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Gay & Bisex

Doppio Servizio


di Membro VIP di Annunci69.it Kinsella46
14.06.2026    |    4.170    |    11 8.8
"«Ci vediamo forse un’altra volta, » ha detto, salutandomi con un cenno del capo prima che l'auto ripartisse, sparendo nell'oscurità della notte..."
La noia era diventata quasi fisica. Sette giorni di nulla, un resort che sembrava una bolla isolata dal mondo e una griglia di Grindr che continuava a mostrarmi solo turisti a centinaia di chilometri di distanza. Ero quasi pronto a rassegnarmi a un’altra serata in solitaria a fissare il soffitto.
Poi, come una scossa, la griglia si è aggiornata.
Un profilo apparso dal nulla, a meno di un chilometro. Nessun nome, solo scritte in arabo nel nome utente. Mi ha scritto subito.
«Ciao bello. Tu vicino a me?»
Ho controllato la posizione: era esattamente sulla strada principale, appena fuori dal perimetro del resort. Ho risposto, incuriosito dalla brevità.
«Sono dentro il resort. Tu?»
«Io lavoro tour operator, finito turno ora. Sono macchina su strada. Io visto tua foto, tu molto bello. Io attivo, ho bisogno sfogare. Se tu vieni qui, tu vieni a succhiarmi in mia macchina.»
Il messaggio era sgrammaticato, essenziale, quasi brutale nella sua trasparenza. Poi, la notifica: foto a scadenza. L'ho aperta con il battito accelerato. L'immagine inquadrava perfettamente un attrezzo imponente, di colore e venato, che risaltava contro i sedili in pelle dell'auto. La carnagione della mano che lo reggeva era ambrata, calda, tipicamente egiziana.
Quell'immagine ha cancellato ogni esitazione. La frustrazione di una settimana di astinenza si è trasformata in un impulso elettrico. Ho spento la luce della camera, ho infilato le ciabatte e sono uscito, dirigendomi verso il cancello principale, consapevole che quella notte la vacanza, finalmente, stava per cambiare rotta.
Arrivato vicino all'uscita, ho visto una vecchia berlina ferma sul ciglio della strada, con i fari spenti e il motore acceso. Mi sono avvicinato con cautela. Il finestrino del guidatore è sceso lentamente. Un uomo sui 40 anni, con la pelle color ambra illuminata dai riflessi della plancia, mi ha guardato intensamente. Aveva i tratti marcati e un sorriso accennato, quasi predatore.
«Tu quello di chat?» ha chiesto a bassa voce, con un accento arabo denso e profondo.
«Sono io,» ho risposto, sentendo il calore salirmi al volto.
«Entra,» ha detto, indicando il lato passeggero. «Veloce.»
Mi ha fatto segno di salire dietro, dove l'abitacolo era protetto da pesanti tendine scure. Un accorgimento necessario per riparare i turisti dal sole cocente durante le escursioni, ma che ora trasformava l'interno in un confessionale buio e privato.
Mentre chiudevo la portiera, un brivido di pura adrenalina mi ha attraversato la schiena. Ero da solo, in un paese che non era il mio, in balia di uno sconosciuto di cui non sapevo nulla, se non la consistenza del suo desiderio. Ma la sua voce ha rotto il silenzio, bassa e ferma.
«Don't worry, my friend. No bad things, only good time. You understand? Just relax, we play,» ha detto voltandosi verso di me, il volto illuminato a tratti dalla luce fioca del cruscotto. Le parole erano un misto di arabo, inglese e un italiano appena accennato, ma il tono era rassicurante, quasi paterno nella sua sincerità brutale.
La macchina ha iniziato a muoversi, scivolando via dall'asfalto principale verso una pista di terra battuta che si addentrava nel vuoto del deserto. Le luci del resort si sono fatte piccole, poi sono sparite del tutto, inghiottite dal buio assoluto. Non c'era nessuno per chilometri. Solo noi, il rumore delle pietre che battevano sotto la scocca e l'odore intenso di tabacco e pelle del sedile.
«We go quiet place. Nessuno qui.” ha detto, mentre il veicolo rallentava e infine si fermava in mezzo al nulla, sotto una distesa di stelle che sembravano cadere sul tetto dell'auto. Si è voltato di nuovo, incrociando il mio sguardo nello specchietto retrovisore. «Tu nudo ora. I want see you. Tutto nudo.»
Niente di più facile. Quell'ordine, così diretto, ha mandato in cortocircuito ogni mio residuo di prudenza. Ho sfilato la maglietta in un movimento fluido, sentendo l'aria notturna, più fresca ma comunque calda, accarezzarmi la pelle. Ho fatto cadere i pantaloncini, liberandomi del peso delle infradito.
In pochi secondi, ero completamente nudo, rannicchiato sul sedile posteriore di quella berlina in mezzo al deserto egiziano, col cazzo che si stava indurendo. Mi sentivo vulnerabile, esposto, e incredibilmente vivo. Ero esattamente dove volevo essere, in balia di una situazione che non potevo – e non volevo – controllare.
Lui ha spento il motore. Il silenzio è diventato assordante, rotto solo dal suono del mio respiro che si faceva sempre più affannato. Si è slacciato la cintura e, con una calma che mi ha fatto tremare, ha iniziato a voltarsi verso il sedile posteriore squadrandomi tutto.
Il silenzio del deserto era totale, rotto solo dal leggero scricchiolio metallico della carrozzeria che si raffreddava. Quando la portiera posteriore si è aperta, ho sentito un soffio di aria secca e calda investire l'abitacolo. Lui è entrato con una naturalezza predatrice, i movimenti lenti e pesanti. La luce della luna piena filtrava dalle tendine socchiuse, tagliando lo spazio con lame d'argento che rendevano ogni dettaglio visibile, nitido.
Non ha perso tempo in preamboli. Si è seduto accanto a me, lo spazio nel retro era stretto, intimo. Con una calma che mi ha fatto tremare le ginocchia, ha abbassato i pantaloni e li ha fatti scivolare lungo le gambe muscolose.
L'attrezzo che ho visto apparire era esattamente come nella foto, ma la realtà superava la virtualità: era imponente, solido, percorso da vene scure che sembravano pulsare in sincronia con il mio battito cardiaco. La pelle ambrata, in netto contrasto con la cappella rosata e lucida, si tendeva all'estremo. Mentre la guardavo, ho visto la carne gonfiarsi ulteriormente, quasi ribellandosi alla costrizione dei pantaloni, fuoriuscendo in tutta la sua fierezza. Era un oggetto carnoso, caldo, vivo.
Lui si è spostato leggermente, permettendomi di vederlo meglio, e ha posato una mano pesante sulla mia nuca, guidandomi verso il centro del suo desiderio. I suoi occhi scuri, intensi e profondi, mi hanno inchiodato al suo sguardo.
«Tu succhia,» mi ha ordinato, la voce roca, carica di un accento arabo denso e autoritario che mi ha fatto accapponare la pelle. «Take it all. Fai come ti piace, but make me feel good.»
Il profumo di muschio, tabacco e pelle calda mi ha inebriato mentre mi avvicinavo, il mio respiro che si infrangeva contro la base della sua erezione. Sentivo il calore che irradiava da lui, una sorta di elettricità che mi spingeva a obbedire, a perdermi completamente in quella richiesta cruda e senza filtri.
Il silenzio del deserto era diventato un peso. Si è tolto i pantaloni con una lentezza deliberata, quasi teatrale, lasciandoli cadere sul pianale dell'auto. Si è seduto a gambe larghe, occupando tutto lo spazio vitale del sedile posteriore; ha appoggiato le braccia allo schienale, le gambe aperte con i pedi ben fermi sul pavimento, offrendosi al mio sguardo come un idolo che esige devozione. La luce lunare accarezzava la muscolatura del suo torace, facendola brillare di un color ambra scuro.
«Ora, tu succhia,» ha comandato, la voce bassa, una vibrazione che mi ha risuonato nelle ossa.
Mi sono avvicinato, sentendomi piccolo e vulnerabile. Ho iniziato con estrema lentezza, facendo aderire le labbra alla sua pelle tesa, esplorando la corona della cappella con la punta della lingua. Lui non si è mosso, ma il suo respiro si è fatto più pesante, un soffio caldo contro il mio viso. Dopo un minuto di quella tortura lenta, ho sentito un brivido attraversargli il corpo; il suo membro ha risposto con un fremito potente, diventando ancora più rigido, più febbrile.
Preso dal suo silenzioso incoraggiamento, ho deciso di osare. Ho aperto la bocca il più possibile e ho iniziato ad affondare, centimetro dopo centimetro, inghiottendo la lunghezza dell'asta, cercando di accoglierlo tutto. La sua pelle era calda, un sapore virile e intenso che mi riempiva il palato.
All'improvviso, ha sollevato le gambe, puntando i piedi sugli schienali dei sedili anteriori. Quella mossa lo ha spinto più in profondità nella mia bocca, quasi costringendomi ad accoglierlo fino in fondo. Mi sono ritrovato in ginocchio, incastrato tra le sue cosce possenti, con la testa che poggiava contro il suo bacino nudo. In quel momento, la gerarchia era assoluta: lui era il sovrano, seduto in trono nel cuore del nulla, e io ero soltanto il suo servitore, un corpo dedicato unicamente al suo piacere.
«Bravo, habibi... così,» ha ringhiato, mentre le sue mani si posavano con una pressione pesante sulle mie spalle, spingendomi ancora più giù, obbligandomi a non perdere nemmeno un millimetro di quel contatto. «Don't stop. Io voglio sentire tutto. You are mine now. Solo mia.»
Ogni mio movimento era dettato dal suo respiro che si faceva sempre più irregolare sopra la mia testa. Ero completamente alla sua mercé, in un'estasi di sottomissione che mi annullava ogni altro pensiero.
Il piacere era diventato una forma di tortura bellissima. Mentre affondavo, la gola si dilatava per accoglierlo, ogni centimetro di pelle ambrata scivolava contro il mio palato. Quando ho raggiunto il limite estremo, lui ha emesso un gemito gutturale, un suono profondo che mi ha vibrato fin dentro lo sterno.
In un istante, la dinamica è cambiata. Le sue gambe, che prima poggiavano sugli schienali, si sono mosse con una precisione letale. Un movimento fluido e addestrato: una gamba ha circondato il mio collo, l'altra ha arpionato la sua stessa caviglia, chiudendo una morsa perfetta. Ero intrappolato in un triangle choke applicato con una maestria che non lasciava spazio a fraintendimenti.
La leva che ha esercitato è stata implacabile. Senza il minimo sforzo, ha fatto pressione sul mio collo, costringendomi a un affondo totale e inesorabile. Il suo membro, massiccio e pulsante, mi ha ostruito completamente il passaggio dell'aria. Le sue gambe, forti e pesanti, mi bloccavano ogni possibilità di divincolarmi e arretrare.
Ero in balia di una morsa ferrea. Il respiro mi è mancato all'istante, il fiato si è trasformato in un rantolo soffocato. La sensazione di essere riempito fino alla radice, il senso di soffocamento, la lacrimazione spontanea per lo sforzo fisico... tutto concorreva a una sottomissione totale, assoluta. I conati di vomito, causati dalla profondità insostenibile, venivano immediatamente repressi dal suo controllo ferreo.
«Stay... non muovere,» ha sussurrato sopra la mia testa, la voce carica di un potere autoritario che mi ha gelato il sangue mentre la sua erezione mi torturava la gola. «Io decido quanto tu prendi. Sei mio, tutto mio.»
Sentivo ogni contrazione dei suoi muscoli, il calore della sua pelle che premeva contro il mio viso, rendendomi incapace di qualsiasi reazione se non quella di subire. Non ero più un uomo in una macchina, ero diventato un oggetto nelle mani di un padrone che, in quel buio deserto, non conosceva limiti. Le sue gambe continuavano a stringere, costringendo la mia gola ad accogliere ogni singola parte di lui, in un gioco di potere dove il mio unico scopo era sopravvivere al suo piacere.
La sensazione di annullamento era totale. La morsa delle sue gambe intorno al mio collo non accennava a diminuire, anzi, ogni spasmo di piacere che lo attraversava la rendeva più stretta, più brutale. Per lui ero diventato un oggetto, un sex toy di carne, carne che reagiva alle sue spinte con conati involontari che, paradossalmente, non facevano che aumentare il suo godimento, massaggiando il suo glande con una pressione ritmica e involontaria che lo stava portando al limite.
Il suo respiro era diventato un ringhio gutturale, un suono primordiale che risuonava nel piccolo abitacolo. Sentivo la tensione accumularsi alla base, le sue vene che pulsavano contro la mia lingua, una pressione che mi opprimeva la gola fino a farmi temere di poter davvero soffocare.
«Ora... fermo! Prendi tutto!» ha ordinato, la voce incrinata da un climax che non poteva più trattenere.
Mi sono immobilizzato, serrando la mascella attorno a lui per obbedire all'ordine, anche se il bisogno di respirare era un incendio nei polmoni. Un secondo dopo, è successo. Un'ondata calda, densa e inaspettatamente abbondante ha inondato la mia cavità orale, riempiendomi la bocca fino a farmi quasi traboccare. Non c'era spazio per altro, la gola era completamente ostruita dalla sua carne pulsante che continuava a eruttare dentro di me, ondata dopo ondata.
«Beh, bevi tutto. Non un goccio fuori,» ha ripetuto, la sua autorità ancora più carica ora che era all'apice del piacere. Le sue gambe continuavano a serrarmi il collo in quella morsa soffocante, impedendomi di ritrarmi o di sputare anche solo una minima parte di quel dono amaro e viscerale.
Ero stordito, con gli occhi che continuavano a lacrimare per la pressione e per quello sforzo sovrumano. Ma la sua mano era ancora ferma sulla mia nuca, un avvertimento silenzioso che non ammetteva disobbedienza. Ho preso coraggio, ho concentrato ogni residua energia in quel gesto di totale sottomissione: ho contratto la gola, vincendo il riflesso di rigetto, e con un ultimo, disperato sforzo, ho iniziato a deglutire.
Sentivo il liquido scivolare lungo l'esofago, una sensazione di pienezza calda e opprimente. Deglutivo, ancora e ancora, costretto dal suo dominio a consumare ogni goccia, mentre lui continuava a tremare, tenendomi prigioniero nel triangolo delle sue gambe finché l'ultimo spasmo non ha abbandonato il suo corpo.
La tensione nell'abitacolo era diventata qualcosa di denso, quasi solido. Lui era ancora sopra di me, le gambe che mi serrano il collo con la forza di una morsa di acciaio, mantenendo il suo membro, ancora gonfio e pulsante, a riempire completamente la mia gola. Ero in una posizione di totale vulnerabilità, incapace di muovermi, in attesa che la sua calma si trasformasse in qualcos'altro.
Poi, la sensazione è cambiata. Un liquido più caldo, più fluido,più amaro e acido ha iniziato a inondare il cavo orale, mescolandosi al sapore intenso di ciò che era appena avvenuto. Il mio corpo ha reagito d'istinto: un debole mugugno, un tentativo di ritrarmi, ma la sua morsa è rimasta inflessibile.
«Shh... finisci il lavoro,» ha mormorato, la voce ora intrisa di un nuovo tipo di autorità, più cruda. «E attento... non sporcare la macchina. Tutto dentro. Ogni goccia.»
Non c'era spazio per il rifiuto. Il suo comando non era una richiesta, era una legge. Il mio primo riflesso di repulsione si è scontrato con la realtà della mia condizione: ero un servitore, ero suo. La mente ha iniziato a razionalizzare, a cercare di superare la barriera psicologica. È solo un altro liquido, è parte di lui, è il segno definitivo della mia sottomissione.
Ho iniziato a deglutire, lentamente. La prima volta è stata la più difficile, il corpo che opponeva resistenza, ma poi la consapevolezza di non avere scelta ha preso il sopravvento. Ho bevuto, e lui, sentendo la mia sottomissione, ha lasciato che il flusso continuasse. Ogni volta che la mia bocca si svuotava, lui ne aggiungeva altra. Era un ciclo infinito, un rituale di umiliazione che diventava, in modo perverso, eccitante.
La consapevolezza mi ha colpito nel profondo: era questione di abitudine, di abbattere quel muro invisibile chiamato pudore. Ero lì, nel buio del deserto, a ingoiare tutto ciò che lui espelleva, sentendomi parte integrante del suo piacere, del suo bisogno. Lui urinava copiosamente, senza interruzioni, e io mi ritrovavo a gestire quel flusso con una maestria che non sapevo di possedere, impegnato a non lasciar cadere nemmeno un goccia che potesse macchiare i sedili.
«Bravo...» ha sussurrato, la mano che tornava a premere sulla mia nuca, guidandomi, lodandomi come se fossi il suo giocattolo preferito.
Ero svuotato, la mia mente era sospesa, focalizzata solo su quel compito. Non ero più un uomo in vacanza, non ero più il turista del resort. Ero diventato solo il ricettacolo della sua volontà, in un gioco di potere che non aveva più confini.
Il flusso è terminato lentamente, lasciandomi con la gola indolenzita e una sensazione di pienezza assoluta. Solo quando il suo corpo si è completamente rilassato, ha allentato la presa. Le sue gambe sono scivolate via dal mio collo, lasciandomi finalmente libero di respirare a pieni polmoni l’aria secca del deserto. Il silenzio è tornato a farsi padrone del paesaggio.
Senza dire una parola, ha aperto la portiera ed è sceso. Ho sentito il rumore dei suoi passi sulla sabbia, poi lo sportello che si apriva dal lato guidatore. Si è rivestito con calma, infilandosi i pantaloni e sistemandosi la camicia, come se nulla fosse accaduto. Quando è rientrato, mi ha guardato dallo specchietto retrovisore; il suo sguardo, prima tagliente e predatore, ora era stranamente calmo, quasi soddisfatto.
Ha allungato una mano verso il vano portaoggetti e ne ha estratto una lattina di aranciata fresca, aprendola con un clack secco. Me l'ha passata, un gesto di cortesia quasi surreale dopo quello che mi aveva appena fatto subire.
«Per togliere sapore, habibi. Grazie per... doppio servizio,» ha detto con un mezzo sorriso, quello di chi sa di aver ottenuto esattamente ciò che voleva.
La macchina è ripartita, le ruote che sollevavano polvere mentre viravamo verso la luce lontana e artificiale del resort. Durante il breve tragitto, non ha aggiunto altro, ma c’era un’intesa silenziosa nell'aria, un segreto che ci legava in modo indelebile a quella distesa di sabbia. Mi ha lasciato poco prima dell'ingresso principale, accostando per un istante.
«Ci vediamo forse un’altra volta,» ha detto, salutandomi con un cenno del capo prima che l'auto ripartisse, sparendo nell'oscurità della notte.
Sono rientrato nel resort a piedi, camminando lungo i viali deserti, avvolto dal tepore notturno. La mia mente era inondata dalle immagini dell'ultima ora: la forza delle sue gambe, la sensazione di soffocamento, la resa totale. Ero tornato in quell'oasi di turisti e cocktail, ma mi sentivo profondamente diverso. La vacanza che fino a poche ore prima consideravo un fallimento si era trasformata nell'esperienza più estrema della mia vita. Mi sono infilato in camera, mi sono sdraiato sul letto e, mentre il sapore dell'aranciata svaniva, ho realizzato di aver finalmente trovato quello che cercavo: una trasgressione che non avrei mai dimenticato.

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