Prime Esperienze
Il Noccioleto - Giorno uno
08.04.2026 |
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"Con una rapidità che non avrei mai attribuito a un uomo della sua stazza, afferrò i miei testicoli..."
Nell’agosto del 1979 il mondo sembrava essersi fermato. Avevo quasi sedici anni e le giornate nelle Langhe passavano tutte uguali, lente come il movimento delle lucertole sui muretti a secco. Quando l’amico di mio zio, un uomo dalle mani grandi e callose di nome Rinaldo, mi propose di andare a dargli una mano per la raccolta delle nocciole in un paese vicino, accettai subito. Non era tanto per i soldi – anche se l'idea di avere qualche lira in tasca non mi dispiaceva – quanto per il bisogno di scappare da quella noia che mi appiccicava addosso come la maglietta di cotone sudata.«Si dorme lì, due o tre notti. Cibo buono e vino per chi regge il lavoro,» aveva detto a mio zio, facendomi l'occhiolino.
Partimmo su un vecchio Fiat 242 che sobbalzava a ogni buca. Io guardavo fuori dal finestrino abbassato, lasciando che l’aria calda mi schiaffeggiasse la faccia.
Arrivammo che il sole non aveva ancora finito di scavalcare le colline, ma l'aria era già carica di quel tepore che annunciava una giornata di fuoco. Il Fiat 242 di Rinaldo frenò sollevando una nuvola di polvere bianca nel cortile della sua cascina, una costruzione di pietra di Langa che sembrava piantata lì da secoli.
«Suma rivà, matòt» disse lui, spegnendo il motore. Il silenzio che seguì fu quasi assordante, interrotto solo dal ticchettio del metallo caldo che si raffreddava.
«Gli altri arrivano tra poco, sono tutti ragazzi dei dintorni. Finita la giornata tornano alle loro case, ma tu resti qui con me e mia figlia. Ti ho preparato una branda nella stanza di sopra, quella che guarda verso il noccioleto.»
Scesi dal furgone con lo zaino in spalla, sentendo la terra dura sotto le suole delle scarpe. Mentre gli altri ragazzi arrivavano alla spicciolata — biciclette che cigolavano, saluti secchi in dialetto e mani già sporche di terra — Rinaldo mi accompagnò dentro. La casa era fresca, un sollievo immediato dopo il viaggio. Odorava di caffè, cera per mobili e di quel chiuso tipico delle vecchie case contadine dove le finestre restano sbarrate contro il sole.
Rinaldo non era un uomo di molte parole. Mentre mi accompagnava su per le scale di pietra, il rumore dei suoi scarponi rimbombava nel silenzio di quella casa che sembrava troppo grande per lui solo. Non c’era traccia di presenze femminili in cucina, nessuna tendina ricamata o profumo di fiori: solo l’odore acre del tabacco da pipa, del vino aspro e del legno vecchio.
Sapevo che era vedovo da qualche anno, ma vederlo muoversi in quegli spazi vuoti rendeva la cosa reale. Aveva circa cinquant'anni, la pelle del collo bruciata dal sole e solcata da rughe profonde come i calanchi delle Langhe. Quando mi guardava, i suoi occhi sembravano valutare non tanto chi fossi, ma quanto avrei saputo resistere sotto il sole di mezzogiorno.
«Appoggia la roba lì. Non stare a disfare niente, tanto tra dieci minuti siamo già nei filari,» disse con una voce che sembrava venire dal fondo di un pozzo.
Uscimmo nel cortile. Gli altri ragazzi erano già lì, arrivati con le loro biciclette polverose dai cascinali vicini. Erano tipi svelti, abituati alla fatica, che parlavano un dialetto stretto che io capivo a stento. Rinaldo ci divise le zone con gesti secchi della mano.
«Tu, matòt, segui loro. Schiena bassa e occhi a terra. Le nocciole non saltano nel cesto da sole.»
Passammo la mattinata piegati in due. Il sole picchiava forte sulla nuca e la polvere sollevata dai nostri movimenti mi entrava in gola, impastandosi con la saliva. Era un lavoro ipnotico: le dita che frugavano tra le foglie secche e la terra smossa, il rumore ritmico dei frutti che battevano contro il fondo dei cesti di vimini. Ogni tanto alzavo lo sguardo e vedevo Rinaldo in cima al filare, immobile come una sentinella, a controllare che il ritmo non calasse.
Verso l'una, il caldo divenne insopportabile. Gli altri ragazzi si misero all'ombra di un grande pioppo a mangiare il pane e il salame che si erano portati da casa. Io ero sfinito, con le mani cittadine che già cominciavano a dolermi.
Rinaldo mi si avvicinò, asciugandosi la fronte con un fazzoletto a scacchi blu. «Vieni in casa, matòt. Per stamattina la tua parte sotto il sole l'hai fatta. Mangiamo qualcosa.»
Entrammo nella penombra della cucina, che sapeva di pietra fresca e sugo di pomodoro. Rinaldo si tolse il cappello di paglia, lasciando vedere il segno bianco della fronte in contrasto con il resto del viso bruciato dal sole.
«Siamo qui, Elena,» disse lui, con una voce che improvvisamente aveva perso la sua ruvidità, facendosi quasi sommessa, quasi dolce.
Dalla zona dei fornelli si voltò una ragazza che sembrava portare con sé tutta la luce che avevamo lasciato fuori. Aveva circa ventitré anni, ma ai miei occhi di quindicenne appariva come una creatura di un altro pianeta. Indossava un vestitino di cotone leggero, a fiori minuscoli, con le maniche corte e un orlo che arrivava a metà coscia, lasciando scoperte gambe svelte e ambrate. Non era la tipica ragazza di campagna che mi aspettavo: aveva un taglio di capelli moderno e uno sguardo che sprizzava intelligenza e una strana, magnetica sicurezza.
«Finalmente! Pensavo volessi far svenire questo povero ragazzo al primo giorno,» esclamò lei, avvicinandosi al tavolo con un vassoio di ceramica. Mi rivolse un sorriso aperto, spigliato, che mi fece arrossire all'istante. «Ciao, io sono Elena. Agraria a Torino, ma qui faccio la cuoca, la segretaria e, purtroppo per lui, anche il generale.»
Rinaldo abbassando gli occhi abbozzò un sorriso di sbieco, uno di quei rari momenti in cui l'uomo di ferro cedeva il passo al padre devoto. Si sedette al suo posto abituale, aspettando che lei poggiasse il piatto di tajarin davanti a lui. Era un gioco silenzioso, un rituale di sguardi: lei lo accudiva come farebbe una moglie, ma con la lingua tagliente e l'energia di una figlia che sa perfettamente come gestire quel gigante di cinquant'anni. E lui, il padrone delle vigne e dei noccioleti, ubbidiva a ogni suo piccolo comando senza fiatare, con un rispetto che rasentava la venerazione.
«Papà, versa l’acqua al ragazzo, guarda che è rosso come un peperone,» ordinò lei con naturalezza, mentre si sedeva di fronte a me, incrociando le gambe.
Rinaldo afferrò la brocca e riempì il mio bicchiere. «È il sole, Elena. Non è abituato.»
«Non è solo il sole,» ribatté lei ridendo, puntando i suoi occhi vivaci nei miei. «È che qui l'aria delle Langhe fa strani scherzi a chi viene dalla città.»
In quel momento, tra il profumo del sugo e il fruscio del suo vestito ogni volta che si muoveva, capii che la noia del 1979 era ufficialmente finita.
Il pomeriggio nel noccioleto fu un calvario di sogni a occhi aperti e schiena spezzata. Mi muovevo meccanicamente tra i filari, le mani che cercavano nocciole tra le foglie secche, ma la mia mente era rimasta bloccata in quella cucina fresca. Rivedevo il modo in cui il tessuto leggero del suo vestito si tendeva quando si sedeva, la linea scattante delle sue gambe ambrate e quel sorriso che sembrava leggermi dentro, dritto nei segreti di un quindicenne che stava scoprendo il mondo.
Ero terrorizzato di aver fatto la figura dell'idiota. Mi ricordavo di aver tenuto la forchetta a mezz'aria più del dovuto, imbambolato a guardarla mentre parlava di esami all'università e di quanto fosse testardo suo padre. Speravo solo che Rinaldo, con quegli occhi da falco, non si fosse accorto di come i miei indugiassero sulle ginocchia di sua figlia.
«Sveglia, matòt! Sei rimasto col pensiero ai tajarin?» mi gridò uno dei ragazzi del paese, ridendo e dandomi una pacca sulla spalla che mi fece quasi cadere il cesto.
Arrossii furiosamente, mormorando qualcosa di incomprensibile. La verità è che non erano i tajarin il mio problema.
Finalmente il sole iniziò a calare, tingendo le colline di un arancione bruciato. Gli altri ragazzi caricarono le biciclette, si scambiarono gli ultimi insulti goliardici e sparirono lungo la strada polverosa verso il paese. Io rimasi solo con Rinaldo. Il silenzio della sera scese improvviso, interrotto solo dal rumore dei nostri passi verso la casa.
«Vai a darti una sciacquata, che tra poco Elena mette in tavola,» disse lui, con una calma che mi mise ancora più ansia.
Salii in camera mia. Mi lavai la faccia con l'acqua della brocca, strofinando forte come se potessi cancellare anche l'imbarazzo. Mi pettinai i capelli bagnati davanti allo specchietto appannato, cercando di darmi un contegno da uomo, o almeno da ragazzo che sa stare a tavola senza fissare le persone.
Quando scesi, la luce in cucina era più morbida. Elena aveva acceso una piccola lampada sul buffet e stava finendo di affettare del pane. Non indossava più il vestitino a fiori, ma una canottiera bianca a costine che lasciava scoperte le spalle e un paio di pantaloncini corti di jeans sfrangiati. Sembrava ancora più moderna, ancora più proibita.
«Bentornato tra i vivi,» disse senza voltarsi, come se avesse i sensori. «Tuo zio non aveva detto che eri un lavoratore così serio. Papà dice che te la sei cavata bene.»
Mi sedetti al mio posto, cercando di guardare il piatto vuoto davanti a me. Sentivo il profumo del suo sapone mescolarsi all'odore della cena. Rinaldo entrò un momento dopo, sedendosi a capotavola con la solita pesantezza autorevole.
Il mio proposito di contenere gli sguardi durò esattamente tre secondi.
Mangiammo, Elena lavò i piatti e salì dicendo che doveva finire di studiare.
Il silenzio della casa, dopo che Elena era salita, era diventato quasi solido, rotto solo dal ronzio metallico del televisore in bianco e nero. Rinaldo era sprofondato nella poltrona, la sagoma pesante illuminata appena dal riflesso bluastro dello schermo; sembrava già altrove, perso nei suoi pensieri o nella stanchezza di una vita di fatica.
Ero sfinito. Lo salutai con un cenno appena accennato. «Notte, Rinaldo.» Lui rispose con un mugugno rauco, senza staccare gli occhi dal video.
Salii le scale di pietra cercando di calpestare il bordo dei gradini per non farli scricchiolare. In camera mia, il buio era tagliato solo dalla luce della luna che entrava dalla piccola finestra. Mi sdraiai sulla branda, ma le lenzuola di lino grezzo sembravano bruciare contro la mia pelle. La stanchezza fisica c’era, ma la mia testa era un incendio. Rivedevo Elena: il modo in cui i capelli le ricadevano sulle spalle, la curva dei suoi pantaloncini, quella confidenza nel muoversi che mi faceva sentire contemporaneamente un bambino e un uomo che stava nascendo.
Il desiderio arrivò violento, come solo a quindici anni può succedere. Sentivo il sangue pulsarmi nelle orecchie e l'eccitazione farsi dolorosa, impossibile da ignorare. Volevo solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare al pensiero di lei, ma mi bloccai. In camera non c'era nulla, nemmeno un fazzoletto, e l'idea di sporcare quelle lenzuola pulite che lei stessa aveva rimboccato mi faceva sentire un profanatore.
Dovevo scendere.
Mi alzai al buio, restando in mutande e canottiera. Aprii la porta un millimetro alla volta. Elena stava studiando in camera sua. Il corridoio era deserto, ma dal piano di sotto sentivo ancora il brusio soffuso della TV. Scesi i gradini col cuore in gola, ogni piccolo rumore mi sembrava uno sparo nel silenzio della notte.
Mi bloccai a metà delle scale, col cuore che martellava contro le costole. Il corridoio era immerso in una penombra lattiginosa, ma dal soggiorno, dove poco prima avevo lasciato Rinaldo, arrivava un suono che non c’entrava nulla con il ronzio della televisione. Erano respiri pesanti, quasi dei gemiti soffocati, simili a quelli di chi sta compiendo uno sforzo fisico immane o sta soffrendo.
Il primo pensiero fu il panico: Rinaldo sta male. Magari un malore, il cuore, la fatica di quella giornata bastarda sotto il sole. Mi mossi senza riflettere, spinto da una preoccupazione istintiva, e mi avvicinai alla porta socchiusa del soggiorno.
Mi affacciai appena, un centimetro di sguardo nel cono di luce fioca della lampadina d’angolo.
Rinaldo era lì, ma non stava morendo. Era sprofondato nella poltrona di pelle, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi chiusi. I pantaloni di velluto erano abbassati fin sulle ginocchia e quello che vidi mi lasciò pietrificato, col fiato mozzato in gola. Non avevo mai visto un altro uomo nudo, se non nei disegni o nelle fugaci occhiate negli spogliatoi a scuola, ma quello che Rinaldo stringeva tra le dita callose sembrava appartenere a un’altra specie.
Nella semioscurità, il suo membro appariva enorme, una massa scura e tesa che pulsava a ogni movimento ritmico della sua mano. Ciò che mi impressionò di più fu il glande: lucido, importante, una forma prepotente che sembrava quasi troppo grande per essere reale. Era un’immagine di virilità cruda, solitaria, che trasudava una tensione accumulata in anni di vedovanza e silenzio.
Vederlo così, quel gigante buono che poche ore prima mi insegnava come raccogliere le nocciole, mi fece sentire un intruso in un tempio proibito. L'erezione che mi aveva spinto giù dalle scale svanì all'istante, come se mi avessero rovesciato addosso un secchio d'acqua gelata. La vergogna prese il posto del desiderio: mi sentii piccolo, inadeguato, un ragazzino che spiava un segreto troppo pesante per la sua età.
Indietreggiai con una lentezza agonizzante, pregando che il pavimento non scricchiolasse. Ogni millimetro guadagnato verso le scale era un respiro che tornava. Risalii i gradini come un fantasma, senza nemmeno pensare più alla carta igienica o al bagno.
Mi infilai sotto le lenzuola ruvide e rimasi lì, immobile, a fissare il soffitto. Il buio della stanza ora sembrava carico di elettricità. Avevo ancora negli occhi quell'immagine potente e disturbante di Rinaldo e, poco più in là, in un'altra stanza, c'era Elena. Il silenzio della cascina non era più pace, era un groviglio di desideri repressi e solitudini che si sfioravano tra le mura di pietra.
Non chiusi occhio per un bel po’. Ogni volta che provavo a scivolare nel sonno, rivedevo quella scena nel soggiorno e poi, inevitabilmente, il viso solare di Elena. Il 1979 stava diventando l'estate in cui avrei imparato che gli adulti hanno ombre molto più lunghe di quelle dei noccioleti al tramonto.
Improvvisamente un rumore. Il cuore mi balzò in gola. Rimasi immobile, con la schiena contro il materasso e la pelle d'oca che mi percorreva le braccia, mentre d’improvviso ma in silenzio la sagoma massiccia di Rinaldo si manifestava contro la luce debole che arrivava dal corridoio. Chiusi gli occhi di scatto, cercando di rendere il respiro regolare, ma sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie.
Sentii il cigolio del pavimento vicino al letto. Poi la sua voce, un sussurro profondo che sembrava vibrare nell'aria ferma della stanza.
«Lo so che non dormi, matòt. Non serve che fai finta.»
Riaprii gli occhi lentamente. Rinaldo era seduto ai piedi del letto, una massa d'ombra scura. Non mi guardava con rabbia; teneva lo sguardo fisso verso la finestra, come se stesse parlando a se stesso o a un ricordo. Io non riuscivo a spiccicare parola, paralizzato dall'imbarazzo e dal timore che avesse capito che poco prima ero sceso in soggiorno.
«Ti ho visto oggi a tavola,» continuò, sempre a bassa voce. «E ti ho visto anche oggi pomeriggio tra i filari. Avevi la testa altrove.»
Fece una pausa, poi si voltò verso di me. I suoi occhi, nella penombra, sembravano meno severi del solito. «Elena è una bella ragazza, è normale che un ragazzino di quindici anni ci perda la testa. Non c’è niente di male, è la natura che spinge. È successo anche a me, tanto tempo fa, con una mia cugina che veniva a trovarci d'estate. Non riuscivo a pensare ad altro.»
Mi sentii avvampare, grato che il buio nascondesse il mio rossore violento. Mi aspettavo un rimprovero, una minaccia, e invece le sue parole erano quasi una confessione.
«Quello che voglio dirti è che i pensieri non si possono fermare,» riprese, appoggiando le mani enormi sulle ginocchia. «Puoi sognare, puoi immaginarla... puoi anche chiuderti qui dentro e toccarti mentre pensi a lei, se senti che la voglia ti scoppia dentro. Fa parte del gioco, è quello che facciamo tutti quando siamo soli.»
Si schiarì la voce, e per un istante l'immagine di lui sulla poltrona mi balenò davanti agli occhi, rendendo l'aria densa di una complicità non detta.
«Ma ricorda bene quello che ti dico: i pensieri restano qui. Niente di più. Elena è intoccabile, è la mia vita. Non deve esserci nemmeno un gesto o una parola fuori posto. Siamo intesi?»
Il respiro mi si bloccò in gola. Non ebbi nemmeno il tempo di elaborare le sue parole che la sua mano, quella mano enorme, incallita dal lavoro nei campi e pesante come una condanna, scivolò sotto il lenzuolo. Con una rapidità che non avrei mai attribuito a un uomo della sua stazza, afferrò i miei testicoli.
Non fu un tocco, fu una morsa. La sua presa era ferma, un ammonimento fisico che mi fece inarcare la schiena contro il materasso. Il suo volto, a pochi centimetri dal mio, mutò in un istante: la comprensione paterna svanì, sostituita da una durezza spietata, quasi ferina.
«Se solo sospetto che provi a sfiorarla, se solo vedo un gesto di troppo... matòt, ti assicuro che questi gioiellini – e strinse più forte la mano per sottolineare a cosa si stesse riferendo - te li stacco» ringhiò sottovoce, e sentii la pressione aumentare fino a farmi venire le lacrime agli occhi.
«No... no, Rinaldo. Lo giuro, promesso...» balbettai, terrorizzato, col cuore che sembrava voler uscire dal petto. In quel momento lui non era più l'amico di mio zio; era il padrone di casa, un padre, un uomo capace di una violenza silenziosa e ancestrale.
Poi, con la stessa velocità con cui era apparsa, la ferocia si sciolse. La sua espressione tornò quella di prima, quasi bonaria, ma la mano non si ritirò. Allentò la morsa per un secondo, dandomi un istante di sollievo, solo per tornare a stringere con una confidenza ambigua, quasi esplorativa, che mi fece gelare il sangue.
Mi fissò dritto negli occhi, con un sorriso sottile che non arrivava alle rughe degli occhi.
«Bene,» sussurrò. «Allora adesso, invece, dimmi la verità. Cosa hai visto prima, quando sei sceso di sotto?»
Il silenzio della camera divenne soffocante. Capii che non potevo mentire. Mi aveva sentito, mi aveva visto o forse lo aveva semplicemente intuito dal mio scappare precipitoso sulle scale. Ero in trappola, tra la sua presa d'acciaio e lo sguardo di chi non ammetteva segreti sotto il proprio tetto.
«Io... ero sceso per il bagno...» iniziai, con la voce che mi tremava. «La porta era socchiusa... ti ho visto sulla poltrona.»
Rinaldo non si mosse. La sua mano rimase lì, a ricordarmi chi era il più forte, mentre un silenzio carico di elettricità pesante avvolgeva il letto.
Rinaldo rimase immobile, seduto sul bordo del mio letto, mentre l’ombra della sua figura massiccia sembrava occupare tutta la stanza. La sua voce era tornata calma, bassa, quasi didattica, come se mi stesse spiegando come innestare una pianta o potare un ramo.
«Vedi, matòt,» disse, e la sua mano non si staccò, ma la pressione cambiò natura. Non era più una minaccia, ma una presenza calda e inevitabile. «Siamo maschi. È la nostra natura. Il sangue spinge, la voglia morde, e non c'è verso di fermarla. Quello che hai visto fare a me... è normale. Succede a me a cinquant'anni, succede a te a quindici. Bisogna placarla, quella voglia, altrimenti ti mangia dentro.»
Io respiravo a fatica, incapace di muovere un muscolo, mentre sentivo il calore della sua pelle callosa attraverso il leggero tessuto degli slip.
«E tu?» mi chiese a bruciapelo, fissandomi negli occhi. «Ne hai, di erezioni? Hai già provato cosa vuol dire stare con una donna? O magari con qualche amico della tua età?»
«No,» risposi subito, con un filo di voce. «Con le donne no... e assolutamente non con amici maschi.»
Rinaldo emise una specie di grugnito che somigliava a una risata soffocata. «Perché dici "assolutamente no" con i maschi? Cosa credi, che qui in campagna siamo tutti santi? Tra uomini ci si capisce, ci si aiuta. Si chiama cameratismo. È una cosa pulita, è sollievo tra persone che sanno cos'è la fatica.»
Mentre parlava, la sua mano si fece ancora più leggera. Non stringeva più i testicoli; con un movimento lento e deliberato, le sue dita risalirono lungo la base del mio membro, che nonostante il terrore cominciava a reagire involontariamente a quel contatto proibito. Cominciò a massaggiarlo con un ritmo metodico, usando il palmo ruvido per avvolgerlo.
«Vedi?» sussurrò, avvicinandosi ancora di più, tanto che sentivo l'odore del tabacco e del vino del suo respiro. «Il corpo non mente. Non serve aver paura. Io ti insegno il lavoro nei campi, ma posso insegnarti anche come si diventa uomini senza vergogna. Basta che tutto resti tra queste quattro mura.»
Ero paralizzato da un miscuglio di emozioni che non sapevo gestire: il terrore di quel momento, la soggezione verso quell'uomo che era il capo, e un'eccitazione oscura, viscerale, che mi stava annebbiando i sensi contro la mia stessa volontà.
La stanza sembrava essersi ristretta, l’aria si era fatta densa e pesante, intrisa del calore di quella notte d'agosto. Avevo le tempie che pulsavano come se il sangue volesse uscire, e un senso di vertigine mi rendeva tutto irreale. Non capivo se quello che stava accadendo fosse un incubo o una strana, distorta iniziazione, ma i miei occhi erano inchiodati ai suoi, incapaci di fuggire.
Sentivo l'erezione spingere contro il tessuto degli slip, un segnale inequivocabile che il mio corpo stava rispondendo a quel tocco esperto, nonostante il tumulto che avevo dentro. Non sapevo se chiedere scusa, se scappare o se cedere a quella sensazione mai provata prima con tanta intensità.
«Rilassati, matòt,» mormorò Rinaldo, con una voce che non ammetteva repliche ma che cercava, a modo suo, di rassicurarmi. «Sdraiati e lasciami fare. Non c’è niente di cui aver paura tra noi.»
Mi lasciai cadere all'indietro sul materasso, forse più per paura che per altro, con le braccia lungo i fianchi e il respiro mozzato. Rinaldo, con un gesto fluido e sicuro, scostò l'elastico dei miei slip. Sentii l'aria fresca della notte sulla pelle nuda per un istante, prima che lui portasse la mano alla bocca. Il rumore della saliva che lubrificava il suo palmo risuonò nel silenzio come un tuono.
Poi la sua mano tornò su di me.
Il contatto fu diverso ora: la pelle era calda, scivolosa e decisa. Cominciò un lavoro ritmico, lento e implacabile, che risaliva e scendeva lungo tutta la lunghezza del mio membro. La sua stretta era ferma, la callosità delle sue dita creava un contrasto elettrizzante con la sensibilità estrema della mia pelle. Rinaldo non distoglieva lo sguardo dal mio, osservando ogni mio sussulto, ogni mio respiro spezzato, come se stesse leggendo il progresso del mio piacere sulla mia faccia.
«Vedi come batte? È la vita che spinge, matòt,» sussurrava con cadenza ipnotica, mentre il ritmo della mano accelerava appena. «Lasciala andare. Qui non ti vede nessuno. Qui siamo solo io e te.»
Il piacere cominciò a salire come un'onda, partendo dal basso ventre e irradiandosi in tutto il corpo. Ero in balia di quell'uomo di cinquant'anni, del suo segreto e della sua forza, mentre il ricordo di Elena sfumava sullo sfondo, sostituito dalla presenza prepotente di suo padre che, in quel momento, teneva in mano tutta la mia acerba virilità.
Il piacere era diventato una morsa dolcissima e terribile che mi toglieva il fiato. Sentivo che mancava pochissimo, che il corpo non avrebbe retto ancora per molto quella stimolazione così precisa e autoritaria. Rinaldo, senza rallentare il ritmo, si chinò ancora di più su di me, la sua faccia a pochi centimetri dalla mia.
«Dimmi una cosa, matòt,» sussurrò, e la sua voce era un comando. «Adesso che sei qui, sotto la mia mano... a chi stai pensando? Pensi ancora a lei o capisci che è questo quello che conta?»
Ero nel pieno di un vortice. La vergogna lottava con l'estasi. «A... a questo,» riuscii a malapena a espirare, abbandonando ogni difesa, consegnandogli l'ultima briciola di volontà che mi restava.
Quella risposta sembrò soddisfarlo. Il suo sguardo si fece ancora più intenso, quasi febbrile. Senza smettere di fissarmi negli occhi, spostò tutta l'attenzione della sua mano lubrificata sul glande. La pressione si fece più localizzata, rapida, sapiente. Era un tormento delizioso che mi faceva inarcare la schiena dal materasso.
Sentii il punto di non ritorno. Un istante dopo, tutto esplose. Fu una sensazione violenta, accecante, che mi scosse dalla punta dei piedi alle tempie. Rinaldo non distolse lo sguardo nemmeno per un secondo, osservando con una sorta di fiero orgoglio contadino il culmine della mia reazione, mantenendo la presa finché l'ultimo sussulto non si fu placato.
Rimanemmo così per qualche istante, nel silenzio della stanza rotto solo dal mio respiro affannoso. Mi sentivo completamente svuotato, leggero e pesante allo stesso tempo.
Con estrema calma, Rinaldo usò un lembo degli slip per pulirmi sommariamente, poi li rialzò con un gesto secco, sistemandomi come si fa con un bambino o con un attrezzo riposto al suo posto. Si alzò dal letto, torreggiando sopra di me. La sua figura era tornata quella di sempre: solida, imperscrutabile.
«Buonanotte, matòt. Domani la sveglia è alle sei,» disse con naturalezza, come se non fosse successo nulla di più che una chiacchierata sul raccolto.
Uscì e chiuse la porta. Rimasi immobile nel buio, sentendo l'umidità fredda degli slip contro la pelle. Avevo la testa affollata di immagini contrastanti: il sorriso solare di Elena a pranzo, la morsa d'acciaio di Rinaldo sui miei testicoli e la sua mano esperta che mi aveva portato dove non ero mai stato. In quel groviglio di sensazioni proibite e confusione adolescenziale, la stanchezza ebbe infine la meglio e caddi in un sonno profondo, segnato dal peso di un segreto che mi avrebbe cambiato per sempre.
- Continua -
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