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SONO MAGGIORENNE ESCI
tradimenti

Vapore


di Sturgis
18.10.2025    |    60    |    0 8.7
"” Ripartii con una cadenza brutale e pulita: tre colpi pieni, uno lungo a farle pesare la lunghezza, stop di un battito, di nuovo tre colpi..."
La porta della cantina si chiuse alle sue spalle con un tonfo metallico, corto. Tania arrivò da sola, capelli scuri legati alto, vestito leggero, sandali in mano. Mi guardò un secondo, tirò fuori il telefono, lo poggiò spento sul ripiano e disse solo: “Sono qui”. Il corridoio odorava di pietra umida e legno caldo. La sauna dietro il vetro era rossa, accesa. Le misi una bottiglia d’acqua fredda in mano. “Bevi. Se ti va. Qui non servono profumi, servono pelle e sudore.” Annuii, aprii la porta della cabina, il vapore mi montò addosso come un cane fedele. “Regole semplici” dissi: “frasi brevi, niente finta gentilezza, mi dici “stop” o “più” e io ti porto dove vuoi. Alla fine doccia e due parole. A Sergio scrivi dopo.”
Si spogliò senza teatralità, pratica: il vestito scivolò, il seno nudo, capezzoli scuri già tesi per il caldo, la pelle lucida al minuto uno. Entrammo. La panca era di legno chiaro, il timer sulla parete correva lento. Mi sedetti a lato, le presi il polso; lei guardava dritto davanti a sé, mascella serrata. “Appoggia la schiena” ordinai. Obbedì. Le passai il palmo sul ventre, basso, come una firma; sentii la muscolatura che cedeva. “Respira” le dissi. “Non fare la brava, fammi sentire la fame.” “Ce l’hai davanti” rispose secca. Le misi due dita tra le labbra, gliele feci succhiare. “Così. Bagna bene. Tra poco servono.”
Il calore ci prese alla testa. Le ginocchia le si aprirono da sole, un poco. Le sfiorai l’interno coscia con le nocche, poi salii. “Vuoi che te lo dica?” chiesi a bassa voce. “Dimmelo.” Avvicinai la bocca all’orecchio: “Hai una fica che chiede ordini, non carezze. O te li do io o non li prendi.” “Dammi i tuoi” rispose, e mi guardò come si guarda una bottiglia quando hai sete. La feci girare di tre quarti sulla panca, una gamba sotto, l’altra fuori. Le misi la mano al collo, non stretta, solo peso. L’altra scese a trovare il posto giusto: il dito medio scivolò, la trovò bagnata. “Brava” sussurrai. “Non fuggire.” Muovevo lento, senza cambiare niente per dieci, venti secondi. Le spalle le prese un tremito, l’aria calda amplificava ogni piccolo suono. “Parlami” fece, senza chiudere gli occhi. “Dimmi che lo senti.” “Sento la tua fica ingoiarmi, sento il sangue che ti batte qui” le toccai il pube “e qui” le presi il capezzolo tra le dita “e sento che vuoi il cazzo come si vuole l’acqua, senza educazione.”
Mi alzai, le spinsi la testa in avanti, la bocca sul mio palmo. Aprii la zip, le portai la faccia a un centimetro dalla cappella, lucida di sudore. “Prendilo.” Lo prese. Lenta, profonda fino a cercarmi in gola, poi su, respiro dal naso, gli occhi stretti sui miei. “Non staccare lo sguardo” ordinai. Si fermò quando glielo dissi io, non quando voleva lei. “Brava. Suda e lavora.” Il timer fece tic, il legno scricchiolò, la cabina era un tamburo. “Tra due minuti usciamo e ti spingo al muro” promisi. “Fammelo pesare in bocca ancora un po’.” E lei obbedì, senza togliere gli occhi dai miei.
Il caldo ci schiacciava, il vetro segnato dal vapore. Le tolsi la bocca dal cazzo con un dito sotto al mento. “Siediti dritta.” Si sistemò sulla panca, gambe divaricate, un piede a terra, l’altro piegato. Le presi il ginocchio, lo aprii ancora. “Guardami mentre ti prendo con la lingua. Niente occhi chiusi.” Annuì, la schiena lucida, il seno che saliva ritmato.
Mi inginocchiai davanti a lei, la faccia tra le cosce calde, odore di sale e legno. Le spalmai le labbra con i pollici, poi scesi piano. Lingua corta, verticale, un giro basso, poi su, uno schiocco sul cappuccio. “Respira in giù. Non anticipare.” Le dita le tremarono sulle assi; gliele presi e gliele portai sui capelli, “Tienimi qui. Se ti scappa, mi tiri dentro.” Affondai due dita nella piega interna dell’inguine, solo pressione, e tornai colla lingua. “Senti?” “Sì… cazzo, sì… continua.” Andai a colpi brevi, “ciaf”, “ciaf”, la punta precisa, il palmo che le teneva fermo il basso ventre per darle la base.
La sentii che cercava di correre. Cambiai il ritmo senza avvisare: tre colpi rapidi sul clitoride, uno lungo sulla fessura, poi di nuovo su, più forte. “Guarda giù” ordinai. Mi fissò, sudata, le pupille larghe. “Dimmelo” sibilò. “Hai una fica bagnata che mi vuole tutta dentro, e quando ti dico “ferma” tu resti ferma finché ti riprendo io.” “Sì… fermami quando vuoi, ma poi fammelo pagare.” Sorrisi contro di lei e aggiunsi un dito, lento, solo il primo tratto, a farle sentire lo spessore. Il suono cambiò, più pieno; le cosce le vibrarono, il legno scricchiolò come una cassa.
“Non scappare” le ripetei, tenendo la pressione. “Se stai, lo prendi meglio.” “Sto… sto…” ansimava, la voce graffiata. Le lavorai il clitoride a cerchi stretti, zero poesia, solo mestiere. “Dimmi quando arrivi” mormorai contro la pelle. “Quasi… cazzo… quasi…” Quando la corsa le montò in gola, le misi un palmo sul pube a bloccarla un secondo e le feci ripartire con tre colpi netti. La vidi spaccare l’aria con un gemito corto, il bacino alto, la panca che prese a battere sotto. Venne secco, senza scena, un rilascio caldo che mi bagnò la bocca. “Brava” le dissi, lingua ancora lì a tenere il dopo, piccoli colpetti ritmati per non farla cadere a vuoto.
“Non finisce qui” aggiunsi. “Questo è solo un anticipo. Non ti ho ancora messo a muro.” “Allora fammi alzare” replicò a denti stretti, il sorriso voglioso negli occhi. Le presi il polso, la tirai in piedi, la girai di lato alla panca, una mano alla nuca, l’altra ai fianchi. “Girati verso il vetro. Appoggia le mani. Tieni le gambe dove te le metto.” Obbedì, la schiena tesa, il culo pieno nella mia presa. Le sfiorai la fessura con la cappella, lenta. “Non indietreggiare.” “Non indietreggio. Dammi quello che hai.”
“Tra trenta secondi usciamo, doccia fredda, poi ti spingo qui contro come voglio io” le promisi, posando la punta dove serviva e tenendola lì, ferma, a farle pesare l’attesa. “Conta fino a venti. Ad alta voce.” “Uno… due… tre…” La voce le tremava nel caldo, e ogni numero era un sì che apriva la scena successiva.
A venti uscimmo. La porta scattò, l’aria fredda del disimpegno ci morse la pelle. Aprii la doccia scozzese e la portai sotto il getto; Tania sibilò, le cosce si strinsero, poi si rilassarono. “Girati” ordinai. Obbedì. Le passai l’acqua lungo la schiena con la mano aperta, la tirai fuori un mezzo passo e la misi al muro, palmi piatti sulle piastrelle. “Tieni le gambe dove te le metto.” Le allargai i piedi, le spostai il bacino. Il calore della sauna le usciva dai pori, il freddo le chiudeva il fiato, io le aprii la scena.
Aprii la zip e glielo feci sentire sulla fessura, lento. “Non indietreggiare.” “Non mi muovo” disse, la voce bassa. Spinsi fino a farle prendere l’impronta, poi fermai un battito, poi di nuovo. “Così… cazzo…” le sfuggì, la fronte contro il muro. Una mano al suo ventre, bassa, a fermarla; con l’altra le presi il seno, i capezzoli scuri duri come bottoni bagnati. “Dammi il ritmo” chiesi. “Spingi e non cambiare finché te lo dico” rispose. Le diedi esattamente quello: colpi pieni, uscita lenta, due corti, uno lungo. Il suono delle piastrelle faceva eco, la doccia gocciolava ancora, il corridoio sembrava battere con noi.
“Parla” mi disse. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo la tua fica che si beve tutto, vedo il tuo culo che si alza da solo per rubarmi un centimetro, vedo i tuoi capezzoli scuri che chiedono la mia sborra più tardi, quando ti metti in ginocchio.” Lei gemette e si spinse contro, precisa. “Tienimi il pube” chiese. Le piantai il palmo proprio lì, a darle base, e le cambiai appena la cadenza, più serrata. “Non farmi scappare” ansimò. “Non scappi” le promisi all’orecchio.
Quando sentii la corsa pronta, staccai il palmo un secondo, lei fece un mezzo passo avanti per inseguirmi, la ripresi con tre affondi netti. La panca in sauna scricchiolò dietro il vetro come un pubblico lontano. “Adesso, Tania. Lascia andare.” Il suo bacino si tese, un gemito le si spezzò in bocca, poi l’onda arrivò, calda, un colpo che rimbalzò sulle piastrelle e mi bagnò la mano. Restai dentro a tenerle l’onda, fermo, finché il tremito non calò. “Brava” sussurrai, lingua rapida sul lobo. “Non è finita.”
La voltai senza staccarmi, le presi il mento e le baciai la bocca bagnata, sapore d’acqua e pelle. La feci scivolare giù con la schiena al muro, finché le ginocchia non toccarono il tappetino. “Bocca” dissi. Lei capì e me lo prese in mano, poi in gola. “Occhi su” ordinai. Obbedì. Le tenni i capelli stretti dietro, guidai piano, poi più a fondo, poi stop. “Respira dal naso. Riprendi.” Riprese, lacrime di riflesso agli angoli, non tolse lo sguardo. “Brava. Così. Bagna tutto. Voglio vederti sporca di me quando ti alzo.”
La tirai su, le girai le spalle e la riportai al muro; un colpo fermo la fece sussultare, “Sì… così…” La tenevo al bacino, dita nelle fossette. “Tra poco ti metto a pancia in giù sulla panca e ti lavoro come voglio io. Lì non corri: stai e prendi.” “Fammi vedere quanto reggo” sfidò, mozzafiato. “Te lo faccio vedere adesso” dissi, afferrandola più forte e lasciando che il ritmo le entrasse nelle ossa.
La presi per i polsi e la trascinai fino alla cabina. Aprii la porta della sauna, la panca fumava ancora di calore. “Giù a pancia in giù” dissi. Si sdraiò senza chiedere, guancia sul legno, capelli scuri appiccicati alla nuca, il respiro corto che rimbalzava sulle assi. Le aprii le cosce con il ginocchio, le misi un cuscino sotto al bacino per tenerla alta. “Tieni le mani davanti. Non muoverle finché non te lo dico io.” Obbedì, dita allargate, schiena tesa che brillava.
Mi inginocchiai dietro, le passai il palmo sul culo pieno, glielo strinsi come maniglie. “Vuoi sentire peso o velocità?” “Peso” sputò, senza dolcezze. La cappella scivolò sulla fessura, lenta, bagnata; la fermai un attimo a farle pesare il contatto, poi spinsi. Entrai quanto bastava a farle spingere indietro da sola. “Così” fece, tirando su il bacino. “Tienimi.” Un colpo pieno, uscita lenta, due corti, uno lungo. Il legno gemeva. Le presi il ventre con la mano sinistra, pollice basso; con la destra le aprii le natiche perché mi sentisse tutto.
“Parla” chiese, mordendosi il labbro. “Guarda come ti apri, guarda come te lo prendi. La tua fica è un forno, me lo cuoce e me lo chiede ancora. Lo senti come batte? È per te.” “Sì… non cambiare, dammi ritmo.” Glielo diedi, regolare, cattivo. L’acqua della doccia le colava ancora dalla schiena al solco, faceva “ciaf” a ogni colpo. “Occhi avanti” sibilai. “Immagina di vederti. Il culo su, la schiena tesa, il mio cazzo che sparisce. Questa sei tu.” “Questa sono io” ripeté, fissando il legno.
Staccai un attimo la presa, le afferrai i polsi e glieli portai dietro, croce morbida. “Tienili qui.” “Tienili tu” ribatté, sfidandomi. Glieli strinsi in una mano sola e rilanciai dentro, più basso. Il fiato le si ruppe, un gemito le scappò senza vergogna. “Brava” le morsi il trapezio. “Quando ti dico “resta”, resti.” “Resto. Ma spingi.” Spinsi. La cadenza le entrò nelle ossa. Il suono cambiò, più pieno, più bagnato. La sentii tremare al bacino, le cosce che cercavano di chiudersi; gliele aprii con il ginocchio, la riportai al centro. “Non stringere” ordinai. “Apri e prendilo.” “Sì… così… cazzo…”
Le lasciai i polsi, le presi i fianchi, le feci fare tre onde lente da sola. “Così. Rubami tu il centimetro. Brava. Ancora.” Obbedì, precisa, cattiva. “Vuoi venire?” “Sì… ma tienimi… non farmi scappare.” Le schiacciai il pube con il palmo, tenni il ritmo in tiro, due colpi, uno tenuto, due colpi, uno tenuto. La sentii montare, la tenni lì, un pelo sotto. “Dimmi quando.” “Adesso.” La portai su con tre affondi netti. Le scapole le saltarono, la panca prese a ticchettare, le colai caldo sulla mano. Rimasi dentro, immobile, a sentire i suoi tremiti che smorzavano.
La lasciai respirare, le baciai la schiena, lingua rapida lungo la spina. “In piedi” ordinai piano. Si tirò su, gambe molli ma ferme. La feci piegare con le mani alla parete di vetro della sauna, fronte appoggiata, culo alto. “Ancora?” chiese. “Ancora” confermai, scivolando fuori e rientrando in un unico gesto, il suono pieno che tappò tutto. “Non fermarti” sussurrò. “Finché ti reggo, non mi fermi.” E ripartii, più cattivo, il calore che ci piegava e l’eco della cabina che ci teneva il tempo.
Il vetro prese l’impronta della sua fronte, umido. La tenevo alta al bacino, colpi pieni, uscita lenta, due corti, uno lungo. “Non chiudere” le ringhiai all’orecchio. “Apri e prendilo.” “Sì… così… non cambiare” ansimò, dita aperte sul cristallo. Le infilai il palmo sul pube, a farle base, e alzai appena l’angolo. Il suono fece “ciaf” più secco, la schiena le si arcuò da sola. “Guardami quando puoi” ordinai. Si voltò quel tanto che bastava perché vedessi gli occhi lucidi, poi si lasciò andare. Arrivò di scatto, un gemito rotto, il getto che mi bagnò la mano e fece una diagonale sul legno del bordo. Non mi mossi, glielo tenni dentro finché il tremito non calò. “Brava” sussurrai, senza carezze inutili. “Respira e rimetti i piedi dove te li metto io.”
Le feci fare due passi indietro nella cabina, la panca era calda come una stufa. “Di lato” dissi, e la ruotai di tre quarti, una gamba piegata, l’altra in appoggio. Aprii la porta per un secondo, presi il secchio e il mestolo, bagnai le pietre. Vapore nuovo, pelle bagnata di caldo. Dal ripiano presi la bottiglietta trasparente. “Olio” annunciai, senza giri. Glielo versai sul palmo e poi tra le cosce, dall’alto verso il basso, lento. “Parla chiaro” le mormorai. “Se vuoi che ti apra dietro, lo dici tu. Di quanto vuoi, quando lo vuoi.” “Sì. Ma fammi sentire prima la punta” rispose, ferma.
Le scivolai la mano tra i glutei, pollice a massaggiare il bordo, piccoli cerchi. La sua pelle era bollente e liscia. “Respira, non stringere” guidai. “Se stringi, mordi il labbro e riapri.” “Non stringo. Fammi bussare.” Portai la cappella a sfiorare l’ingresso, solo un tocco, niente di più. “La senti?” “La sento” fece, bassa. “Tienila lì.” Obbedii, fermo, la mano al suo ventre perché percepisse il mio peso. L’altra mano le tornò davanti, un dito dentro la fica, palmo in su, ritmo minimo, giusto per tenerla calda. “Non correre” le dissi. “Lo facciamo pulito.”
“Quanto?” domandai, appena un soffio. “Un’unghia” ordinò. Le diedi un’unghia, nulla di più. “Stop.” Mi fermai. Il vapore le faceva brillare la schiena; la sentii accomodarsi, elastica. “Ancora” dopo tre respiri. “Di poco.” Avanzai quanto una moneta, tornai mezzo. “Così” sussurrò, più salda. “Tienila.” Rimasi immobile, la testa dentro, il resto fuori, a farle pesare la presenza. Davanti, due dita ora, lente, a uncino; la cadenza era quella giusta, la panca parlava a colpi.
“Non dirmi favole” mi chiese, la voce graffiata. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo il tuo culo che mi prende la punta e non scappa, vedo la tua fica che si bagna ancora di più solo a sentirlo, vedo i capezzoli scuri tesi che mi chiedono la sborra alla fine.” “Tienimi lì” ordinò. “Non muoverti. Lavorami davanti.” Obbedii. Il suo bacino prese a fare micro onde da solo, avanti e indietro di millimetri, rubandomi spazio a ogni ritorno. “Così, brava… rubamelo” le sibilai. Il suono cambiò un’altra volta, più denso, più pieno. La panca prese un tic regolare, il vapore era un velo che ci copriva.
“Adesso basta” decretò, lucida. “Toglilo piano, non perdere l’angolo. Torna davanti e fammi correre di nuovo. Poi mi rimetti lì quando te lo chiedo.” “Chi conduce?” provocai. “Tu, ma la misura la do io” rispose, tagliente. Sfilai con calma, la girai pancia in su sul legno, le portai le ginocchia al petto e rientrai davanti in un colpo pieno. La tenni stretta e la feci ballare senza lasciarle spazio per pensare. “Occhi su” mormorai. “Dimmi quando vuoi tornare dietro.” “Quando te lo dico io” ansimò. “E te lo dirò presto.”
La tenni pancia in su sulla panca, ginocchia al petto, dentro davanti senza lasciarle respiro. “Occhi su” mormorai. “Dimmi tu quando vuoi tornare dietro.” “Tra poco. Fammi correre e poi mi ci riporti tu” ansimò. Le dettai il ritmo pulito, pieno, uscita lenta, due corti, uno lungo. La sentii montare, la tenni un soffio sotto, poi la lasciai passare con tre colpi netti. Il legno ticchettò come un metronomo impazzito. “Bene” dissi, prendendole un polso e portandola di lato. “Adesso si lavora come voglio io.”
Aprii la porta un attimo, pescai la bottiglietta, scaldai l’olio tra i palmi. “In ginocchio, pancia in fuori, mani alla panca.” Si mise a quattro, schiena lucida, culo pieno nel mio controllo. Le versai l’olio lento tra i glutei, una scia che arrivò giù. Il pollice tracciò cerchi piccoli, poi più stretti. “Respira nel punto che ti tocco. Non stringere. Se stringi, mordi e riapri.” “Non stringo” sibilò. “Bussami e stai fermo.”
Portai la punta a sfiorare l’ingresso. Solo contatto. “La senti?” “Sì. Tienila lì.” Rimasi fermo, mano al suo ventre per farle percepire peso e direzione. Con l’altra tornai davanti, un dito dentro, palmo in su, ritmo minimo. “Quanto vuoi?” chiesi piano. “Un’unghia.” Le diedi un’unghia e mi fermai. Tre respiri. “Un altro poco.” Avanzai quanto una moneta, tolsi mezzo. “Così” disse, più solida. “Adesso non muoverti. Lavorami davanti. Fammi sentire che ci sei.”
Obbedii. La mano dentro prese a cercarle il punto, il polso basso, costante; la lingua uscì e le toccò due volte il clitoride, solo per scuoterla. Dietro restai presente, fermo. Il bacino le iniziò a fare micro onde da solo, avanti e indietro, rubandomi spazio a ogni ritorno. “Così” le sibilai. “Prenditelo, rubamelo. Brava.” Il suono cambiò, più denso. Le cosce vibrare, la panca parlare a colpi. “Tieni la testa” chiese con lucidità. Le presi i capelli in una coda bassa e glieli tenni, solo presa, niente tiro. “Parla” mi ordinò, l’aria calda in gola. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo il tuo culo che mi incastra la punta e non molla. Vedo la tua bocca che cerca fiato e il tuo ventre che si arrende alla mia mano. Vedo i tuoi capezzoli scuri tesi che mi chiedono il bianco dopo.”
“Ancora un poco” ordinò. “Dammi mezzo dito, poi fermo.” Avanzai piano, sentii l’anello che cedeva, mi fermai appena sotto. Resta. La tenevo così, ingaggiata, mentre davanti la portavo sul ciglio con colpi corti e precisi. “Non chiudere” le ringhiai piano. “Apri e prendilo.” “Lo prendo” rispose, dura. La scossa arrivò in profondità, senza spruzzi, una vibrazione lunga che le montò dal core alle spalle. Le tenni il ventre fermo, la punta dentro come un sigillo, finché non calò.
Sfilai di un millimetro, non di più. Le baciai la schiena, la saliva che faceva striscia. “Adesso scegli” dissi contro la pelle. “O resto così e ti tengo sospesa mentre ti faccio ballare davanti ancora una volta, oppure usciamo dalla cabina, tappetino a terra, luce bassa, e me lo prendi tu muovendo il bacino come sai.” “Fuori” decise, tagliente. “Tappetino. Io guido. Tu resti dentro e mi segui.” “Perfetto” risposi. “Trenta secondi e sei dove vuoi.”
Uscimmo dalla cabina come due coltelli bagnati. La cantina era più buia, solo la striscia di luce rossa filtrava dalla sauna. Srotolai il tappetino vicino alla doccia, gomma spessa, presa buona. “Qui” dissi. Tania si inginocchiò senza chiedere, gambe larghe, pancia in fuori, mani in appoggio. L’olio era ancora caldo sulle dita. Gliene feci scendere una riga tra i glutei, lenta. “Vuoi guidare tu?” “Sì. Tu resta dentro quando te lo dico, e mi segui.”
Le portai la punta a sfiorare l’ingresso, solo contatto. “Prendimi” sussurrò. Avanzai piano, un soffio, poi fermai. Lei arretrò di millimetri a cercarmi, trovò la misura, tornò avanti. “Così” le dissi all’orecchio. “Piccole onde. Rubami spazio a ogni ritorno.” Il bacino iniziò a parlare da solo: micro-colpi, lenti e costanti. Le tenni i fianchi come maniglie, pollici sulle creste, niente forzature. “Non stringere” le guidai. “Se senti che chiudi, mordi e riapri.” “Sto aperta. Sentilo.” Lo sentivo eccome: caldo, elastico, preciso.
“Parla” ordinò, senza dolcezza. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo il tuo culo che mi inghiotte la cappella e me la restituisce lucida. Vedo la tua schiena bagnata, la bocca che cerca fiato. Vedo la tua fica che si bagna più di prima solo a sentirci qui.” Lei ringhiò un “Sì” basso e prese più ritmo, rubandomi un altro mezzo centimetro. “Tienimi il ventre” chiese. Le appoggiai il palmo basso, peso chiaro, direzione. Il suono fece “ciaf” secco a ogni ritorno, la gomma del tappetino vibrava sotto le ginocchia.
“Non accelerare” le mormorai. “Tienilo uguale. Allunga l’onda, non saltare.” Obbedì. Lavorava come una macchina tarata, millimetri perfetti, respiro in parità. “Dammi due dita davanti” pretese, lucida. Le infilai un dito nella fica, poi due, palmo in su, niente fronzoli: solo presa. “Così… cazzo… sì…” La schiena le si arcuò, il bacino mantenne il disegno. “Guardami” dissi. Si voltò a metà, pupille larghe, sudore che le scendeva sulle tempie. “Brava. Continua a rubarmelo. Non fermarti finché non ti dico basta.” “Non ho intenzione di fermarmi” sputò, sporca e bellissima.
La corsa le salì dal basso come una scossa lunga. Le tenni la pancia ferma e non cambiai nulla. “Sono lì” avvisò. “Tienimi. Fammi passare.” “Vai.” Non mossi un dito oltre la misura, la lasciai arrivare come arriva un’onda pesante: senza spruzzi, senza scenette, solo un tremore che le attraversò il core e risalì alla gola come un ruggito strozzato. Restai dentro, presente, la mano al ventre a fermarle il mondo, finché non tornò il respiro.
“Bene” disse, graffiata. “Ancora.” “Vuoi più spessore o più ritmo?” “Più spessore. Ma me lo prendo io.” Si spostò di un palmo in avanti, aprì di più le ginocchia, tornò indietro lenta finché non mi sentì pieno. Le labbra le tremavano e non era freddo. “Così” approvai. “Adesso dammi la schiena.” Le presi i capelli in una coda bassa, solo presa. “Non tirare” ordinò. “Non tiro. Ti tengo.”
“Guarda come ti prendi il mio cazzo dietro, guarda come te lo porti dentro e non lo molli, guarda la cappella che sparisce in te e torna lucida. Sei uno spettacolo.” “Non smettere” ansimò. “Non smetto. Te lo tengo finché lo vuoi.”
La sentii pronta a ripartire. “Stop” disse d’un tratto, padrone. Si fermò da sola, schiena alta, culo aperto, il mio respiro sul collo. “Acqua” chiese. Le porsi la bottiglia, bevve senza spostarsi, poi me la restituì. “Ancora uno. Più cattivo. Poi mi metti in ginocchio e te la prendi sul seno.” “Come vuoi tu” risposi, piantato dentro, pronto a caricarla un’altra volta.
“Più cattivo” ripeté Tania, senza tremare. Le presi i fianchi, pollici piantati sulle creste, e le caricai addosso il mio peso. “Non scappare.” “Non scappo. Dammi tutto.” Le ginocchia affondavano nella gomma, la schiena alta come un arco, il culo aperto che mi chiamava. Le feci sentire la punta, un colpo secco, poi un altro, poi tenni dentro senza muovermi, solo pressione. Le uscì un ringhio basso. “Così… tienimi… non cambiare.” “Te lo tengo finché lo vuoi.” Ripartii con una cadenza brutale e pulita: tre colpi pieni, uno lungo a farle pesare la lunghezza, stop di un battito, di nuovo tre colpi.
“Parla” pretese, senza dolcezza. “Dimmi cosa vedi.” “Vedo il tuo culo che mi stringe e mi ruba, vedo la cappella che sparisce e torna lucida, vedo la tua schiena bagnata e la tua bocca che cerca fiato. Vedo che adesso non mi molli neanche se te lo chiedo.” “Non te lo chiedo” sputò, cattiva, e arretrò di un centimetro da sola per prendersi più spessore. Le posai la mano al ventre, peso chiaro, direzione. Il suono fece “ciaf” secco a ogni ritorno, il tappetino vibrava, la cantina teneva l’eco.
Le toccai il clitoride con due dita, niente carezze: colpi corti e precisi, appena la scossa che serve. “Tieni lo stesso ritmo” mormorai all’orecchio. “Non saltare. Allunga e prendilo.” Obbedì come una macchina tarata, micro-onde pulite, respiro in parità. “Dimmelo” sibilò. “Hai un culo magnifico che mi morde il cazzo e non lo lascia, e una fica bagnata che si accende solo a sentirmi qui. Sei fatta per sporcarti.” “Sì… così…” La sentii cambiare voce, più graffiata. “Tienimi più basso” chiese. La presi alla base del ventre e la portai due millimetri giù; la curva della schiena scese, la presa mi chiuse attorno: perfetta.
Venne come un fulmine senza scena: un tremito lungo dal core alla gola, un “ah” spezzato e pulito. Restai dentro, immobile, a sigillarle l’onda finché non calò. “Ancora?” chiesi. “Ancora, ma mi giri come dico io.” Si mise con una gamba avanti, una indietro, mano a terra, l’altra all’appoggio del box doccia; arretrò piano e si prese tutto da sola, tratto per tratto, poi ricominciò a danzare, lenta e feroce. Io la seguivo, fermi i polsi, guida sulle anche. “Occhi su” le chiesi. Si voltò quel tanto che bastava: pupille larghe, sudore alle tempie, sorriso sporco. “Così, brava. Non fermarti finché non ti dico stop.” “Non ho intenzione di fermarmi.”
Quando la corsa le rimontò addosso, le tolsi le dita dal clitoride, non cambiai nulla dietro, le misi solo il palmo al pube. “Vai” sussurrai. Passò come passa un treno, senza spruzzi, solo vibrazione piena e calda. Le ginocchia le tremarono, poi si fermarono nette. “Basta” decretò, padrona. “Adesso mi metti in ginocchio. Te lo lavori in faccia finché te lo chiedo io. Poi “Aprimi il seno” e te la prendi tutta qui.” Si voltò già scendendo, bocca aperta, lingua pronta. “Siediti” le dissi, la mano nei capelli. “Non togliere gli occhi dai miei.”
Me lo prese in mano, poi in gola. “Non staccare lo sguardo” ordinai. Guidai corto, due spinte, stop, due spinte, stop, lasciandole il tempo di respirare dal naso. Le lacrime di riflesso le lucidarono gli occhi; non li abbassò. “Brava. Così. Bagnamelo tutto.” Si staccò un secondo, filo lucido sul mento. “Adesso” disse, con la voce graffiata. “Fammi il regalo. E poi aprimi.” “Te lo prendi” risposi, portandola all’ultimo tratto prima del limite. “Poi lo guardiamo scendere.”
Le presi la testa con una mano dietro, presa bassa, niente tiro. “Guarda su.” Obbedì. Le guidai dentro con due spinte, stop, due spinte, stop. Gola aperta, respiro dal naso, occhi fissi sui miei. “Così. Non staccare.” Le dita le scorsero sul mio fianco, cercavano presa. Le dettai il ritmo a colpi corti, poi la fermai un battito prima di dove voleva andare. “Tienilo” ordinai. Restò immobile, labbra serrate alla base, lingua piatta che mi teneva a filo. La feci scorrere su, un respiro, di nuovo giù. Saliva e calore. Si staccò un istante, filo lucido sul mento. “Aprimi” disse, graffiata. “Voglio tutto qui.”
La feci inginocchiare meglio sul tappetino, schiena dritta, piedi a martello. “Mani dietro la schiena.” Le raccolse da sola. “Apri il seno.” Le tette piene si sollevarono, i capezzoli scuri tesi come bersagli. Mi misi in posizione, una mano alla base, l’altra a guidare. “Occhi sui miei.” Annuì senza parlare. Iniziai a lavorarmi con cadenza tesa, polso fermo, il ventre che tirava su la corsa dal basso. “Dimmi” chiese lei, bagnata di sudore e saliva. “Dimmi che sta arrivando.” “Sta arrivando” promisi a bassa voce. “Te la lascio qui. La guardi scendere e non chiudi gli occhi.”
Due colpi, un respiro, il limite montò netto. “Adesso” sussurrò. “Fallo.” Il fermo saltò. Venni con scosse piene, bianco su nero, strisce calde che le disegnarono seno e gola, una goccia che cadde tra le clavicole e rotolò al solco. “Cazzo… sì…” ansimò, tenendo alto il petto per prendersela tutta. Le passai il pollice sul capezzolo sinistro, spalmando, lucidando; poi sul destro, lenta, come a firmare. “Guarda” le dissi. “È tua.” Fece scorrere un dito, lo portò sulla lingua, un lampo sporco negli occhi. “Quando dici e poi fai, mi reggi tutta” mormorò.
Le porsi la salvietta calda. Pulimmo senza fretta, niente coccole inutili. “Acqua” dissi, porgendole la bottiglia. Bevve a sorsi corti, poi me la restituì e si alzò con il tappetino che cigolava. “Doccia veloce” comandai. Entrammo nel box. Aprii il getto tiepido, le lavai la schiena con la mano aperta, lei mi passò la spugna sul petto e sul ventre, due risate basse quando l’acqua scappò di lato. “Fatti vedere” dissi, inclinando il mento. Si girò; il seno pulito brillava ancora di calore. “Buono” conclusi, asciutto. Chiudemmo l’acqua.
Nel disimpegno presi due asciugamani carbone. Se li avvolse addosso, raccolse i capelli con un elastico dal polso. Silenzio corto, buono. “Telefono” ricordai. Prese lo smartphone dal ripiano, due tap, un messaggio telegrafico: “ok”. “Fatto.” “Perfetto.” Le porsi la borsa, lei infilò sandali e vestito, pelle che sapeva ancora di legno caldo e sale. “Hai bisogno d’altro?” chiese, con quella piega sporca sul labbro. “Solo di guardarti mentre ti allacci il cinturino.” Si chinò, il seno disegnò un arco nel tessuto. “Ecco.” Si raddrizzò.
Aprii la porta della cantina. Il corridoio mandò una boccata di aria più fredda, ferro e pietra. “Taxi?” “Sì.” “Ti accompagno su.” Salimmo la rampa in silenzio, passi che rimbombavano. In androne si fermò un attimo, mi guardò da vicino. “Stasera dormo vuota e piena insieme” disse, senza sorridere. “Bene. Quando vuoi rifare, sai dove bussare.” “Lo so.” Aprii il portone. L’auto arrivò lenta, targa scura. Salì senza voltarsi, poi abbassò il finestrino quel tanto che bastava: “La prossima volta, meno parole. Più fatti.” “Concesso.” Il vetro risalì, la serranda del garage trattenne l’eco. Rimasi con l’odore di vapore e pelle addosso, la mano ancora calda, la stanza che si svuotava piano.
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