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La Vera Storia Di Veronica 3ª Parte


di animatrav
21.03.2026    |    1.103    |    0 8.0
"Ci facevamo prendere troppo dalla foga, rischiando, per poi restare in allarme per giorni o settimane, fino al ciclo che sarebbe sempre arrivato..."
Di Veronica potrei scrivere infiniti capitoli perché, anche se nessun altro lo sa, stiamo insieme da diciassette anni. Ho sposato un’altra donna, è vero, ma io e lei non abbiamo mai smesso di amarci. Amarci, sì. Quando senti che una donna è tua fino al midollo, se ti fidi del suo amore al punto che la faresti persino andare a letto con un altro, perché sai che non proverà mai ciò che prova per te, significa che quel sentimento è unico e indissolubile. La cosa bella di Veronica è che mi ha sempre coinvolto. Al contrario di molte altre donne, mostra il suo animo femminile in qualsiasi momento della giornata, solo e soltanto con me. Inoltre, adesso che ha quasi quarant’anni, in lei non è cambiato nulla. È minuta e gracile come quando l’ho conosciuta e anche i tratti sono gli stessi di un tempo.
Dopo essermi sposato ci vedevamo molto più di adesso, che è una volta l’anno, ma con il passare degli anni gli impegni di entrambi hanno reso sempre più difficile gestire il rapporto a distanza.
Prima mi facevo due ore di strada anche per una sola mezz’ora di passione, perché era una droga e dovevo possederla.
Lo capivo al mattino, quando il bisogno di lei si faceva incontenibile. Non appena mia moglie usciva per andare a lavorare, mi mettevo in viaggio, all’insaputa di Veronica.
Poiché aveva orari strani che la tenevano sveglia fino a tarda notte, non si svegliava mai prima delle undici del mattino. Era il campanello che suonava con insistenza a buttarla giù dal letto. E rischiavo, perché avrei anche potuto trovarci i genitori che a volte lavoravano, altre invece no, e di noi non sapevano nulla.
Erano circa le nove quando bussavo alla sua porta (l’alba per lei), fremendo per quella mezz’ora di passione.
«Che ci fai qui?!» chiedeva, stropicciandosi gli occhi.
Non rispondevo, entravo di prepotenza in casa e la sbattevo contro il tavolo, la parete o il frigorifero. Le infilavo le mani sotto la maglia del pigiama come se non avessi mai toccato una donna, in quell’ambiente che sapeva ancora di notte inoltrata, ed era meraviglioso vederla obbediente e remissiva. Non lo faceva perché si sentisse obbligata, ma adorava vedere l’uomo che amava desideroso di possederla. Inoltre sapeva che mi piaceva farla mia in ogni angolo della casa, in modo inaspettato, sul divano o nel suo letto, e comunque nei luoghi in cui, qualche ora prima, i genitori si stavano preparando per andare al lavoro. E proprio lì eravamo mezzi svestiti e ci stavamo amando, divorandoci come se non ci fosse un domani. Smaniavo nel sentire l’odore del suo alito amaro che si fondeva al sapore dei nostri umori caldi e densi, mentre le nostre lingue vorticavano l’una contro l’altra. Le scivolavo dentro quasi senza accorgermene perché vedere il suo corpo seminudo, con la maglia del pigiama al collo e le mutande alle caviglie, creava in me un delirio incontenibile. Dopo anni non riuscivo ancora a credere che quel corpicino tanto gracile potesse custodire un tesoro tanto folto come i suoi capelli ricci ed esteso. Perché la peluria spiccava anche in penombra e farla toccare con la mia era stato il pensiero che mi aveva assillato per tutto il tragitto.
In quegli istanti, pregustando il momento in cui l’avrei penetrata di lì a poco, ripensavo a quando, nella stessa giornata, l’avevo avuta dopo Irene, a quanto la sua gracilità e il vestitino corto contrastassero con gli abiti abbondanti e le forme esagerate di Irene.
Quel pensiero mi faceva arrivare da lei eccitatissimo, e in quel momento, in cui ce l’avevo finalmente di fronte, con i piccoli seni nudi e le gambe divaricate, pronta ad accogliermi dentro sé, ero un misto di bramosia e alienazione. Scivolavo nel suo nido caldo gustando ogni istante di quel rapporto in cui le lingue non smettevano un secondo di restare unite, sempre più bramose e assetate di noi. Persino quando la piegavo e la penetravo a quattro zampe, tra una spinta e l’altra mi sdraiavo sulla sua schiena per baciarla.
A quegli incontri seguiva sempre un po’ di timore, perché non abbiamo mai usato alcuna protezione, vista l’amore forte che ci lega e la certezza di esserci sempre appartenuti. Ci facevamo prendere troppo dalla foga, rischiando, per poi restare in allarme per giorni o settimane, fino al ciclo che sarebbe sempre arrivato.
Ogni volta mi domandavo se quel viaggio non fosse stato una pazzia, ma ogni volta, dopo aver fatto l’amore, vedendola nuda e innamorata come il primo giorno, con quegli occhi presi e un po’ provati dal distacco che sarebbe avvenuto di lì a poco, mi rispondevo che sì, tuttavia ne sarebbe sempre valsa la pena.
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