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Lui & Lei

Un diavolo dal viso angelico


di Sgruscio
11.08.2025    |    768    |    2 8.0
"I suoi seni pieni, naturalmente alti, disegnarono un profilo che quasi faceva male a guardarlo..."
Il primo incontro avvenne a Taranto, in una sera che sembrava inventata apposta per far sbocciare i peccati: l’aria tiepida, l’odore del mare che saliva dai marciapiedi lucidi, le luci che tremavano sull’acqua come desideri pronti a prendere corpo. Io ero Sgruscio, e avevo per bussola la promessa di un appuntamento con una donna che, nelle foto, sembrava un paradosso riuscito: mora, altissima, capelli lunghi e lisci che cadevano come una tenda di seta, labbra carnose e un viso più da angelo che da diavolo, eppure con quell’ombra negli occhi che trasforma un bacio in un giuramento e un giuramento in una bestemmia dolce. Avevamo parlato poco e bene, messaggi brevi, precisi, pieni di piccole lame brillanti. Avevamo concordato il luogo: un bar sul lungomare, vetrate affacciate sugli ormeggi, tavolini tondi, musica di sottofondo che non chiedeva attenzione. Avevamo concordato anche il resto più importante: adulti, consenzienti, senza fretta e senza pudori finti.
Quando arrivai, lei c’era già. Si era seduta vicino al vetro, di profilo, le gambe accavallate con una sicurezza che non aveva bisogno di testimoni. Un vestito nero le correva addosso come una linea di china su carta calda; il décolleté disegnava una promessa, non una minaccia. Mi vide e sorrise: non un sorriso da fotografia, ma uno vero, che comincia negli occhi e finisce sulla bocca con un impercettibile ritardo, come il mare quando accarezza la riva.
"Sei tu," disse.
"Sì," risposi, trattenendo per un istante la voglia di riempire l’aria con parole inutili. "Sei più bella dal vivo."
"Lo dicono spesso," replicò, e non c’era vanità nel modo in cui lo disse, solo la constatazione di un fatto. "Ti va un gin tonic?"
"Mi va tutto quello che sceglierai tu."
Bevemmo. Le luci delle barche disegnavano linee oblique sulle sue pupille scure. Le sue mani erano curate, dita lunghe, unghie corte e lucide, la mano sinistra con un anello sottile che brillava come un segno di interpunzione. Il cameriere passò, appoggiò due ciotole — olive e mandorle — poi sparì, come educato complice.
"Raccontami di te in tre frasi," disse lei, senza girarci attorno.
"Sgruscio, amante della lentezza quando serve e della precisione quando è il momento. Corro, scrivo, cucino. E so ascoltare."
"È già più di tre frasi," disse, e rise piano. "Io mi chiamo Eva."
Il nome mi colpì come uno strascico di velluto. "Eva," ripetei, assaggiandolo.
"Ti aspettavi un nome più… diabolico?"
"Mi aspettavo il tuo," risposi. "Il resto lo stiamo costruendo."
Parlammo dei giorni, dei corpi, dei confini. Fu una conversazione sincera come un tavolo di legno massello: nessun cigolio, nessun trucco. Lei disse che amava guidare e farsi guidare, che a volte preferiva ordini, altre volte desiderava essere obbedita con ferocia. Disse che non voleva fretta, che il suo orgasmo prediletto era quello che arriva dopo una salita lunga, quando la vista in cima si prende tutto. Aggiunse che le piaceva essere spogliata con le parole prima ancora che con le mani. Io ascoltai e conservai ogni cosa come una moneta d’oro. A mia volta dissi come mi piaceva far vibrare il silenzio tra un bacio e l’altro, dissi che le mani sono alfabeti e che la lingua è un traduttore simultaneo del desiderio. Lei approvò con un battito di ciglia.
"Ti fidi?" chiesi, mentre la musica cambiava tempo e una chitarra si infilava tra di noi come un gatto.
"Mi fido di chi sa aspettare," disse. "E a occhio tu sai aspettare."
"So anche accelerare," replicai.
"Lo vedremo," sorrise. "Ora andiamo via. Camminiamo."
Uscimmo. Taranto era una carezza tiepida. Lei indossò un trench leggero color sabbia, che su quel vestito nero sembrava la promessa di una notte lunga. Camminammo senza parlare finché non ci trovammo su un tratto di molo meno illuminato, il mare a un passo e l’odore del sale che si faceva più pieno. Si fermò e si girò verso di me. Aveva la bocca vicina e, prima ancora di baciarla, sentii la sua intenzione posarsi su di me come un mantello.
"Posso?" chiese, e la domanda era una cortesia superflua, ma benedetta.
"Sì," dissi, e in quel sì c’era tutto quello che avremmo fatto.
Il primo bacio fu lento, lucidissimo. Le sue labbra carnose sapevano tenere e lasciare, sapevano invitare e pretendere. La sua lingua toccò la mia senza esubero, una volta, due, poi si ritirò, come per dire: seguimi. La presi per i fianchi e sentii sotto il tessuto la curva densa dei suoi glutei. Il suo profumo — vaniglia secca, pelle pulita, qualcosa di agrumato — mi arrivò al cervello e ci rimase. Le baciai il labbro inferiore, poi la linea della mascella, poi quel punto al centro del collo dove il battito si può contare con la bocca. Lei chiuse gli occhi.
"Mi piaci così," sussurrò. "Attento e preciso."
"Mi piaci quando chiedi col corpo," risposi.
"Allora fammi parlare."
Spostammo l’incontro in una stanza d’albergo a pochi minuti di cammino, prenotata da me poche ore prima, semplice e pulita, un balconcino sul retro con due sedie di ferro. Entrammo senza accendere la luce: la penombra rimescolava le cose e lasciava in pace le intenzioni. Appoggiai la chiave sul comodino. Lei posò la borsa sulla sedia. Rimanemmo un momento a guardarci. La città brontolava lontano, come un animale sazio.
"Le regole," dissi, perché il desiderio vuole strade ma anche guardrail. "Se dico “stop”, ti fermi. Se lo dici tu, mi fermo. Se qualcosa non ti piace, me lo dici subito."
"Perfetto," rispose. "Aggiungo che mi piace la franchezza e detesto la finta gentilezza. E mi piace quando un uomo sa usare le mani come se stesse accordando uno strumento."
"Sono qui per suonarti," dissi, e il sorriso che le scivolò sulla bocca fu un sì lungo.
La sfiorai alle spalle, lentamente, dalle clavicole verso il giromanica del trench, e poi giù, seguendo la cucitura fino al polso. Le mani tornarono su, incrociarono il nodo della cintura, lo allentarono senza fretta. Il trench si aprì e le scivolò di dosso con un sospiro. Sotto, il vestito nero le disegnava i fianchi e proiettava un’ombra perfetta tra i seni. Le appoggiai i pollici sui lati del collo, la guardai negli occhi e le chiesi: "Ti vuoi?"
"Stasera sì," disse. "Mi voglio in te."
La girai con un palmo sulla base della schiena, appena, un invito più che una costrizione. Le baciai la nuca dove i capelli si aprivano in una curva liscia, poi scesi lungo la colonna vertebrale con piccoli baci precisi, una spaziatura regolare come punteggiatura: virgola, virgola, virgola, punto e virgola all’altezza del reggiseno. Con una mano cercai la zip laterale del vestito, la feci scorrere fino in fondo. Il tessuto cedette, lei si aiutò portando le braccia indietro, e il vestito cadde, rivelando una biancheria nera, essenziale, niente pizzi superflui, solo linee pulite che rendevano la pelle più chiara e luminosa.
"Mi fai spogliare con le parole," disse.
"Stavo per chiederti di lasciarmi il tempo di farlo con le mani," risposi.
"Le tue mani hanno tempo," replicò. "E io ne ho voglia."
La portai verso il letto con piccoli arretramenti, senza perderle la bocca. Si sedette sul bordo, le ginocchia appena aperte, i tacchi ancora ai piedi. Le tolsi le scarpe uno per volta, baciandole la caviglia dopo aver sganciato il cinturino. Quando rialzò lo sguardo, i suoi occhi avevano quella bracciata scura che annuncia la corrente più forte. Mi inginocchiai tra le sue cosce. Le mani aperte, obbedienti. Le sfiorai le gambe con il dorso delle dita, dall’interno coscia verso il ginocchio, poi tornai su, più lenti, più vicini. Lei indietreggiò di un paio di centimetri sul letto, invitando. Il suo respiro si fece più intenso e regolare, come una corsa che trova l’andatura.
"Dimmi come ti piace," chiesi, a un soffio.
"Mi piace che tu impari," disse, con la voce che già vibrava. "Ascolta."
Appoggiai un bacio sul bordo dell’inguine, poi l’altro. Le dita cercarono l’elastico degli slip, lo sollevarono appena, appena, e lo lasciarono tornare indietro con un suono leggero. Poi, di nuovo, un bacio al centro, sopra la stoffa. Lei sussultò piano. La guardai negli occhi e, senza rompere il contatto, le sfilai gli slip con la cura con cui si sfila un anello dal dito, facendo attenzione a non perdere calore. La sua pelle nuda ruotò nell’aria della stanza come una promessa a tempo presente. Le posai il palmo sulla pancia, al di sotto dell’ombelico, e lo tenni fermo, caldo, mentre con la bocca scivolavo più giù, assaggiando. Era dolce e salata, nuova e necessaria. La lingua la cercò con attenzione prima orizzontale, poi verticale, poi rallentai ancora, la sentii aprirsi poco a poco sotto la mia pazienza.
"Così," sussurrò. "Non avere fretta di vincere, fammi arrivare."
"Ti ci porto io," dissi, con due dita che intanto avevano trovato il confine, bussando piano, poi entrando con misura.
Rimasi ad ascoltarla con le guance e con le dita, calibrando il ritmo sul suo respiro, che cresceva a onde: due corte, una lunga, due corte, una lunga. Le ginocchia mi strinsero le tempie senza voler fare male, la pancia cominciò a tendersi. Cambiai inclinazione con un movimento minimo; lei ansimò come se le avessi detto il suo vero nome. Sentii che saliva, non ancora, ma saliva.
"Guardami," chiese, e sollevò il mio mento con la mano. "Voglio vederti mentre mi prendi."
Mi sollevai quel tanto che bastava a tenere gli occhi nei suoi, senza abbandonare la pressione che le stava facendo tremare le cosce. "Sei bellissima quando stai per cedere."
"Allora fammi cedere," disse, e in quell’istante si aprì davvero, con un suono breve, trattenuto, come un urlo sussurrato contro la propria spalla. Non fu un’esplosione, fu una dilatazione: il suo corpo divenne grande, la pelle più luminosa, il respiro più pieno. Continuai a muovermi finché la vibrazione non scese di un tono, poi rallentai, poi mi fermai.
Si tirò su con un gesto felino, mi prese la faccia con entrambe le mani e mi baciò con gratitudine feroce. "Adesso tocca a me," disse, e nel dirlo si sfilò il reggiseno con una semplicità domestica. I suoi seni pieni, naturalmente alti, disegnarono un profilo che quasi faceva male a guardarlo. Li prese con le mani, me li offrì. "Questi sono per te se sai chiedere bene."
"Saprò," dissi, e glieli baciai a turno, con lentezza, passando la lingua appena sopra l’areola, poi stringendo il capezzolo tra le labbra. Lei si arcò, posò una mano dietro la mia nuca e la tenne dove voleva sentirmi.
"Spogliati," ordinò, ma la sua voce era miele spesso. Obbedii, togliendomi la camicia, poi i pantaloni, poi l’ultima barriera. "Vieni qui," aggiunse, facendomi salire sul letto. "Voglio sentire quanto sei duro quando non hai paura."
Mi fece distendere e, per un attimo, rimase in ginocchio sopra di me, le cosce che disegnavano due linee oblique perfette, il busto eretto, i capelli a cascata. Il suo sguardo, dall’alto, aveva qualcosa di regale. Si chinò e mi baciò il petto, poi l’addome, scese ancora, mi prese tra le labbra con lo stesso rispetto con cui si accarezza una lama. Non fu vorace, fu preciso. Mi tenne con la mano alla base, la bocca scese e risalì con ritmo naturale, lo sguardo ogni tanto che risaliva verso di me per leggere il mio viso. Mi fece gemere senza urla, portandomi vicino e poi tirandomi indietro con sapienza, fino a quando le presi il viso tra le mani e dissi, chiaro: "Vieni sopra."
"Così ti voglio," rispose, e mi salì in grembo con un movimento lento, deciso, guidandosi con la mano come una donna che conosce perfettamente la propria geometria. Mi prese dentro un poco alla volta, fermandosi a metà, poi calando fino in fondo quando il suo corpo fu pronto. Gli occhi le si chiusero a metà, le labbra si socchiusero, un sospiro uscì senza rumore. Rimase ferma un istante, solo a sentire come combaciavamo, poi iniziò a muoversi. Lo fece con piccoli cerchi, poi con onde più ampie, poi risalendo quasi fino a uscire e giù di nuovo, profonda. La guardavo muoversi con la grazia lenta di chi sa contare le stelle una a una. Le misi le mani sui fianchi, non per comandare ma per tenere il ritmo. Ogni tanto abbassava il busto e cercava la mia bocca, e nel bacio cambiava angolo e in quel cambio c’era un temporale.
"Dimmi una cosa vera," chiese, mentre cavalcava.
"Che ti penso già di nuovo senza averti ancora finita," dissi.
"Allora non finirmi," rispose, "portami vicino e fammi tornare indietro, fammi impazzire."
La presi per le mani e la ruotai piano, portandola a sedere sul mio fianco sinistro; la mia mano destra trovò il suo centro, il pollice fece il suo lavoro, e con l’altra le tenni la nuca per ancorarla al presente. Il suo respiro, di nuovo, si fece musica. Cambiai cadenza tre volte, poi la rialzai e la ribaltai sotto di me con una lentezza che era quasi immobilità. La penetrai con tutta la coscienza che avevo, restando fermo in fondo per un battito, poi uscendo e rientrando con colpi lunghi, regolari. Lei si aprì come una porta che cigola di piacere. Mi guardò negli occhi e disse: "Prendimi e non fare l’educato."
"Non sarò educato," risposi, e le presi il polso destro, portandole il braccio lungo sopra la testa fino a toccare la testiera, mentre con la sinistra le tenevo il fianco. "Se qualcosa non va, me lo dici."
"Sta andando tutto come deve," disse, e il suo sorriso era una fiammata.
Aumentai. Non tanto la velocità, quanto l’intenzione. Il rumore del letto diventò parte del coro. La stanza sapeva di noi, di pelle, di saliva, di mare portato addosso. Le baciai la fronte, la guancia, l’orecchio, il collo, e a ogni bacio un colpo, e a ogni colpo un respiro, e a ogni respiro una sillaba del suo nome. "Eva," dissi, e come glielo dissi lei gemette come se il suo nome fosse una parola sconosciuta appena imparata. La vidi montare, scomporsi, ricomporsi.
"Sto arrivando," avvisò, e fu un avviso cortese prima di un temporale. "Tienimi lì, non cambiare niente."
"Non cambio niente," promisi, e mantenni la promessa con i polsi, con i fianchi, con la schiena, con i denti che si trattenevano dalla troppa forza. Venni investito dal suo orgasmo come da un’onda piena: non c’era spazio per altro che per lei. Rimasi dentro, immobile, finché l’onda non si placò. Solo allora mi mossi piano, come si cammina sulla sabbia dopo che la mareggiata è passata.
Lei rise, una risata calda. "Sei bravo a mantenere le promesse."
"Sono bravo quando mi piacciono," risposi, e scivolai fuori, baciandole il ventre, poi il monte di Venere, poi risalii con un bacio su ciascun capezzolo che si era fatto di pietra. Lei mi tirò su per i polsi. "Voglio ancora," disse. "Ma voglio vederti venire."
La accontentai con l’ostinazione dolce di chi sa che la prima volta scrive l’alfabeto delle volte successive. La misi di lato, la sua gamba destra sulle mie anche, la sinistra distesa; la penetrai da quel taglio più stretto, profondo, tenendo il ritmo con la mano che le massaggiava il clitoride in controtempo. Le chiesi di guardarmi e lo fece, senza timidezza. La sua bocca si apriva e si chiudeva, come se bevesse il mio respiro. Quando sentii l’ondata salire dentro di me, glielo dissi chiaro: "Sto per venire."
"Vieni in me," rispose. "Guardami e vieni in me."
Obbedii. Fu un cedimento pieno, rotondo, un istante in cui le cose del mondo scivolarono via come sabbia tra le dita. Le mani mi tremarono sulle sue anche, e lei mi tenne con le gambe e con gli occhi, finché ogni scossa non trovò quiete. Restammo immobili qualche secondo, poi ci staccammo con cura, come chi separa due fogli bagnati.
Andammo sul balconcino. L’aria della notte ci accolse leggermente fresca. Le luci dei palazzi più lontani sembravano piccole stelle a portata di mano. Le porsi un bicchiere d’acqua. Bevve, poi si pulì l’angolo della bocca con il dorso della mano. "Sei come ti immaginavo, ma con più pazienza," disse.
"E tu sei come non osavo sperare," risposi. "Più vera."
"Mi piace imprimere bene la prima pagina," disse, appoggiando il bicchiere. "Così le successive sanno dove andare."
Rientrammo. Si stese di pancia, la schiena come una strada, i capelli neri sparsi come seta bagnata. Le massaggiai le spalle, lento, con olio neutro preso dalla borsa del bagno. La pelle scaldava le mani, le scapole si allargavano sotto la pressione, lei sospirava come un gatto. Il massaggio scese lungo la colonna fino ai lombi, poi si allargò ai fianchi, e quando arrivò alla curva dei glutei mi fermò con un "Sì" lungo, pronunciato come una parola in un’altra lingua che però non ha bisogno di traduzione.
"Mi porto addosso il tuo profumo," dissi.
"E io la tua cura," rispose. "Sai che è raro essere trattate così, con desiderio e con riguardo vero?"
"Non so farlo diversamente," replicai. "La ferocia senza delicatezza è rumore."
Si voltò di lato, mi cercò con il piede, poi con la mano. Un altro bacio. Un’altra serie di baci, più quieti, più domestici, eppure pieni. Il corpo era sazio ma non stanco. Rimanemmo a parlare un po’, nudi, con il lenzuolo a metà, la città fuori che continuava la sua vita. Lei raccontò un frammento del suo passato, io le restituii un frammento del mio. A un certo punto chiuse gli occhi e disse: "Hai fatto tutto con punteggiatura perfetta. Virgole quando servivano, punti e virgola dove volevi che il pensiero respirasse, punti fermi solo alla fine."
"Allora domani mi rileggerai?"
"Domani no," rispose con un sorriso che era già una promessa. "Ma presto."
Prima di andare, si rivestì con gesti lenti, precisi. Il vestito le scivolò addosso come acqua. Si fermò allo specchio solo per infilare un filo di rossetto, quello giusto per le sue labbra già piene. Aveva di nuovo l’aria di chi sa esattamente dove sta andando. Io indossai i miei abiti con la soddisfazione intatta del corpo che riconosce la strada. Alla porta si voltò.
"Dimmi la verità," chiese. "Se mi avessi incontrata per caso, senza parole prima, avresti capito chi sono?"
"Ti avrei seguito con gli occhi e avrei aspettato che fossi tu a scegliere," dissi. "Come ho fatto stasera."
"Allora ci siamo scelti bene," concluse. "Buonanotte, Sgruscio."
"Buonanotte, Eva."
La osservai sparire nel corridoio, la luce gialla delle lampade che ne inghiottiva l’ombra lunga. Rimasi un momento ad ascoltare il mio cuore, che aveva ripreso un’andatura piena. Aprii il balconcino e lasciai entrare il rumore lontano del mare. Taranto soffice, Taranto viva. Pensai a quel viso da angelo e a quella tentazione da diavola che si era mossa con grazia sotto di me, su di me, dentro di me, e sorrisi di quella felicità nitida che non ha bisogno di spiegazioni.
Il giorno dopo, ripensando ai dettagli, mi tornarono addosso le sue mani, il modo in cui chiedevano e insegnavano, il riserbo che non era ritrosia ma controllo, la libertà conquistata con la precisione dei gesti. Ripensai alla promessa non detta che i nostri corpi si erano scambiati: rivedersi non per abitudine, ma per fame scelta. Avevo ancora addosso il sale, un po’ di olio sulla pelle, e l’odore sottile del suo profumo sul cuscino. Mi venne da ridere, da solo, come si ride quando si sente una canzone buona alla radio: quella di ieri notte aveva la melodia giusta e la punteggiatura perfetta.
Qualche giorno dopo arrivò un messaggio. Non un romanzo, solo tre righe: "Ho sognato la tua calma feroce. Ho ancora sulle labbra il tuo ritmo. Ripassami quando senti che è ora." Risposi con la stessa misura: "Sarò puntuale come un punto fermo." E in quel gioco di grammatica e carne, di virgole e pelle, sapevo già che la nostra seconda pagina avrebbe avuto lo stesso inchiostro: il nero profondo dei suoi capelli, il rosso segreto delle sue labbra, il bianco lucido dei nostri respiri a mezzanotte.
Quella notte a Taranto era stata la prima, e aveva avuto tutto: l’intesa che non si improvvisa, l’ascolto che non si compra, la precisione dei polpastrelli che leggono la pelle come un braille sacro. Eva era veramente quello che le foto promettevano e che le parole facevano intravedere: una diavola del sesso con un viso più da angelo che da diavolo, e dentro un cuore che sapeva alternare fuoco e acqua con l’abilità di chi conosce il piacere senza temerlo. E io, Sgruscio, avevo tenuto il tempo, scritto le frasi, messo le virgole, e aspettato il momento esatto in cui il punto andava messo: alla fine, e mai prima.
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