Crudo, romantico sesso all'alba.
LAmanteFocoso
Ci sono esperienze che il tempo non riesce a scolorire.
Restano vive, incise nella memoria: una voce, un vestito, la luce di un’alba, il rumore dell’acqua. Basta un dettaglio e tutto ritorna, come se fosse successo soltanto ieri.
La nostra storia cominciò nel maggio del 2023.
Il profilo
Un giorno, nella sezione dedicata alle donne singole, comparve il suo profilo.
Bella. Alta. Formosa. Curve generose nei punti giusti e una sensualità che attraversava lo schermo. Non aveva bisogno di pose costruite: emanava una carica erotica naturale, di quelle capaci di catturare immediatamente l’attenzione e spingere la fantasia molto oltre una semplice fotografia.
Mi dissi:
«Dai, provaci. Scrivile.»
Lo feci.
Come spesso accade, il primo messaggio rimase senza risposta. Nemmeno letto. Immaginai la sua casella invasa da proposte di ogni genere e decisi di non insistere.
Qualche giorno dopo, però, la vidi nuovamente online.
Tentai ancora, questa volta scegliendo un approccio più ironico e leggero. Inviai il messaggio e rimasi ad aspettare.
Un minuto.
Due.
Ancora niente.
Poi, improvvisamente, apparve la conferma di lettura.
Chiunque abbia frequentato un sito d’incontri conosce bene quei secondi. Da un messaggio letto può nascere qualsiasi cosa oppure non accadere assolutamente nulla.
La vidi iniziare a scrivere.
Poi smettere.
Poi ricominciare.
Fissavo lo schermo aspettando la sentenza.
Finalmente arrivò la risposta.
Aveva apprezzato.
Wow.
Fu quello il punto di partenza delle nostre avventure più proibite.
Troppo vicini
I messaggi diventarono presto incessanti.
Scrivevamo entrambi moltissimo e, conversazione dopo conversazione, scoprivamo di avere una forte intesa. Cercavamo la stessa cosa: leggerezza, ma non superficialità; emozioni intense, complicità e qualcosa capace di interrompere la monotonia quotidiana.
Avevamo anche un’altra cosa in comune.
Eravamo entrambi sposati.
Sembrava tutto perfetto, tranne che per un particolare: abitavamo troppo vicini.
Quella vicinanza, inizialmente comoda, cominciò a preoccuparci.
E se ci fossimo già conosciuti?
E se avessimo avuto amici in comune?
E se incontrarci avesse finito per compromettere ciò che, nelle nostre vite private, volevamo proteggere?
Per giorni continuammo a scriverci senza trovare il coraggio di scoprirci completamente. Ogni informazione diventava un indizio. Ogni frase poteva avvicinarci alla verità.
Poi compresi qualcosa.
Un dettaglio, un’intuizione. Forse soltanto fortuna.
Decisi di rischiare e la chiamai per nome.
La sua reazione fu immediata.
Andò nel panico.
Voleva sapere chi fossi, come avessi fatto a riconoscerla e, soprattutto, se anch’io appartenessi alla sua vita reale. Non era più disposta a continuare a giocare nascondendosi dietro uno schermo.
Doveva vedermi.
Subito.
Nel giro di mezz’ora fissammo un appuntamento.
Io credevo di sapere chi fosse, anche se non ne avevo ancora la certezza. Lei, invece, ignorava completamente chi avrebbe trovato davanti a sé.
E questa situazione la faceva impazzire.
Carte scoperte
Raggiunsi il luogo stabilito e parcheggiai.
Il telefono sembrava impazzito: un messaggio ogni pochi secondi. Domande, indicazioni, ripensamenti. Era diventato incandescente quasi quanto noi.
Lei si fece attendere.
Ogni macchina che svoltava mi sembrava la sua. Ogni minuto aumentava la possibilità che cambiasse idea e tornasse indietro.
Poi arrivò un altro messaggio:
«Scendi dalla macchina.»
Non si fidava a esporsi per prima. Temeva di trovarsi davanti qualcuno che non avrebbe voluto vedere, una persona capace di mettere in pericolo la sua vita privata.
Obbedii.
Pochi istanti dopo vidi arrivare un’auto. Parcheggiò accanto alla mia, ma il sole si rifletteva sul parabrezza e non riuscivo a distinguere chi fosse alla guida.
Lei, invece, ormai mi aveva visto.
Rimasi fermo, cercando inutilmente di guardare attraverso quel riflesso. Avevo ancora un dubbio, sottile ma ostinato. Sarebbe scomparso soltanto quando avesse aperto lo sportello.
Il motore si spense.
La portiera si aprì.
Lei scese e la sentii esclamare:
«Ma sei tu? Non ci posso credere!»
Riconobbi immediatamente la sua voce.
Avevo indovinato.
Ci conoscevamo.
Non eravamo amici e non facevamo parte delle rispettive vite, ma ci eravamo già incontrati. Abbastanza da riconoscerci, non abbastanza da aver mai immaginato una situazione simile.
Ricordo ancora come era vestita: jeans, sneakers e una camicia a righe bianche e blu. In seguito mi confessò che erano i primi abiti che aveva trovato. Quando avevo pronunciato il suo nome, era stata presa dal panico e aveva pensato soltanto a raggiungermi.
Rimanemmo in silenzio per tre interminabili secondi.
Tre secondi nei quali avremmo potuto salutarci, risalire in macchina e fingere che nulla fosse mai accaduto.
Invece sorridemmo.
L’imbarazzo si sciolse lentamente. I messaggi diventarono finalmente parole, sguardi e piccoli gesti. Cominciammo a raccontarci e ad avvicinarci, verificando dal vivo quella complicità nata dietro uno schermo.
Ormai non avevamo più dubbi.
Ci piacevamo.
Restava soltanto una domanda: le sensazioni nate scrivendoci sarebbero state altrettanto forti a pelle?
La risposta arrivò presto.
Da quel momento iniziò un crescendo d’incontri: uno più bello, erotico e insolito dell’altro.
Ma uno, più di tutti, sarebbe rimasto nella memoria.
L’appuntamento impossibile
Era agosto.
Lei si trovava in vacanza con la famiglia in una località balneare delle Marche. Anch’io ero al mare con la mia, a circa venti chilometri di distanza.
Eravamo vicinissimi, ma incastrati nei rispettivi impegni e ruoli. Vederci sembrava impossibile.
La voglia repressa cresceva ogni giorno. Entrambi sentivamo il desiderio di fare qualcosa di folle, ma non riuscivamo a trovare il modo.
Poi ebbi un’idea.
«Vieni a vedere l’alba con me.»
Le proposi di incontrarci alle cinque e mezza nella sua città. Una passeggiata, forse un bagno. Non serviva pianificare altro: una volta insieme avremmo seguito l’istinto.
Accettò.
Fino all’ultimo, però, il nostro appuntamento rimase appeso a un filo. Sarebbe bastato un imprevisto familiare, una domanda o qualcuno svegliatosi al momento sbagliato per mandare tutto all’aria.
Quella notte dormii pochissimo.
Quando arrivò l’ora, uscii in silenzio e salii in macchina. La stanchezza non esisteva: avevo il cuore accelerato e una voglia incontenibile. Avevo già il cazzo duro ed eccitato che il costume riusciva poco a contenere.
Partii.
Quindici minuti di autostrada ci separavano.
Mi inviò la posizione e la raggiunsi sul lungomare. Mi aspettava con un abbigliamento sportivo e il costume sotto i vestiti. Non avevamo potuto osare di più: le nostre scuse per uscire all’alba erano già abbastanza fragili.
Quando ci vedemmo, ogni prudenza sembrò dissolversi.
Le mani cominciarono subito a cercarsi. Poi arrivarono i baci, le lingue e il bisogno di recuperare in pochi istanti tutta la voglia accumulata nei giorni precedenti.
Eravamo riusciti davvero a incontrarci.
In segreto.
Mentre intorno a noi la città dormiva ancora.
Prima dell’alba
Dopo quel saluto impaziente ci guardammo.
La stessa idea sembrò attraversarci nello stesso momento.
«Bagno nudi?»
Il sole non era ancora sorto, ma il buio aveva cominciato a ritirarsi. Il cielo era limpido, privo di nuvole, e prometteva un’alba spettacolare.
Ci avviammo verso un tratto di spiaggia libera.
Il mare era immobile, liscio come una tavola. In lontananza si intravedevano soltanto pochi passanti e qualche figura che camminava sul bagnasciuga.
Ci liberammo dei pochi vestiti che indossavamo.
Lei rimase subito in topless, disinvolta e bellissima.
Corremmo in acqua ridendo, come due ragazzi che stavano facendo qualcosa di proibito.
Fuori non eravamo più adolescenti.
Dentro, in quel momento, lo eravamo completamente.
Il fondale sabbioso scendeva lentamente. Continuammo ad avanzare finché l’acqua non ci coprì quasi del tutto, regalandoci un minimo di privacy.
Poi ci fermammo.
Per alcuni secondi rimanemmo uno di fronte all’altra, sospesi tra il timore di essere scoperti e la voglia che ci aveva portati fin lì.
In quel momento tutta la tensione esplose.
Il mare ci nascondeva
I baci diventarono più profondi. Le mani percorrevano corpi bagnati non soltanto dall’acqua, mentre il mare sembrava proteggerci e, allo stesso tempo, esporci.
Intorno a noi sentivamo i gabbiani e il rumore leggero delle onde. Davanti, il cielo cominciava ad accendersi. Alle nostre spalle, la spiaggia si stava lentamente svegliando.
Ogni tanto ci separavamo e guardavamo verso riva.
Una persona passava.
Poi un’altra e noi lì, ancora più eccitati dal rischio.
Lei mi abbracciava con le gambe, sostenuta dall’acqua. Io la tenevo stretta, immerso nelle sue forme generose. Quando le mie mani scesero tra le sue cosce, non ebbe bisogno di chiedermi che cosa volessi. Lo aveva capito.
Anche lei abbassò una mano, trovandomi già completamente eccitato.
Ci guardammo ancora.
Era l’ultimo momento utile per fermarci.
Lei, invece, allargò le gambe, mi attirò a sé e si infilò il mio cazzo tutto dentro.
Il gemito che le sfuggì si confuse con il rumore del mare.
Restammo in acqua per un’ora buona, cercando equilibrio e nuove posizioni, guidati dalla passione e sostenuti dai corpi galleggianti. Il sole si avvicinava all’orizzonte e la spiaggia diventava sempre meno deserta.
Verso le sei e mezza comparvero altri mattinieri. Alcuni camminavano senza prestare attenzione. Altri rallentavano e si voltavano verso di noi, probabilmente incuriositi da quei due corpi troppo vicini e dai movimenti difficili da nascondere.
Ogni nuovo sguardo rendeva la situazione più pericolosa e più eccitante.
Quando il sole emerse finalmente dal mare, la sua luce ci colpì in pieno. Per un istante smettemmo di muoverci e osservammo insieme quello spettacolo.
Un’alba infuocata.
Un’ora di passione.
E l’acqua intorno a noi, incapace di spegnere ciò che avevamo acceso.
La colazione erotica
Uscimmo dal mare e ci rivestimmo velocemente.
Dall’altra parte della strada, in un prato circondato da alcune piante, c’era un chiosco già aperto. Ci sedemmo e ordinammo due caffè e dei cornetti caldi.
All’apparenza eravamo soltanto due persone che facevano colazione presto sul lungomare.
Ma continuavamo a guardarci sapendo cosa era appena successo.
Eravamo appagati, ma non completamente soddisfatti. Nei nostri occhi restava ancora qualcosa: un desiderio che il mare non era riuscito a consumare.
Terminata la colazione, glielo dissi apertamente.
La volevo ancora. Lei sorrise.
«Non vedo l’ora.»
Ci allontanammo dal chiosco e trovammo un piccolo passaggio riparato da alcune piante. Sembrava deserto, ma eravamo sul lungomare di una località turistica: sapevamo che qualcuno sarebbe potuto comparire in qualsiasi momento.
Indicai un albero poco distante.
«Lì.»
Ci avrebbe nascosti dal sole, ormai caldo, e dagli sguardi di chi passava sulla strada.
La feci voltare e appoggiare al tronco. Le abbassai i pantaloncini e il costume, poi la presi da dietro, stringendole i fianchi e lasciando esplodere tutta la voglia rimasta.
Il tempo sembrava correre più velocemente di noi.
Un rumore.
Delle voci poco lontane.
Per qualche secondo rallentammo, trattenendo persino il respiro. Le voci si allontanarono e tornammo a muoverci con ancora più foga, consapevoli che dovevamo fare presto.
Le afferrai i capelli e, nel momento di maggiore piacere, le domandai se le piacesse essere la mia troia.
Tra un gemito e l’altro rispose:
«Amo il tuo cazzo. Amo essere la tua troia.»
Quelle parole portarono la mia eccitazione al limite.
Mi ritrassi appena in tempo e venni copiosamente sul suo culo.
Lei si voltò, si abbassò davanti a me e continuò con la bocca, assaporando fino all’ultima goccia di quel piacere che aveva incendiato la nostra mattina.
Ci rivestimmo in tutta fretta.
Il lungomare ormai si era animato e la giornata stava ufficialmente cominciando. Alle sette e mezza ci salutammo e tornammo dalle rispettive famiglie.
Come se nulla fosse successo.
La gente intorno a noi vedeva soltanto una normale mattina d’agosto.
Noi due, invece, custodivamo il segreto di quell’alba.
Un’alba che nessuno avrebbe dovuto vedere.
E che nessuno dei due avrebbe mai dimenticato.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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