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La colombiana di A69


di Sgruscio
13.08.2025    |    1.380    |    4 8.0
"Non ci fu bisogno di chiamare l’amaro: arrivò da solo, offerto, quasi a sancire una notte buona..."
Ci siamo conosciuti su Annunci 69 in un pomeriggio qualunque, quando le ore scorrono senza rumore e le dita si muovono da un profilo all’altro più per istinto che per progetto. Il tuo messaggio non era simile agli altri. Scrivevi: "Mi chiamo Angela, sono colombiana, vivo a Roma da poco. Sono bruna, amo i silenzi ben piazzati e gli sguardi che sanno parlare. Mi interessa chi ascolta." Quelle parole mi rimasero addosso come un profumo lento. Risposi con curiosità vera, senza frasi fatte: ti dissi che ero in città per una breve vacanza, che avevo preso un b&b a Trastevere, che la pioggia della giornata aveva lucidato i sampietrini e che mi andava di bere un tè con qualcuno che non avesse fretta.
La chat prese ritmo. All’inizio domande semplici, poi dettagli: tu che ami camminare di notte perché Roma, quando si fa più scura, respira con più calma; io che la preferisco al mattino, quando si sveglia piano e i bar non hanno ancora deciso che musica mettere. Scrivevi in italiano pulito, con una musicalità morbida. "Mi piace come scegli le parole," digitasti. "Sembrano gesti." Mi accorsi che con te stavo più attento a ogni risposta, come se ogni frase potesse spostare di un millimetro il centro di gravità. Quando comparve l’idea di vederci, non sembrò un azzardo ma l’esito naturale di una direzione già presa.
"Se ti va, passo da te più tardi," proponesti. "Porto la pioggia nei capelli e la voglia di guardarti negli occhi."
"Ti aspetto," risposi. "Ho un infuso al bergamotto e una stanza con uno specchio grande."
"Uno specchio grande è sempre una buona idea," scrivesti. "A dopo."
Arrivasti all’imbrunire. Il corridoio profumava di cera e legno, le pareti custodivano fotografie sbiadite di una Roma che continuava a sembrare nuova. Quando aprii, ti trovai davanti con la giacca scura ancora punteggiata di gocce e i capelli lunghi che si appoggiavano sulle spalle come una promessa. Sorridesti senza fretta. "Ciao," dicesti. "Spero di non essere in anticipo."
"Sei in tempo perfetto," risposi. Ti tolsi la giacca con delicatezza, la appesi dietro la porta e ti lasciai entrare. La stanza era ordinata, il letto fatto stretto, una sedia accanto alla finestra e, di fronte, lo specchio ampio che catturava la luce del lampione. Ti muovesti nell’ambiente con calma, toccando la tenda, sfiorando lo schienale della sedia, come chi prende le misure dello spazio prima di cominciare.
"È un posto che sa stare zitto," commentasti piano. "Mi piace."
"Anche a me," dissi. "Vuoi un tè?"
"Voglio il tuo tè e la tua voce," rispondesti, con quel sorriso di chi sta già scegliendo la temperatura della serata.
Preparai l’infuso, e nel gesto di porgerti la tazza le nostre dita si sfiorarono come un accordo di prova. Tu inspirasti il vapore, socchiudendo un attimo gli occhi. "Profuma di calma," mormorasti. Poi ti sedesti sulla sedia, accavallando le gambe con naturalezza. "Vieni qui," chiedesti indicandomi il punto davanti a te. "Così ti vedo bene."
Mi avvicinai. "Ti piace guardare?"
"Mi piace guardare quando chi ho di fronte si lascia vedere. C’è differenza."
"Allora guardami," dissi, sentendo una corrente interna che regolava il respiro.
Alzasti il mento di poco, tracciando con gli occhi una linea dal mio viso alle mie spalle, come se volessi assicurarti dell’intero perimetro. "Bene," sussurrasti. "Ora parlami di Roma come se fosse una persona."
"Roma è una donna che non chiede scusa," dissi senza pensarci. "Ti abbraccia quando decide lei e ti punge quando provi a capirla troppo."
"Mi piace," annuisti. "E tu, chi sei quando cammini qui?"
"Sono uno che dimentica le difese."
"Allora siamo in due."
Posasti la tazza e mi facesti cenno di chinarmi. Quando i nostri volti furono vicini, abbassasti la voce. "Ti va di seguire la mia voce?" Lo dicesti come un invito e come un patto.
"Dimmi solo dove."
"Vicino."
La parola "vicino" mi entrò nella pelle. Il primo bacio non fu frettoloso, né timido: aveva la misura di una porta aperta con decisione. Aveva un sapore pulito, e i nostri ritmi si incastrarono come se si fossero aspettati. Tu non smettevi di guardarmi negli occhi, interrompendo ogni tanto per respirare, per controllare il mio respiro. "Ti piace?" domandasti.
"Molto."
"Allora restaci dentro," sussurrasti.
La stanza cambiò temperatura. Non servivano luci più basse, bastava il suono dei nostri corpi che aggiustavano la distanza. Ti alzasti dalla sedia con un gesto che aveva peso e grazia. Senza lasciare la mia mano, mi conducesti davanti allo specchio. Ci mettemmo di fronte al nostro riflesso, e tu sorridesti di sbieco. "Guardaci," dicesti. "Guardaci bene."
Nello specchio vedevo la sua sicurezza: i capelli scuri, la pelle che prendeva la luce, gli occhi da cui non avrei voluto staccarmi. Mi posasti le mani sui fianchi, guidando senza tirare. "Non avere fretta," suggeristi. "L’ansia non sta bene addosso."
"Sto bene qui," dissi. "E sto bene con come parli."
"Allora seguimi." Stringesti le dita sulle mie, calibrando una pressione lieve. Lo specchio ci restituiva il doppio di ogni gesto, come un testimone discreto. Cominciasti a dirmi parole brevi, precise: "più vicino", "piano", "così", "fermo", "ancora". Ogni parola spostava un dettaglio, aggiungeva un tono. Sentivo crescere una corrente che non voleva interruzioni. Ti attaccasti alla mia nuca, mi guidasti con il peso del corpo e la chiarezza del respiro. "Vedi?" sussurrasti, indicando il riflesso. "È così che voglio vederti."
Quando ci spostammo verso il letto, fu come attraversare una soglia già preparata. Le lenzuola odoravano di pulito, il cotone liscio contro la pelle. Ti distendesti un istante, poi ti sollevasti su un gomito e mi attirasti a te. "Dimmi cosa vuoi," chiedesti.
"Voglio che continui a parlarmi."
"Te lo devo promettere?"
"No. Me lo stai già dando."
Sorridesti con gli occhi. "Bene." E riprendemmo un ritmo che non aveva sbavature. Le tue mani sceglievano le traiettorie con la calma di chi conosce la direzione ma non la impone; le mie rispondevano, imparavano, restavano attente. Di tanto in tanto chiedevi "va bene?", e io ti rassicuravo con un "sì" rotondo, senza esitazioni. "Mi piace come dici sì," osservasti. "Ci metti il corpo."
"È perché lo sento vero."
"Allora tienilo vero."
Era intenso. Le frasi si alternavano ai silenzi, i silenzi ai respiri, i respiri ai sorrisi rapidi. Ogni tanto ridevamo piano, per un piccolo spostamento, per la sponda di un cuscino che scivolava, per un sincronismo improvviso. Ti allungavi, tornavi vicina, mi chiedevi con uno sguardo di restare e con il successivo di cambiare angolo. Il tempo prese a perdere i numeri: non più minuti, ma riprese, onde, ritorni.
Quando indicasti la sedia con un cenno, capii il tuo gioco. "Lì," dicesti. "Voglio la tua presenza qui." Ci sistemammo con naturalezza. Il legno ebbe un piccolo scricchiolio, come una nota. Ti misi le mani sui fianchi, tu prendesti la misura del mio respiro. "Così," guidasti. "Adesso ascolta il tuo corpo e togli la testa di mezzo." Ubbidii con gratitudine. Ogni volta che provavo ad anticipare qualcosa, la tua mano sul mio polso mi riportava al punto. "Qui," dicevi. "Ancora qui." E quando centravo quel "qui", il tuo sorriso si apriva appena, soddisfatto.
"Stai bene?" chiesi sottovoce.
"Sto benissimo," rispondesti. "Tu?"
"Io meno lucido, più vivo."
"È dove volevo portarti."
Ci fu un momento, davanti allo specchio, in cui la tua fronte si posò sulla mia e restammo fermi. Le nostre immagini sovrapposte respiravano. Fu un fermo-immagine che non tradiva affanno, solo intensità. "Ricordati questo," mormorasti. "Gli occhi che cercano gli occhi."
"Non lo dimentico."
"Promesso?"
"Promesso."
Ti piaceva la cura nella voce. Me lo dicesti senza complimenti di circostanza: "Amo gli uomini che sanno la differenza tra prendere e ricevere." Ti risposi che con te imparavo in fretta. "Lo vedo," annuisti. "E mi piace insegnare quando dall’altra parte c’è chi sente."
Ci muovemmo verso il bagno quasi senza pensarci, come se quell’angolo chiedesse la sua parte. La porta restò socchiusa, la luce più bianca disegnò contorni netti. Le piastrelle erano fresche, il lavandino profumava di menta. Ti fermai per un istante, prendendoti il volto tra le mani. "Sei bellissima," dissi senza enfasi. "E sei calma."
"Sono come chi ho davanti," rispondesti. "Mi piacciono le cose intense ma chiare." Avvicinandoti, aggiungesti: "Ascolta: se dico piano, vuol dire respira con me; se dico ancora, vuol dire non pensare; se dico fermo, vuol dire guardami."
"Ricevuto."
"Bravissimo."
Nel bagno tutto si fece più vicino, più raccolto, quasi concentrato. Lo spazio ridotto costrinse i movimenti a prendere precisione, e la precisione divenne una carezza. Ogni gesto aveva un’eco corta, i rumori si accorciavano. Ti vidi nello specchio mentre mi osservavi osservarti: un gioco di rimandi che accendeva. "Non distogliere lo sguardo," chiedesti. "Quando ti parlo voglio esserci dentro."
"Ci sei."
"Ci sei anche tu," dicesti, e parve una medaglia da appuntare al petto.
Il vapore sottile appannò il vetro. Con l’indice disegnasti una linea, come se volessi aprire una fessura. "Qui," indicasti. "Qui voglio vederti." Mi spostai di un passo, e i nostri profili si allinearono. Nella lentezza curata di quei minuti, scrivemmo una grammatica che avrebbe retto ogni futuro ritorno: chiedere, rispondere, confermare, godersi la conferma.
Tornammo nella stanza con un’aria diversa, come due attori che hanno cambiato scena ma portano con sé la stessa storia. "Ancora lo specchio," suggeristi. "Mi piace rivederci due volte." Ci mettemmo di lato, le spalle quasi a toccarsi, i volti rivolti a quella superficie lucida che rendeva tutto più vero. Tu abbassasti la voce. "Dimmi il mio nome."
"Angela."
"Più lento."
"An… ge… la."
"Così." E con quel "così" ripartimmo, trovando una cadenza che sembrava la versione migliore di noi due. Ti accorgevi di ogni mio spostamento, io dei tuoi pensieri prima che diventassero gesti. C’era intensità, c’era calore pieno, c’era l’attrito giusto per ricordarci vivi. Quando arrivò il momento in cui i nostri respiri presero lo stesso passo e poi si fermarono insieme, capii che avremmo potuto smettere di parlare e non avremmo perso il filo. Restammo accostati, con la pelle che si calmava e il battito che ritrovava ordine. Tu sorridesti, socchiudendo gli occhi.
"Grazie," dicesti. "Per come mi hai ascoltata."
"Grazie a te, per come mi hai parlato."
"C’è fame?"
"Di te sempre," scherzai. "Ma sì: anche da mangiare."
Ridesti, bassa. "Allora usciamo. Così chiudiamo bene la serata."
Ci rivestimmo senza fretta. Regolasti i capelli con le dita, ti guardasti allo specchio e annuisti, come se l’immagine avesse dato l’ok. Io sistemai le lenzuola con un gesto quasi rituale, rimettemmo a posto le tazze del tè. Chiudemmo la porta, attraversammo il corridoio lucido e scendemmo in strada.
Roma era ancora sveglia, con tavolini pieni e voci stratificate. L’aria portava odori di pepe, di basilico, di pane caldo. Camminammo vicini, senza cercare di dire quello che era già chiaro. Ogni tanto mi prendevi il braccio, poi lo lasciavi, poi tornavi a prenderlo; un gioco di contatto leggero che diceva più delle frasi. "Ti senti bene?" chiedesti.
"Mi sento acceso e tranquillo, insieme."
"È la combinazione che preferisco," rispondesti. "Allora siamo allineati."
Trovammo un’osteria senza chiasso esagerato. Il cameriere, con un sorriso stanco, ci fece accomodare vicino a una finestra che dava su un vicolo luminoso. Ordinammo cacio e pepe, pomodori conditi, acqua e due calici di rosso. Le parole tornarono con la stessa naturalezza di prima, ma si sedettero più larghe, come quando il corpo ha smesso di difendersi. "Mi piace come stai a tavola," dicesti. "Sei presente."
"Con te sarebbe difficile non esserlo."
"Non dire così," tagliasti con dolcezza. "È facile distrarsi. Tu non lo fai."
"È che ho paura di perdere qualcosa."
"Non perdere niente," sorridesti. "Te lo dico io quando c’è da perdere."
Il cibo arrivò fumante. Mangiammo con gusto, commentando la pasta troppo al dente di un tavolo accanto e il cane addormentato sotto una sedia distante. Ogni tanto avvicinavi il viso al mio per dirmi qualcosa appena sopra un sussurro. "Guarda là," indicasti con le ciglia un gruppo che rideva forte. "Mi piace chi ride così, ma per noi stasera va bene un volume più basso." Ridacchiai. "Sì, il basso ci veste bene." "Ci veste," confermasti. "Ci definisce."
Parlasti di Bogotá con affetto, di tua nonna che ti aveva insegnato a impastare arepas e pazienza. Io raccontai di corse all’alba e di quante volte Roma mi era sembrata un film in cui non serve recitare. "Ti piace quell’idea dello specchio?" domandasti, improvvisa. "Molto." "Anche a me. Ci rende più sinceri. Ci toglie le scuse."
Il vino scese morbido. Non ci fu bisogno di chiamare l’amaro: arrivò da solo, offerto, quasi a sancire una notte buona. Lo bevemmo piano, guardandoci sulle superfici scure dei bicchieri. "Torniamo?" proponesti.
"Torniamo."
Il ritorno fu una passeggiata lenta. Trastevere ci lasciò attraversare i suoi incroci come una mano lasciata aperta. Il b&b ci accolse con il suo odore di legno. Salimmo le scale con passi morbidi. Nella stanza, ti fermasti di nuovo davanti allo specchio, per un istante, come a salutare un complice. "Di il mio nome ancora," chiedesti.
"Angela."
"Più lento."
"An… ge… la."
"Bravissimo," sussurrasti, come se mi stessi consegnando un voto alto su un quaderno immaginario. Aprii la finestra: l’aria della notte entrò tiepida. Spensi la luce più grande, lasciando quella del comodino. Ci sdraiammo. Ti avvicinasti con un gesto breve, appoggiando la testa sotto il mio mento. "Buonanotte," dicesti.
"Buonanotte, Angela."
"Domani," aggiungesti, come se stessi scrivendo una postilla, "ti porto in una chiesa dove l’eco mette a nudo le voci. Voglio parlarti lì."
"Mi farai perdere la testa di nuovo?"
"Forse. O forse te la farò trovare meglio."
"Scegli tu."
"Scelgo io," sorridesti. "Ma tu rimani presente."
"Promesso."
Chiudemmo gli occhi nello stesso momento, con l’impressione che la notte ci stesse coprendo con una coperta uguale. Roma scivolava lenta sotto la finestra. Il legno della sedia restò lì come un muto testimone, le lenzuola conservavano i disegni caldi dei nostri corpi, lo specchio teneva a mente la nostra doppia versione. E mentre stavo per finire in un sonno pieno, la tua voce mi cercò ancora, limpida, senza ombre.
"Vieni," sussurrasti, piano, non come ordine ma come invito a restare nel filo. E io, senza aprire gli occhi, sorrisi nell’oscurità.
"Sì."
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