la senti, matòt?»
Mi fissò negli occhi, cercando una risposta. In quel momento, il turbinio di pensieri fu tale da darmi la nausea. Pensai a Rinaldo sulla poltrona, alla morsa sui miei testicoli, al piacere sconvolgente che Elena mi aveva appena regalato, e alla solitudine cruda di quell'uomo che stava lottando contro i suoi stessi demoni.
«Ricorda quello che ti ho detto,» aggiunse lei prima di voltarsi. «Tra maschi ci si aiuta. Nella vita quello che fai, fallo anche per te, per stare tranquillo.»
Mentre la sua 500 spariva in una nuvola di polvere, io rimasi lì, a guardare Rinaldo che entrava in cucina senza degnarmi di uno sguardo, sbattendo la porta. "Tra maschi ci si aiuta". Era la mia nuova bussola o solo il paravento dietro cui nascondere una curiosità morbosa e il terrore di restare vittima della sua forza? Forse era solo la scusa morale perfetta per accettare l'inevitabile.
Entrai in casa. Rinaldo era in piedi davanti al lavandino, si stava lavando le braccia con foga, spruzzando acqua ovunque. Non si era tolto nemmeno la camicia sporca.
«Elena è andata via?» chiese, la voce bassa e vibrante come un tuono lontano.
«Sì, è appena partita,» risposi, cercando di tenere ferma la voce.
Lui chiuse il rubinetto con un colpo secco e si voltò. Aveva il respiro pesante e gli occhi arrossati dal sole e dalla frustrazione. Mi squadrò da capo a piedi, notando che mi ero lavato e cambiato, come lui stesso mi aveva ordinato prima di uscire.
«Bene,» disse, facendo un passo verso di me, occupando tutto lo spazio della piccola cucina. «Allora stasera siamo solo io e te. E io ho i nervi che mi saltano, matòt. I nervi che mi saltano davvero.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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