tradimenti
La coppia di Caserta a San Pietro in B.
11.08.2025 |
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"Le misi una mano sulla vita: il suo profumo era caldo, pulito, con un sottotono di mare..."
Tutto accadde in un pomeriggio di vento leggero a San Pietro in Bevagna, quando il sole si divertiva a spruzzare riflessi d’oro sul mare e la sabbia era ancora tiepida del passaggio delle ore. Paolo e Angela, una coppia di Caserta che conoscevo da qualche tempo, avevano preso in affitto una casa di vacanze a due passi dall’acqua, un posto semplice ma pieno di luce, con le finestre spalancate su un blu che sembrava infinito e il profumo della salsedine che si mescolava al caffè rimasto nella moka. Quella giornata mi avevano invitato a passare da loro. Io ero Sgruscio, pronto a godermi quell’atmosfera e forse qualcosa di più. Insieme a noi, ci sarebbe stato anche un altro singolo, un ragazzo giovane e molto meno esperto di me, curioso ma ancora incerto nei movimenti del piacere.Il citofono trillò in un modo quasi buffo, una nota alta nell’aria lenta del pomeriggio. Aprii la porta d’ingresso e mi accolse Paolo con un sorriso franco, spalle sicure, la camicia bianca lasciata aperta sulle prime due asole. Dietro di lui, Angela: mora, alta, i capelli lunghi e lisci che scendevano come seta scura sulla schiena, gli occhi lucidi e un seno pieno che non chiedeva il permesso di farsi notare, ma lo pretendeva con eleganza. Il vestito nero le tracciava il corpo con una semplicità assassina; ogni passo sembrava un invito. Chiudeva il gruppo il giovane, Luca: magro, sportivo, con quell’arroganza timida di chi non sa ancora quanto è pronto a bruciarsi ma è già lì con l’innesco in mano.
"Benvenuto, Sgruscio," disse Paolo, stringendomi la mano.
"Che vista," aggiunse, indicando la terrazza.
"È il motivo per cui non volevo lasciarvi scappare oggi," risposi.
Angela sorrise e si voltò verso la finestra aperta. "C’è profumo di sole anche dentro," disse.
Luca annuì, quasi a se stesso. "È… bellissimo."
La casa aveva un calore tutto suo. Il mare entrava dalle finestre e si stendeva sul parquet come una coperta di luce. Offrirono acqua, vino bianco freddo e un po’ di frutta. Il vestito di Angela sfiorava la coscia con un modo di piegarsi e rialzarsi che mi faceva scattare piccole scintille nelle mani. Paolo le stava addosso con lo sguardo: non di gelosia, ma di complicità. Tre chiacchiere sul viaggio, due battute per sciogliere il ghiaccio, e subito dopo la verità.
"Voglio che lei si diverta," disse Paolo, fissandomi.
"Lo farà," risposi, senza distogliere lo sguardo da lei.
Lei sorrise piano. "Mi chiamo Angela," disse, e il suo nome scivolò nella stanza come una parola che avevo aspettato da una vita.
"Piacere, Angela."
Il giovane accennò col capo. "Io sono Luca."
"Benvenuto, Luca," dissi, notando le sue mani che si aprivano e si chiudevano, piccole onde di nervi in cerca di un ritmo.
Non c’era fretta, ma il tempo aveva già cambiato respiro. Paolo mise una musica lenta, una voce femminile che sembrava fatta per la pelle. Angela si avvicinò alla lama di luce che entrava dalla terrazza e ci mise dentro il piede, poi l’altro, come fosse acqua. Camminò verso di me e il vestito nero appoggiato sui fianchi si muoveva come se sapesse di essere osservato.
"Vuoi che ti aiuti a togliere quel vestito?" le chiesi, avvicinandomi.
"Voglio che tu ci provi," rispose lei, e il sorriso che accompagnò la frase era una chiave.
Feci scivolare la cerniera lenta, facendola cantare. Paolo era vicino e i suoi occhi dicevano una cosa semplice: è nostra, ma oggi la guardiamo fiorire anche nelle tue mani. Luca tratteneva il fiato. Quando il vestito cadde sul pavimento, Angela rimase in reggiseno e slip neri, le spalline sottili che tremavano appena sul giro delle spalle. Le misi una mano sulla vita: il suo profumo era caldo, pulito, con un sottotono di mare.
"Ti piace guardare?" le chiesi sottovoce.
"Mi piace farmi guardare," rispose lei, voltandosi verso Paolo.
"Mi piace vederti felice," disse Paolo, rauco.
Le sfiorai il seno con il dorso delle dita, sentendo la pelle ritirarsi in un brivido dolce. Il suo capezzolo si accese sotto la stoffa, e la mia bocca gli andò incontro, posando un bacio attraverso il tessuto. Angela prese la mia nuca con la mano, forte. Aprii il gancetto davanti: il seno apparve pieno, naturale, una curva che era promessa e risposta insieme.
Il resto della scena si distese lenta, con Luca guidato nei gesti e Angela che godeva di ogni attenzione, fino a quando lui, tradito dall’inesperienza, cedette troppo presto. Lei sorrise, ma nei suoi occhi mi cercò ancora. Paolo annuì, quasi passandomi il testimone. "Falle sentire tutto," disse.
E io lo feci. La presi tra le braccia, la portai al bracciolo del divano, la entrai profondo e la tenni lì, finché tremò e urlò il mio nome. Poi la portai alla terrazza, con il vento che le sollevava i capelli, e le presi il corpo come si prende il mare: senza paura. Lì venne di nuovo, più forte, e con lei venni anch’io, in un abbraccio che sapeva di sale e libertà.
Il resto fu un dopocena di pane tostato, vino e sorrisi, con la promessa non detta che quella non sarebbe stata l’ultima volta. Quando me ne andai, Angela si voltò un istante sulla soglia e mi regalò uno sguardo che valeva più di qualsiasi parola.
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