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SONO MAGGIORENNE ESCI
tradimenti

21:42


di Sturgis
15.07.2025    |    94    |    0 8.7
"Massimo mi prese con forza crescente, poi rallentò, solo per farmi sentire ogni centimetro mentre usciva e rientrava..."
La luce della cucina era calda, gialla, soffusa dalle lampade a sospensione che avevamo scelto anni prima, quasi per caso, durante un sabato pomeriggio pigro all’IKEA. A quell’ora della sera, ogni cosa sembrava più densa, satura di intenzioni. I bicchieri sul tavolo brillavano appena, riempiendo la stanza di riflessi tremolanti, mentre il profumo del vino rosso aperto da poco aleggiava tra le note più pungenti del mio profumo, uno Chanel che usavo solo per occasioni speciali, e quello indefinibile ma inequivocabile di eccitazione.

Indossavo una camicia bianca semi trasparente, leggermente aperta sul davanti, lasciando intravedere il reggiseno in pizzo nero e un accenno di pelle che sapevo benissimo avrebbe attirato lo sguardo. Sotto, una gonna morbida, svasata, che mi sfiorava le cosce ad ogni passo, leggera come un alibi costruito troppo in fretta. E sotto ancora, nulla. Era stata una mia scelta precisa. Il mio modo per sentirmi vulnerabile e potente allo stesso tempo. Ai piedi, tacchi neri sottili, da battaglia, quelli che mi alzavano giusto quanto bastava per sentirmi osservata da sotto in su.

Davide era agitato, ma cercava di non darlo a vedere. Si muoveva nella stanza come se stesse preparando un brindisi per un anniversario, e in un certo senso lo era. Avevamo parlato di questa serata per settimane. Fantasie sussurrate nel buio, messaggi scambiati mentre eravamo in ufficio, confessioni che ci avevano eccitato e avvicinato come poche altre cose. Avevamo scelto insieme, con cura, ogni dettaglio. E Massimo era stato il prescelto.

Lo avevo conosciuto io per prima, su un sito dove le parole valgono quanto le foto, se non di più. Lui scriveva bene, con un tono diretto ma mai volgare, sicuro ma non arrogante. Aveva una foto sola, in bianco e nero, con lo sguardo coperto da un’ombra. Mi aveva colpita. Abbiamo iniziato a scriverci per gioco, ma in poco tempo le conversazioni si erano fatte sempre più intime, più sporche, più nostre. Ero stata chiara fin da subito: ero sposata, ma complice. Non cercavo un tradimento nascosto, ma un’esperienza condivisa. Un triangolo che non fosse squilibrato, ma carico di elettricità.

Massimo aveva accettato le regole con naturalezza. Diceva che gli piaceva sapere che il marito sarebbe stato presente. Lo eccitava l’idea di essere guardato. Di essere quello scelto per farci scivolare oltre il limite. E così avevamo fissato la data. La sera. Il luogo: casa nostra. Niente motel squallidi o camere anonime. Volevamo che fosse tutto vero, immerso nella nostra intimità. Reale come la poltrona su cui Davide adesso si sedeva con un bicchiere in mano, guardandomi come se fossi un'opera d’arte che stava per essere venduta all’asta.

Il suono del citofono mi fece sussultare. Era un suono secco, deciso, che tagliò il silenzio come una lama. Guardai l’orologio. 21:42. L’ora decisa. L’ora promessa.

Mi voltai verso Davide. Ci scambiammo uno sguardo carico, denso, e lui annuì senza dire una parola. Andai ad aprire. Le scale erano silenziose. Sentivo i miei tacchi battere sul marmo, il cuore rimbombare nel petto come un tamburo tribale. Quando la porta si aprì, Massimo era lì. Alto, solido, vestito in modo semplice ma preciso: jeans scuri, una camicia grigia sbottonata fino al petto, da cui spuntava un accenno di pelle abbronzata. Il sorriso sicuro, lo sguardo che mi scorreva addosso senza alcun pudore.

"Sei anche meglio dal vivo," disse.
"Anche tu," risposi, prendendo un respiro profondo.

Lo feci entrare. Il suo profumo era maschile, intenso, un misto di legno e muschio. Sentii la sua presenza invadere lo spazio come un’onda, e io ne fui travolta con un brivido lungo la schiena. Davide si alzò in piedi e lo salutò con un sorriso teso ma sincero. Si strinsero la mano. Era fatta. Nessuno parlò di ruoli o limiti. Tutto era già stato detto nei messaggi. Quella sera, i corpi avrebbero parlato meglio delle parole.

Massimo si sedette, versò un bicchiere, e mi lanciò un’occhiata da lupo.
"Allora, da dove cominciamo?"

Massimo si era fatto spazio nel nostro salotto con la sicurezza di chi non chiede permesso, ma sa esattamente quanto vale la propria presenza. Aveva posato il bicchiere sul tavolo senza fretta, godendosi l’effetto che aveva su di noi, come un attore consapevole del proprio ingresso in scena. Si era sistemato sul divano, le gambe aperte, una mano sulla coscia e l’altra che accarezzava il bordo del vetro. L’aria si era fatta più densa, intrisa di vino, tensione e silenzi troppo lunghi per essere casuali.

Mi muovevo per la stanza cercando una scusa per occupare le mani, per rallentare il battito che sembrava troppo forte persino per il mio petto. Ero consapevole di ogni mio movimento, del fruscio della gonna che si sollevava appena a ogni passo, del modo in cui i miei fianchi oscillavano quando mi chinavo a raccogliere il tappo lasciato cadere apposta. Sentivo i loro sguardi addosso, distinti ma sincroni: quello di Davide era misto a desiderio e timore reverenziale, mentre quello di Massimo era diretto, quasi chirurgico, come se stesse decidendo da dove iniziare a scartarmi.

"Hai caldo?" chiese Massimo, con un tono che sembrava innocente solo in apparenza.
Mi girai verso di lui.
"Un po’. Ma non voglio togliermi niente… ancora."

Davide rise piano. Si era seduto sulla poltrona di fronte, le mani intrecciate tra le ginocchia, gli occhi che correvano avanti e indietro tra me e l’altro uomo. Era lì, eppure sembrava trattenersi al bordo di una piscina troppo profonda. Sapeva che avrebbe fatto il salto, ma stava assaporando l'attesa, come si fa con i brividi prima di un tuffo.

Massimo si era appoggiato allo schienale, il petto largo messo in risalto dal tessuto della camicia grigia, ancora sbottonata quel tanto che bastava a far intuire la linea del torace. Il suo sguardo era lento, consapevole, come se avesse tutto il tempo del mondo per denudarmi centimetro dopo centimetro, senza toccarmi.

Mi sedetti sul divano accanto a lui, incrociando le gambe con un gesto studiato, ma solo fino a un certo punto. La stoffa si sollevò, mostrando una porzione di coscia nuda che fu subito registrata da entrambi. Sentivo l’elettricità percorrermi la pelle. La camicia, ormai quasi trasparente sotto la luce calda, rivelava i contorni precisi del reggiseno in pizzo nero e il movimento del mio petto, lento e ritmico. Avevo i capezzoli duri, tesi, e lo sapevo. E mi piaceva sapere che lo sapessero.

"Siete sempre così?" chiese Massimo, con un sorriso obliquo.
"Come?" risposi, inclinando il capo.
"Così… complici. Eccitanti. Veri."

Guardai Davide.
Lui annuì.
"Non sempre. Ma quando succede, è indimenticabile."

Massimo posò la mano sul mio ginocchio. Un gesto che sembrava casuale, ma che era stato attentamente misurato. Le sue dita erano calde, le sentii scorrere sulla pelle come una lama smussata. Salirono piano, fino a sfiorare l’orlo della gonna, e lì si fermarono. Io non mi mossi. Non lo fermai. Non guardai nemmeno Davide. Rimasi ferma, con il respiro appena più profondo, le labbra socchiuse e la mente che si tingeva di immagini che non avrei saputo fermare neanche volendo.

Il silenzio si caricava.
Lui lo sapeva.
Io lo sentivo.
E Davide lo stava vivendo dentro come un’onda.

"Posso?" chiese Massimo, senza togliere lo sguardo dalle mie gambe.
"No." risposi, ma con un sorriso.
"Ancora no."

Mi chinai in avanti e presi il suo bicchiere vuoto. Le nostre mani si sfiorarono.
Lo riempii di nuovo, lasciando che il vino sfiorasse il bordo con un gesto lento, quasi sensuale.
Poi glielo porsi, ma non subito. Lasciai la mano sospesa un attimo, così da costringerlo a sfiorarmi di nuovo per prenderlo.

Il nostro gioco era iniziato.

Davide tossì piano.
Aveva slacciato un bottone della camicia.
Sudava appena, e io lo trovai bellissimo così: teso, coinvolto, testimone eccitato e innamorato.
Sapevo che non era geloso.
Lo avevamo costruito insieme, centimetro dopo centimetro, come una coreografia segreta.

Mi alzai. Mi mossi lentamente verso di lui.
Mi chinai e lo baciai sulle labbra.
"Stai bene?"
"Mai stato meglio," sussurrò.
Poi mi sfiorò la coscia, e mormorò:
"Fallo aspettare ancora un po’. Fagli desiderare ogni secondo."

Tornai da Massimo con il cuore accelerato e la pelle tesa.
Mi sedetti di nuovo.
E stavolta non incrociai le gambe.

Restammo lì, in quel triangolo carico di sguardi, vino e battiti accelerati, come se qualcuno avesse spento il mondo fuori e lasciato acceso solo il nostro piccolo teatro di desideri trattenuti. Il tempo sembrava rallentato, come la cera di una candela che cola senza bruciare, e dentro di me sentivo l’equilibrio precario fra il gioco e la resa totale. Il calore delle guance, l’umidità sulle cosce, il profumo che avevo spruzzato ore prima ma che ora si fondeva con quello più animale del mio corpo eccitato: tutto gridava per essere toccato, ma ancora non lo ero.

Massimo sorseggiava il vino con una lentezza esasperante, lasciando che qualche goccia gli bagnasse le labbra, poi le leccava via con un gesto indecente nella sua naturalezza. Il suo sguardo non lasciava mai il mio volto, come se volesse vedere ogni reazione, ogni piccolo fremito che mi attraversava quando parlava con quel tono basso, ruvido, di chi sa come far vibrare le parole sotto la pelle.

"Cosa ti piace di più… essere guardata o essere toccata?" chiese, senza distogliere lo sguardo, la voce quasi un soffio, ma abbastanza nitida da far sussultare l’aria.
Mi bagnai le labbra con la lingua, cercando di prendere tempo, anche se dentro la risposta era già lì, pulsante.
"Dipende da chi guarda. E da chi tocca."

Sorrise, come se sapesse di avermi portata un passo oltre. Poi posò il bicchiere sul tavolo e si piegò appena verso di me, con una naturalezza che non lasciava margine all’interpretazione. Il dorso della sua mano sfiorò la mia guancia, poi scese lentamente lungo il collo, fino a fermarsi tra i bottoni della camicia, sfiorandoli uno a uno con la punta delle dita, senza aprirli. Ogni tocco era un punto interrogativo lasciato in sospeso, una domanda che il mio corpo voleva disperatamente completare con un sì.

Mi lasciai andare indietro, affondando contro lo schienale del divano, respirando piano ma profondamente. Sentivo la stoffa della camicia che aderiva alla pelle umida, il reggiseno che stringeva i seni ormai gonfi, sensibili, bisognosi. Non parlavo, ma il mio corpo lo faceva per me: le cosce leggermente aperte, le mani rilassate ma pronte, la nuca esposta.

Davide ci guardava. Aveva lo sguardo carico, lucido, le pupille dilatate. Era entrato completamente nella dinamica. Non era spettatore, ma parte integrante, anche senza toccare. La sua eccitazione era evidente nella piega dei pantaloni, nella tensione delle dita strette ai braccioli, nel modo in cui si mordeva piano il labbro inferiore.

Massimo si alzò in piedi, si portò dietro di me e si chinò, le mani che scivolarono sulle mie spalle nude dove la camicia si era abbassata. Le sue dita cominciarono a massaggiare, prima con delicatezza, poi con pressione crescente, fino a far affiorare un gemito basso dalla mia gola.
Mi chinò lentamente in avanti, con un gesto deciso ma controllato, lasciandomi piegata sul divano, il petto appoggiato ai cuscini. La gonna si sollevò sul retro, scoprendo finalmente le cosce nude, il sedere teso, perfettamente visibile.
Il silenzio fu spezzato solo dal mio respiro e dal suono appena percettibile della zip dei suoi pantaloni che si abbassava.

Ma non fece nulla.
Restò lì.
Le mani sulle mie anche.
Il cazzo duro premuto contro la curva del mio culo, senza penetrare.
Aspettava.
Mi sentivo esposta, offerta, eppure ancora intatta.
Ero un confine che stava per essere varcato.

"Sta a te, Davide," disse a quel punto Massimo, senza guardarmi.
"Sta a te decidere quando."

Mi voltai appena, cercando lo sguardo di mio marito.
Lui si alzò, si avvicinò lentamente.
Si chinò su di me e mi sussurrò piano, in un orecchio:
"Aspettalo. Fatti desiderare ancora."

Poi mi baciò dietro l’orecchio, un bacio lungo, umido, che mi fece tremare le ginocchia.
Quando si rialzò, si sedette più vicino a noi.
Lo sguardo fisso.

Massimo rise piano.
"Mi piace questo gioco."
E si chinò anche lui.
Mi passò la lingua lungo la spina dorsale, un gesto così lento da sembrare crudele.
Ogni vertebra, ogni tratto della mia pelle bruciava sotto il suo tocco.
Mi leccò fino al collo, poi sussurrò:
"Ti lascio un altro minuto, poi sei mia."

E io sapevo che quel minuto sarebbe stato il più lungo della serata.
Ma anche il più eccitante.

Quello che accadde nei minuti successivi fu come una lunga curva in discesa, lenta e inesorabile, dove il tempo sembrava prendere la forma della pelle che si tende, del fiato che si spezza, dei gemiti che non si lasciano più trattenere. Non c’era più niente di teorico, nessun confine da disegnare: tutto era già scritto nei nostri corpi, nei ruoli che avevamo scelto e accettato. Io come centro, ponte, miccia. Davide come fuoco silenzioso che alimenta, testimone complice. Massimo come strumento del desiderio, presenza tangibile che rompe l’attesa.

Quando sentii le dita di Massimo scivolare sotto l’orlo della camicia, fu come ricevere un impulso elettrico direttamente tra le scapole. Mi stava scoprendo, lentamente, facendomi scivolare la stoffa lungo le braccia, centimetro dopo centimetro, finché rimasi con le spalle completamente nude e il reggiseno in bella vista: nero, trasparente, i seni contenuti a fatica, i capezzoli già rigidi che pungevano il tessuto. Si chinò, me li baciò appena sopra il pizzo, sfiorando con le labbra, con quel tipo di lentezza che ti fa impazzire perché è troppo e non abbastanza allo stesso tempo.

Davide non diceva nulla, ma lo vedevo dal riflesso sul vetro della finestra: aveva spostato la poltrona, si era seduto di lato, e guardava. Le mani sul ginocchio, i pantaloni ormai gonfi, la bocca socchiusa. Lo conoscevo troppo bene per non leggere quel tipo di espressione. Era totalmente dentro a quello che stava accadendo. Stava godendo attraverso di me. Ed era proprio questo il nostro patto: nessuna finzione. Ogni movimento che io facevo era anche suo. Ogni carezza che ricevevo era anche un invito.

Massimo mi aiutò a togliermi la camicia con gesti pratici ma pieni di attenzione, come se stesse aprendo un regalo già suo, ma che desiderava assaporare in ogni dettaglio. Una volta spogliata della camicia, mi fece voltare verso di lui, lentamente. Mi prese per i fianchi, le mani grandi, calde, salde. Mi attirò a sé, le nostre bocche si cercarono a pochi centimetri l’una dall’altra. Il primo bacio fu lungo, carnale, senza esitazioni. Le sue labbra erano piene, ruvide contro le mie, la lingua entrò subito, decisa, dominando. Non mi baciava per sedurmi: mi baciava per prendermi. Ed era esattamente ciò che volevo.

Le sue mani intanto erano scese sui miei glutei nudi. La gonna era salita del tutto, ormai inutile, solo un pretesto per aumentare la frizione. Mi stringeva le natiche come se volesse plasmarle, modellarle nella sua presa. E intanto la sua bocca scendeva: lungo il mento, sul collo, sulle clavicole. Io respiravo a scatti, incapace di fermare quel crescendo. Avevo la pelle in fiamme. Il mio reggiseno fu slacciato con una sola mano, cadde sul pavimento con un suono sordo. I miei seni rimasero lì, esposti, oscillando al respiro agitato, ai suoi baci, alle sue dita che li sfioravano, li stringevano, li succhiavano con voracità crescente.

Mi lasciò lì solo un istante, per slacciarsi completamente i pantaloni e farli scivolare lungo i fianchi. Non li tolse del tutto, li lasciò a metà coscia, come a dire: "non ne ho bisogno per farti quello che voglio". Il suo cazzo era già duro, teso, pronto. Lo vidi, lo volli, ma lui si avvicinò e mi fece inginocchiare prima che potessi anche solo allungare una mano. Le ginocchia nude contro il parquet mi fecero sentire esposta, offerta, ma allo stesso tempo incredibilmente potente.

Lo guardai dal basso verso l’alto, le labbra dischiuse, il respiro spezzato.
Lui me lo sventolò davanti con lentezza, godendosi lo spettacolo.
"Fammi sentire quanto lo vuoi," disse.
Gli presi il cazzo con una mano, caldo, duro, pulsante.
Lo passai sulle labbra, poi lo leccai, lentamente, dalla base alla punta, guardandolo negli occhi.
"Lo voglio fino in gola."

Ma non glielo concessi ancora.
Mi presi il tempo di esplorarlo, di farlo fremere sotto la lingua, sentendo Davide trattenere il fiato da dietro.
Massimo gemeva, basso, profondo, e le sue mani mi tenevano la testa con una delicatezza strana per un corpo tanto forte.

Mi prese per il mento, mi sollevò di nuovo, e mi fece girare.
Mi spinse sul divano, a quattro zampe, la testa appoggiata al bracciolo.
Non fece altro.
Mi lasciò così, tremante, bagnata, ansiosa.
Mi passò una mano sulla schiena, poi lungo il culo, poi tra le cosce.

"Bagnata come una puttana," sussurrò.
E io chiusi gli occhi.
Non per vergogna.
Ma perché stavo godendo del modo in cui mi chiamava.
E di come mio marito non protestava.
Anzi, si avvicinava.
E filmava tutto con lo sguardo.

l calore del suo palmo che premeva contro il mio fondoschiena mi mandava ondate di brividi lungo la schiena, e non c’era niente di incerto in quel tocco. Era diretto, deciso, quello di un uomo che non chiede il permesso. Massimo mi teneva esposta, a quattro zampe sul divano, con la testa affondata nei cuscini e il culo sollevato, pronto per essere preso, e ancora non mi aveva nemmeno spogliata del tutto. La gonna mi avvolgeva come un ultimo orpello inutile, arrotolata intorno alla vita, ma ormai era solo un frammento di stoffa senza più potere, mentre le mutandine — nere, sottili, appena un triangolo di pizzo — erano state spostate da un lato con una lentezza che sembrava una provocazione.

Sentivo il suo respiro caldo sul retro delle cosce, la barba che graffiava appena mentre scendeva con la bocca tra le mie gambe, senza fretta, senza preavviso. La sua lingua mi toccò con un primo colpo lento, dall’ingresso fino al clitoride, e mi fece gemere, il viso affondato nei cuscini per non esplodere del tutto. Era preciso, metodico, mi leccava con movimenti ampi e profondi, le mani che mi tenevano ferma per i fianchi, come se avesse deciso che da quel momento io non potessi più sfuggirgli.

Dietro di me, sentivo anche Davide, in piedi, vicino, che ci guardava. Ogni tanto lo sentivo respirare forte, muoversi appena, o tossire per scaricare la tensione. Ma non diceva niente. Era lì, e quella presenza muta era parte integrante del mio godimento. Era il mio specchio, il mio pubblico, la mia garanzia che non c’era nulla da nascondere. Potevo godere e farmi guardare, e tutto questo non sporcava niente. Anzi. Rafforzava ogni sensazione.

"È tua?" chiese Massimo, staccandosi un momento da me, guardando mio marito negli occhi.
"Sì," rispose Davide, con la voce roca.
"E ti eccita vedermela leccare così?"
Davide annuì.
"Moltissimo."

Quelle parole mi scossero più di un colpo di lingua. Mi resi conto di quanto fossi umida, gonfia, completamente pronta. E quando Massimo riprese a baciarmi, lo fece più a fondo, più avido, mentre le dita cominciavano a entrare lentamente, prima una, poi due. Mi allargò, mi esplorò, fino a sentirmi dilatata, piena, le ginocchia che tremavano sul divano.

"Spalancala per me," ordinò, e io lo feci, senza pensarci. Aprii le gambe, inarcai la schiena, gli diedi tutto.
"Brava troia."
Lo disse sottovoce, ma bastò.
Era come se le parole mi colpissero fisicamente, come se scivolassero sulla pelle insieme alle dita e alla lingua.
Mi sentivo attraversata.

Poi si sollevò.
Lo sentii aggiustarsi dietro di me.
Il calore della sua erezione sfiorarmi l’interno coscia.
Lui non disse nulla.
Mi prese.
In un unico, lento, affondo.

Era spesso, duro, bollente.
Entrò fino in fondo, riempiendomi tutta, e un gemito gutturale mi uscì dalla gola, involontario, violento.
Le mani affondarono nei cuscini, la bocca aperta, il fiato spezzato.
Mi teneva per i fianchi, e cominciò a muoversi con spinte lunghe, lente, penetranti, come se volesse imprimere il suo ritmo dentro di me, marchiarmi col suo piacere.

Davide si avvicinò.
Mi prese il viso tra le mani, mi guardò negli occhi mentre Massimo mi scopava da dietro.
"Sei bellissima così," disse.
Mi baciò, lungo, profondo, e io godevo come non avevo mai goduto prima.

Ogni spinta di Massimo mi mandava in avanti, le sue anche sbattevano forte contro le mie, e io ormai gemevo apertamente, senza più filtri, senza più vergogna.
"Tua moglie è una figa da urlo," disse Massimo a Davide.
"E tu hai fatto bene a condividerla."
Non c’era ironia in quelle parole.
Solo verità cruda.
E desiderio puro.

Mi presero per i fianchi e mi sollevarono leggermente, cambiando angolo, e la sensazione fu ancora più intensa. Mi stava scopando in profondità, e io lo sentivo in ogni fibra del mio corpo. Il rumore della pelle contro la pelle, i gemiti, i respiri affannati: tutto era amplificato. La stanza era satura di sesso.

E io ero lì, nel mezzo, completamente viva.

Il ritmo delle sue spinte cominciava a farsi più veloce, più pressante, come se tutto il controllo che aveva mantenuto fino a quel momento fosse pronto a esplodere. Mi prendeva da dietro con vigore crescente, e ogni colpo era un’eco nel mio ventre, una scossa elettrica che si irradiava dai reni fino al basso ventre. Ero lì, in ginocchio sul divano, con la schiena inarcata, le mani affondate nei cuscini e il culo pieno della sua voglia. E sentivo la presenza di Davide accanto a me come una corrente silenziosa, intensa, parte di ogni brivido che mi attraversava.

Massimo sfilò fuori all’improvviso, lasciandomi vuota, tremante, ancora ansimante.
"Voglio vederti succhiare," disse, tirandomi per i capelli con decisione ma senza cattiveria.
Mi voltai, lo guardai da sotto in su. Il suo cazzo, lucido e madido dei miei umori, pulsava davanti al mio viso. Aprii la bocca, senza esitazioni, e lo accolsi di nuovo, facendolo scivolare in fondo, premendo con le labbra mentre la lingua danzava sulla parte inferiore del glande. Le sue mani mi tenevano ferma, guidavano il movimento della mia testa. Godeva. Lo sentivo dal respiro irregolare, dai colpi di fianchi che dava, affondando piano ma deciso nella mia gola.

Davide si era inginocchiato dietro di me, mi baciava la schiena, passava la mano tra le mie cosce ancora umide, infilandovi due dita. Mi sentii completamente posseduta da entrambi, piena in ogni senso, il corpo che si piegava al ritmo di due energie distinte ma perfettamente orchestrate.

"Che puttana fantastica abbiamo tra le mani, eh Davide?" disse Massimo, mentre mi teneva il viso contro il suo bacino.
"È la mia donna. Ma stasera è tutta tua," rispose lui, e mi diede una carezza sul fianco che fu più calda di qualsiasi parola.
Quando Massimo si staccò da me, mi fece sdraiare sulla schiena, le gambe aperte, le ginocchia piegate, la figa gonfia e rossa, pulsante, completamente esposta. Mi guardava come se volesse divorarmi.
"Tienile aperte per me," ordinò. E io lo feci.
Con le mani alle caviglie, mi spalancai per lui.

Mi si stese sopra, mi affondò dentro in un colpo solo, e io urlai senza più ritegno.
La sensazione era ancora più intensa in quella posizione: il peso del suo corpo, il calore, il contatto dei nostri ventri, il suono umido e sordo dei nostri corpi che si univano a ogni spinta. Le sue mani mi stringevano i polsi sopra la testa, le sue labbra erano sulla mia bocca, sul mio collo, ovunque.

"Ti piace essere presa davanti a tuo marito?"
"Sì… sì, mi piace…"
"Ti piace essere la sua troia?"
"Mi eccita da morire…"

Davide si era seduto accanto a noi, accarezzava i miei capelli mentre Massimo mi scopava con forza, affondando fino in fondo, le palle che sbattevano sul mio culo a ogni colpo. Mi guardava negli occhi, non con gelosia, ma con un’intimità che mi faceva venire i brividi.
Ero sua, sì, ma stavo scopando con un altro.
Eppure niente si rompeva.
Tutto si amplificava.

Massimo sollevò una gamba, la poggiò sulla sua spalla e cominciò a muoversi più lentamente, ma più a fondo. Ogni spinta mi spalancava dentro. Ogni spinta mi faceva perdere il respiro.
Sentivo il calore dell’orgasmo montare dentro come una marea inarrestabile.
Non potevo più trattenerlo.

"Mi vieni addosso, troia?"
"Sì… sì, sto venendo…"
"Fallo. Voglio vederti tremare."
"Ah… sì… Massimo…"

Venni sotto di lui, le gambe tese, il corpo scosso dai brividi, il ventre che si contraeva attorno al suo cazzo. Un orgasmo potente, umido, che mi fece urlare e graffiare il divano.
Lui non si fermò.
Mi scopava attraverso l’orgasmo, cavalcando le onde del mio piacere.

Quando rallentò, si chinò su di me, mi baciò l’orecchio e sussurrò:
"E non è ancora finita."

Il mio respiro era ancora irregolare, il corpo caldo e scosso dai residui dell’orgasmo appena vissuto. Sentivo le cosce tremare sotto il peso del piacere, ma Massimo non sembrava intenzionato a darmi tregua. E non lo volevo, a essere sincera. Avevo ancora la figa completamente aperta, umida, sensibile. Ero lì, supina, con le gambe divaricate, il petto che si alzava e abbassava in cerca d’aria, e i capezzoli tesi, umidi di saliva e sudore.

Lui mi guardò un attimo con quegli occhi scuri e fermi, poi si alzò in piedi accanto al divano e con una presa salda mi sollevò di peso, portandomi fino alla parete più vicina. Mi mise con la schiena contro il muro, le gambe ancora molli che si aggrappavano a lui. Le sue mani mi presero sotto le cosce e me le sollevarono di colpo, e io, istintivamente, mi tenni al suo collo. Il suo cazzo premeva di nuovo contro il mio ingresso, e in un attimo fu dentro, con forza, con rabbia quasi.

Urlai piano, a bocca aperta, mentre mi prendeva in piedi, contro il muro. Sentivo le sue anche sbattere contro le mie, il legno della parete che tremava dietro la mia schiena, la sensazione di essere completamente alla sua mercé, e al tempo stesso incredibilmente viva. Le sue mani erano ovunque: mi stringeva le chiappe, le mordeva, mi leccava il collo e mi affondava dentro senza pietà. Ogni colpo era più profondo del precedente.

"Guarda com’è bella mentre glielo do tutto," disse, voltando il viso verso Davide.
Il mio compagno era lì, seduto sulla sedia, con il cazzo fuori, lentamente accarezzato. Mi fissava con occhi carichi di desiderio e orgoglio.
"Sei stupenda, amore mio," disse.
"Goditela, voglio vederti impazzire."

Quelle parole mi colpirono più di qualsiasi spinta. Era come se mi legittimassero ancora di più, come se quel triangolo di sguardi fosse la vera dinamica che cercavamo: tre corpi, tre desideri, tre ruoli perfettamente incastrati.

Massimo mi abbassò con un gesto fluido, mi fece inginocchiare davanti a lui. Io scesi a bocca aperta, e senza dire nulla presi il suo cazzo fra le labbra, le mani sulle sue cosce, i capelli scompigliati. Lo succhiai lentamente, con la lingua che avvolgeva il glande, poi più a fondo, sentendo il suo odore misto al mio, la pelle calda, il sapore salmastro. Ogni suzione era un messaggio: ti voglio, ti comando, ti prendo. I miei occhi salivano a incontrare i suoi. Lui mi prendeva piano per i lati del viso, senza forzarmi, ma guidando i miei movimenti, fino a farmelo ingoiare tutto, fino alla gola.

"Cristo, che bocca... me lo stai prosciugando," sussurrò.
Davide si avvicinò, si mise dietro di me, e mi accarezzò il sedere, le cosce, mentre io continuavo a succhiare.
"Hai visto come si offre? È bellissima," disse.
"Sei la mia troia, e sono fiero di te."

Le sue dita si insinuarono nella mia figa mentre io continuavo a ingoiare Massimo, e quel doppio stimolo, quella scena assurda e perfetta, mi stava facendo perdere il controllo. Gocciolavo tra le cosce, le ginocchia scivolavano sul parquet, il petto si muoveva frenetico. Era come se il mio corpo fosse diventato un centro di piacere puro, senza più difese, solo reazioni.

Massimo mi sollevò di nuovo, questa volta spingendomi sul tappeto, a quattro zampe. Mi sistemò bene, con le ginocchia aperte, la schiena inarcata e il culo ben sollevato. Mi sentivo esposta, aperta, ma non c’era più nessun pudore. Solo fame.
Mi entrò da dietro in un solo colpo, e mi fece gridare. Le sue mani mi afferravano i fianchi, poi il collo, poi mi tirava per i capelli.
"Lo senti quanto ti piace, eh?"
"Sì… scopami… più forte…"

Il rumore dei nostri corpi che si univano era sordo, carnale. La stanza era piena dei nostri gemiti, dei suoi colpi violenti, del mio ansimare impazzito. Davide era lì, accanto, a guardare, a toccarsi, a partecipare in quel modo profondo che non aveva bisogno di parole.
Massimo mi prese con forza crescente, poi rallentò, solo per farmi sentire ogni centimetro mentre usciva e rientrava. Era una tortura meravigliosa.

Mi piegai sui gomiti, il culo ancora alto, e lui si abbassò su di me, mi mordeva le spalle, mi leccava la schiena sudata.
"Non voglio che finisca," dissi, tra un gemito e l’altro.
"Non sta finendo. Sta solo iniziando."

La mia schiena era bagnata di sudore, la bocca semiaperta, le mani affondate nel tappeto. Massimo continuava a spingere dentro di me da dietro, con una precisione spietata, come se ogni colpo fosse calibrato per scardinarmi qualcosa dentro. Il suono dei nostri corpi che si scontravano era diventato una colonna sonora ipnotica, animale. Il mio culo sbatteva contro il suo bacino, i suoi respiri diventavano più brevi, più sporchi. Ero piena, profondamente, e la sensazione era quasi irreale.

Davide si avvicinò lentamente, inginocchiandosi davanti a me. Lo guardai con occhi lucidi e la bocca dischiusa, e senza bisogno di parole capii cosa voleva. Spostai il peso su un braccio, mi tirai su di poco, e lo presi tra le labbra. Il cazzo di mio marito era duro, pulsante, già madido delle sue carezze. Cominciai a succhiarlo con lentezza, la testa che si muoveva in avanti e indietro, mentre sentivo ancora Massimo che mi riempiva da dietro. Era come essere il centro di un’onda che mi travolgeva da entrambe le estremità.

"Guarda come se li prende tutti e due," sussurrò Massimo con tono basso, ringhioso.
"È nata per questo."
Davide si lasciava andare piano alle mie labbra, sussurrando il mio nome con un tono che era insieme amore e lussuria.
"Così… brava… sei perfetta… così…"
Le mani di entrambi mi accarezzavano: Massimo mi stringeva i fianchi e il culo, Davide i capelli e le guance. Ero tenuta, gestita, orchestrata da due maschi complementari. E non c’era nulla di forzato. Era desiderio puro, diretto, totale.

Ad ogni spinta di Massimo, il mio viso andava più a fondo sul cazzo di Davide. Il mio corpo ondeggiava tra loro, come un pendolo che misura il piacere. Le ginocchia affondate sul tappeto cominciavano a formicolare, ma non mi interessava più niente. Solo restare lì. Solo continuare. Solo godere.
Mi fermai un momento, ansimante.
"Fermatevi… sto… sto per…"
Massimo rallentò, ma non uscì.
Davide mi prese il viso tra le mani e lo alzò verso di sé.
"Vuoi venire mentre ti scopiamo e ti guardiamo negli occhi?"
"Sì… sì… fatemi godere ancora…"

Massimo mi sollevò in piedi, e mi fece sedere sul divano, le gambe divaricate. Si inginocchiò e cominciò a leccarmi, con movimenti lenti, sapienti. La sua lingua era morbida e ruvida allo stesso tempo, passava sul clitoride e poi tornava giù, poi risaliva e si infilava dentro. La sua bocca era ovunque, affamata.
Davide, seduto accanto a me, mi accarezzava il petto, mi baciava i capezzoli che sporgevano rigidi tra le dita. Le sue mani mi stimolavano, mentre la lingua di Massimo mi portava in un’altra dimensione.

E poi fu troppo.

L’orgasmo arrivò violento, un grido lungo e roco che si strozzò nella gola mentre il mio corpo si piegava su se stesso. Il ventre contratto, le cosce che stringevano la testa di Massimo, il cuore impazzito nel petto. Era come se il tempo si fosse fermato. Tremavo, madida, ogni muscolo teso e vivo. Massimo non si fermò subito: continuò a leccare piano, a far durare il mio spasmo il più a lungo possibile.
Quando riaprii gli occhi, vidi entrambi gli uomini che mi guardavano.
Davide mi baciò sulla fronte.
Massimo si alzò in piedi, e il suo cazzo era teso come non mai.

"Ora tocca a me godere, troia," disse, tirandomi per le braccia fino a mettermi in piedi.
Mi girò e mi spinse con delicatezza ma decisione contro il vetro della finestra. Il contrasto del mio corpo caldo contro il vetro fresco fu uno shock sensoriale immediato. Le mani sui vetri, i seni schiacciati, la schiena arcuata.
Dietro di me sentii il glande che mi cercava di nuovo, e in un colpo mi penetrò.
Cominciò a scoparmi da dietro, in piedi, forte, veloce. Il rumore sordo della carne, il mio respiro che si appannava contro il vetro.
"Guarda fuori, puttana… mentre ti scopo…"
"Sì… sì… più forte… fammelo tutto…"

Mi prendeva con forza, affondava senza tregua. Il vetro tremava. Il mio corpo era completamente sottomesso al ritmo di quel piacere brutale.
Davide era dietro di noi, a guardarci, una mano sulla base della schiena, l’altra sul proprio cazzo.
Eravamo un’immagine perfetta di desiderio crudo.
"Lo senti? Questo è il mio cazzo… non lo dimenticherai mai," ringhiò Massimo all’orecchio, mentre aumentava ancora la potenza delle spinte.
Io gemetti, con il corpo che sembrava sul punto di cedere.
E sapevo che stava per venire.

Sentivo Massimo crescere dentro di me, la sua voce diventare più roca, spezzata, come se stesse per esplodere. Ogni colpo era più profondo, più disperato. Il suo cazzo pulsava mentre affondava con furia nella mia figa gonfia, madida, allargata e stanca ma ancora affamata. Le sue mani mi stringevano i fianchi, poi salivano sulla mia schiena, le unghie che mi graffiavano mentre spingeva come se volesse imprimermi dentro il suo segno.

Il vetro della finestra era ormai appannato, umido del mio respiro e del calore dei nostri corpi. Il mio seno si schiacciava contro la superficie fredda, lasciando aloni tremolanti a ogni spinta. Il contrasto tra la pelle bollente e il vetro gelido era una tortura deliziosa. Le ginocchia cedevano, ma lui mi teneva su, inchiodandomi a sé.

"Adesso vieni con me… Voglio sentirtelo stringere quando mi svuoto dentro…" sussurrò, con la bocca sulla mia spalla.
"Sì… fammi tua… vienimi dentro…"
La mia voce era un rantolo di desiderio e resa. Lo volevo. Tutto. Fino in fondo.
La sua mano scese tra le mie gambe, le dita esperte cercarono il mio clitoride e cominciarono a strofinarlo con movimenti circolari rapidi, precisi, mentre continuava a spingere dentro con una cadenza impietosa. Fu questione di pochi secondi. Il mio corpo si tese, le mani affondate sul vetro come a cercare un appiglio. Le gambe mi tremarono.
E poi venni.

Venni urlando, con la gola secca e la mente che si spegneva. Un’onda violenta mi investì dal basso ventre fino alla testa, un lampo che mi attraversò tutta. Il mio sesso si strinse attorno a lui in spasmi intensi, bagnandolo ancora di più.

Massimo si lasciò andare un istante dopo, esplodendo dentro di me con un ringhio basso, animalesco. Sentii il calore del suo seme riempirmi con violenza, le spinte che si facevano più lente, spezzate. Restammo fermi così, uniti, ansimanti, lui ancora dentro, le sue mani sul mio petto, il suo respiro che mi solleticava l’orecchio.
Davide ci osservava. Era nudo, il cazzo ancora teso, il petto che si muoveva piano. Si avvicinò e mi baciò tra le scapole.
"Sei bellissima così… distrutta e piena di lui…"
Io sorrisi, con gli occhi chiusi.
"È tutto così… giusto…" sussurrai.

Massimo si ritirò lentamente da me. Sentii il suo seme colare tra le cosce. Una sensazione calda, indecente, meravigliosa. Mi girai e mi lasciai scivolare sul divano, le gambe ancora aperte, la pelle rovente, la bocca secca. Davide si sedette accanto a me, mi prese la mano, e la baciò.

"Hai superato te stessa, amore mio," mi disse.
"L’ho fatto anche per te."
"E io non ti ho mai desiderata così tanto."
Massimo si era seduto davanti a noi, guardandoci.
"Siete qualcosa di raro… e bellissimo," disse.
"E tu sei stato quello giusto. Il corpo giusto. L’energia giusta," risposi io, sorridendo, ancora ansimante.

Ci fu un lungo silenzio, non imbarazzato, ma pieno. Un silenzio che sapeva di intesa, di rispetto, di desiderio soddisfatto ma non esaurito. I corpi sudati, nudi, ancora caldi, sparsi nella stanza. Il tappeto stropicciato, i cuscini fuori posto, l’odore salmastro e pungente del sesso che impregnava l’aria. E quella luce morbida delle abat-jour che rendeva tutto irreale, come sospeso.
Massimo si alzò per vestirsi.
"Devo andare… ma non vi dimenticherò facilmente."
"Non sei obbligato ad andare, sai?" disse Davide, con voce bassa.
"Lo so… ma è giusto così. Per stanotte."

Lo accompagnammo alla porta. Io avevo infilato una vestaglia leggera, ma sotto ero ancora nuda, ancora segnata. Quando aprii, lui si girò un’ultima volta e mi guardò.
"Se vi va… potremmo riscriverla questa storia."
"Potremmo anche farne una serie," risposi io, ironica ma con uno sguardo carico.
Ci sorridemmo. Nessuno aveva bisogno di altro.

Chiusi la porta lentamente. Mi voltai verso Davide.
Lui era lì, immobile, completamente nudo, il cazzo semi-eretto, ma gli occhi lucidi.
"Siamo ancora noi?"
"Più di prima," risposi.
Mi avvicinai e lo abbracciai, nuda sotto il tessuto sottile della vestaglia.
"Ti amo… e ti ringrazio."
"Ti amo anche io. E… lo rifaremo."
21:42 non era solo l’ora in cui era arrivato Massimo. Era diventata la soglia di qualcosa che non avevamo ancora del tutto capito. Ma che, da quella sera in poi, avrebbe avuto un posto tutto suo nella nostra memoria. Un numero inciso sul corpo, tra le gambe, nel respiro.
Un nuovo modo di essere complici.
E liberi.

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