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Ferragosto in Spiaggia d'Ayala


di Sgruscio
25.08.2025    |    2.688    |    2 7.5
"” “E dei segreti ben custoditi, ” aggiunse Davide, lanciando un’occhiata complice a Elena e Sgruscio..."
Ferragosto a Campomarino aveva quell’odore di resina e salsedine che ti resta addosso anche dopo la doccia. Il mare davanti alla spiaggia d’Ayala si stendeva in lastre di turchese spezzate da brividi di bianco; dietro, le dune custodivano la pineta come uno scrigno. Sgruscio arrivò con passo leggero, il telo sulla spalla, gli occhiali da sole e quel sorriso da giornata lunga e senza orari. Il caldo tirava su dal suolo un vapore dolce: l’aria traboccava di voci, risate, musica che si rincorreva dai piccoli speaker infilati nelle borse frigo.
Vide prima lui, poi loro: due coppie appoggiate ai lettini, l’ombra di un ombrellone inclinato come un pennello sul quadro. Lei, pelle dorata, occhi scuri lucidi come perle bagnate, una treccia che cadeva sulla spalla. L’altra, un caschetto di seta scura, sorriso che smussava l’aria. I due mariti avevano la calma di chi sta bene nel proprio ruolo, il modo di rivolgere gli sguardi alle compagne come a dire “sei splendida, fai ciò che vuoi, io ci sono”.
Sgruscio si avvicinò, riconoscendo l’amico che li aveva presentati giorni prima.
“Finalmente,” disse lui. “Ferragosto ci ha messo il sigillo.”
Le presentazioni scivolarono naturali. “Io sono Elena,” fece la prima, offrendo una mano fredda di crema solare. “Piacere.”
“Io sono Sara,” disse l’altra, giocando con l’elastico del braccialetto.
I mariti sorrisero a turno. “Marco.” “Davide.”
“Sgruscio,” rispose lui, “ma oggi chiamatemi come volete, basta che non mi chiamate tardi per il primo tuffo.”
Il mare era troppo bello per restare sulla riva. Entrarono tutti, come una piccola armata felice, con il sole a rimbalzare sulle onde e a incidere riflessi sulle clavicole. L’acqua, fresca quanto bastava, li portò un po’ oltre, dove si tocca, ma serve il respiro. Sgruscio guardò Elena: “Facciamo un gioco?”
“Che gioco?” chiese lei, alzando il mento nell’acqua e socchiudendo gli occhi.
“Chi resiste di più a restare sott’acqua perde.”
“Questa è nuova,” rise Sara, “di solito chi resiste di più vince.”
“Appunto,” fece lui, “oggi vince chi torna su per primo.”
Contavano a voce alta, uno, due, tre, giù. Riemersero fra schizzi e capelli bagnati che incollavano le tempie, ridendo per nulla. Il sole, a mezz’aria, era una moneta che bruciava la pelle. Marco e Davide stettero più indietro, come a sorvegliare i bordi del divertimento, il modo in cui si fa quando si conoscono i limiti e si amano.
“Vi va di muoverci un po’?” propose Sgruscio, indicando un punto dove le onde si frangono leggere su una lingua di sabbia più chiara.
“Con te?” replicò Elena. “Sempre.”
“Ci state?,” chiese a Sara.
“Ci stiamo,” disse lei, guardando un istante Davide, che annuì piano.
“E noi facciamo i bodyguard,” aggiunse Marco, “Ferragosto è pieno di occhi e telefonini.”
Cominciarono a giocare come ragazzi, sfiorandosi le spalle, rincorrendosi in scatti brevi dentro un metro d’acqua, scherzando nell’aria che diventava più densa via via che la pelle si scaldava e i sorrisi si facevano più lenti. Sgruscio prese un sorso di mare, tossì, e Elena gli passò una mano sulla schiena. “Tutto bene?”
“Tutto benissimo,” rispose lui, sentendo quel gesto corrergli come una scia lungo la colonna vertebrale.
La corrente era una carezza che li spingeva verso sud, la musica sulla spiaggia arrivava a pezzi, cicale e bassi mischiati. Ogni tanto Sgruscio sentiva su di sé gli sguardi di Marco e Davide: vigili, presenti, gentili. La dinamica si stava componendo da sé, come se la spiaggia intera fosse un foglio su cui qualcuno stava tracciando linee con una matita morbida.
“Facciamo una pausa all’ombra?” suggerì Sara, indicando la pineta oltre le dune. “Lì l’aria sa di pino e si respira.”
“Andiamo,” disse Elena, strizzando le punte dei capelli.
Risalirono dalla riva, i piedi che affondavano nella sabbia calda, il rumore del mondo attutito dalle cicale. Le dune li accolsero con il fruscio delle cannucce e il profumo selvatico che si alza dalla resina. Il boschetto dietro era un mosaico di ombre: aghi di pino sul suolo, rami che filtravano la luce in gocce. Trovarono una radura piccola, abbastanza nascosta, dove il vento arrivava in strisce fresche. Davide e Marco si scambiarono uno sguardo d’intesa, posizionarono i teli ai lati come bandiere, gli asciugamani come paraventi improvvisati.
“Qui nessuno filma niente,” disse Marco, con un sorriso di complicità.
“E se passa qualcuno, lo teniamo lontano con due chiacchiere,” aggiunse Davide.
Elena si avvicinò a Sgruscio, gli occhi che si erano fatti più scuri all’ombra. “Allora?”
“Allora,” disse lui, “si fa come avete detto. Tutto consapevole. Tutto vero.”
“Solo una strada,” mormorò lei, con una sicurezza dolce, “chiara e concordata.”
Sara intervenne piano: “E soprattutto… lenta all’inizio. Respiro e fiducia.”
Sgruscio annuì. “Respiriamo,” rispose.
Le parole restarono sospese fra i pini come campanellini di vetro. Quello che accadde dopo fu, più che un gesto, una progressione di consensi. Le mani cercarono i ritmi, non i centimetri; gli sguardi si diedero tregua a vicenda, ripetendo “va bene così” come un mantra. Elena guidava con la naturalezza di chi conosce la bussola del proprio desiderio. “Piano,” disse, avvicinandosi, “così.”
“Così,” ripeté lui, e nella ripetizione c’era un intero pomeriggio che cambiava forma.
Intorno, i mariti tennero gli asciugamani alti, come una cortina appesa a un filo invisibile. Non era solo discrezione: era una soglia, il limite scelto e rispettato. Di tanto in tanto, una risata leggera scompigliava l’aria. “Una banda di guardiani gentili,” sussurrò Sara, divertita.
“Guardiani e complici,” rispose Davide. “Perché l’amore è anche questo: lasciar andare e custodire insieme.”
Il bosco tremava appena, toccato da un vento capriccioso. I passi di qualcuno, molto lontano, si persero nel fruscio. La luce cambiava di tono, più calda, più piena. Sgruscio sentì le parole diventare meno necessarie; restavano solo quelle giuste, quelle che aprono o fermano, quelle che si dicono piano, vicino all’orecchio. “Stai bene?”
“Sì.”
“Vuoi così?”
“Sì.”
“Vuoi fermarti?”
“No.”
“Dimmi tu.”
“Ti dico io.”
E lei disse, con la fermezza che si fa piuma quando tocca il punto esatto. La promessa era stata chiara: una via sola, consapevole, desiderata. La seguirono con pazienza, ascoltando il corpo come si ascolta il mare quando cambia marea. Non serviva altro: l’intesa era una trama stretta, il tempo si stirava fra un respiro e quello dopo.
Quando la tensione arrivò a fiorire, fu come una scia luminosa vista con gli occhi chiusi: un brivido che si distende, la schiena che cerca un abbraccio. Elena fece un respiro lungo, come se lo stesse affidando agli alberi; poi appoggiò la fronte sulla spalla di Sgruscio. “Grazie,” sussurrò.
“Grazie a te,” rispose lui, e capì che quella parola, lì, significava molte cose: fiducia, direzione, appartenenza momentanea eppure piena.
Gli asciugamani, lentamente, scesero un poco. Marco e Davide si scambiarono uno sguardo, il tipo di sorriso che riempie gli spazi senza occuparli. Sara, accovacciata vicino al telo, sistemò una ciocca di capelli a Elena con la cura di un’amica che non ha bisogno di spiegazioni. “Acqua?” chiese, porgendo la bottiglietta.
“Grazie,” disse Elena, con la voce ancora bassa e contenta.
Restarono un po’ in silenzio, ad ascoltare la pineta: era come stare dentro a una conchiglia, il suono del mondo filtrato da linee di resina. Ogni tanto, dalla spiaggia, arrivava un urlo di gioia lontano, un pallone che veniva colpito, una canzone che riconoscevi solo dall’eco. Il sole cominciava a piegarsi, annunciando un pomeriggio lungo e di miele.
“Stasera si va al club?” domandò Marco, spezzando piano il silenzio.
“Se vi va,” disse Sgruscio, “io ci sto.”
“Ci va,” fece Davide. “Ma senza fretta. La serata è come il vino: meglio lasciarla respirare.”
Camminarono di nuovo verso il mare, con calma. Le dune facevano ombre corte e le orme restavano per un attimo, poi si riempivano di sabbia come se la spiaggia volesse tenersi i loro segreti. All’acqua, Elena si voltò a guardare il sentiero da cui erano usciti. “È come se quel bosco avesse mormorato di noi,” disse.
“Non mormora,” rispose Sgruscio, “canta piano.”
Si tuffarono. Il sale sulla pelle sembrò spazzare via la stanchezza, lasciando solo la luce del pomeriggio sulle scapole. Sara scivolò sott’acqua e riemerse ridendo. “Mar Mediterraneo: il miglior amico dei pensieri complicati.”
“E dei segreti ben custoditi,” aggiunse Davide, lanciando un’occhiata complice a Elena e Sgruscio.
Più tardi, seduti sulla battigia, lasciarono che le onde bagnassero le caviglie. Il cielo cominciava a cambiare, con una striscia arancione che prendeva il posto del turchese. Una bimba lontana costruiva castelli di sabbia con un secchiello rosso; una coppia di ragazzi provava un ballo un po’ impacciato vicino all’ombrellone. La normalità del mondo fu, per tutti, una carezza.
“Mi piace come oggi ha preso il suo ritmo,” disse Elena.
“Anche a me,” fece Sgruscio. “Il ritmo giusto lo fa chi lo respira, non chi lo pretende.”
“È stato bello guardare il vostro passo,” aggiunse Marco. “È come vedere due persone che parlano una lingua comune.”
“Che in realtà sono due lingue,” sorrise Sara, “ma con un dizionario condiviso.”
Si alzarono per tornare verso gli asciugamani e rifare il campo base. La spiaggia era piena, ma non rumorosa: quel tipo di pienezza che tiene compagnia. Sgruscio prese dallo zaino degli snack: qualche tarallo, frutta, una barretta. “Distribuisco?”
“Distribuisci,” disse Davide. “Sembri un oste.”
“Un oste improvvisato,” replicò lui.
Masticando piano, parlarono della serata. “Il club stasera avrà musica anni novanta,” disse Marco, che evidentemente sapeva già la scaletta. “Lucine soffuse, drink buoni. Spazio per respirare.”
“Respirare: parola chiave,” fece Elena, guardando Sgruscio con quel lampo negli occhi che è più di un’allusione e meno di una promessa.
“Chi l’avrebbe detto,” commentò Sara, “che un Ferragosto potesse essere così… calibrato.”
“Calibrato,” ripeté Davide. “Mi piace. Sa di marcia, di passo regolare, di salite fatte senza correre oltre il fiato.”
Il sole scivolò tra i rami della pineta, ricamando le ombre. Qualcuno accese una griglia lontano; l’odore di pane e mare si mischiarono in un profumo che era quasi casa. Sgruscio si avvicinò a Elena mentre gli altri si alzavano per scuotere i teli. “Tutto bene?”
“Tutto bene,” rispose lei. “E tu?”
“Bene come quando trovi il punto giusto della mappa e capisci la direzione.”
Lei rise piano. “Allora stasera celebriamo l’orientamento.”
“Con calma,” fece lui. “Il mare ci ha già insegnato la lezione di oggi.”
Camminarono lungo la riva per un pezzo, senza parlare. Le conchiglie schiacciate facevano piccoli suoni sotto i piedi. Quando si fermarono, Elena si appoggiò al suo braccio. “Mi piace come sai ascoltare,” disse.
“È facile quando chi ho davanti sa farsi ascoltare.”
“Non tutti lo fanno.”
“Non tutti trovano la lingua comune,” rispose lui, usando le parole di Marco. “Ma oggi l’abbiamo trovata.”
Di ritorno al loro punto in spiaggia, i due mariti sistemavano gli asciugamani come bandiere ripiegate, con una cura quasi cerimoniale. “Non so voi,” disse Davide, “ma io vorrei un caffè.”
“C’è il chiosco dietro il muretto,” indicò Sara. “Fanno un caffè che ti restituisce i neuroni evaporati.”
“Vado io,” si offrì Sgruscio. “Caffè per tutti?”
“Per me shakerato,” disse Elena, “così Ferragosto mi rimette in linea col respiro.”
“Shakerato sia,” rispose lui, partendo verso il chiosco.
Tornò con i bicchieri bianchi e la schiuma lucida. Brindarono con leggerezza. “A oggi,” disse Marco.
“A oggi,” ripeterono gli altri. “E a stasera come verrà.”
Quando il cielo si fu fatto albicocca, cominciarono a raccogliere. L’ombra delle dune ormai era lunga come una carezza d’addio. Sgruscio infilò nello zaino il telo e gli occhiali; Elena si mise la camicia leggera, i capelli ancora umidi che le bagnavano il tessuto fra le scapole. “Ci vediamo alle dieci?”
“Alle dieci,” confermò Davide.
“Fuori dal club,” aggiunse Sara. “Camminiamo insieme dentro, è più bello così.”
Camminarono verso il parcheggio in fila morbida, come chi porta con sé un bottino invisibile. Passando vicino al varco della pineta, Elena rallentò un passo. “Senti ancora quell’odore?”
“Resina e mare?” fece Sgruscio.
“E qualcosa di nostro.”
“Quello lo sentirò anche domani,” rispose lui.
In macchina, l’aria condizionata cancellò per un momento il calore della giornata. Sgruscio guardò nello specchietto il cielo che arrossiva e si disse che ci sono giornate che hanno il dono raro di essere complete: cominciano con una promessa allegra e finiscono in una quiete vibrante, senza strappi, senza forzature. Quei metri di pineta sarebbero rimasti, per tutti, un pezzo di mappa personale.
Alle dieci, davanti all’ingresso del club, si ritrovarono. La facciata era un gioco di luci basse e voci che si rincorrevano fuori. Marco e Davide avevano lo stesso sorriso tranquillo del pomeriggio; Sara e Elena, una luce negli occhi che veniva da lontano: non solo dalla pineta, ma da una fiducia coltivata nel tempo. “Pronti?” chiese Sgruscio.
“Prontissimi,” disse Sara.
“Ma con i nostri soliti accordi,” aggiunse Marco, socchiudendo un occhio.
“Gli accordi sono la musica,” fece Davide.
“E la musica è già dentro,” concluse Elena, agganciando il braccio di Sgruscio.
Entrarono. La sera sapeva di legno lucido e ghiaccio che tintinnava nei bicchieri. La pista vibrava di un ritmo morbido; le luci accarezzavano i volti e li rendevano più veri. Parlarono poco, come succede quando la trama è chiara e basta allineare i punti. Nel suono rotondo della sala, Sgruscio guardò Elena: “Come vuoi che sia?”
“Come oggi,” disse lei. “Con lo stesso respiro.”
“E la stessa strada?”
“La stessa strada,” confermò, con un sorriso pieno.
Non c’era fretta. Si mossero come chi ha già imparato a leggersi. I brindisi furono brevi; le risate, piene. La notte prese la loro misura, e Ferragosto—che altrove era fuochi e canti—per loro restò una linea di mare e pineta, asciugamani alzati come paraventi gentili, un bosco che conserva, una promessa che non ha bisogno di gridare per essere vera.
“Domani torniamo in spiaggia?” chiese Sara quando uscirono, più tardi, a prendere aria.
“Domani sì,” disse Davide. “La mappa va ripassata finché non la si sa a memoria.”
“E poi si può anche cambiarla,” aggiunse Marco. “Le mappe servono a questo.”
Elena guardò Sgruscio. “Ti va?”
“Mi va,” rispose lui. “Porto io il caffè shakerato.”
“E noi gli asciugamani,” rise Sara.
“Gli asciugamani, sempre,” concluse Elena, stringendo per un istante la mano di Sgruscio.
Sotto il cielo ormai viola, la notte Pugliese sembrò allungarsi in avanti come un viale di pini: profumo, ombre, luce trattenuta fra le fronde. E dentro a quella scia, senza urgenza, camminarono tutti e cinque, adulti, consapevoli, grati—come chi ha trovato, per un giorno, il ritmo segreto delle cose.

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