Di feticismo e di piedi
Kinsella46
Potete anche fare quella faccia, sapete? Quella smorfia a metà tra il divertito e l'interdetto che le persone fanno quando si parla di tabù. Vi vedo, anche da questo palco virtuale. Ma vi assicuro che la mia non è una provocazione, né il tentativo di stupirvi a tutti i costi. È semplicemente la mia verità. Una verità che per la prima parte della mia vita ha pesato come un macigno, e che oggi, finalmente, riesco a raccontarvi a voce alta.
Mettetevi nei miei panni per un momento. Immaginate di essere un ragazzino che sta scoprendo il mondo, l'amore, l'attrazione. Intorno a voi, i vostri amici iniziano a commentare le scollature, le curve, i volti delle ragazze. Voi annuite, fate finta di essere della partita, ma dentro di voi sentite che c'è qualcosa che non quadra. Perché mentre i loro occhi si fermano lì, a metà altezza, i vostri scivolano inevitabilmente verso il basso.
Verso un paio di sandali estivi. Verso la linea pulita di un tallone, il movimento di un arco plantare, la grazia di un passo.
Per anni, quel palco su cui sono salito oggi è stato una stanza buia. Una stanza in cui mi facevo sempre le stesse, identiche domande: “Che problemi ho? Perché sono così? Cosa c'è di sbagliato in me?”.
La solitudine più grande non è non avere nessuno intorno. È avere un segreto che pensi nessun altro sulla Terra possa capire.
E io ero convinto, con la certezza matematica che si ha solo a quell'età, di essere l'unico esemplare di questa specie bizzarra. Un difetto di fabbricazione della natura. Vi giuro che avrei voluto un manuale di istruzioni, un centro assistenza a cui telefonare per dire: "Pronto? Guardate che qui i circuiti dell'attrazione si sono incrociati nel modo sbagliato".
Così ho imparato a nascondere e recitare. Ho interpretato il ruolo del ragazzo "normale", quello che guardava dove guardavano tutti gli altri. Era una fatica immane, sapete? Controllare ogni singolo sguardo, avere il terrore che un secondo di troppo passato a fissare li piedi di qualcuno potesse tradirmi, rivelando al mondo quel segreto così indicibile, così assurdo.
Provavo una strana miscela di emozioni: da un lato l'estasi visiva, la meraviglia pura per un'estetica che trovavo (e trovo) di una bellezza sconvolgente; dall'altro, un senso di colpa sottile e costante, la paura di essere giudicato e, peggio ancora, di non essere capito.
Oggi sono qui, sotto i riflettori di questa pagina, a dirvi che quel ragazzino spaventato si sbagliava. Ma ci è voluto tempo per capirlo.
Vorrei fare subito una precisazione, per evitare malintesi. Dimenticate le scarpe. Dimenticate i tacchi vertiginosi o le calze velate. Quelle cose non mi hanno mai detto nulla. A me non interessava il travestimento; a me interessava la purezza della forma.
La mia vera stagione cominciava quando il calendario voltava pagina e le temperature si alzavano. Quando la primavera sfumava nell'estate e i piedi delle persone – quelli delle donne, inizialmente – si liberavano dalle calzature invernali per infilarsi nei sandali.
Era allora che iniziava il mio lavoro segreto. Guardavo di nascosto, valutavo, selezionavo. Nella mia mente si attivava un archivio invisibile: catalogavo le morfologie, le linee, le proporzioni. E la spiaggia? Beh, la spiaggia per me era l'apoteosi. Non era un luogo di svago, era la più grande biblioteca del piede a cielo aperto del pianeta. Chilometri di campionari anatomici da studiare in silenzio.
Con il tempo, e con quell'osservazione quasi scientifica, ho iniziato a sviluppare i miei gusti, a capire cosa cercassi in quella marea di forme. Ho scoperto che la mia massima aspirazione estetica aveva un nome preciso: il piede egizio.
Per chi non mastica di antropometria, il piede egizio è una questione di armonia scalare, di una pulizia geometrica impeccabile. È quella conformazione in cui l'alluce è il dito più lungo e tutti gli altri – il secondo, il terzo, fino al mignolo – decrescono progressivamente, uno dopo l'altro, formando una linea diagonale perfetta, inclinata e regolare. C'è una grazia antica in quella simmetria, una proporzione che ricorda le statue classiche. Quella linea era il mio ideale di bellezza.
Ma la mia ricerca non si è fermata lì. E qui arriviamo a un nodo intricato del mio viaggio emotivo, un momento in cui la mia testa ha iniziato a fare i giri di parole più complessi.
Andando avanti con gli anni, ho fatto una scoperta che mi ha confuso non poco: mi sono reso conto che il piede maschile rappresentava, dal punto di vista morfologico, la perfezione della mia scelta. C'era qualcosa nella struttura più marcata, nella definizione dei tendini, nella forza della pianta che rispondeva ancora meglio ai miei canoni geometrici.
E allora potete immaginare le domande che hanno iniziato a rincorrersi nella testa di un ragazzo giovane. “Aspetta un attimo”, mi dicevo, “se mi piacciono i piedi degli uomini, significa che mi piacciono i maschi? Sono omosessuale?”.
La risposta, per quanto difficile da comprendere per chi guarda da fuori, era un secco "no". Non c'era sessualità in questo. Non c'era il desiderio dell'altro sesso o dello stesso sesso nel modo tradizionale. C'era, invece, pura ammirazione. C'era l'osservazione distaccata di un collezionista d'arte, una ricerca morfologica che andava oltre il genere di appartenenza del corpo a cui quel piede era attaccato. Era un'esperienza estetica pura, quasi accademica.
Il corpo intero non c'entrava. La richiesta tattile, il bisogno di toccare, di stringere un contatto fisico con quella bellezza, sarebbe arrivata solo molto più avanti. In quel periodo ero solo un fotografo senza macchina fotografica, che catturava con gli occhi la simmetria del mondo, un piede alla volta.
Con il passare del tempo, però, gli occhi non bastavano più. Quella distanza di sicurezza che avevo mantenuto fino ad allora, quel ruolo da scienziato che osserva il vetrino al microscopio, iniziò a vacillare. La curiosità di poter anche toccare, sostenere, sentire fisicamente la consistenza di quei soggetti di studio si fece avanti. E non bussò alla porta: entrò in modo prepotente.
Volevo sentire sotto i polpastrelli la compattezza del tallone, la morbidezza della pelle dell'arco plantare, la temperatura di quella carne che avevo solo catalogato a distanza. Volevo un contatto.
Ma c'era un problema. Un grosso problema di calendario.
Eravamo negli anni '80.
Oggi, a metà degli anni 2020, viviamo in un'epoca di fluidità, di community online per qualsiasi sfumatura del desiderio, di spregiudicatezza e apertura mentale. Se hai un interesse specifico, trovi mille forum di discussione prima di sera. Ma gli anni '80... beh, gli anni '80 erano un'altra storia. Certo, c'erano i colori fluo, la musica pop, la spensieratezza apparente, ma sotto la superficie c'era un rigore sociale spietato. Se uscivi dai binari dell'attrazione canonica, non eri "originale": eri strano. Punto.
In quel contesto, come facevi a chiedere a qualcuno di potergli toccare i piedi? Non c'erano app, non c'erano codici condivisi. Spiegare che dietro quel desiderio non c'era una perversione morbosa, ma una ricerca estetica, un bisogno di toccare l'armonia di quel famoso "piede egizio", era praticamente impossibile. Il rischio di essere etichettato come un maniaco o un malato era altissimo.
Quindi, la richiesta tattile divenne un'equazione difficilissima da risolvere. Vivevo in un paradosso costante: il mio corpo e la mia mente gridavano il bisogno di un contatto fisico, tattile, concreto, mentre la società intorno a me mi imponeva il silenzio più assoluto. Ogni avvicinamento doveva essere studiato nei minimi dettagli, mascherato da gioco, da scherzo, o aspettare il momento perfetto, rarissimo, in cui la guardia dell'altro era abbassata.
Era una specie di caccia al tesoro al buio, dove la mappa era scritta in una lingua che parlavo solo io.
Il tempo, sapete, ha questo vizio di correre forte anche quando voi siete fermi a riflettere. Nel mio viaggio mentale, i decenni sono scivolati via uno dopo l'altro. Gli anni '80 sono sbiaditi, i '90 sono passati, e mi sono ritrovato ad aver varcato la soglia dei quarant'anni.
Nel frattempo, la vita vera aveva preso il sopravvento, e ne ero felice. Mi ero sposato, una scelta che rifarei mille volte, e dal nostro amore erano nati due figli che erano – e sono – la mia vita. Ero un uomo realizzato, un padre innamorato, un marito presente. La mia attrazione segreta era rimasta lì, un rumore di fondo, una costante della mia mente che avevo imparato a gestire, a tenere in un angolo protetto del mio petto.
Ma a quarant'anni, il corpo inizia a mandarti i primi promemoria. Il fisico rallenta. Ti svegli la mattina e senti che la postura non è più quella dei vent'anni, i muscoli sembrano essersi leggermente addormentati, impigriti dalla routine casa-ufficio-divano.
Così, decisi che era il momento di darmi una mossa. Mi iscrissi in palestra.
Non ero un fanatico, badate bene. Facevo le mie due o tre ore settimanali, con calma. Un po' di pesi per risvegliare il tono muscolare, qualche partita a squash per far battere il cuore e scaricare l'adrenalina della settimana. E poi, alla fine della sessione, c'era il mio premio, il mio rituale preferito: la sauna.
Entravo in quella stanza di legno, avvolto dal calore denso e dal profumo di eucalipto, e lasciavo che lo stress evaporasse.
Ma inutile dirvelo, vero? Potete immaginarlo da soli. Inutile dire che, anche lì, in quel tempio del benessere e del sudore, quando si presentava l'occasione, il mio sguardo andava sempre, immancabilmente, a battere nello stesso punto.
L'abitudine all'osservazione morfologica non svanisce con l'età, né con la fede nuziale al dito. La sauna, con la sua nudità parziale e rilassata, con le persone sedute sui gradoni di legno con i piedi nudi in primo piano, divenne il mio nuovo osservatorio privato. Solo che adesso ero un uomo di quarant'anni, maturo, consapevole. Non ero più il ragazzino spaventato degli anni '80 che si chiedeva se fosse "rotto". Ero un uomo che conosceva perfettamente la propria estetica.
E in quell'ambiente di spogliatoi, docce e saune, la varietà anatomica tornava a mostrarsi a me in tutta la sua purezza. E lo sguardo, guidato da un radar ormai infallibile, continuava a selezionare e catalogare nel silenzio della mia mente.
Fu in un tardo pomeriggio invernale che accadde. Uno di quei pomeriggi in cui fuori fa un freddo cane, il buio scende presto e l'unica cosa che desideri è il calore avvolgente della sauna.
Ero lì, da solo. Avevo preso il mio posto di osservazione preferito: la panca più alta, nell'angolo più estremo della stanza. Un asciugamano a coprire le nudità, la schiena appoggiata al muro di legno e la spalla contro la parete d'angolo. Ero seduto nella mia solita posizione, quasi una postura da yoga adattata al relax: un piede appoggiato sulla panca sottostante e l'altra gamba ripiegata sotto la coscia.
In quella solitudine infuocata, ero semplicemente in attesa. Aspettavo che entrasse qualcuno per soddisfare i miei soliti, silenziosi studi morfologici.
Sento il clic della maniglia. La porta si apre, lasciando entrare una ventata di aria tiepida che svanisce subito nel vapore. Entra un tipo. Avrà avuto circa cinquant'anni. Un uomo grosso, massiccio, abbondantemente oltre i cento chili. Ma non era grasso flaccido, tutt'altro: aveva un corpo sodo, compatto, una pancia tonda e prominente , ma tesa come la pelle di un tamburo, si capiva al volo che, nonostante la mole imponente, ci dava dentro con gli allenamenti per mantenere la tonicità dei muscoli.
Senza dire una parola, sale i gradoni e si siede sulla mia stessa panca, ma dall'angolo opposto al mio. Si appoggia al muro, voltato esattamente verso di me, e con un gesto naturale distende le gambe sulla panca dove eravamo seduti entrambi.
In quel momento, lo spazio si restringe. Tra me e lui c'era poco meno di un metro di distanza. Nessun contatto fisico, solo il calore della sauna che oscillava tra noi due.
Ora, provate a immaginare la scena dal mio punto di vista. Un uomo imponente, disteso di fronte a me, e all'estremità delle sue gambe, proprio a livello del mio sguardo, i suoi piedi nudi, esposti, a meno di un metro dal mio corpo.
Non ho resistito, ovviamente. Era più forte di me. Ho buttato l'occhio alle sue piante dei piedi.
Niente male. Davvero niente male. Una struttura solida, coerente con la sua corporatura, ma con una linea pulita. Il mio cervello, con la rapidità di un supercomputer che esegue un software collaudato da vent'anni, ha fatto il suo lavoro.
Pensavo che la cosa sarebbe finita lì, come mille altre volte. Un'altra splendida pagina girata nella mia biblioteca mentale. Ma quel pomeriggio d'inverno aveva in serbo qualcosa di diverso...
Passano due minuti. Due minuti in cui l’unico suono è il respiro pesante in mezzo al vapore. Poi, improvvisamente, il tipo si alza. Raggiunge il secchiello di legno, prende il mestolo e versa l’acqua sulle pietre roventi dell'evaporatore.
Sssshhhhhhh.
La sauna reagisce all'istante. C’è un picco di calore improvviso, un’ondata di vapore bollente che ti investe la pelle e ti mozza il fiato. Il tipo si gira, risale i gradoni di legno per rimettersi al suo posto. Ma stavolta non si siede. Stavolta si sdraia.
Si distende lungo la panca. E in quel preciso momento, lo spazio si annulla. La distanza tra me e lui diventa zero.
Senza alcun preavviso, la superficie dei suoi polpastrelli – la parte inferiore delle dita di quel piede massiccio che avevo appena catalogato – entra appena appena in contatto diretto con la pianta del mio piede, quello della gamba ripiegata che spuntava da sotto la coscia. Skin to skin. Pelle contro pelle.
Niente. Nessuna parola. Non accenna a scuse, non si scosta dicendo il classico “ops, scusa”. Niente di niente.
Io rimango immobile, congelato sul posto. Faccio finta di nulla, recito la parte di quello che non si è accorto di niente, l’indifferenza assoluta. Ma dentro? Dentro c’è un terremoto.
Passa un’altra manciata di secondi, interminabili. Lui assesta il suo corpo pesante sulla panca di legno, cerca la posizione comoda e, con un movimento deliberato, lento, spinge. Mette a stretto, totale contatto la sua pianta del piede con la mia. Un match perfetto. Una sovrapposizione esatta.
Potete solo immaginare cosa sia stato quel momento per me. Vi prego, provate a fare questo salto temporale insieme a me: proiettate in quel singolo millesimo di secondo anni e anni di pensieri. Decenni passati a guardare di nascosto in spiaggia, a catalogare morfologie nei sandali estivi, a nascondermi negli anni '80 pensando di essere l'unico alieno sulla faccia della Terra. Anni di domande, di sensi di colpa, di "cosa c'è di rotto in me?".
E ora, improvvisamente, il contatto. Reale. Caldo. Voluto.
Non mi muovo di un millimetro. Se mi fossi spostato, avrei spezzato l'incantesimo; se avessi assecondato il movimento con troppa enfasi, avrei rotto quel codice non scritto di silenzio che vige in una sauna. Così resto fermo, una statua di sale e sudore.
Ma chiudo gli occhi e, per la prima volta nella mia vita, smetto di guardare fuori. Mi giro verso l'interno. Cerco di ascoltare, con una precisione quasi scientifica, cosa sta succedendo nel mio cervello e nel mio corpo.
Il cuore mi batte in gola, un tamburo impazzito che rimbomba nelle orecchie, accelerato dal calore ma soprattutto dall'adrenalina pura. E la mente... beh, la mia mente è in cortocircuito. C'è una scarica elettrica che parte dalla pianta del mio piede, risale lungo la gamba e va a resettare trent'anni di isolamento. Non è un contatto sessuale nel senso classico, non c'è l'urgenza dell'atto. È qualcosa di incredibilmente più profondo: è la sanzione della realtà. È il mio mondo ideale, quello che esisteva solo nella mia testa, che si fonde con il mondo reale attraverso la pelle ruvida e calda di uno sconosciuto.
Ci sono voluti quarant'anni, ma quel ragazzino spaventato, finalmente, ha toccato terra.
Un minuto. Due minuti. Il tempo in sauna si dilata, diventa denso come il vapore. E la mia testa, in quei centoventi secondi, viaggia a una velocità folle. Penso: “Questa situazione potrebbe non ripetersi mai più. Mai più in tutta la mia vita”. È il treno che passa una volta sola, il momento in cui devi decidere se rimanere uno spettatore della tua stessa esistenza o diventare l’attore principale.
Decido di rischiare. Decido di provare.
Mi alzo. Con la massima calma, come se fosse un'azione dettata solo dal bisogno di più calore, vado verso l'evaporatore e butto ancora un po' d'acqua sulle pietre.
Sssshhhhhhh.
Un altro picco di calore, un'altra nuvola di vapore che avvolge la stanza e ci nasconde entrambi. Mi giro per tornare al mio posto, nell'angolo della panca alta. Ma c'è un cambio di scena: percepisco che nel frattempo il tipo si è allungato ancora di più. Ha occupato lo spazio. Dove prima stavo stretto, ora semplicemente non ci sto più. Non c'è un centimetro libero per me.
E qui, signori miei, accade qualcosa che ancora oggi, se ci ripenso, mi fa tremare le vene polsi per l'audacia che ho avuto.
Mi avvicino. Non dico una parola, perché le parole avrebbero rovinato tutto, avrebbero razionalizzato un momento che doveva vivere solo di istinto. Con la più naturale delle naturalezze – quella sicurezza che ti viene quando non hai più nulla da perdere – faccio un gesto incredibile: gli prendo le caviglie.
Le sollevo. Sento il peso della sua stazza, la solidità della sua carne. Mi siedo nel mio angolo e, con calma olimpica, appoggio una sua sulla mia coscia mentre lui rannicchia l’altra e appoggia il piede sulla piega tra coscia e addome. Poi, lascio cadere la mia mano sul dorso del suo piede con assoluta naturalezza.
Nessuno parla. Il silenzio della sauna è totale, rotto solo dal respiro e dal crepitio delle pietre calde. Lui non si ritrae di un millimetro. Non c'è tensione muscolare nei suoi arti, non c'è rifiuto. Accetta il gesto come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Tutto avviene nella massima, assurda, bellissima normalità.
Ed eccoci lì. Due sconosciuti in un pomeriggio d'inverno.
Io, un uomo di quarant'anni con una vita felice, una famiglia a casa e un segreto lungo una vita, seduto a occhi chiusi a gustarmi il calore della sauna e la sensazione tattile, reale, definitiva di quel piede egizio sotto il mio palmo che lo sta accaezzando. Lui, un gigante di cento chili, sdraiato sulla panca, anche lui a occhi chiusi, immobile.
Se la prima fase dell'attrazione, quella visiva, era stata una catalogazione geometrica, e il primo contatto pianta contro pianta era stato un cortocircuito elettrico... questo momento è la pace.
Sentire il dorso del suo piede sotto la mia mano, la consistenza della pelle scaldata dal vapore, la struttura ossea... non c'era perversione in quel gesto. C'era un'immensa, catartica gratitudine. Il mio cervello non si chiedeva più "che problemi ho?". In quel momento, il mio cervello ha finalmente capito che non c'era nessun problema. Era solo bellezza. Una bellezza che per quarant'anni avevo solo potuto guardare da lontano e che ora, finalmente, potevo sostenere con le mie mani.
Siamo rimasti così, sospesi nel tempo, a goderci quel calore e quella strana, silenziosa complicità che non aveva bisogno di definizioni, né di etichette.
Quella situazione, più di ogni altra cosa nella mia vita, mi ha sconvolto. Ma, subito dopo, mi ha rassicurato come nient'altro prima.
Perché in quel preciso istante, mentre sentivo il calore di quel piede sconosciuto sulla mia coscia e il silenzio della sauna ci avvolgeva, una verità elementare si è fatta strada nella mia testa. Una verità che per quarant'anni mi era sfuggita, intrappolato com'ero nel mio castello di specchi e sensi di colpa.
La regola d'oro del nostro passaggio su questo pianeta: non siamo soli nell'universo.
Fino a quel tardo pomeriggio d'inverno ero convinto di essere un pezzo unico, un errore di programmazione. Ma quella sovrapposizione di piante, quel lasciarsi toccare senza bisogno di parole, mi ha sbattuto in faccia la realtà. Se in quella piccola sauna, in un giorno qualunque, eravamo in due ad essere attratti dal contatto con i piedi... beh, allora per pura logica matematica, sulla Terra ce ne dovevano essere a migliaia. Centinaia di migliaia. Persone esattamente come me, che camminavano per strada nascondendo lo stesso identico segreto, guardando i sandali in primavera con lo stesso identico tuffo al cuore.
Non ero un alieno. Ero solo un essere umano con una sua specifica, legittima mappa del desiderio.
Da quel momento, tutto è cambiato.
Quando sono uscito dalla palestra quella sera, l'aria fredda dell'inverno mi è sembrata più leggera. Sono tornato a casa dalla mia famiglia, dalla donna che amavo e dai miei figli, e non mi sentivo più un uomo diviso in due. Ero intero. Quell'esperienza non aveva tolto nulla alla mia vita felice di marito e di padre; al contrario, aveva aggiunto l'ultimo tassello che mancava: la pace con me stesso.
Il ragazzino degli anni '80 che si guardava allo specchio chiedendosi "che problemi ho?" aveva finalmente ricevuto la sua risposta dal futuro. E la risposta era: "Nessuno. Non hai nessun problema".
Eh sì, sono sempre stato attratto dai piedi. Ma oggi, su questo palco virtuale, posso dirvelo con il sorriso di chi ha capito che la bellezza non ha bisogno di scuse. E che qualunque sia il vostro segreto, là fuori, da qualche parte, c'è sempre qualcuno pronto a condividerlo.
Grazie per avermi ascoltato.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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